VANGELO E SACRAMENTI
(Pedron Lino)
Questo è sempre stato e sempre sarà il suo
impegno primario. Tutto il resto è in funzione di questo: lo prepara e lo
prolunga.
Chi salva il mondo è uno
solo: Cristo. Non c’è salvezza in nessun altro (At 4,12). Egli ha posto al
centro della storia una volta per tutte l’Atto che può
condurre a perfezione (Eb 10,14) la salvezza dell’uomo.
Ma occorre che questo Atto
salvifico afferri l’uomo che vive nel tempo. Deve dunque diventare coestensivo a tutta la storia. Ci vuole in altri termini un
Cristo contemporaneo. Bisogna che l’opera di Cristo si prolunghi in
tutti i tempi della storia.
Cristo ha provveduto a
questo istituendo
Tra Cristo e
Ma vale totalmente questa identità?
Chi potrebbe affermare che il volto della Chiesa è senza ruggine e senza
macchie? È certo che i peccati dei suoi membri deturpano il volto di questa
Madre. Con un’espressione ardita qualche Padre della Chiesa l’ha definita santa
meretrice. Santa per la santità di Cristo e di tutti quelli che ricalcano
le sue orme; meretrice per le incoerenze e i tradimenti di tanti suoi figli.
Queste macchie però non appartengono al volto
di Cristo: Egli è specchio senza macchia che riflette perfettamente la santità
di Dio. Gli uomini di Chiesa possono fare (e talora fanno) certe cose e certe
scelte in cui Cristo non si riconoscerebbe. L’identità Chiesa-Cristo non è
dunque totale.
La ragione è semplice: Cristo è il Regno
perché in Lui il regno di Dio è venuto (Mt 12,28). Ma
Quest’opera copre tutto l’arco del tempo e
sarà perfetta solo alla fine, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).
Non c’è dunque garanzia per noi di
raggiungere l’azione di Cristo tramite un’azione ecclesiale? Sì, c’è. Ci sono
momenti e mezzi privilegiati in cui l’identità Cristo-Chiesa
è assicurata. Quando l’intera Chiesa, con i
suoi vescovi in comunione col Papa, propone una verità di fede, essa ha il
carisma certo della verità: è parola di Cristo, è luce divina che illumina
l’esistenza. Quando l’annuncio cristiano, fatto da
qualunque credente, trasmette fedelmente
È chiaro che tutto questo, per essere
autentico, deve svolgersi in un clima di fede. Fuori della fede non è possibile
nessun incontro con Dio.
È la fede che salva: la fede che è adesione
viva di tutto l’essere a Cristo, e include la speranza e la carità.
Parola e sacramenti hanno un rapporto
essenziale con la fede. L’annuncio della Parola suscita la fede e la nutre: La
fede nasce dalla predicazione e la predicazione ha luogo per mezzo della parola
di Cristo (Rm 10,17).
I sacramenti poi sono i sacramenti della
fede, celebrazioni impregnate di fede, e solo a questa condizione sono
fruttuosi: ci comunicano la vita divina, innestandoci nella Pasqua di Cristo.
Gesù è l’unico salvatore degli uomini. Ma li salva
attraverso la sua Chiesa. E
È una certezza di fede valida per tutti i
tempi.
È questo l’oggetto delle pagine che seguono.
VANGELO
E SACRAMENTI NEL DISEGNO DI DIO
In queste brevi riflessioni vogliamo indicare
il posto che il vangelo e i sacramenti devono avere nella vita cristiana e
nell’attività pastorale, secondo il disegno di Dio.
Nel linguaggio dei Padri della Chiesa il
termine sacramento indica qualunque realtà sensibile che racchiude in sé
una realtà divina e ce la comunica: in questo senso largo tutte le realtà della
Chiesa possono essere considerate sacramento.
Noi qui intendiamo parlare dei sette segni
sacramentali che accompagnano l’uomo nel suo cammino terreno dalla nascita
(battesimo) al declino (unzione degli infermi). È in questo senso ristretto che
usiamo il termine.
Per l’evangelizzazione
invece occorre fare il rovescio: prenderla in senso largo. Infatti
in senso stretto essa indica l’annuncio missionario ai non credenti, cioè la
prima forma che trasmette l’annuncio, con il duplice scopo di suscitare la fede
e di spingere alla conversione. Accanto ad essa si pone
un’altra forma di predicazione: la catechesi. Essa si rivolge a chi è già
credente. Il suo scopo è quello di fortificare la fede e ampliare gli
orizzonti, trasmettendo tutto intero il contenuto della Rivelazione.
Nel nostro caso evangelizzazione sta,
in senso largo, per qualunque tipo di annuncio, cioè
di trasmissione della Parola, e include tanto la predicazione quanto la
catechesi.
Anzi include la stessa omelia, che è la forma
più completa e autorevole di annuncio del vangelo:
completa perché assume, volta per volta, tutte le funzioni della predicazione
cristiana; autorevole perché, collocata all’interno della celebrazione
liturgica, si imbeve della sua atmosfera e partecipa della sua efficacia.
