L'UNZIONE
DEGLI INFERMI
(Pedron Lino)
Il sacramento
riservato ai malati veniva chiamato "estrema unzione". Ma in che
senso? Il catechismo del Concilio di Trento ci fornisce una spiegazione che non
ha nulla di conturbante: "Questa unzione viene chiamata
"estrema" perché è amministrata per ultima, dopo le altre unzioni
affidate da Cristo alla sua Chiesa" come segni sacramentali. Pertanto
"estrema unzione" vuole significare quella che si riceve normalmente
dopo le unzioni del battesimo, della confermazione o cresima, ed eventualmente
dell’ordinazione sacerdotale, se uno è sacerdote. Nulla dunque di tragico in
tale termine: estrema unzione vuol dire l’ultima unzione, l’ultima della lista,
l’ultima in ordine di tempo.
Ma il popolo
cristiano non ha inteso in tale senso la spiegazione del catechismo e si è
fermato al terribile significato di "estrema unzione" come di unzione
definitiva dalla quale non esiste via di ritorno. Per moltissimi l’estrema
unzione è l’unzione al termine della vita, il sacramento di quelli che stanno
per morire.
Ma non è questo il
significato cristiano che la Chiesa ha sempre dato a questo sacramento.
Il Concilio
Vaticano II riprende l’antica denominazione "unzione degli infermi" o
"unzione dei malati" per ritornare alla tradizione e orientarci verso
un uso più giusto di questo sacramento. Ritorniamo brevemente indietro nei
secoli, al tempo e nei luoghi dove furono istituiti i sacramenti.
Il grano, la vite
e l’ulivo erano i pilastri dell’economia antica, essenzialmente agricola. Il
pane per la vita, il vino per la gioia e i canti, l’olio per il sapore,
l’illuminazione, la medicina, i profumi, l’atletica, lo splendore del corpo.
Nella nostra
civiltà dell’illuminazione elettrica e delle medicine chimiche, l’olio è
scaduto dal suo prestigio di un tempo. Tuttavia noi continuiamo a chiamarci
cristiani, nome che significa: coloro che hanno ricevuto l’unzione d’olio.
Vediamo così, immediatamente, l’importanza che i riti d’unzione hanno per il
cristiano: si tratta di manifestare la nostra partecipazione al Cristo (l’Unto)
proprio in ciò che lo definisce.
L’olio, dunque,
sulla base dei suoi usi nella cultura semitica, resterà per noi cristiani
innanzitutto il segno della guarigione e della luce.
Per le sue
proprietà che lo rendono inafferrabile, penetrante e corroborante, resterà
inoltre il simbolo dello Spirito Santo.
L’olio presso il
popolo d’Israele ha avuto la funzione di consacrare persone e cose. Ricordiamo
un solo esempio: la consacrazione del re Davide. "Samuele prese il
corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli e lo
Spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi" (1Sam
16,13).
Infine, al culmine
di tutto vediamo l’uomo Gesù, penetrato completamente dallo Spirito Santo (At
10,38) per impregnare il mondo di Dio e salvarlo. Attraverso Gesù i santi olii
comunicano ai cristiani la multiforme grazia dello Spirito Santo.
L’unzione degli
infermi non è un rito di consacrazione, come quello del battesimo e della
confermazione, ma un gesto di guarigione spirituale e corporale da parte di
Cristo attraverso la sua Chiesa. Nel mondo antico, l’olio era la medicina che
normalmente veniva applicata sulle ferite. Così, ricorderete il buon samaritano
della parabola evangelica che versa sulle ferite di colui che era stato
aggredito dai briganti del vino per disinfettarle e dell’olio per lenirne i
dolori. Ancora una volta il Signore prende un gesto della vita quotidiana e
concreta (l’uso medicamentoso dell’olio) per assumerlo come funzione rituale
ordinata alla guarigione dei malati e al perdono dei peccati. In questo
sacramento, guarigione e perdono dei peccati sono associati. Questo, forse,
vuol indicare che il peccato e la malattia sono legati tra loro, hanno una
relazione tra loro? La Scrittura ci presenta la morte come legata alla
condizione di peccato della specie umana. Nel libro della Genesi, Dio dice
all’uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma
dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché,
quando tu ne mangiassi, certamente moriresti" (Gen 2,16-17). Ciò
significa che l’uomo, per sua natura sottoposto al ciclo nascita - crescita - morte
come tutti gli altri viventi, avrebbe avuto il privilegio di sottrarvisi
mediante la sua fedeltà alla propria vocazione divina. S. Paolo è esplicito:
questa coppia infernale, il peccato e la morte, è entrata di pari passo nel
mondo degli uomini: "Come a causa d’un solo uomo il peccato è entrato
nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli
uomini, perché tutti hanno peccato" (Rm 5,12).
