C’E’ CHI RECITA LE PREGHIERE...E C’E’ CHI PREGA.

N. 2

 

Le due categorie di persone sono separate da un abisso!

Una è attestata sul versante aspro del dovere.

L’altra sulla sponda vertiginosa ed inebriante dell’amore.

Ci sono i recitanti.  Ed esistono, per fortuna, gli oranti.

I primi sono soddisfatti quando hanno macinato con le labbra tutta la serie prescritta di formule.

Gli altri avvertono l’esigenza di stabilire il contatto del cuore.

Per gli uni la preghiera…sono le preghiere, le devozioni, le pratiche.

Per gli altri, la preghiera è un dialogo con un Tu.

Il recitante è preoccupato del numero.

All’orante sta a cuore l’intensità della comunione, la qualità della relazione.

Il recitante si aggrappa alle parole; l’orante ha molta familiarità anche con il silenzio.

Per il primo la domanda fondamentale è: “Che cosa devo dire?”

L’altro considera la preghiera come possibilità inaudita di un “faccia a faccia” atteso e desiderato. E’ quindi sorpresa, gioia, apertura!

Sul versante delle preghiere domina la noia, la monotonia, il “mestiere” sulle labbra.

Su quello della preghiera s’impone la vita, la spontaneità, la freschezza (che non vuol dire facilità, e neppure assenza di sforzo).

Quando si recita, la preghiera è caratterizzata dalla velocità. A sentire i componenti di certe assemblee che “dicono le preghiere”, par di udire dei sassi che precipitano fragorosamente, con moto accelerato, giù per la china di una montagna.

Voci che si rincorrono affannosamente, si soverchiano, si sopravanzano, fino al tonfo finale e sospirato dell’ “amen”.

L’orante, invece, non è toccato dalla fretta. Sale lentamente, con calma, con passo leggero, su per il sentiero della tranquilla contemplazione.  Sarebbe assurdo correre.

Lui respira profondamente. Sosta ad osservare il panorama circostante, familiare e sorprendente.

Ogni volta lo scopre, lo inventa, quasi fosse la prima volta. Ed è capace di meraviglia, di affascinanti scoperte.

Quando gli altri arrivano in fondo, lui è proteso a raggiungere il principio.

Il recitante percorre la preghiera come un’autostrada, dove tutto è previsto, regolamentato, segnalato. L’importante è arrivare. Lui ha pagato il pedaggio!

L’orante esplora il bosco sconfinato della preghiera. Essenziale è scoprire una Presenza.

Lui ha l’impressione di ricevere la  preghiera in dono.

Uno “sa” le preghiere. L’altro non sa dove lo porta la preghiera.

SE VENGONO SOLO RECITATE LE PREGHIERE SONO UN “SUONO”.

LA PREGHIERA AUTENTICA E’ LUCE.

Il recitante, quando ha esaurito la dose prescritta di preghiere, si sente a posto.

L’orante prova un senso indicibile di pace.

Il primo ha regolato i conti.

Il secondo si è arricchito.

La linea di separazione è proprio quell’insopprimibile “Tu invece….”

L’atteggiamento fondamentale è quello dell’attesa.

Chi non sa attendere, si dimostra non idoneo alla preghiera, negato per la preghiera.

La posizione dell’attesa richiede un’applicazione tale da scoraggiare i faciloni, gli improvvisatori, i nevrotici collezionisti di emozioni. Attendere significa letteralmente “tendere verso”.

L’attesa è una posizione che prende, occupa la persona nella sua totalità. L’attesa realizza una stupefacente armonia ed unità della persona.

Nella preghiera, interpretata come attesa, la creatura viene afferrata dall’ essenziale.

All’apparenza, una persona che aspetta dà l’impressione di perdere tempo, di non avere niente da fare.

L’attesa della preghiera, invece, è positiva. E’ pienezza. Attività. Incontro anticipato.

Una persona che attende, non ha tempo per altre cose. E’ totalmente ed esclusivamente occupata nell’attesa.

La preghiera, oltre a farci frequentare “un altro mondo”, ci proietta in un “altro tempo”.

Il tempo di Dio, i suoi ritmi, non sono i nostri.

“…Ai Tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte…”  (Salmo 90,4)

Pietro sottolineerà la stessa “sfasatura”: “..Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo..”   ( 2 Pietro 3,8)

All’ansia di arrivare, deve sostituirsi la capacità di ascoltare. L’attesa è fatta di calma, pace, pazienza, libertà, tempi lunghi, capacità di resistere allo sconforto e alla delusione.

E’ necessario rendersi conto che nella preghiera niente viene concesso alla velocità, alla frenesia, all’agitazione. Niente arriva nel tempo che stabiliamo noi.

Dio si fa attendere.  Dio sovente è in ritardo, ma soltanto sulla nostra fretta, non sulla Sua promessa.

Tra noi e Lui si spalanca una distanza infinita.

Non siamo noi che la copriamo. Soltanto Lui la può annullare.

E’ Dio che si fa vicino.

Nessun passo, da parte nostra, ci può condurre a raggiungerLo.

Sul nostro versante, l’unica possibilità che abbiamo è l’attesa.

Soltanto l’attesa riduce, in un certo senso, quella distanza abissale.

Aspettare significa che non sopportiamo la lontananza.

E’ Dio che si muove verso di noi nella preghiera. 

Attendere vuol dire, paradossalmente, essere consapevoli che…siamo attesi!

Proprio così: sono io che aspetto e, nello stesso tempo, sono atteso.

NELL’ATTESA RINUNCIAMO A DISPORRE DEL TEMPO.

E’ IL TEMPO CHE DISPONE DI NOI.

Il tempo dell’attesa è il tempo della speranza.

Si attende perché si spera.

L’attesa è un ponte lanciato verso ciò che non c’è ancora, ma di cui sentiamo struggente il bisogno, verso una presenza possibile di cui non possiamo fare a meno.

“L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora”  (Salmo 130,6).

Molto spesso ci aspettiamo un Dio “sorprendente”, che esaudisca ogni nostra richiesta in tempi brevi e secondo le nostre aspettative.

Al contrario,  il Dio “sorprendente” è l’opposto di un Dio ostaggio dei nostri piani……… ….”Le vostre vie non sono le Mie vie” (Isaia 55,8).

Dovremmo preferire un Dio che ci sorprende ad un Dio che ci accontenta; dovremmo fidarci più delle Sue risposte che delle nostre domande, del Suo dono che delle nostre richieste.

Dovremmo fidarci di più delle Sue meraviglie che dei nostri desideri!

La vera preghiera non ci consegna un Dio alla nostra portata, largamente prevedibile, ma ci consente di aprire uno spiraglio sull’infinita libertà del Suo Amore.