Quindi Parola e sacramenti sono i due strumenti privilegiati
della salvezza.
Spieghiamoci. La salvezza è una sola: è
Cristo, con la sua persona e la sua opera. Non c’è salvezza in nessun altro e
in nient’altro (At 4,12).
Quindi ogni lavoro è apostolato nella misura in cui apre una
strada attraverso la quale i fratelli possano camminare verso il Signore.
Tutto l’immenso sforzo pastorale altro non è che una pedagogia dell’incontro. Ma la pastorale deve mettere in atto i mezzi perché
l’incontro avvenga. Vangelo e sacramenti assolvono a
questo compito: stabilire il contatto con Cristo, con la sua parola e con la
sua azione. E essere così salvati.
È vero che i mezzi sono molti: Cristo si
serve di tutto per salvarci. Ma su tutti emergono, per
importanza ed efficacia, questi due. Lo documenta il N.T.:
Predicate e battezzate, ordina Gesù ai discepoli. Gli apostoli lasciano
ad altri le mansioni diverse da queste, compresa l’azione caritativa (At 6,2)
per consacrare tutte le loro energie alla preghiera e alla predicazione della
Parola. I Padri della Chiesa sono gli uomini della parola e del sacramento,
anzitutto e soprattutto. Oggi, come negli altri tempi e forse più che in altri
tempi, si tratta di salvare il mondo e di cambiarne il volto. Di fronte a una simile impresa a che cosa servono un po’ di parole
buttate sulla gente durante l’omelia o un po’ d’acqua versata sulla testa di un
bambino? Ci vuole ben altro,
dirà qualcuno. Certo, se si trattasse di
gesti umani o di vacue cerimonie, nulla di più inetto e inutile. Ma in quella Parola e in quel gesto è Dio stesso che agisce.
L’efficacia è proporzionata alla sua divina potenza. È Lui che, come
protagonista, guida la storia. Ora, nel suo agire, la parola e i sacramenti
sono i punti di più viva luce e di più potente efficacia (E. Schillebeeckx).
Tra vangelo e sacramenti c’è un vincolo
indissolubile radicato nella storia della salvezza. Una mentalità diffusa tra
noi tende a dissociare i due elementi: come se la predicazione dovesse
trasmettere una dottrina e i sacramenti conferire la grazia. I protestanti
hanno sottolineato in modo unilaterale l’importanza
della Parola. Per reazione i cattolici hanno sottolineato
l’efficacia del rito. Questa contrapposizione polemica ha separato ciò che di
sua natura è strettamente connesso. Con grave danno per la pastorale.
Si aveva l’impressione di avere da una parte
una Parola che dice ma non fa, e dall’altra un rito
che fa ma non dice. Questo non è assolutamente vero.
La sua Parola è forza
per la salvezza di chiunque crede (Rm 1,16).
D’altra parte il rito, in
quanto simbolo, esprime anch’esso e comunica un messaggio. Il segno
sacramentale non è solo gesto, è anche parola. Per
dirla in breve: predicazione e sacramento sono fasi necessarie di un unico
itinerario di salvezza di cui una costituisce l’inizio
e l’altro il compimento.
È Cristo il sacramento fontale,
originale e la parola definitiva. Egli è il gesto supremo di Dio e la sua
Parola. Egli è Dio in gesto umano, il supremo sacramento, perché col termine sacramento
si intende designare una realtà sensibile che esprime
e contiene una realtà divina. Gesù è il sacramento dell’incontro con Dio.
Egli è l’intervento decisivo e definitivo di
Dio nella storia degli uomini: la realizzazione finale
di ciò che voleva fare. Ma è anche
Egli narra a parole ciò che ha visto nel seno
del Padre (Gv 1,18). Ma prima che a parole, lo rivela
con il suo essere:
Gesù dunque rivela Dio con quello che egli è,
con quello che dice e con quello che fa. Gesù è
Qual è l’iter da lui seguito nel recare la
salvezza? Normalmente egli agisce così: anzitutto predica per suscitare la fede
negli ascoltatori. Chi accoglie il messaggio, gli va incontro con viva attesa e
fiducia totale. Si attua allora l’incontro: un contatto personale che opera la
guarigione. Questo avviene mediante un contatto fisico con la sua umanità: da
lui esce una forza che guarisce tutti (Lc 6,19). La
guarigione segna l’inizio di una esistenza nuova che
diventa testimonianza di Gesù di fronte ai fratelli.
Il vangelo adombra così le tappe obbligate di ogni pastorale: l’annuncio che suscita la fede,
l’incontro sacramentale che trasforma, l’inizio di una esistenza nuova.
Nel confronto di questi momenti con gli
elementi del vangelo si noterà l’identificazione tra l’azione di Cristo che
guarisce e il gesto sacramentale. Ed è esattamente
così. I sacramenti, dopo l’ascensione di Cristo glorioso, continuano a
compiere sulla terra una funzione analoga a quella del contatto personale con
lui, nel quale trova compimento quello che la sua parola aveva annunciato
(Y. Congar). I sacramenti - dicono i Padri della Chiesa - sono le mani del
Signore. Si noti inoltre la priorità dell’annuncio: ci vuole prima
Questo si esige dalla Chiesa perché sia
davvero nella linea del sacramento primordiale che è Cristo.
Anche
In quanto santa
Sono mezzi di salvezza che sono a lei
affidati ma che in qualche modo la superano. Il momento in cui reca l’annuncio
e in cui conferisce il sacramento, è quello in cui
È lui allora che parla e agisce, servendosi
di essa come strumento.
Annuncio e sacramenti sono atti con cui
Diceva s. Girolamo:
Ogni credente ha dunque parte attiva a
quell’atto di generazione soprannaturale che mette al mondo nuovi cristiani. A
costituire
IL
VANGELO DI SEMPRE NELLA CHIESA DI OGGI
Guardiamo ora i due elementi cominciando
dall’annuncio. Questo ha infatti una indubbia
priorità. Bisogna che prima sia risvegliata la fede che è la disposizione
fondamentale per accedere con frutto ai sacramenti.
Ora la fede nasce dalla predicazione, e la predicazione ha luogo per mezzo
della parola di Cristo (Rm 10,17).
Il termine annuncio è un tentativo di
tradurre la parola biblica eu-anghèlion.
È una bella notizia. Deve risuonare come
qualcosa di nuovo, che suscita sorpresa, riempie il cuore di gioia, scuote
l’animo dal suo torpore. Per essere tale deve nascere dalla scoperta personale
di chi reca l’annuncio. E poiché la notizia è antica
quanto il cristianesimo, bisogna riscoprirla nella preghiera con infinito
stupore. Se ci faccio l’abitudine, l’annuncio
perde il suo mordente. È quello che spesso accade. Non si sente più la gioia
dell’annuncio.
Non mi tocca il cuore e perciò non può
prendere sulle mie labbra il sapore della novità. Solo la vibrazione interiore
può dare calore all’annuncio. Diversamente diventa trasmissione di una notizia
che non interessa nessuno, quasi fredda moneta che si passa di mano in mano.
Non è così che
Bisogna che la notizia maturi nel
silenzio del cuore per erompere poi come grido incontenibile, con una forza
d’urto travolgente. Chi incontra veramente Cristo sente il bisogno di
annunciarlo agli altri (Gv 1,35-51) ma non recando una notizia stanca,
ascoltata con noia, ma un annuncio sconvolgente. Chi
l’ascolta e l’accoglie pianta lì tutto e corre. In termine teologico: si
converte.
Il primo effetto dell’annuncio è così la
conversione: un orientamento nuovo di tutta l’esistenza. Un movimento che
incomincia dal cuore, che viene profondamente
rinnovato:
Gesù - si è detto sopra - è
In lui è Dio in persona che parla, perché
egli è
Quando si tratta di Cristo, è sempre inesatto coniugare al
passato il verbo parlare. Parla oggi. Per mezzo del suo Spirito la viva voce
del vangelo risuona nella Chiesa (DV 8). La sua parola passa per le labbra
di uno strumento umano: ma è sua.
E per questo l’annuncio, se trova accoglienza, ha la
forza di trasformare e di salvare. Cristo si serve degli uomini per
evangelizzare e per salvare. Ma come è l’unico
Salvatore, così è l’unico Evangelizzatore. Per essere bella,
per recare luce e salvezza, la notizia (il vangelo) deve sgorgare dalla sua
bocca divina.
Nello stesso tempo Cristo è l’oggetto
dell’annuncio. Basta guardare alla sua prima formulazione negli Atti degli
apostoli, quella che gli esegeti chiamano il Kérigma
primitivo. Può essere riassunto così: In Cristo si
compiono tutte le promesse; Egli ci salva con il suo mistero pasquale; vive
nella Chiesa e ci applica la salvezza per mezzo della Parola e dei sacramenti;
vuole la nostra risposta di fede e di conversione; tornerà come giudice per portare
a termine il piano di salvezza.
Appare chiaro che l’annuncio cristiano non
reca al mondo un complesso dottrinale. Esso predica una Persona: Gesù di Nazaret. Annuncia ciò che Egli ha fatto e
fa per salvarci. Incentra la sua attenzione sul fulcro della sua
vicenda:
L’annuncio si attinge dal vangelo che
È tra questi due poli che l’annuncio deve
muoversi, creando una felice sintesi tra la verità di sempre e l’uomo di oggi.
Ma si pone subito un problema: Dovendo fare l’aggancio
tra vangelo e vita, da dove prenderà le mosse l’annuncio? Dalla vita e dai suoi
problemi o dalla parola di Cristo per calarla nelle situazioni dei destinatari?
La scelta del punto di partenza appartiene al metodo e questo non intacca la
sostanza. Se l’uditore non è disposto ad accogliere l’annuncio, occorrerà prima
suscitare in lui una attesa e un bisogno. L’ha fatto
talora anche Gesù: ha aspettato a dire certe cose agli apostoli perché non
erano in grado di sopportarle (Gv 16,12).
Trattando con Pilato
si accontenta di piantare un dubbio nel suo cuore, senza dargli la risposta al
problema della verità. Paolo all’Aeropago di Atene cerca dapprima di suscitare nei suoi ascoltatori
l’esigenza del vero Dio, anche se non ebbe grande fortuna in quell’occasione.
Talora la strada pedagogicamente più efficace è quella che prende le mosse
dalle aspirazioni e dai problemi odierni.
Occorre aggiungere che s. Paolo segue in
genere la strada opposta: predica il Cristo crocifisso,
anche se è scandalo e stoltezza, e rinuncia ai sostegni e alle prove derivanti
dalla scienza umana. Basterà rileggere la prima parte della prima lettera ai Corinti: vi si parla di una sapienza divina che scavalca la
sapienza dell’uomo. Se si ha coraggio di gridare il
vangelo in tutta la sua forza, con le sue esigenze anche supreme, esso, con la
sua forza d’urto, scuoterà l’indifferenza di chi ascolta. Gli metterà almeno
un’inquietudine nel cuore.
I predicatori che hanno lasciato un solco
nella storia hanno fatto così.
Qualcuno potrà obiettare che sono cambiati i
tempi: è vero, ma non cambiano le leggi fondamentali della psicologia umana, e
non viene meno la forza della parola di Dio. Oggi come ieri essa è forza per
la salvezza di chiunque crede.
C’è bisogno di evangelizzatori
ricchi di quell’audacia che sgorga dalla fede.
Forse è il solo modo per fare breccia
nell’indolenza e nell’indifferenza di molti.
L’iter più congeniale
sembra dunque quello che va dalla Parola alla vita attraverso questi passaggi:
Che cosa ci dice oggi il Signore? Che significato ha
questo nel suo disegno totale? Che senso acquista per
noi concretamente? Come tradurlo nella vita? In ogni caso il centro focale
dell’annuncio è sempre
L’annuncio è più efficace quando è rivissuto
in un’esperienza comunitaria.
Sappiamo che Gesù ha affidato il suo vangelo
non a individui isolati, ma a una comunità di
salvezza. Si è adattato con ciò a una legge
fondamentale della psicologia: una verità quando è vissuta in comunità ha un
fascino più grande. Il suo annuncio si rivela allora più dinamico e più
efficace. Gli Atti degli apostoli (2,41 ss.) ci dicono che il primo nucleo
della Chiesa si è realizzato in una comunione totale: e al centro c’era una
dottrina comune trasmessa autorevolmente dagli apostoli, accolta e vissuta da
tutti con fervore e con freschezza di spirito. Questo spiega quella
meravigliosa espansione missionaria e la forza conquistatrice dell’annuncio:
I
SACRAMENTI: GESTI SALVIFICI DELLA CHIESA-SACRAMENTO
Dopo aver dato uno sguardo d’insieme su
Parola e sacramenti nei loro mutui rapporti e dopo
aver delineato le funzioni dell’evangelizzazione con i problemi principali che
essa pone, ora rivolgiamo la nostra attenzione direttamente ai sacramenti.
Diciamo subito che il sacramento non è una
cerimonia vacua né un gesto di efficacia magica, ma un
rito che incarna l’agire di Dio.
I sacramenti sono dunque gesti che incarnano
l’agire di Dio. Sono le meraviglie più grandi che Dio
compie in mezzo a noi nel tempo presente, in continuità con i gesti di salvezza
che ha operato in tutta la storia di salvezza: la creazione, l’esodo,
l’alleanza del Sinai e soprattutto
Certo questi gesti non hanno la grandiosità spettacolare degli eventi
dell’AT.
Ora tutto accade sotto il velo di umili gesti rituali: nel mistero. Ma
ciò che accade oggi è ancora più grande di ciò che accadeva allora. Questo
carattere nascosto si accorda con il progetto di Dio per il tempo presente:
tempo delle realtà nascoste nel mistero. Tutta la nostra vita (le meraviglie
operate in noi dalla grazia) è nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Il
nostro esaltante destino soprannaturale non è stato
ancora manifestato (1Gv 3,2). Un giorno lo sarà: e la sorpresa sarà
indescrivibile.
Un’ultima annotazione su questa linea. Cristo
ha tradotto l’agire di Dio in gesto umano. E questo
continua a fare nei sacramenti, i quali sono così gesti personali del Cristo
pasquale. Sono le sue mani sante e venerabili che spezzano il pane eucaristico.
Il giovane che si accosta al vescovo per ricevere l’investitura sacerdotale,
può dire in tutta verità, rivolgendosi a Cristo nella preghiera: Tu poni su
di me
L’azione sacramentale non ha Cristo come
unico protagonista: nel rito è all’opera la forza dello Spirito Santo che ci
vivifica e ci divinizza, modellandoci su Cristo.
Dire che i sacramenti sono azione
personale di Cristo è affermare una cosa
verissima. Ma non è tutto, accanto al Cristo c’è un
altro protagonista: lo Spirito Santo.
I sacramenti sono mezzi privilegiati
dell’azione che il Signore risorto esercita sulla Chiesa. In essi
Cristo si serve di strumenti umani: del ministro che agisce in persona di
Cristo secondo la celebre espressione di san Tommaso d’Aquino.
Si crea cioè una certa identità personale tra Cristo e
il celebrante: quello che fa l’uno, fa l’altro. Questo avviene in forza del carattere
speciale, ministeriale, ricevuto dal sacerdote nell’ordinazione. Egli perciò
ripete le parole e i gesti di Gesù: si pensi al momento centrale della messa.
Le parole dell’istituzione diventano così
nell’Eucaristia il momento culminante.
Dopo aver parlato di Cristo come primo
protagonista nella celebrazione dei sacramenti, parliamo ora dell’altro
protagonista: lo Spirito Santo.
La salvezza è essenzialmente una divinizzazione progressiva operata dallo Spirito Santo che è
Signore e dà la vita: è l’epifania di Dio, una manifestazione delle sue energie
che ci divinizzano. Perciò lo Spirito Santo diventa,
insieme col Cristo, protagonista della salvezza. Certo lo Spirito non opera
indipendentemente dal mistero di Cristo e della sua Pasqua. Egli interiorizza
il mistero di Cristo nell’anima di ciascun credente e fa sì che quello che è
accaduto a Cristo, accada a ognuno di noi. I
sacramenti sono spazi privilegiati di questa azione
dello Spirito. È lì soprattutto che Egli è all’opera per realizzare, in modo
progressivo verso la pienezza, quella creazione nuova e definitiva di cui la
risurrezione di Cristo è l’inizio e il pegno. Con la sua potenza
lo Spirito Santo anima ora le parole e i gesti sacramentali come ha
animato allora la vita di Cristo. È a lui che si deve l’identità tra il gesto
sacramentale e i gesti di salvezza compiuti dal Cristo storico. Di conseguenza
assume un’importanza enorme nella celebrazione l’invocazione che sollecita
l’intervento dello Spirito Santo. S. Efrem siro
scrive a riguardo dell’eucaristia: Chi mangia il corpo di Cristo con fede
mangia con lui il fuoco dello Spirito Santo.
Accanto al Cristo, e sempre in rapporto al
suo mistero pasquale, c’è lo Spirito che dispiega la sua divina energia, ci
vivifica e ci divinizza. Imprime nella Chiesa, che è il corpo di Cristo e di
cui Egli è l’anima, una forza di rinnovamento e di espansione.
E i sacramenti sono lo spazio e i mezzi privilegiati
della sua azione.
Il simbolo sacramentale ha un singolare
valore espressivo: è un linguaggio che parla a tutto l’uomo. La rivelazione di
Dio avviene con eventi e parole intimamente connessi (DV 2). Con lo
stesso stile Dio si rivela mediante la liturgia.
Fa risuonare sempre attuale la sua parola e
continua ad agire. I segni sacramentali sono la sua
azione e nell’agire Dio si rivela: parla mediante i segni.
Il simbolo è il linguaggio tipico della
liturgia. È il più suggestivo, il più plastico, il più
umano perché non parla solo all’intelligenza, ma a tutto l’uomo.
Il linguaggio simbolico è l’espressione di
una visione profondamente religiosa del mondo. Ogni realtà visibile è
considerata come immagine di una realtà spirituale e invisibile.
Questa è la via che Dio ha scelto per
incontrarsi con noi: tutta la storia sacra lo documenta. Egli che ha plasmato
l’uomo, sa bene come è fatto. L’uomo è spirito unito a un corpo: e per elevarsi allo spirituale deve passare per
il sensibile. Dice s. Giovanni Crisostomo: Se tu fossi incorporeo Dio ti
avrebbe dato doni nudi e incorporei. Ma poiché l’anima
è unita al corpo, ti ha dato cose spirituali in cose sensibili. E così la
liturgia ci mette di fronte a un mondo infinitamente
ricco di immagini e di segni gravidi di senso: gesti, movimenti, atti, oggetti.
Le cose sono assunte nel gesto: l’acqua nell’abluzione del battesimo, l’olio
nell’unzione, il pane... Questo porta con sé
conseguenze pratiche. Ne sottolineiamo due:
a) Il segno deve essere autentico: deve
sgorgare da una pienezza interiore ed esprimersi all’esterno con dignità e
verità. Per questo bisogna reagire al convenzionalismo e all’abitudine, che hanno la triste possibilità di svuotarli.
Questo accade già nel contesto
sociale: stringiamo, ad esempio, la mano a qualcuno, ma non ci rendiamo conto
che con questo vorremmo dargli la nostra fiducia, la nostra simpatia, aprire a
lui il nostro animo: è diventato un gesto meccanico e quindi vuoto e qualche
volta addirittura falso. Questo svuotamento del gesto è ancora più terribile
nella vita religiosa e specialmente nella celebrazione dei sacramenti. Quanti segni si fanno senza che più nessuno avverta la realtà
divina che vi è racchiusa.
b) La partecipazione attiva, conscia e piena al mistero passa attraverso il rito concreto. Il rito infatti non solo fa quello che dice (è efficace) ma dice
quello che fa: esprime cioè il mistero, ossia ciò che di divino accade sotto il
velo del segno. Se dunque voglio sapere quello che
accade devo guardare i gesti e ascoltare le parole. È il classico metodo mistagogico dei Padri della Chiesa.
Si può riassumere così: prendere i fedeli per
mano, condurli a una esperienza concreta del rito e
attraverso il rito farli incontrare con il mistero, cioè metterli in rapporto
vivo con il Cristo che salva.
Davanti all’acqua battesimale, il catecumeno
è tentato di pensare: Tutto lì? Ma s. Ambrogio
risponde: Sì, ma guarda con fede quell’acqua. Percorri la storia sacra e
ripensa a tutte le meraviglie che Dio ha compiuto attraverso l’acqua
(creazione, diluvio, esodo...) e capirai la meraviglia che ora sta compiendo.
Oltre ad essere segno efficace, il rito assolve così a una funzione didattica. Parla di Dio e rivela
il suo agire: qui - adesso - per noi.
Il sacramento è culto che sale a Dio e
salvezza che scende da Dio.
Il sacramento è un luogo di
incontro. È il punto in cui si incrociano i due
grandi movimenti che legano Dio all’uomo: quello per cui Egli discende a noi e
quello per cui noi saliamo a lui. Questi due movimenti possono essere definiti
con due termini: salvezza e culto.
In un passato recente era diffusa una
concezione imperfetta della liturgia, che si limitava al solo aspetto del
culto. Si sottolineava ciò che fa la chiesa verso Dio
e si lasciava in ombra ciò che Dio fa verso la chiesa. Ora il Concilio ci ha
detto con chiarezza che l’atto sacramentale è lo spazio di grazia in cui le
grandi gesta di Dio, che hanno operato la salvezza e che culminano nella Pasqua
di Cristo, si rendono presenti, sono attualizzate per salvare gli uomini di oggi che vi prendono parte. Viene dunque prima il
movimento discendente di Dio e questo a sua volta rende possibile quello
ascendente dell’uomo. Questo risponde alla struttura della storia sacra che è
essenzialmente dialogica. Dio viene incontro all’uomo con la sua parola e le
sue azioni, e l’uomo in risposta va incontro a Dio.
È tipico della religione biblica sottolineare l’iniziativa di Dio.
È sempre lui che comincia. Non si accontenta
di lasciarsi cercare dall’uomo: prende Lui l’iniziativa dell’incontro. Non è
solo Qualcuno che ascolta: è prima ancora Qualcuno che parla. Ma se Dio mi cerca, devo lasciarmi trovare. La sua offerta di alleanza deve dialogare con la mia capacità di decisione
e di fedeltà. L’azione discendente di Dio esige e provoca la cooperazione
ascensionale dell’uomo. Perché in fondo anche la mia risposta
è un dono. Il mio culto (che è fatto di fede, di amore,
di lode, di ubbidienza e di disponibilità totale) è la risposta alla sua
offerta di salvezza.
I due movimenti, salvezza e culto, non si incrociano soltanto, ma si compenetrano profondamente.
L’accettazione del dono divino (che esige fede, amore e disponibilità) è già un
atto di culto. E viceversa l’omaggio reso a Dio ricade
su di noi come azione santificante di Dio.
I Padri della Chiesa hanno espresso questa
divina verità con questa formula sintetica: Tutto ci viene dal Padre, per
mezzo del Figlio, nello Spirito Santo; e tutto, per mezzo del Figlio, nello
Spirito Santo, torna al Padre.
Il sacramento è un fulcro a cui si danno convegno tutte le dimensioni della storia sacra. È noto che
una delle acquisizioni fondamentali del Concilio è quella di aver riscoperto
Il sacramento abbraccia tutte queste
dimensioni. È la storia sacra in atto oggi, carica di tutto
il passato e gravida di tutto l’avvenire. È infatti
un gesto di quel Dio che era, che è e che viene (Ap
1,4). Rivela in ciò tutto il suo dinamismo: la sua costante tensione in avanti.
Questo risponde molto bene a
un bisogno di storicità che è molto acuto nel mondo contemporaneo. L’uomo vuole
essere presente nel mondo in modo attivo: assumere i valori per incidere
sull’oggi e migliorare la situazione in vista di un futuro diverso di fronte al
quale si sente responsabile. Si trova dunque magnificamente nella vicenda
biblica che pare ricalcata su questa esigenza.
Il sacramento non mi proietta all’indietro:
mi offre la salvezza oggi. Quando annuncio la morte e la
risurrezione di Cristo, egli muore nella mia morte al male e risorge nel mio
rinascere alla vita divina. Chi si apre mediante la fede al mistero e
alle sue esigenze, ne sperimenta, al presente, l’efficacia salvifica.
L’Eucaristia offre il
massimo di questa forza salvifica: è un mangiare il corpo di Cristo, è
comunione al calice che attua la nuova alleanza nel suo sangue: piena comunione
dunque tra Dio e gli uomini.
Altrettanto si può affermare per l’imposizione delle mani, il perdono dei
peccati, l’unzione degli infermi, ecc.
Questa presenza a sua volta si prolunga
nell’attesa. Infatti il dono sacramentale non è ancora
la salvezza definitiva: è solo caparra, anticipazione. È dunque automaticamente
in tensione verso il suo compimento finale. Celebriamo la memoria eucaristica nell’attesa
della sua venuta (cfr. 1Cor 11,26).
La venuta di Cristo nel sacramento accende la
sete della sua venuta nella gloria. Marana-tha:
vieni, Signore Gesù (1Cor 16,22), supplicava la
primitiva comunità cristiana. Mentre si stringe, gioiosa,
intorno al Risorto che si rende presente sotto il velo dei segni, la comunità
anela di contemplare il suo volto e lo cerca con passione: Il tuo volto,
Signore, io cerco (Sal 27,8).
Questa tensione è la grande speranza che solleva
Questa non è utopia, perché si fonda sulla
parola di Dio che non passa. Essa elimina la reazione di angoscia
di fronte al futuro perché mi assicura che sarà sulla linea salvifica del
presente: un futuro che sarà così meraviglioso da superare ogni attesa.
Il sacramento diventa così un gesto autentico
di speranza cristiana.
Dall’insieme di queste riflessioni appare che
il sacramento è veramente un momento privilegiato della storia della salvezza.
Esso racchiude tutte le dimensioni del mistero. Porta nel presente tutte le
meraviglie del passato e anticipa nel mistero tutta la
gloria del futuro.
Un’antifona della solennità del Santissimo
Corpo e Sangue di Cristo lo esprime magistralmente: Mistero della Cena! Ci
nutriamo di Cristo, si fa memoria della sua passione, l’anima è ricolma di
grazia, ci è donato il pegno della gloria futura.
I sette sacramenti sono modellati sul ritmo
dell’esistenza umana e l’accompagnano lungo tutto il suo percorso. A livello
umano l’uomo nasce, si nutre, cresce fino alla maturità personale e sociale, si
sposa, assume funzioni di guida nella comunità, si ammala nello spirito, declina nel fisico. In tutti questi momenti gli è accanto Dio con un gesto di salvezza. La corrispondenza tra
i sette sacramenti e i ritmi della crescita umana è
facilmente comprensibile.
Va notato che l’Eucaristia
non è solo il Pane che nutre: è il fulcro di tutto l’organismo
sacramentale, perché la presenza di Cristo in essa raggiunge il massimo di
pienezza e di efficacia salvifica. È il centro da cui Cristo irradia la sua
virtù santificatrice in tutte le direzioni. Tutti gli altri sacramenti sono
ordinati all’Eucaristia o come iniziazione (battesimo, cresima, confessione) o
come prolungamento della sua grazia alle situazioni emergenti dell’esistenza
(ordine sacro, matrimonio, unzione degli infermi). È la ragione per cui essi vengono celebrati (sempre per qualcuno, spesso per altri) in
connessione diretta con l’Eucaristia in cui vanno a inserirsi.
Tra ritmi umani e ritmo sacramentale c’è
dunque analogia e connessione.
Ne nasce una norma fondamentale: i sacramenti
si vivono nel tessuto concreto dell’esistenza. Hanno un prima
e un poi nella vita. Costituiscono un impegno che afferra il futuro. La
liturgia si rivela come una fonte: la vita morale e ascetica sgorga di lì e ne
riceve fortemente l’impronta. L’orazione posta al termine della messa sottolinea normalmente questa ripercussione che l’atto
sacramentale deve avere nella vita.
Diceva s. Leone Magno: Bisogna compiere
con le opere ciò che è stato celebrato nei sacramenti. Intesa così, la
liturgia mette con le spalle al muro. Dà una carica dinamica a tutta
l’esistenza e ne orienta gli atti. Scrive s. Paolo: Non
potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni (1Cor 10,14-22).
Questa incompatibilità sottolineata da Paolo
ne richiama tante altre. La coerenza con il dono ricevuto impegna a uno stile nuovo di vita. Santificandomi il sacramento mi
fa essere un uomo nuovo, ma di lì deve nascere un modo di agire nuovo,
sostenuto dall’energia divina del sacramento.
Il sacramento domanda dunque di produrre i
suoi frutti nell’esistenza concreta.
Ma con ciò non è detto tutto sul rapporto tra sacramenti
e vita. Esso va nei due sensi: dalla vita ai sacramenti e dai sacramenti alla
vita. Non un rito vuoto, senza alcun rapporto con la realtà
concreta. Meno ancora un varco che ci immette
in un mondo irreale e offre un alibi per il disimpegno dalle responsabilità
quotidiane. Ma i riti sacramentali sono gesti in cui confluisce la vita
concreta e quindi punti di arrivo. E sono sorgenti di
grazia che offrono luce e forza per dare un senso nuovo al vivere di ogni giorno e quindi punti di partenza. Le due
prospettive sono complementari: devo celebrare quello che vivo per giungere a
vivere quello che celebro.
I gesti sacramentali vengono dalla vita.
Cristo ha assunto alcune azioni comuni dell’uomo (come il banchetto, il lavacro
o l’unzione) e, cariche di tutto il simbolismo che avevano preso nella storia
sacra, ne ha fatto dei mezzi per un incontro con lui. Ha dato una qualifica
divina a strutture umane. E questo sembra quasi un
invito esplicito a percorrere la via che dall’esperienza umana va all’incontro
sacramentale: dal dolore sperimentato drammaticamente ogni giorno alla Pasqua
di Cristo celebrata nell’Eucaristia, che rovescia il dolore e ne fa una
sorgente di gioia e di vita; dall’esperienza amara del peccato all’incontro con
il Padre che mi stringe al cuore e mi rinnova con il suo perdono.
L’incontro sacramentale a sua volta rimanda
alla vita: esige il prolungarsi nella realtà di ogni
giorno, in cui Cristo è presente anche se in modo diverso: avvenimenti lieti e
tristi, lavoro, contatto con il prossimo, ecc. La liturgia domanda che i
fedeli esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede (SC 10).
In particolare l’incontro sacramentale accompagna l’uomo nei momenti più significativi dell’esistenza che esigono scelte decisive.
Nel momento di testimoniare coraggiosamente il vangelo, la grazia della cresima
mi infonde forza. Quando i fratelli esigono da me un
dono totale in spirito di servizio ed è necessaria una forte
carica di sacrificio, l’Eucaristia mi comunica la grazia di Colui che è
venuto a servire e a dare la vita e l’ha fatto fino alla morte in croce. Quando
l’armonia familiare si incrina per la frizione dei
temperamenti o il contrasto delle idee, la grazia del matrimonio risuscitata
mediante la preghiera, comunica la fedeltà dell’amore di Cristo per la sua
chiesa e porge una grazia per sormontare tutti gli ostacoli. Nei momenti
critici il ministro sacro deve risuscitare la grazia che gli è stata data
con l’imposizione delle mani (2Tm 1,6).
Il sacramento si prolunga nella vita grazie a
tre atteggiamenti fondamentali:
a) Partecipazione alla missione ecclesiale di
cui ogni battezzato è investito. Dal sacramento si esce inviati agli uomini. È
come se ci venisse detto: Andate e comunicate agli
altri il dono ricevuto, gridate sui tetti la bella notizia che Dio ci ama e ci
salva, ci dona il suo Cristo, e questo Cristo è presente risorto tra gli uomini
e per gli uomini.
Celebrare l’eucaristia e annunciare Cristo
agli uomini fa parte dell’unica missione di rendere Cristo presente agli uomini
perché essi entrino in comunione di salvezza con Lui (Durwell, Il mistero
pasquale sorgente di apostolato, pag. 170).
b) Testimonianza di fronte ai fratelli. Chi
ha fatto l’esperienza viva del Cristo - che - si -
dona - a me, va verso gli altri con un’esistenza segnata da quel dono. È spinto
a ricalcare le orme di Cristo, ne assume lo stile di
servizio, riversa sugli altri l’amore che l’ha inondato e reso felice. Diventa
segno dell’amore di Cristo che si dona.
Come membro del corpo di Cristo sente il
bisogno di mettersi a servizio della riconciliazione tra gli uomini. Come
risorto con Cristo si presenta al mondo con un’aria di gente salvata.
A leggere il NT sembra che la testimonianza
sia riservata a quelli che hanno visto il Signore Gesù
nella sua vita terrena. In realtà essa è opera dello Spirito Santo ed è legata
all’esperienza di fede: Abbiamo creduto, perciò parliamo (2Cor 4,13). È un linguaggio a base di fatti, che grida il
vangelo con la vita e lo annuncia mediante la santità.
c) Impegno per una liberazione totale: quella
che ci ha recato con la sua Pasqua.
Ogni sacramento rappresenta un momento forte
di questa liberazione: è un gesto liberatore di Cristo. Mi libera perché io
diventi a mia volta liberatore, operando perché ogni
uomo abbia accesso alla libertà dei figli di Dio, impegnando le mie forze
perché il nostro sia un mondo nuovo nel quale abita la giustizia (2Pt 3,13).
Siamo alla fine di questa rapida corsa
panoramica. Essa nella sua brevità non ci ha permesso di approfondire alcun
aspetto, ma avrà almeno mostrato la vastità del
panorama teologico e pastorale che ci offre il binomio vangelo-sacramenti.
Essi sono una coppia di realtà inseparabili e
sono ordinate l’una all’altra.
C’è un movimento dialettico, logico,
convincente che va dall’annuncio ai sacramenti, e dai sacramenti all’annuncio.
Vissuti coerentemente conducono alla vita in Cristo che è la santità. Usati con
intelligente impegno dalla pastorale, conducono gli altri alla salvezza. Sono i
grandi mezzi di cui dispone la chiesa per dare un volto nuovo alla storia umana.