Ora, la malattia è
il preludio, vicino o lontano, della marcia funebre della morte. La malattia,
come la morte, fa parte del giro di satana. Come la morte, anche la malattia ha
un grado di parentela con il peccato. Con questo non intendiamo dire che uno si
ammala perché ha offeso personalmente Dio. Gesù stesso corregge questa idea.
Leggiamo nel vangelo di Giovanni: "(Gesù) passando vide un uomo cieco
dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: "Rabbì, chi ha peccato,
lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?". Rispose Gesù:
"Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero
in lui le opere di Dio"" (Gv 9,1-3).
Dunque, ripetiamo:
uno non si ammala perché ha offeso personalmente Dio (diversamente non si
spiegherebbero le malattie e la morte dei bambini innocenti), ma vogliamo
affermare che la malattia come la morte raggiunge e colpisce l’uomo solo perché
l’umanità è in condizione di peccato, è in uno stato di peccato.
I quattro vangeli
ci presentano Gesù che guarisce in massa i malati. Assieme all’annuncio della
parola, è questa la sua attività. La liberazione dal male di tanti infelici è
un annuncio straordinario della buona novella. Gesù li guarisce per amore e
compassione, ma anche, e soprattutto, per offrire dei segni della venuta del
regno di Dio.
Con l’entrata in
scena di Gesù, satana constata che è arrivato uno più forte di lui (Lc 11,22).
Egli è venuto "per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che
della morte ha il potere, cioè il diavolo" (Eb 2,14).
Prima ancora della
sua morte e della sua risurrezione, Gesù allenta la morsa della morte, guarendo
i malati: nei salti degli zoppi e dei paralitici guariti ha inizio la danza
gioiosa dei risorti.
Il vangelo, con
acutezza, usa il verbo risorgere per indicare tali guarigioni che sono il
preludio della risurrezione di Cristo.
Dunque, peccato,
malattia e morte sono tutta farina del sacco del diavolo.
S. Pietro, nel suo
discorso in casa di Cornelio, sottolinea la verità di queste interferenze:
"Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale
passò beneficando e sanando tutti coloro che stavano sotto il potere del
diavolo, perché Dio era con lui... Poi essi lo uccisero appendendolo a una
croce, ma Dio l’ha risuscitato il terzo giorno... Chiunque crede in lui ottiene
la remissione dei peccati per mezzo del suo nome" (At 10,38-43).
Nella sua azione e
nella sua morte onnipotente, Cristo getta fuori dal mondo il principe di questo
mondo (Gv 12,31). In questa ottica possiamo comprendere il senso vero e
profondo di tutti i miracoli di Cristo e dei suoi discepoli e il senso del
sacramento dell’unzione degli infermi che non è altro che la presenza di Cristo
che continua la sua opera di perdono e di guarigione attraverso la sua Chiesa.
La guarigione del paralitico di Cafarnao è un esempio tipico che mette in luce
questa verità. Leggiamo il vangelo di Marco al capitolo secondo (Mc 2,1-12).
