STORIA DELLA LITURGIA DELLE ORE
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- LITURGIA DELLE ORE
Una storia -Un nome
La riforma del Vaticano II ha
indicato con chiarezza che questa forma così eccellente ed essenziale di
preghiera non è riservata al solo clero: «La liturgia delle Ore, come tutte
le altre azioni liturgiche, non è un’azione privata, ma appartiene a tutto il
Corpo della Chiesa, lo manifesta e influisce in esso» (IGLO, 20).
Si può così costatare che gruppi
sempre più numerosi di laici fanno della Liturgia delle Ore la loro forma
ordinaria di preghiera in continuità e in connessione con la celebrazione
dell'Eucaristia.
Illustrando
Una storia.
Le origini
Già nell'Antico Testamento troviamo
che il popolo d’Israele aveva dei tempi stabiliti per la preghiera (Dan
6,10.23; Sal 54,1 8 ) soprattutto al mattino e al pomeriggio in connessione col
sacrificio che si faceva nel tempio di Gerusalemme (Dan 9, 20-21; Esd 9, 46).
Gesù stesso, educato da Maria
all’osservanza delle preghiere tradizionali del popolo d’Israele, era solito
congiungere strettamente la sua attività quotidiana con la preghiera; anzi,
ogni sua azione derivava dalla preghiera. Gli Evangeli ricordano che egli si
ritirava spesso nel deserto o sul monte a pregare (Mc 1, 35; 6, 46) alzandosi
al mattino presto (Mc 1,35); riferiscono anche che Gesù passava la nottata
intera in orazione al Padre (Lc 6, 12; Mt 14,23.25).
Il Maestro ha ordinato anche a noi
di fare ciò che egli stesso ha fatto: «pregate», «domandate», «chiedete», «nel
mio nome». Volle anche che, sul suo esempio, pregassimo sempre, senza stancarci
mai (Lc 18,1; 1 Ts 5,17). Una preghiera umile, vigilante, perseverante,
fiduciosa nella bontà del Padre, pura nell'intenzione e rispondente alla natura
di Dio (cf IGLO, 5).
Gli Apostoli, a loro volta, non
solo continuarono a richiamare il comando del Signore sulla necessità di una
preghiera perseverante e assidua (Rom 8,15.26), ma insistono sulla sua grande
efficacia per la santificazione (1 Tm 4,5). Li vediamo riunirsi per la
preghiera all'ora di terza (At 2,1-15). Lo stesso Pietro «salì verso mezzogiorno
sulla terrazza a pregare» (At 10, 9); anche «Pietro e Giovanni salivano al
tempio per la preghiera verso te tre del pomeriggio» (At 3, 1).
La comunità cristiana era anch'essa
assidua nella preghiera e nell'ascolto dell'insegnamento degli Apostoli (At 2,
42). E questo fin dall'inizio, quando era ancora viva Maria,
Sull'esempio di Gesù e degli
Apostoli. ben preso
Questa preghiera, insieme alla
celebrazione dell'Eucaristia domenicale, costituiva il duplice pilastro di
tutta l'azione orante della comunità; si distingueva per queste particolarità:
* una preghiera «liturgica».
La forte comunione personale con
Cristo si esprimeva anche esternamente con una forte partecipazione alla
comunione ecclesiale per cantare insieme le lodi del Signore e celebrare la sua
Pasqua. Quando vi era preghiera comune, ciascuno si preoccupava di parteciparvi
sentendo un obbligo morale; la non partecipazione era intesa come una
«mutilazione» del corpo-comunità: «esorta il popolo a frequentare l'ecclesia
e a non mancare mai, ma a riunirsi sempre e a non diminuire
All'interno di questa comunità
legittimamente convocata la preghiera era organizzata con molta libertà; si
cantavano inni, si recitavano Salmi, si leggevano i libri della Scrittura.
La necessità di «pregare sempre,
dovunque, in ogni luogo», come dice Tertulliano, portò a stabilire determinate
ore per la preghiera.
* una preghiera «oraria».
Sia la tradizione romana che quella
giudaica divideva la giornata secondo alcuni punti di riferimento. I Romani, ad
esempio, dividevano il giorno in quattro «ore» partendo dal sorgere del sole
(prima, terza, sesta, nona) e la notte in «vigilie», contando cioè i turni di
guardia-veglia delle sentinelle (una prima vigilia alla sera, una seconda
vigilia a mezzanotte, una terza vigilia al canto del gallo, una quarta vigilia
all'aurora).
I cristiani, facendo riferimento a
queste ore che poi erano anche il loro «orologio», santificarono dapprima le
ore del giorno ed in seguito, soprattutto ad opera dei monaci e degli asceti,
anche quelle della notte.
Alla base di questa «preghiera
oraria» stava sempre il comando del Signore sulla vigilanza instancabile nella
preghiera (Ef 6,18) per non essere sorpresi nel sonno, in qualsiasi ora
del giorno o della notte decida di venire il Signore (Mc 13, 33 s).
Così al mattino, dopo il sonno e
dinanzi al rinnovarsi del mistero della luce, era spontaneo il pensiero di
ringraziare e lodare l'autore della luce facendo salire verso Dio il
ringraziamento e la lode.
Alla sera, poi, quando tramontava
il sole e nelle case si accendeva la lucerna, si sentiva il bisogno di
ringraziare il Signore per il beneficio della luce e per gli altri doni della
creazione e della redenzione, con una domanda di aiuto per il tempo della
notte. Questo rito «lucernale» era la lode vespertina(cioè del «tramonto del
sole») a Colui che è «luce senza tramonto».
Le «Lodi mattutine» e i «Vespri»
della sera, furono dunque gli elementi più antichi della «liturgia oraria».
In seguito, verso il IV secolo, con
la pace di Costantino e la maggiore libertà di culto, sorsero anche le altre a
ore» della giornata: l’ora terza a ricordo e santificazione della Pentecoste
(At 2,15), l’ora sesta a ricordo e santificazione della crocifissione del
Signore (Mt 27,45), l’ora nona a ricordo e santificazione della sua morte sulla
croce (Mt 27,46).
Per le «ore» della notte non si
hanno notizie precise in questi primi secoli della Chiesa. Si sa che,
sull'esempio della Veglia pasquale e delle Veglie delle grandi solennità, pian
piano sorse la pratica facoltativa, presso alcune comunità, di riunioni di
preghiera anche durante la notte.
Le prime forme di organizzazione
(IV-VI secolo)
Terminate le persecuzioni,
aumentati i luoghi di culto e il numero dei presbiteri e dei monaci, si sentì
il bisogno di determinare meglio sia le formule della preghiera, sia le ore
nelle quali pregare. Si ebbe un duplice genere di ufficio:
L'ufficio nella cattedrale.
In questo periodo il clero viveva
ancora raggruppato in città, attorno al Vescovo. L'uso di celebrare
Ogni giorno, nella Chiesa
cattedrale, clero e laici si riunivano al mattino per recitare i Salmi chiamati
«laudes» (da cui il nome di «lodi» dato a questa ora di preghiera) e al
tramonto del sole (da cui il nome di «Vespri», cioè preghiere al «tramonto del
sole»). La celebrazione eucaristica era ancora a ritmo settimanale, cioè la
domenica.
L'ufficio dei monaci.
Vivendo in una separazione più o
meno totale dal mondo e rinunciando ai legami familiari e al possesso dei beni
materiali, i monaci e gli asceti avevano una maggiore disponibilità per darsi
alla preghiera con una frequenza e una regolarità che i cristiani viventi nel
mondo, come lo stesso clero, non potevano certamente realizzare. Nei monasteri,
dunque, si sviluppò e si organizzò una preghiera assidua, ben regolata,
distribuita nel corso del giorno e della notte. La loro assiduità alla lode
divina, realizzando per quanto possibile una salmodia ininterrotta, era un modo
di imitare gli Angeli. Come gli angeli, notte e giorno, stanno dinanzi alla
maestà di Dio per cantare le sue lodi, così dovevano essere i monaci sulla
terra.
Il fervore e la magnificenza degli
uffici monastici attiravano i fedeli e portavano il clero ad imitare i monaci
nella misura del possibile. Con la nomina a Vescovo di alcuni monaci, la
tradizione monastica dell'ufficio contribuì a influenzare la tradizione del
clero nella cattedrale.
Avvenne così che anche nelle chiese
rette dal clero, oltre alle due ore dell'ufficio del mattino e della sera, si
aggiunsero le ore di terza, sesta, nona. Non esisteva ancora un «obbligo» per
la partecipazione a questa preghiera dal momento che la comunità pregava sempre
anche «per i fratelli assenti», cioè quelli impossibilitati a partecipare alla
preghiera comune.
Le «ore» nel medioevo
Con l'invio dei monaci missionari
in tutta Europa (Gallia, Inghilterra, Germania), gli usi della liturgia delle
ore praticati a Roma si diffusero in tutto il continente. All'epoca di Carlo
Magno (verso l'anno 800) tutti i chierici hanno l'obbligo di prendere parte
all'ufficio completo e quotidiano nella loro Chiesa.
Vengono introdotti, però, alcuni
elementi che non sono in perfetta sintonia con il carattere «liturgico» e
quindi «comunitario» della preghiera delle ore. L'ufficio dei Santi, ad
esempio, rimasto fino ad allora limitato ai luoghi di sepoltura dei martiri, si
fuse e si sovrappose all'ufficio quotidiano. All'ufficio liturgico si
aggiunsero altri uffici e preghiere devozionali. Il numero dei Salmi da
recitare ogni giorno era diventato così pesante e impossibile che ben presto,
con la stessa facilità con cui si era accresciuto l'ufficio, si incominciò ad
abbreviarlo. Questo fenomeno, tuttavia, era sintomo anche di un certo calo di
spiritualità sia presso il clero che presso i monaci. Il sintomo di crisi era
manifestato soprattutto dalle assenze al coro. Mentre fino a questo momento non
era esistito altro ufficio che quello a cui partecipava l'intera comunità dei
chierici o dei monaci, verso il sec. XIII si incomincia a giustificare la
recita privata dell'ufficio come supplenza della celebrazione comunitaria e
solenne che si fa nel coro. E' in questo tempo che sorgono i cosiddetti
«breviari»: piccoli libretti che contengono in forma «abbreviata» e ridotta la
lunga officiatura che si soleva fare nel monastero o nella cattedrale. Dal
«comunitario» si passa al «privato»; dalla forma «solenne» si passa alla forma
«abbreviata». L'ufficio non è più il necessario strumento di santificazione che
accomuna agli Angeli, ma il dovere quotidiano da assolvere come «obbligo» sotto
pena di peccato mortale.
Dal Concilio di Trento al
Vaticano II
Entrambi i concili ecumenici hanno
affrontato la riforma dell'Ufficio. Quello di Trento, sotto il pontificato di
s. Pio V, pubblicò il libro della preghiera delle ore con il titolo di
«Breviario».
L'aver conservato questo titolo era
segno dello spirito con cui sì era attuata la riforma: non è prevista la
celebrazione solenne, ma viene ratificata solo la celebrazione «privata».
L'ufficio è uno strumento di pietà individuale. Il carattere liturgico di
questa preghiera, così accentuato alla sua origine, cede ora ad una visione
«devozionale» riservata prevalentemente al clero. Anche nei monasteri sono
obbligati all'ufficio solo i monaci «ordinati», mentre agli altri «fratelli» è
riservata la recita del Rosario o il Piccolo Ufficio della B. V. Maria o dei
Defunti. Non si ha più traccia neppure di quella presenza dei laici che invece
aveva caratterizzato soprattutto l'ufficio della cattedrale fino alle soglie
del Medioevo.
Da queste premesse sarà più facile
comprendere la grande riforma attuata dal Concilio Vaticano II anche in
rapporto all'Ufficio.
- ridare valore a questa preghiera
sottolineandone l'aspetto cristologico ed ecclesiale;
- non più preghiera riservata al
clero, ma aperta a tutti, quindi anche ai laici;
- non più preghiera «privata»
riservata ai ministri ordinati, ma aperta alla comunità e di alto valore
pastorale;
- privilegiare la «qualità» della
preghiera sulla «quantità»; pertanto il Salterio doveva essere distribuito in
più settimane;
- riordinare sia le letture
bibliche che quelle agiografiche;
- ridare all'ufficio il suo
originario carattere .«orario» ed estenderlo di nuovo anche ai fedeli nella
forma «comunitaria» da ritenersi privilegiata.
Il 1° novembre 1970, con
2. Un nome
Praticamente, fino al sec. xv con
l’invenzione della stampa ad opera di Gutenberg, non si ebbero dei veri e propri
libri per la sola preghiera delle Ore. Nel grande coro delle cattedrali come
dei monasteri, stava un ampio leggio con sopra il grosso libro dei Salmi ben
visibile da tutti. Per rendere più facile la visione del Salmo o dell'antifona,
si era soliti dipingere con vivaci colori ed ingrandire le lettere iniziali.
Sorsero così quelle meravigliose opere d'arte che sono i Codici miniati. Le
altre parti dell'Ufficio, come le letture bibliche e le orazioni, non
riguardavano tutta l'assemblea; era sufficiente che ci fosse un libro per il
solo lettore o per chi presiedeva.
Nessuno dei partecipanti alla
preghiera delle Ore aveva dunque un proprio libro; né era possibile recitare le
Ore fuori della comunità, dal momento che non si potevano avere gli strumenti
necessari per farlo. Esisteva pertanto un'unica liturgia «comunitaria» ed
«oraria» alla quale furono dati di volta in volta alcuni «nomi» molto
significativi. Da questi nomi potremo più facilmente individuare il concetto
che nelle varie epoche si è avuto di questa preghiera oraria.
Opus Dei
Al tempo di s. Benedetto (480-547)
tutta la vita monastica era considerata un «opus Dei», cioè un'opera divina. Il
grande fondatore del monachesimo occidentale, però, volle trasferire questo
titolo alla preghiera delle Ore per sottolineare che questa preghiera ha un
duplice significato:
è un'opera: un avvenimento,
qualcosa che si fa, che si porta a compimento. E' un prolungamento di
quell'unica «opera» creatrice e redentrice di Dio che culmina nella Pasqua di
morte e risurrezione di nostro Signore. Come Dio continuamente è all'opera per
noi uomini e per la nostra salvezza, così anche noi dobbiamo operare,
soprattutto con la preghiera, affinché l'azione misericordiosa e preveniente di
Dio trovi spazio e compimento anche nell'opera di ogni uomo. Quando recitiamo
la preghiera delle Ore ciascuno dovrebbe dire: con questa preghiera attuo
l'opera pasquale di Cristo in me e nella Chiesa.
Per questo s. Benedetto voleva che
«nulla fosse anteposto a quest'opera divina» che è appunto la preghiera delle
Ore.
di Dio: prima ancora di
essere umana, questa preghiera è «divina», è di Dio. Ce lo ricorda il
ritornello dell'Invitatorio all'inizio di ogni giornata: «Signore, apri le mie
labbra: e la mia bocca proclami la tua lode». Quasi a dire: se non sei Tu a
donarmi il Santo Spirito della preghiera (cf Rm 8, 26), se non sei Tu a mettere
sulle mie labbra le Tue stesse Parole (i Salmi,
Sacrificio della lode
Già nella tradizione biblica, a
seguito della distruzione del culto materiale ed esteriore del tempio, il
popolo di Israele comprese che il Signore non poteva gradire il sacrificio di
vittime «animali», esterne all'uomo, ma gradiva invece «sacrifici spirituali»
che nascono dal profondo dell'uomo, da un cuore fedele e contrito (cf Is
1,10-20; Am 5,21 Sal 50,9-15). L'esperienza purificatrice dell'esilio insegnò
che il vero sacrificio gradito dal Signore è la conversione del cuore espressa
esternamente con labbra che lodano il Sonore:
«Offri a Dio il sacrificio della
lode per adempiere a Dio i tuoi voti... Chi offre il sacrificio di lode, costui
mi onora, a chi cammina rettamente, farò godere della divina salvezza» (Sal
50/49, 14.23).
«Il mio sacrificio, o Dio, è uno
spirito contrito; un cuore contrito ed umiliato, tu non disprezzi, o Dio» ( Sal
51/50, 19).
In un contesto di purificazione
matura dunque l'idea che il Signore non gradisce tanto il levarsi in alto
dell'incenso, quanto piuttosto il culto della lode espresso con il gesto delle
mani levate in alto per la preghiera:
«Stia la mia preghiera come incenso
davanti a te, l'elevazione delle mie mani come il sacrificio della sera» (Sal
141/140,2).
La tradizione rabbinica espresse
questi alti concetti con le parole di Rabbì Phineas il quale, riferendosi ai
tempi in cui sarebbe comparso il Messia, diceva: «Cesseranno tutte le preghiere,
ma non cesserà la preghiera di ringraziamento; nel tempo futuro cesseranno
tutti i sacrifici, ma non cesserà il sacrificio della lode».
La tradizione cristiana continuò ed
elevò questo valore «sacrificale» della preghiera di lode-ringraziamento che culmina
nell'Eucaristia e si dilata a tutte le ore del giorno mediante la preghiera
delle Ore. Scrive in proposito Tertulliano: «Noi siamo veri adoratori e veri
sacerdoti, che pregando nello Spirito eleviamo a Dio la nostra orazione quale
ostia gradita e accettabile a Dio» (De oratione, 28). E s. Agostino
aggiunge: «Nella lode c'è il grido di chi confessa, nel cantico c'è
l'affetto di chi ama» (In Ps. 72, 1).
Breviario
Abbiamo già detto, parlando della
storia della preghiera delle Ore, che il termine «Breviario» comincia a
comparire verso il secolo X con i primi tentativi di «abbreviare» l'antico
ufficio, ritenuto troppo lungo, e soprattutto per permettere la recita
«privata» dell'ufficio.
Con la nascita degli Ordini
itineranti, come i Francescani e i Domenicani, sorse anche la necessità di
fornire questi Frati di un libretto che contenesse le parti essenziali
dell'Ufficio, non potendo ovviamente portarsi dietro i voluminosi codici usati
nel coro. Si chiamò dunque «Breviario» quel libretto che conteneva in sintesi
tutti gli elementi necessari per recitare le Ore di una determinata festa o di
un ristretto spazio di tempo. La mentalità dell'epoca, che favoriva la
devozione privata rispetto a quella comunitaria, unita all'idea dell'«obbligo»,
favorì il diffondersi di questi «breviari» fino ad essere accolti come
«modello» dalla riforma tridentina al tempo di Pio V (1568).
Era evidente che, con la riforma
del Vaticano II e tenuto conto degli svariati adattamenti che questa preghiera
delle Ore aveva subíto lungo i secoli fino ad alterarne a volte la medesima
struttura, il nome di «Breviario» dato a questo libro liturgico non poteva più
essere mantenuto. Non si poteva certo indicare la «qualità» di una preghiera
facendo riferimento alla sua «quantità» !
La riforma liturgica ha deciso
pertanto che il nuovo nome da dare a questo libro liturgico fosse «Liturgia
delle Ore».
Liturgia delle Ore
Il nuovo nome della preghiera delle
Ore si compone dunque di due parole che si completano a vicenda: «Liturgia» e
«delle ore».
Liturgia. Già nel titolo si
vuol indicare con estrema chiarezza che questa preghiera non è un atto privato
o individuale «riservato» ad alcune persone a ciò deputate dal sacramento
dell'Ordine. E' un atto liturgico, un atto della Chiesa e quindi destinato a
tutti i membri della Chiesa. La deputazione non dipende più dall'Ordine, ma dal
Battesimo. La sua celebrazione ordinaria non è più nel «privato», ma nella
«comunità». Essendo dunque una azione liturgica,
Delle Ore. Questo richiamo
alle «ore» sta a significare che scopo primario di questa azione liturgica è la
santificazione della giornata e del tempo. