TEOLOGIA
BIBLICA: MARIA
Pedron Lino
Indice:
Maria
nell'Antico Testamento
Maria erede
della fede di Israele al Sinai
Maria arca
della nuova alleanza
Maria
personificazione di Gerusalemme
Da Israele
popolo della "memoria" a Maria che "conserva tutto nel
cuore"
Maria
"profeticamente adombrata" nell'Antico Testamento
Maria nel
Nuovo Testamento
Preparazione
all'incarnazione
Madre di Gesù
e vergine
La madre del
Messia
Sposa delle
nozze messianiche a Cana (Gv
2,1-12)
Maria e la
Chiesa
Conclusione
La persona e la
missione di Maria, madre di Gesù, sono state prefigurate in vari modi nell’AT.
Per verificare questa affermazione prenderemo come
guida gli autori del NT. Essi, infatti, per primi hanno intravisto la figura
della Vergine nelle persone e nelle istituzioni dell’antica alleanza.
Adottando questo
criterio di lettura si ottengono molti risultati, e tutti convergono nel
considerare Maria come il compimento d’Israele in cammino verso il messia
redentore.
In questa breve
esposizione metteremo in luce il modo col quale Matteo, Luca e Giovanni hanno riletto in chiave mariana diverse pagine dell’AT.
I
MARIA EREDE DELLA FEDE DI
ISRAELE AL SINAI
1. IL SÌ DELL’ALLEANZA AL SINAI
Il patto tra Dio e
il popolo di Israele, sancito al monte Sinai (Es 19-24), è come il vangelo dell’AT. Il Signore, mediante
il suo portavoce Mosè, così parlò al popolo radunato
alle pendici del Sinai: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto
all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e
vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e
custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli,
perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una
nazione santa (Es 19,4-6).
Mosè allora spiegò ai suoi fratelli e alle sue sorelle il contenuto del messaggio di Dio. Col suo
insegnamento fece loro capire la portata delle esigenze inerenti alla proposta
offerta loro dal Signore. Dio, infatti, propone, non impone.
La libertà, dono di Dio creatore, è essenziale al dialogo dell’alleanza.
Dopo che Mosè ebbe chiarito i termini della
volontà divina, tutto il popolo rispose coralmente: Quanto il Signore
ha detto, noi lo faremo (Es 19,8; cfr. 24,3.7). Queste parole furono il sì col quale
Israele accettava di unirsi al suo Dio, come sposa allo sposo. In tal modo
erano conclusi gli sponsali dell’alleanza (cfr. Ez 16,8).
Quella confessione
di fede incondizionata meritò la compiacenza di Dio, che confidava a Mosè: Ho udito le parole che questo popolo ti ha
rivolte; quanto hanno detto va bene. Oh! se avessero
un tal cuore da temermi e da osservare i miei comandi, per essere felici loro e
i loro figli per sempre! (Dt
5,28-29).
Effettivamente si
può dire che ogni generazione del popolo ebraico abbia fatto memoria assidua e
gelosa di quella promessa di fedeltà pronunciata al Sinai, nel giorno
dell’assemblea (Dt 4,10), quello in cui Israele
nasceva come popolo di Dio. Difatti il contenuto di quella frase era ripetuto
ogni volta che la comunità israelitica rinnovava gli obblighi dell’alleanza del
Sinai.
In simili
circostanze ritorna di scena il mediatore, che può essere un profeta, un re, un
capo del popolo o un sacerdote. La sua funzione, a somiglianza di Mosè, rimane sempre quella di catechizzare i suoi fratelli,
a volte provocando interpellanze e rispondendo a
eventuali obiezioni e quesiti. Dopodiché il popolo rispondeva: Noi serviremo
il Signore (Gs 24,24); oppure: Faremo come tu
dici, ossia come dice il mediatore a nome di Dio (Esd 10,12; Ne 5,12; 1 Mac 13,9).
2. IL SÌ DI MARIA ALL’ANNUNCIAZIONE
E A CANA
Alla luce di
quanto abbiamo esposto, possiamo forse comprendere meglio l’atteggiamento di
Maria all’annuncio dell’angelo e alle nozze di Cana.
L’annunciazione
Questa notissima pagina del vangelo di Luca (1,26-38) ha delle
analogie con la ratifica della primitiva alleanza stipulata al Sinai (Es 19,3-8). Come per l’alleanza al Sinai vi fu un mediatore
che parlava a nome di Dio, così per l’annuncio a Maria
vi è un angelo (Gabriele) mandato da Dio (Lc 1,26).
In veste di portavoce del suo Signore, Gabriele rivela a Maria qual è il
progetto che Dio ha su di lei: Tu hai trovato grazia presso Dio. Ecco
concepirai un figlio... (1,30-33).
A questa donna del
suo popolo Dio chiede di diventare madre del Figlio suo; il quale, ereditando le promesse fatte al re Davide (2Sam 7), regnerà
per sempre sulla casa di Giacobbe, che è
Come si comporta
Maria dinanzi a questa rivelazione inaudita? Il suo atteggiamento è quello
tipico del popolo di cui è figlia. Israele, infatti, è una comunità di fede che
Dio aveva educato all’ascolto della sua parola; un
ascolto che si trasforma in dialogo sapiente e intelligente.
Fin dal primo
momento in cui propose l’alleanza al Sinai, Dio volle
che Mosè spiegasse chiaramente all’assemblea le implicanze del suo disegno. E così
avvenne a Nazaret. Per mezzo del suo angelo, Dio
parla tre volte a Maria: Esulta... (V. 38), Non temere... (Vv. 30-33), Lo Spirito Santo scenderà su di te... (Vv. 35-37). E per tre volte è
descritta la reazione di Maria. E dopo che l’angelo la
rassicura su come potrà avverarsi l’incredibile (Lo Spirito Santo scenderà
su di te...), Maria si consegna a Dio, dicendo: Eccomi; io sono la serva
del Signore. Oh sì, avvenga su di me secondo la tua parola! (1,38). Nella
risposta di Maria avvertiamo l’eco delle formule che tutto il popolo di Israele pronunciava quando dava il proprio assenso
all’alleanza: Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo (Es 19,8; 24,3.7), Noi serviremo il Signore (Gs 24,24), Faremo come tu dici (Esd
10,12; Ne 5,12; 1 Mac 13,9).
Nel dialogo di
Maria con l’angelo rivive il dinamismo delle interpellanze tra l’assemblea
d’Israele e i suoi mediatori. Nell’intenzione dell’evangelista ciò significa
che la fede d’Israele trova la sua pienezza e la sua
maturazione sulle labbra di Maria. Realmente ella è
Le nozze di Cana
Giovanni introduce
questo episodio con le parole il terzo giorno (Gv 2,1). Così facendo egli manifesta il proposito di voler
inquadrare il racconto nell’ottica dell’alleanza del
Sinai, con le seguenti corrispondenze di base: al Sinai, il terzo giorno,
Dio rivelò la sua gloria, dando la legge dell’alleanza a Mosè,
affinché il popolo credesse anche a lui (Es
19,10.11.16); a Cana, il terzo giorno, Gesù
rivelò la sua gloria dando il vino nuovo, simbolo del suo vangelo, che è la
legge della nuova alleanza, e i discepoli credettero
in lui (Gv 2,1-11).
Nell’ambito di
questi richiami vicendevoli tra il Sinai e Cana trova
collocazione anche il suggerimento di Maria ai servi: Quanto
egli vi dirà, fatelo (V. 5). Esso echeggia la dichiarazione di fede emessa
da Israele al Sinai: Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo (Es 19,8; cfr. 24,3.7).
È sintomatico che
Giovanni ponga sulle labbra della Vergine le parole che il popolo eletto
pronunciò al Sinai. Abbiamo qui una identificazione,
sia pure indiretta, tra la comunità di Israele e la madre di Gesù. E siccome nel linguaggio biblico il popolo è rappresentato
spesso sotto l’immagine di una donna, si può comprendere come Gesù,
rivolgendosi a sua madre, usi il termine donna (Gv
2,4), che diversamente sarebbe inconsueto e incomprensibile in un dialogo tra
madre e figlio. In termini espliciti: Gesù vede nella madre sua l’incarnazione
dell’ideale dell’antico Israele giunto alla pienezza dei tempi.
II
MARIA ARCA DELLA NUOVA ALLEANZA
1. ALLEANZA E ARCA NELL’ANTICO TESTAMENTO
Le tradizioni
dell’AT associano strettamente la nozione di alleanza
a quella di arca. Infatti appena fu conclusa
l’alleanza fra Dio e il popolo di Israele al monte Sinai, il Signore diede quest’ordine: Essi mi faranno un santuario ed io abiterò
in mezzo a loro (Es 25,8). Gli israeliti allora
eressero la tenda del convegno e all’interno di essa,
per ordine del Signore, collocarono l’arca dell’alleanza. Essa aveva la forma
di un cofano rettangolare fatto con legno di acacia;
misurava all’incirca cm. 112 di lunghezza e 66 di larghezza e di altezza (Es 25,10).
Dentro quest’arca erano custodite le due tavole dei comandamenti
dati da Dio a Mosè sul Sinai come documento-base
che avrebbe regolato l’alleanza (Es 25,16,31,18; Dt 10,1-5). In questo modo l’arca divenne il segno
sensibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo: Stabilirò la mia
dimora presso di voi, sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo (Lv 26,11).
Per rappresentare
questa dimora di Dio in mezzo al suo popolo (la shekinàh),
i libri dell’AT impiegano spesso l’immagine della nube. Con l’uso di questo elemento figurativo-simbolico,
essi parlano di Dio che scende ad abitare sul monte Sinai (Es
24,16), nella tenda del convegno (Es 40,34-35) e,
infine, nel santo dei santi del tempio di Gerusalemme (1Re 8,10-12; 2Cr 5,13).
Qui l’arca ebbe sistemazione definitiva, dopo l’insediamento d’Israele in
Palestina.
2. IL GREMBO DI MARIA, TABERNACOLO DI DIO
Le linee sparse
delle tradizioni sull’arca trovano una singolare convergenza in Maria.
Soprattutto Luca ci è di guida per questa rilettura
mariana del simbolismo connesso all’arca.
L’annunciazione
Lc 1,35, secondo molti esegeti, sembra il ricalco di Es 40,34-
La nube che
avvolgeva la tenda era il segno che all’interno di essa
dimorava la presenza del Signore. Analogamente in Lc
1,35 leggiamo: Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra
la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà
dunque santo e chiamato Figlio di Dio.
La visita di Maria a
Elisabetta
Questa pagina è
modellata visibilmente su 2 Sam 6, ove si narra il
trasferimento dell’arca dell’alleanza da Baala di Giuda a Gerusalemme. Ecco alcune delle rassomiglianze che
intercorrono tra i due racconti:
a)
Tutti e due gli episodi hanno luogo nella regione di
Giuda (2Sam 6,1-2; Lc 1,39).
b)
Tutti e due i viaggi sono caratterizzati da
manifestazioni di gioia:
- del popolo e di Davide che danza (gr. skirtàn) davanti all’arca;
-
di Elisabetta e di Giovanni Battista che sussulta di
gioia (gr. skirtàn)
nel seno materno.
c)
La presenza dell’arca in casa di Obed-Edom
e l’ingresso di Maria in casa di Zaccaria sono motivo di benedizione (2Sam
6,11.12; Lc 1,41).
d)
Davide esclama: Come potrà venire da me l’arca del Signore? (2Sam 6,9); e Elisabetta: A che debbo che la madre del
mio Signore venga a me? (Lc
1,43).
Dal
confronto dei testi colpisce il parallelismo l’arca del Signore e la
madre del mio Signore. Ormai la nuova arca è
Maria.
e)
L’arca rimase in casa di Obel-Edom
tre mesi (2Sam 6,11); Maria rimase in casa di Elisabetta circa tre mesi (Lc 1,56).
Da
quanto detto fin qui si deduce questo messaggio. Col suo sì all’annunciazione, Maria accoglie la
proposta della nuova alleanza che Dio le rivela per mezzo dell’angelo Gabriele;
di conseguenza, con Gesù in grembo ella appare come
l’arca dove abita Dio, fatto uomo. Ricompaiono dunque attualizzati in Maria i
concetti di alleanza e di arca, così strettamente
collegati nella teologia dell’AT.
III
MARIA PERSONIFICAZIONE DI
GERUSALEMME
La città di
Gerusalemme, cuore di Israele, prepara la tipologia di
Maria almeno sotto due aspetti: come figlia di Sion e come madre
universale.
1. FIGLIA DI SION
Origine e senso del titolo
Anche Gerusalemme, città posta sui monti, aveva la sua
rocca, chiamata Sion. Su questa sommità il re Salomone (970 ca. - 930 ca.)
costruì il tempio e la reggia. All’interno del tempio, precisamente nel santo
dei santi, fece trasportare l’arca (1Re 8,1-8). Da allora col nome di Sion si volle indicare soprattutto il monte
del tempio (Is 18,7; Ger
26,18; Sal 2,6; 48,2-3). Sion, pertanto, era
considerata la zona più sacra di Gerusalemme, perché là dimorava il Signore
nella sua casa. Perciò il colle di Sion passò ad indicare tutta Gerusalemme e
qualche volta anche l’intero popolo di Israele, in
quanto Gerusalemme era il centro religioso e politico della comunità ebraica.
Si deve anche
notare che il linguaggio biblico, per designare una nazione o una città e i
suoi abitanti, usa l’espressione figlia, seguita dal nome della
rispettiva terra o località: figlia di Babilonia (Sal
137,8), figlia di Edom (Lam 4,21), figlia d’Egitto (Ger
46,11)... Così l’espressione figlia di Sion significa la città di
Gerusalemme e quanti dimorano tra le sue mura (2Re 19,21; ecc.), oppure il
suolo e il popolo di Israele (Sof 3,14, Lam 2,1).
Vi sono tre
celebri oracoli dei profeti Zaccaria (2,14-15; 9,9-10), Sofonia
(3,14-17) e Gioele (2,21-27) in cui la figlia di Sion è invitata a
gioire intensamente. Il motivo di tanta letizia è che il suo Dio abita in mezzo
ad essa; perciò non deve temere: il Signore, infatti,
è il suo re e il suo salvatore. Con queste parole i profeti citati rivelavano
ai loro fratelli lo stato di felicità che sarebbe
seguito alla desolazione dell’esilio babilonese.
Applicazione mariana
Secondo molti
esegeti odierni, nelle parole dell’angelo Gabriele a Maria, vi è l’eco
abbastanza distinta del messaggio che i profeti sopra citati rivolgevano alla figlia
di Sion. Anche Maria, infatti è invitata a
rallegrarsi (Rallegrati, o piena di grazia!) e a non temere perché il
Figlio di Dio prenderà dimora in lei facendo del suo grembo il nuovo tempio.
Egli sarà re e salvatore della casa di Giacobbe, che è
In altre parole:
Luca applica a Maria le profezie che Zaccaria, Sofonia
e Gioele indirizzavano alla figlia di Sion. Mediante
questo procedimento letterario egli intende identificare Maria con la figlia di
Sion, cioè con Gerusalemme e tutto il popolo di
Israele, erede delle promesse di salvezza.
La vergine di Nazaret, nella sua persona individua, sarebbe quindi la
rappresentante del resto di Israele, cioè di
questo popolo umile e povero che confida nel Signore (cfr.
Sof 2,12-13). L’antico Israele, da secoli in cammino
verso il messia redentore, si realizza perfettamente in questa sua figlia.
Maria è il fiore di Israele.
2. GERUSALEMME, MADRE UNIVERSALE
La dottrina dell’AT
Il tema di
Gerusalemme madre di tutte le genti interessa
una vasta area dell’AT, in modo particolare la letteratura profetica.
In breve, gli
Ebrei, infedeli a Dio e alla sua legge, vengono
sradicati dalla loro terra e deportati presso i popoli stranieri diventando
così i dispersi figli di Dio. Ma il Signore non
abbandona il suo popolo. Egli continua ad inviare i profeti agli esuli. E quando il popolo si converte alla loro predicazione, Dio
raduna i suoi figli. Per mezzo del suo Servo, il Servo sofferente (Is 49,5-6), egli li riconduce alla loro terra, li raduna
nell’unità (Ger 23,8; Ez
39,26-29...) e ad essi aggrega anche i pagani che si
convertono al vero Dio (Is 14,1; Ger
3,17).
Sullo sfondo di
questa grandiosa restaurazione acquistano un risalto singolarissimo Gerusalemme
e il suo tempio, ricostruiti dalle rovine. Il tempio è il
luogo privilegiato della riunificazione (Ez
37,21.26-28; 2Mac 1,27-29; 2,18...). Entro il suo
perimetro, sia gli ebrei che i pagani convertiti si fonderanno per adorare lo
stesso Dio; d’ora innanzi tutti i popoli sono membri dell’alleanza nuova che
Dio estende a tutta l’umanità (Is 14,1; 56,6-7;
66,18-21).
Dice Zc 2,15: Nazioni numerose aderiranno al Signore in quel
giorno e diverranno suo popolo ed egli dimorerà in
mezzo a te figlia di Sion. Gerusalemme è salutata come
madre di questi figli innumerevoli che Dio ha convogliato entro le sue mura (Is 49,21; 60,1-9; Sal 87; Tb 13,11-13...).
Quella cinta
muraria si configurava come un grembo che racchiudeva il tempio e tutti coloro che vi si radunavano per adorare il vero Dio.
Rilettura mariana
Gli autori del NT
traspongono questi temi a livello cristologico-mariano.
Giovanni sembra offrire la sintesi più completa. La riassumiamo così.
Con la sua morte,
Gesù è colui che raduna i dispersi figli di Dio (Gv 11,51-52). I dispersi, però, non sono gli ebrei, ma tutti gli uomini, in quanto esposti alle insidie
del lupo, ossia del diavolo, che rapisce e disperde (Gv
10,12; 16,32). E Cristo, servo sofferente del Padre,
l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv
1,29) ricompone l’umanità dispersa in un altro tempio e in un’altra
Gerusalemme.
Il vero tempio è
la persona stessa di Gesù, morto e risuscitato (Gv
2,19-22). E la vera Gerusalemme è costituita dalla Chiesa,
nella quale Gesù attrae e raduna ebrei e pagani (Gv
10,16; 11,51-52; 12,32-33). Di questa nuova Gerusalemme-madre
universale Maria è la personificazione e la figura ideale.
Infatti,
se il profeta diceva dell’antica Gerusalemme: Ecco i tuoi figli radunati
insieme (Is 60,4; cfr. Bar 4,37; 5,5-6), ora Gesù,
che muore per radunare insieme i dispersi figli di Dio, dice a sua madre: Donna,
ecco il tuo figlio (Gv 19,26). In quell’istante, egli affidava alle sue cure materne il
discepolo amato che rappresentava tutti i discepoli di ogni
tempo.
I titoli e le
immagini della Gerusalemme terrena sono riferiti da Giovanni alla madre di
Gesù.
IV
DA ISRAELE POPOLO
DELLA "MEMORIA" A MARIA CHE "CONSERVA TUTTO NEL CUORE"
E sua madre
conservava tutte queste cose nel suo cuore
(Lc 2,51): questo celebre ritornello del vangelo di
Luca ci rivela quanto Maria avesse fatto propria la
spiritualità del popolo di Israele.
1. LA "MEMORIA" NELL’AT
Lungo tutto l’AT si fa obbligo al popolo eletto di ricordare e
meditare nel proprio cuore quanto Dio ha fatto in suo favore: Guardati e
guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste; non ti sfuggano
dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli
e ai figli dei tuoi figli. Ricordati... interroga i
tempi antichi... Guardatevi dal dimenticare l’alleanza
del Signore vostro Dio... (Dt 4,9-10.23.32).
Il memoriale cui
deve applicarsi ogni pio israelita corrisponde
all’intera storia della salvezza dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra
(Dt 4,32). Nulla di quanto il Signore ha fatto in
favore del suo popolo deve essere dimenticato. La
tradizione biblica definisce come sapiente la persona che ricorda, che
custodisce nel suo cuore gli innumerevoli gesti di salvezza operati dal Signore
(cfr. Sir 44,1-50,21; 50,27.28; Gdt 8,26-29).
La memoria di cui
si parla nella Bibbia ha sempre un senso dinamico. Non è accademica, libresca,
nozionistica. Essa guarda al passato per comprendere meglio il presente. Dio si
è rivelato negli eventi trascorsi della storia di Israele.
Per cui ritornare con la mente a quei fatti significa conoscere sempre meglio
chi è il Signore e qual è la sua volontà per il tempo presente. Tutto
scaturisce da questa convinzione: ciò che il Signore ha operato in passato è
garanzia che egli farà altrettanto nel presente e nel futuro, perché il suo
amore è immutabile. La fede nell’avvenire proviene da quanto si verificò nei tempi passati (Filone, Vita di Mosè II, 288).
La memoria
privilegiata è sempre quella dell’esodo dall’Egitto. Come Dio liberò il suo
popolo dalla mano del faraone, così lo libererà da ogni altra angustia (Dt 7,17-19) perché il suo amore è
eterno (Sal 136).
I padri e i
protagonisti della storia di Israele ebbero tante
tribolazioni, ma il Signore li soccorse e li liberò. Dice il Sal 22,5-6 (il salmo che Gesù recitò in croce): In te
hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li
hai liberati; a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero
delusi. Ricordando le numerose liberazioni che Dio aveva compiuto per i
padri, Israele consolidava la speranza che Dio avrebbe visitato e redento il
suo popolo mediante il Messia (cfr. Lc 1,67-79).
2. ATTUALIZZAZIONE MARIANA
La riflessione sapienziale di Israele diviene
eredità di Maria. Per comprendere chi è Gesù, ella
ripete in sé l’itinerario spirituale del suo popolo. Ella
conserva nel suo cuore i fatti e le parole di Gesù, ma non in maniera statica:
cerca di approfondirne il senso ponendoli a confronto (Lc 2,19).
Ecco,
dunque, lo sviluppo dinamico della fede di Maria: ricordare per approfondire,
per attualizzare, per interpretare.
In particolare Maria conserva nel cuore le parole di Gesù che non ha capito sul
momento. Per es., quando
ritrova Gesù nel tempio: Essi (Maria e Giuseppe) non compresero le
sue parole. E l’evangelista aggiunse subito: Sua
madre serbava queste cose nel suo cuore (Lc
2,51).
V
MARIA
"PROFETICAMENTE ADOMBRATA" NELL’ANTICO TESTAMENTO
1. Is 7,14: CONTESTO ORIGINALE
La giovane
donna (ebr. ‘almah) cui accenna il profeta è Abi moglie di Acaz, re di Giuda.
Il figlio che darà alla luce è Ezechia, chiamato col nome augurale Emmanuele,
cioè Dio con noi: un titolo che suonava come
promessa nelle circostanze critiche del momento. E Dio dimostrerà realmente di essere
con il suo popolo (Is 8,10): grazie a Ezechia la casa di Davide non si estinguerà.
2. INTERPRETAZIONE DI MATTEO
Matteo rilegge in
senso pieno l’oracolo di Is
7,14. Gesù, discendente della casa di Davide mediante la paternità legale di
Giuseppe, figlio di Davide (Mt 1,20), è il vero Emmanuele-Dio con noi (Mt
1,23; cfr. 28,20).
Pertanto,
come l’Emmanuele-Ezechia garantì la sopravvivenza
della dinastia davidica, gravemente minacciata da Rezin re di Damasco e da Pekach
re d’Israele negli anni 734-
Maria invece è la
vergine (gr. parthénos),
madre dell’Emmanuele-Cristo che regna in eterno sul
trono di Davide (Mt 16; 28,20; cfr.
Lc 1,32-33). Se nel caso di Abi il termine ‘almah
(tradotto dai LXX con parthénos) significava
semplicemente giovane donna, che concepisce secondo le normali leggi di
natura, nella situazione di Maria si verifica un mutamento del tutto
imprevisto: ella è vergine in senso stretto, perché concepisce per sola potenza
dello Spirito Santo (Mt 1,18-25). Si vede, quindi,
come il NT stia in linea di continuità con l’AT, ma al
tempo stesso lo superi (Mt 5,17).
3. Mi 5,2: CONTESTO
ORIGINALE
Dopo la
tribolazione dell’esilio babilonese, paragonata agli spasimi di una donna
partoriente, il Signore riscatterà Gerusalemme figlia
di Sion dall’oppressione dei suoi nemici (Mi 4,9-10). L’antica sovranità
sarà stabilita sull’Ofel, il quartiere regale della
città (Mi 4,8). Così Dio torna a regnare sul monte Sion per sempre (Mi 4,7).
Questa rinnovata
regalità di Dio su Israele si attua mediante un condottiero nato a Betlemme di Efrata, la meno appariscente
tra le numerose città di Giuda. Le origini di questo condottiero sono
dall’antichità, dai giorni più remoti (Mi 5,1) perché risalgono all’antica
casa di Davide (Mi 4,8; 2 Sam 5,4-10; 7,1-17;...). La nascita di questo liberatore è prevista per la
fine dell’esilio. Il profeta dice che la situazione dell’esilio durerà fino a quando colei che deve partorire partorirà (Mi 5,2).
Questo futuro re di Giuda porrà fine allo scisma, riunendo il resto dei suoi
fratelli a tutti i figli di Israele; la sua presenza e
la sua opera saranno sinonimo di pace (Mi 5,4). Ai tempi di Gesù l’oracolo di Mi 5,1-2 era sicuramente riferito al re messia, sia dai
sacerdoti e dagli scribi (Mt 2,5-6) che da parte
della gente comune (Gv 7,40-42).
4. RILETTURA MARIANA
La profezia riguardante la madre del messia (colei che deve partorire,
Mi 5,2) sembra che sia echeggiata da Luca 2,6-7. Molti esegeti pongono in confronto
Mi 5,1-4 con Lc 2,4-14. Come già per i testi della figlia
di Sion e per 2 Sam 6 anche in questo caso Luca
trascrive l’AT quasi in filigrana. Non lo cita espressamente, ma vi allude in
trasparenza.
5. Gen 3,15: CONTESTO ORIGINALE
Nel racconto di Gen 2,18-3,21 la donna è Eva. Il seme del
serpente designa coloro che si lasciano adescare dal seduttore, divenendo
così suoi figli, suoi gregari, perché seguono le sue
istigazioni al male (cfr. Sap
2,24; Gv 8,44). Il seme della donna sarà costituito
da coloro che si mantengono fedeli alle vie di Dio. A questa discendenza della
donna Dio promette la vittoria definitiva sui seguaci del serpente, sulle forze
del maligno.
6. RILETTURA NEOTESTAMENTARIA IN Ap 12
Ap trascrive la profezia di Gen
a) Chi è la donna vestita di sole?
È la donna-sposa
che raffigura il popolo di Dio in ambedue i testamenti. È
Il travaglio della
partoriente e il rapimento del suo neonato verso il trono di Dio non descrivono
la nascita di Gesù a Betlemme, ma il mistero della pasqua: la passione, la
risurrezione e l’ascensione di Cristo. Questa lettura simbolica del grande segno di Ap 12,5 è
confortata anzitutto da Gv 16,21-22: un brano nel
quale Gesù stesso parla della pena e della gioia che prova una donna quando dà
alla luce una creatura, e applica questa allegoria all’afflizione che stava per
invadere i discepoli a causa della sua morte, e alla gioia che avrebbero
provato nel rivederlo risorto.
Anche negli Atti degli Apostoli si parla della risurrezione
di Cristo in termini di generazione. Infatti il
Sal 2,7 (Mio figlio sei tu, oggi io ti ho generato)
è riferito da Paolo all’azione del Padre che ha risuscitato il Figlio dai morti
(At 13,32-34).
Quel parto sarebbe
quindi un modo figurato per rappresentare l’angoscia profonda della comunità
dei discepoli di Gesù quando il Maestro fu loro tolto
dalla violenza del potere delle tenebre. Il rapimento del bambino presso il
trono di Dio è un’immagine da riferirsi alla potenza del Padre che, liberando
il Figlio dalla morte (At 2,24) lo fa rinascere alla condizione gloriosa
di risorto e gli conferisce la regalità universale.
Un’altra
interpretazione alternativa e complementare è questa. La donna è ogni chiesa
cristiana che vive nel tempo. Le doglie del parto esprimono efficacemente la
tensione e la fatica che ogni comunità ecclesiale sperimenta nel dare alla luce
il Cristo dal proprio seno. In altri termini, ogni gruppo dei discepoli del
Signore è chiamato a testimoniare il vangelo, a generare Cristo.
Ma questa vocazione è ardua, tribolata, e si scontra
quotidianamente con le forze del maligno (il drago). Eppure,
nonostante le molte avversità,
Ap 12 trascrive in codice il mistero pasquale di Cristo,
attualizzato nella Chiesa. Si avvera il detto del Signore: Se
hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi... Voi avrete tribolazioni nel
mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo (Gv
15,20; 16,33).
b) La donna di Ap 12 può indicare anche Maria?
La maggioranza
degli esegeti ritiene che la donna di Ap 12 simboleggia direttamente
Stabilito che Ap 12 è figura simbolica del popolo di Dio, dal quale nasce
il messia, dobbiamo ricordare che Israele genera dal suo grembo il messia
attraverso la maternità fisica di Maria figlia di Sion. Inoltre la donna
vestita di sole rimanda alla Vergine, salutata dall’angelo come kecharitoméne, piena di grazia (Lc 1,28).
Ella è avvolta dalla compiacenza e dal favore
misericordioso di Dio, suo Salvatore (Lc 1,47-49).
Infine se il parto della donna rievoca simbolicamente la passione, la morte e
la risurrezione di Cristo, non possiamo dimenticare Gv
19,25-
VI
CONCLUSIONE
Quello che abbiamo
detto fino a questo punto sulla persona e la missione di Maria ci ha fatto
capire che l’AT prepara il Nuovo, e il Nuovo non
abroga l’Antico, ma lo porta a compimento (cfr. Mt 5,17).
Il rischio che possiamo correre nel leggere il NT non è quello di
illuminarlo eccessivamente con l’Antico, ma di trascurare e lasciare in ombra
lo sfondo veterotestamentario.
I
INTRODUZIONE
La teologia
biblica deve aprire gli orizzonti della storia della salvezza e mostrare il
posto che vi occupa Maria, la figlia di Sion, nell’insieme del cammino
del popolo di Dio. La mariologia
prende il suo vero senso dalla cristologia, ma deve essere integrata
nell’ecclesiologia come ha voluto il Concilio Vaticano II (LG c. VIII).
Per l’equilibrio e
la fecondità della mariologia, sarà sempre necessario
proporla con questo triplice sforzo di integrazione
teologica: nell’AT, nel mistero di Cristo, nel mistero della Chiesa.
II
PREPARAZIONE ALL’INCARNAZIONE
Due versetti del
racconto dell’annunciazione mostrano che Maria era stata
preparata da Dio alla missione unica che avrebbe dovuto svolgere
nell’incarnazione.
1.
"PIENA DI GRAZIA" (Lc 1,28)
Dopo
un invito alla figlia di Sion ad entrare nella gioia (rallegrati,
cfr. Sof 3,14; Gl 2,21.23; Zc 9,9), l’Angelo si
rivolge alla Vergine col titolo piena di grazia (kecharitomène:
participio perfetto passivo di charitòo).
I verbi in òo hanno valore causativo, quindi charitòo significa che la grazia trasforma una
persona rendendola graziosa, amabile, degna d’amore. Il titolo dato a Maria
descrive il cambiamento già operato in lei dalla grazia di Dio. Secondo
l’interpretazione tradizionale, piena di grazia descrive la santità di
Maria realizzata in lei dalla grazia, in preparazione all’evento
dell’incarnazione. Maria era già trasformata dalla grazia di Dio, non solo per
diventare la madre del Messia, ma per esserlo rimanendo vergine.
Dal contesto si vede che la grazia era anzitutto quella della
verginità. Solo così si spiega la reazione di Maria, quando riceve l’annuncio
della sua maternità imminente.
2. "NON CONOSCO UOMO" (Lc 1,34)
Secondo l’esegesi
tradizionale (san Gregorio di Nissa, sant’Agostino, ecc.), Maria, con le parole non conosco
uomo, esprime il suo proposito di rimanere vergine. Questa interpretazione,
condivisa ancora da molti, non soddisfa del tutto: non conosco esprime
normalmente un fatto, non un’intenzione; e non si capisce allora il matrimonio
di Maria con Giuseppe. In racconti simili a questo, la persona interpellata
oppone una vera difficoltà all’annuncio divino (cfr. Gdc 6,13): è
anche il caso descritto qui, poiché l’angelo risponde alla difficoltà di Maria:
Niente è impossibile a Dio (Lc 1,37).
Dall’esame
completo della frase non conosco uomo nell’At risulta
che essa esprime lo stato di verginità della donna: cfr.
per es. il caso della figlia di Iefte
che ottenne, prima di morire, di andare per i monti a piangere la sua
verginità, perché non aveva conosciuto uomo (Gdc
11,38 ss; 21,12).
In Lc 1,34 il senso della parola di Maria è: sono vergine.
Negli altri passi della Bibbia si tratta di fanciulle
non sposate, ma Maria è già unita in matrimonio con Giuseppe; eppure non parla
di lui come suo marito (cfr. nel
caso parallelo di Mt 1,20: la tua sposa), ma
esclude di conoscere uomo.
Dal
punto di vista di Maria, l’incarnazione del Figlio di Dio implica due aspetti,
espressi nella professione di fede tradizionale: Natus
est de Spiritu Sancto ex
Maria virgine (DS 10); Maria è in senso pieno la
madre di Gesù Cristo; tuttavia è vergine.
Questo è l’insegnamento inequivocabile dei vangeli.
1. L’ANNUNCIO A MARIA (Lc
1,26-38)
Il testo presenta
un doppio messaggio dell’angelo.
a) Maternità messianica e divina
Concepirai e
darai alla luce un figlio... Dio gli darà il trono di
Davide, suo padre; Maria diventerà la
madre del Messia. Ma suo figlio sarà chiamato
Figlio dell’Altissimo (V. 32), sarà chiamato Figlio di Dio (V. 35);
la madre di Gesù sarà la madre del Figlio di Dio.
b) Maternità verginale
L’angelo spiega a
Maria che il concepimento sarà verginale, perché dovuto all’azione dello
Spirito Santo; la potenza dell’Altissimo la coprirà con la sua ombra (V.
35): è un’allusione alla nube (simbolo del divino) che copriva la tenda del
convegno (Es 40,35) e indicava l’arca dell’alleanza
come il luogo della presenza di Dio.
Maria sarà la
nuova arca dell’alleanza: porterà in grembo il Figlio di Dio. Ma c’è di più: l’angelo annuncia a Maria anche un parto
verginale. Questo si trova in Lc 1,35, se viene interpretato correttamente, come nella tradizione
antica. Oggi i due modi più diffusi di tradurre il versetto
sono: Colui che nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio (Lezionario), e Quello che nascerà sarà chiamato santo,
Figlio di Dio (Utet). La prima traduzione però
inserisce indebitamente il verbo sarà che non c’è nel testo; la seconda
lascia il titolo Figlio di Dio sospeso. Ma
nella lettura tradizionale (cfr.
San Cirillo di
Gerusalemme spiegava così: La sua nascita fu pura e incontaminata. Ove infatti spira lo Spirito, ivi viene tolta ogni macchia.
Incontaminata dunque fu la nascita dell’Unigenito dalla Vergine (Catech. 12,32, PG 33,765A). Per gli altri uomini, il parto
verginale di Gesù diventerà il segno del suo essere Figlio di Dio: Perciò...
sarà chiamato Figlio di Dio.
2. L’ANNUNCIO A GIUSEPPE (Mt 1,18-25)
Nel vangelo di
Luca l’incarnazione veniva annunciata a Maria; nel
vangelo di Matteo troviamo il punto di vista complementare, quello di Giuseppe.
Fin dall’inizio Mt voleva far comprendere che Gesù era figlio di Davide, figlio di Abramo (1,1) cioè il
messia atteso da Israele. A questo scopo viene
inserita qui la lista genealogica (1,2-17). La discendenza davidica
giungeva fino a Giuseppe figlio di Davide
(1,20).
Ma come mai quella discendenza poteva raggiungere anche
Gesù, se non era figlio di Giuseppe? Questo fatto, ossia che Giuseppe non era
il vero padre di Gesù, viene chiaramente asserito da Mt: dopo la ripetizione monotona dei 39 generò (Vv. 2-16a), la catena viene
bruscamente spezzata al V. 16b; qui non si dice che Giuseppe generò Gesù;
l’attenzione si sposta su Maria: Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di
Maria, dalla quale fu partorito Gesù, chiamato Cristo. Il brano seguente
spiega come, in questo caso, Gesù poteva essere figlio di Davide: Ecco come
avvenne la nascita di Gesù Cristo (V. 18).
Tra le diverse
spiegazioni del dubbio di Giuseppe, la migliore è quella di dire che egli
sapeva come era avvenuta la gravidanza di Maria: non
essendo il vero padre del nascituro, egli pensava di doversi separare da lei.
Ora l’annuncio ha come scopo precisamente di fargli comprendere che deve
assumere la paternità legale verso il bambino e così assicurargli la
discendenza di Davide e il carattere messianico: per questo Giuseppe viene interpellato come figlio di Davide (V. 20).
Secondo una lunga
tradizione (san Basilio, san Bernardo, san
Tommaso...) Giuseppe provava, in questa circostanza, un timore reverenziale,
come il senso di indegnità di Elisabetta (Lc 1,43), del centurione (Mt
8,8), di Pietro (Lc 5,8).
Per Mt il concepimento verginale di Maria è quindi un fatto
indiscusso e presupposto a tutto l’episodio. L’evangelista torna ancora due
volte sull’argomento: prima con la citazione di Is 7,14 (Ecco la vergine concepirà...); poi nella
conclusione che mette in luce l’importanza decisiva della funzione legale di
Giuseppe per l’inserimento di Gesù nella discendenza messianica: egli diede il
nome di Gesù al bambino partorito da Maria.
Gli altri tre
brani mariani di Lc 1-2 presentano aspetti della manifestazione
di Gesù-messia.
1.
Dopo il
parallelismo tra l’annuncio della nascita di Giovanni Battista e quello della
nascita di Gesù, il racconto della visitazione presenta l’incontro delle due
madri.
La fretta di Maria
di recarsi da Elisabetta è l’espressione della sua gioia. Al saluto di Maria,
Elisabetta sente nel suo grembo l’esultanza di Giovanni Battista: comprende che
egli pieno di Spirito Santo (1,15), è il profeta dell’Altissimo che
prepara le vie del Signore (1,76): egli infatti
rivela a sua madre la presenza misteriosa del Signore nel grembo di Maria.
Elisabetta, piena di Spirito Santo, rivolge a Maria una doppia benedizione (Vv. 42-45) che richiama molto da vicino la celebrazione
d’Israele davanti all’arca dell’alleanza (1Sam 6,2-11)
come già aveva accennato Lc 1,35.
Scrive
sant’Ambrogio: Che cos’è l’arca se non santa Maria? (Sermo 42,6; PL 17,689). Il messaggio
essenziale del brano però sta nella doppia proclamazione profetica di Elisabetta: È venuta da me la madre del mio Signore
e beata colei che ha creduto: Maria non sarebbe diventata la madre del
Signore se non fosse stata colei che ha creduto.
Il cantico della
Vergine è l’inno in cui Maria loda Dio per l’opera compiuta in lei e in tutto
il popolo di Dio. L’inno è composto in gran parte da citazioni bibliche; si
notano soprattutto i contatti con il cantico di Anna
(1Sam 2,1-10). La situazione di Maria non era solo simile a quella di Elisabetta, ma anche a quella di Anna madre di Samuele.
Il cantico della
Vergine comprende due parti: la prima (Vv. 46-50)
concerne la situazione personale di Maria; la seconda (Vv.
51-55) indica il senso dell’evento per Israele: in questa seconda parte Maria
parla come la figlia di Sion escatologica, che vede realizzarsi adesso
tutto ciò che Dio aveva promesso nel passato per il suo popolo.
2. MARIA NEL TEMPIO (Lc
2,22-52)
Dopo la nascita e
la circoncisione di Gesù (2,1-21), i due ultimi brani del vangelo dell’infanzia
di Gesù si svolgono nel tempio. Il loro tema centrale
è la manifestazione del mistero di Gesù, l’adempimento di Ml 3,1: Viene nel
suo tempio il Signore che voi cercate; nel tempio Gesù sarà riconosciuto
come messia. Nel racconto della presentazione di Gesù al tempio, Maria appare
nel suo atteggiamento di vera credente: porta il suo Figlio
al tempio per consacrarlo al Signore. Qui Simeone e Anna celebrano
la venuta della gloria di Israele (V. 32), della liberazione di
Gerusalemme (V. 38). Ma Simeone predice anche che
il Salvatore sarà un segno di contraddizione (Vv. 34 ss).
In questo annuncio viene inserita una profezia analoga
riguardante Maria. Il testo di Ez
14,17 sulla spada che dividerà Israele, viene applicato a lei, la figlia di
Sion: Anche a te una spada trafiggerà l’anima (V. 35). Non si tratta
qui delle sofferenze di Maria presso la croce o del dolore provocato in Maria
dalla divisione di Israele di fronte a Gesù; il testo
implica una certa partecipazione di Maria stessa all’esperienza del suo popolo
(cfr. anche a te):
la spada è una metafora per la divisione provata da Maria: è divisa tra la fede
(V. 1,45), lo stupore (2,33.47), l’incomprensione (2,49-50), davanti alle prime
rivelazioni pubbliche del mistero del suo Figlio.
Però, mentre in Israele l’incomprensione sarebbe diventata
incredulità e avrebbe provocato la rovina di molti, in Maria rimaneva legata
alla sua fede profonda: Conservava queste cose e le meditava nel suo cuore
(2,19).
Questa dialettica
(rivelazione - incomprensione) si prolunga in 2,41-52 quando
Gesù stesso, il Figlio dodicenne di Maria, si manifesta nel tempio. Tutto il
brano è centrato sulla sua parola: Non sapete che io devo essere nella casa
di mio Padre? (V. 49). Quando
parla di Dio come del suo Padre, Gesù si rivela come il Figlio di Dio.
La traduzione classica nella casa di mio Padre è stata da molti
cambiata, in epoca moderna, in nelle cose di
mio Padre, ma l’esegesi contemporanea ha mostrato l’esattezza e la
profondità teologica della versione tradizionale.
La presenza necessaria
di Gesù nella casa di suo Padre è già un’anticipazione, un simbolo del suo
destino futuro e del suo ingresso nella gloria
(24,26); è un indizio che dopo il triduo della sua passione trionfale,
doveva risuscitare e presentarsi alla nostra fede nella sua sede celeste e
nell’amore divino (s. Ambrogio). Maria e Giuseppe non sapevano
tutto questo, non comprendevano le allusioni alla sua passione e alla
sua glorificazione. Ma anche qui Maria si comporta da vera credente: Conserva
tutte queste cose in cuor suo (2,51), aspettando con fede di poter
comprendere meglio tutto ciò che veniva
progressivamente rivelato sul suo Figlio.
V
SPOSA DELLE NOZZE
MESSIANICHE A CANA (Gv 2,1-12)
Questo brano è
anzitutto cristologico, ma è anche uno dei grandi
temi mariologici. Il tema cristologico
fondamentale è la manifestazione messianica della gloria di Gesù (2,11):
il vino buono conservato fino adesso
rappresenta la manifestazione messianica, la grazia della verità
presente in Gesù (1,17), il suo vangelo (s. Agostino, In Ioh., 9,2; PL 35,1459); per mezzo del simbolismo delle
nozze, egli si manifesta come lo sposo della nuova comunità messianica (cfr. anche 3,28-29).
È l’esegesi più
antica, recepita anche dalla liturgia della Chiesa: Oggi
Come il tema cristologico, così anche quello mariologico va interpretato a livello simbolico. La parola
di Gesù: Che c’è tra me e te, o donna? indica
che ormai è superato il tempo delle loro relazioni puramente familiari; Gesù
invita sua madre a situarsi con lui nella prospettiva della sua missione
messianica. Il titolo donna non è un’allusione alla donna del Protovangelo (Gen 1,15.20), ma un riferimento alla figlia di Sion,
quella figura femminile che nella tradizione biblico-giudaica
simboleggia Israele (cfr. Os 1-3; Is
62,11; Zc 9,9).
Maria viene interpellata come la figura della sinagoga (s.
Tommaso), la madre-Sion della nuova alleanza.
Questo spiega che
la sua parola ai servitori (Fate quello che vi dirà) sembra
riecheggiare la formula usata dal popolo di Israele
per sancire l’alleanza sinaitica (cfr.
Es 19,8;
24,3.7; Dt 5,27)
(Paolo VI, Marialis cultus, 57).
Cana è un simbolo della nuova alleanza. Questo simbolismo
delle nozze messianiche non vale solo per Gesù, ma anche per Maria:
Nei loro gesti
e nel loro dialogo,
VI
MARIA E
Gli ultimi due
brani che consideriamo sono mariologici ed ecclesiologici insieme.
1.
Questa scena è il
momento della nascita della Chiesa e l’inizio della maternità spirituale della
madre di Gesù. La madre di Gesù (V. 25) viene presentata come la madre (V. 26) che diventa la
madre del discepolo (V. 27); ed egli sarà suo figlio.
La maternità
corporale di Maria verso il Figlio di Dio fatto carne fonda una maternità
spirituale che ne è l’adempimento (Grelot). Non si tratta
solo di relazioni personali; nessuna delle due persone presenti viene designata con il nome: è la loro funzione che conta,
perché personificano due gruppi. Il discepolo amato rappresenta tutti i
credenti. La madre di Gesù, chiamata donna (cfr. 2,4) è l’immagine della figlia di Sion.
Le
parole di Gesù: Ecco tuo figlio, sembrano riecheggiare l’annuncio
profetico alla madre-Sion, che vede tornare
dall’esilio i suoi figli: Vedi radunati insieme i tuoi figli; ecco: tutti i
tuoi figli vengono da lontano (Is 60,4 LXX; cfr. Bar 4,37;
5,5). In Maria si realizza quindi la comunità messianica; la madre di Gesù,
nella sua funzione materna, diventa così anche
Questo progressivo
allargamento della prospettiva verso
Da quell’ora, un’accoglienza come quella del discepolo è
chiesta a tutte le generazioni dei discepoli e di quanti confessano e amano
Cristo (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 22). Ma se Maria è qui immagine e inizio
della Chiesa (LG 68), è allo stesso tempo madre
della Chiesa, cioè di tutto il popolo di Dio (Paolo VI), la madre delle
membra di Cristo, che siamo noi (s. Agostino).
Così la donna
che era stata la madre di Gesù, diventa la madre
spirituale dei fratelli di Gesù. Scrive Origene: Non c’è
alcun figlio di Maria, se non Gesù... "Ecco il tuo figlio" equivale a
dire: "Questo è Gesù che tu hai partorito". Infatti chiunque è perfetto "non vive più", ma in
lui "vive Cristo"; e poiché in lui vive Cristo, vien
detto a Maria: "Ecco il tuo figlio", cioè Cristo (In Ev. Ioh. I,23,
PG 14,32).
2.
La donna è il
simbolo del popolo di Dio. La figura femminile del C. 12 è in contrapposizione
alla prostituta dei Cc. 17-19, e diverrà nei Cc. 19 e 21 la sposa dell’Agnello,
Il figlio maschio,
destinato a governare tutte le nazioni con verga di ferro (V. 5: cit.
del Sal 2,9), è senza dubbio il messia.
La donna che lo
partorisce è presentata come una figura cosmica e celeste: ammantata di sole,
con la luna sotto i piedi e sulla testa una corona di dodici stelle. Il testo
probabilmente si ispira a Is
60, dove viene descritta la figlia di Sion messianica, tutta splendente
della gloria di Dio (Is 60,1.19-20) e a Ct 6,10: Bella come la luna, brillante come il sole.
Le dodici stelle
raffigurano le dodici tribù dei figli di Israele
(12,12). La donna quindi è soprattutto
Il dragone, il
serpente antico (V. 9) rimanda a Gen 3: è il
nemico della donna e del suo seme; rappresenta le forze diaboliche avverse al
popolo di Dio. Il figlio della donna è rapito al cielo (indica la
glorificazione di Cristo), ma ella trova riparo nel
deserto, dove ha un luogo preparato da Dio: è
Ci si può chiedere
allora se c’è ancora posto per un’interpretazione mariologica
di Ap 12. Questo secondo
tipo di lettura non è solo possibile, ma necessario.
Si noti anzitutto il simbolo della donna; sia in Lc
(1,28) sia in Gv (2,4; 19,26) Maria era già considerta la figlia di Sion e proprio per questo viene chiamata da Gesù donna (a Cana
e presso la croce). Maria era già l’immagine del popolo di
Dio messianico, era già l’immagine della Chiesa. La donna partoriente
dell’Apocalisse è la comunità messianica, che nel vangelo di Giovanni era
rappresentata dalla madre di Gesù (T. Vetrali).
Come abbiamo visto sopra, il discepolo amato in Gv 19,25-27 era il simbolo di tutti i discepoli di Cristo,
che diventano figli della madre di Gesù. In un modo simile la donna di Ap 12 non è solo la madre
del messia, ma anche di tutti i rimanenti della sua discendenza, quelli che
osservano i comandamenti di Dio e posseggono la testimonianza di Gesù (Ap 12,17).
Questi altri figli
della donna sono proprio quelli che erano stati
affidati da Gesù a sua madre (Gv 19,25-27). Il figlio
maschio dell’Apocalisse si prolunga dunque negli altri discendenti della donna;
così anche il simbolo della donna del libro
dell’Apocalisse è l’allargamento, in senso collettivo ed ecclesiale, di ciò che
era già la donna del vangelo, la madre di Gesù, la figlia di Sion,
come figura della Chiesa.
Questa prospettiva
ecclesiale del mistero mariano è stata espressa bene nel prefazio della festa
dell’Immacolata: In lei (Maria) hai segnato l’inizio della Chiesa,
sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza.
VII
CONCLUSIONE
Da tutto quanto
abbiamo detto appare chiaramente il legame strettissimo tra Maria e
La teologia della figlia
di Sion esprime il mistero dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.
L’alleanza è al centro della Scrittura. Ora Maria rappresenta precisamente il
popolo di Dio che dice sì al suo Dio e che
diventa il modello permanente per tutta