La guarigione di
questo infelice mette in risalto tre meraviglie di Dio:
1 - esiste uno stretto rapporto fra il peccato e la
malattia. Viene portato a Gesù un malato e Gesù diagnostica ancora più in
profondità: è un peccatore. E scioglie questo nodo di male e di peccato non con
il potere dell’arte medica, ma con la sua parola onnipotente che distrugge in
quell’uomo lo stato di peccato. La malattia è entrata nel mondo a causa del
peccato: malattia e peccato scompaiono insieme per la potenza di Cristo;
2 - la guarigione del paralitico è offerta da Gesù come
la prova che egli ha il potere di rimettere i peccati, ossia di guarire l’uomo
anche spiritualmente: è lui che vivifica tutto l’uomo;
3 - questo miracolo annuncia anche una grande realtà
futura: il salvatore apporterà a tutti gli uomini la guarigione definitiva da
ogni male fisico e morale.
Gesù non è dunque
un guaritore, ma il salvatore.
Certamente egli si
è presentato come il medico venuto per i malati (Mc 2,17), ma non dissocia
malattie corporali da infermità spirituali. Cristo non è il medico dei corpi,
ma delle persone. E le persone sono, innanzitutto e spesso (ma non sempre, come
abbiamo già detto!), malate per i loro peccati: come la ruggine della spada che
corrode la guaina.
Non vogliamo fare
d’ogni erba un fascio e quindi ricordiamo nuovamente che ognuno, oltre alle
eventuali responsabilità personali, è solidale con i peccati dell’umanità.
I vangeli non
dissociano le forze demoniache dalle malattie corporali: le une e le altre
portano l’impronta del maligno. Gesù, ripetiamo, non è un guaritore, ma il
salvatore che è venuto ad affrontarle, non separatamente, ma in blocco. Dice il
vangelo: "Venuta la sera gli portarono molti indemoniati ed egli
scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si
adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: "Egli
ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie""
(Mt 8,16-17).
Ecco qui l’ultima parola
del mistero e la sua pesante contropartita: Gesù, guarendo, manifesta d’aver
preso su di sé tutto il male, inseparabilmente fisico e spirituale,
dell’umanità e d’essere lui stesso pronto a soffrirne nella sua carne e nel suo
spirito fino alla morte.
Troviamo qui la
fonte dell’unzione degli infermi come, d’altra parte, di tutti i sacramenti:
appunto nel mistero pasquale di Cristo morto e risorto. Gesù annuncia questo
sacramento fin dalla costituzione del gruppo dei dodici, quando li invia in
missione: "Strada facendo, predicate che il regno di Dio è vicino.
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demoni"
(Mt 10,7-8). E Marco racconta: "E partiti, predicavano che la gente si
convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li
guarivano" (Mc 6,12-13).
Qui le unzioni
fatte dagli apostoli non hanno più il carattere medicamentoso allora usuale:
diventano un segno rituale; sono fatte non in virtù del potere curativo proprio
dell’olio, ma in nome e per la potenza del Signore Gesù. L’unzione di quei
malati manifesta la fede degli apostoli e fa appello alla forza di Cristo
contro il male e a favore della vita. "Convertirsi" spiritualmente ed
"essere guariti" corporalmente: questo significa concretamente espellere
le potenze demoniache e aprirsi al regno di Dio che viene. Il sacramento
dell’unzione degli infermi realizza tutto questo.
Infatti i
discepoli dopo la risurrezione di Gesù continueranno in suo nome l’amore del
salvatore per gli infermi, mediante la preghiera su di loro e il gesto
d’unzione che Gesù ha insegnato e comandato loro. La lettera di Giacomo ne è la
testimonianza ispirata.
Possediamo il
documento divino dell’unzione degli infermi, promulgato appunto nella lettera
di san Giacomo. Nel capitolo quinto leggiamo: "Chi è malato, chiami a
sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con l’olio,
nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il
Signore lo rialzerà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati.
Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli
altri per essere guariti" (Gc 5,14-16).
Facciamo tre brevi
osservazioni. Il testo dice: chi è malato non chi è agonizzante. Il termine greco
asthenès indica un infermo che non ha più la forza per muoversi, chiuso in
camera, se non proprio inchiodato a letto, per un male serio o per la
vecchiaia. Ebbene, se lui non può muoversi, sarà la comunità a spostarsi: la
Chiesa, nella persona dei suoi presbiteri, verrà a lui. È Cristo stesso che
viene a lui nella persona dei suoi ministri.
"Il
Signore lo rialzerà": lo
risusciterà, lo rimetterà in piedi, come fece alzare il paralitico di Cafarnao,
quello della porta di Betzaetà, la suocera di Simon Pietro (Mc 1,31), la figlia
di Giairo (Mt 9,25), il figlio della vedova di Nain (Lc 7,14) e molti altri.
I testi ispirati
usano lo stesso verbo greco "eghèiro" che significa alzarsi,
risuscitare, che useranno per indicare la risurrezione di Cristo. Questa continuità
nel vocabolario sottolinea la portata messianica delle guarigioni operate da
Gesù: proprio perché Cristo doveva "rialzarsi" vivo dalla morte ha
potuto "rialzare" i malati e i morti come segno e annuncio della sua
risurrezione e della guarigione e risurrezione generale di tutti gli uomini.
"Se ha
commesso dei peccati, gli saranno perdonati". Guarigione e remissione
dei peccati sono legate, come sono legati malattia e peccato. La preghiera e
l’unzione, dunque, portano la salvezza in profondità: per il corpo e per lo
spirito, per il tempo e per l’eternità.
Se la malattia è
il male di tutto l’uomo (corpo e spirito) e la manifestazione del suo male
spirituale (il peccato), il rimedio dell’unzione si rivolge a questa totalità
umana allo scopo d’apportarle la salvezza, una salvezza di grazia, che si
realizzerà secondo il segno ancora provvisorio della guarigione, o la salvezza
nella gloria mediante l’entrata nell’universo della risurrezione.
I vescovi e i sacerdoti devono continuare il Cristo non solo proclamandone la
buona novella, ma anche imponendo le mani ai malati, pregando per essi e
confortandoli: ciò che hanno fatto fedelmente lungo tutto il corso dei secoli.
Come potete
constatare, gli effetti dell’unzione sono la salute del corpo e la remissione
dei peccati: cioè la salute totale dell’uomo.
Il sacramento
dell’unzione è sempre stato considerato il sacramento degli infermi anche se
spesso è stato celebrato su dei mezzi-morti.
Il rituale romano
di Paolo V, pubblicato nel 1614, in applicazione al Concilio di Trento e in uso
fino al Concilio Vaticano II, aveva questa bellissima preghiera: "Guarisci,
o nostro redentore, per la grazia dello Spirito Santo, le infermità di questo
malato. Medica le sue ferite, perdona i suoi peccati, allontana tutto quanto lo
fa soffrire nell’anima e nel corpo. Per la tua misericordia rendigli la piena
salute spirituale e corporale perché, guarito per opera della tua bontà, sia
capace di riprendere i suoi abituali impegni... Ti supplichiamo, Signore,
guarda con bontà il tuo servo il cui corpo è prostrato dalla malattia, e rendi
la forza a questa creatura che tu hai creato. Che la prova lo purifichi e possa
ritornare in salute per opera tua... Signore... libera il tuo servo dalla
malattia e rendigli la salute; la tua mano lo rialzi, la tua forza lo
consolidi, la tua potenza lo protegga e, con tutta la prosperità che si possa
desiderare, rendilo alla tua santa assemblea..."
Chi ha seguito fin qui con attenzione queste invocazioni e questi formulari di preghiera avrà sicuramente capito una cosa: questo sacramento è per la salute dei malati e non per accompagnare alla tomba i morti.
Ecco allora che cosa dice la costituzione sulla liturgia "Sacrosantum Concilium" del Concilio Vaticano II: "L’estrema unzione, che può essere chiamata anche, e meglio, unzione degli infermi, non è il sacramento di coloro soltanto che sono in fin di vita. Perciò il tempo opportuno per riceverla si ha certamente già quanto il fedele, per malattia o per vecchiaia, comincia ad essere in pericolo di morte" (SC 73).
Ora, ogni malattia seria mette in pericolo di morte, almeno lontanamente. L’unzione è opportuna fin dal momento in cui il paziente comincia ad essere in pericolo.
Dobbiamo ammettere che il pensiero della morte possibile è presente in ogni malattia, e, a più forte ragione, quando si è anziani.
Questa età è già in se stessa una seria infermità e la sua fragilità è piena di rischi.
Il nuovo rituale,
quello attualmente in uso, nella sua introduzione pastorale, precisa:
- prima di
un’operazione chirurgica si può dare all’infermo la sacra unzione, quando,
motivo dell’operazione è un male pericoloso;
- ai vecchi, per
l’indebolimento accentuato delle loro forze, si può dare la sacra unzione,
anche se non risultano affetti da alcuna grave malattia;
- anche ai bambini
si può dare la sacra unzione, purché abbiamo raggiunto un uso di ragione
sufficiente a far loro sentire il conforto di questo sacramento;
- quanto ai malati
che abbiamo eventualmente perduto l’uso di ragione o si trovino in stato
d’incoscienza, se c’è motivo di ritenere che nel possesso delle facoltà essi
stessi, come credenti, avrebbero chiesto l’unzione, si può senza difficoltà
conferire loro il sacramento;
- se il sacerdote
viene chiamato quando l’infermo è già morto, raccomandi il defunto al Signore,
perché gli conceda il perdono e lo accolga nel suo regno, ma non gli dia
l’unzione.
"Il
sacramento si può ripetere qualora il malato guarisca dalla malattia nella
quale ha ricevuto l’unzione, o se nel corso della medesima malattia subisce un
aggravamento".
Nel nuovo rituale
sono state soppresse le unzioni sugli occhi, le orecchie, le narici, le labbra,
e sui piedi, e sono state sostituite da un’unzione sulla fronte e da un’altra
sulle palme delle mani. La fronte e le mani aperte rappresentano tutto l’uomo:
il pensiero e l’azione.
Questa è la
formula recitata durante la santa unzione: "N., per questa santa
unzione e la sua piissima misericordia, ti aiuti il Signore con la grazia dello
Spirito Santo. R. Amen - E, liberandoti dai peccati, ti salvi nella sua bontà e
ti sollevi. - R. Amen".
Anche questo
sacramento, come tutti gli altri, è una celebrazione comunitaria. Deve essere
celebrato in una riunione fraterna della famiglia umana e cristiana attorno a
questo suo membro sofferente. Questa celebrazione non si può improvvisare in
qualche modo. È necessario scegliere il giorno e l’ora adatti per parenti,
amici, medici, infermieri, vicini. Meglio ancora se si organizzano celebrazioni
collettive dell’unzione degli infermi, quando li si può riunire in una sala o
in chiesa, circondati da affetto fraterno e sorretti dalla fede e dalla
preghiera della comunità cristiana.
Dice il Concilio
Vaticano II: "Con la sacra unzione degli infermi e la preghiera dei
presbiteri, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e
glorificato, perché alleggerisca le loro pene e li salvi, anzi li esorta a
unirsi spontaneamente alla passione e alla morte di Cristo, per contribuire
così al bene del popolo di Dio" (LG 11).
Tutta la Chiesa
per gli ammalati, gli ammalati per tutta la chiesa, nel Cristo sofferente e
glorioso.
Concludiamo.
L’unzione degli infermi non è un rito funebre, ma un aiuto per vivere
cristianamente la malattia. Vivere la malattia può includere anche l’atto
supremo della vita: il morire. L’accoglienza serena della morte realizza nel
modo più autentico la nostra vita cristiana: vita di fede, di speranza e di
carità. Anche per il cristiano, come per Cristo, giungerà prima o poi l’ora di
passare da questo mondo al Padre (Gv 13,1). Anche il cristiano, come Cristo,
darà la risposta che esprime il totale abbandono fiducioso: "Padre,
nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46).
VEDI ANCHE
IL RITO dell’unzione degli infermi
Tratto da http://www.naranatha.it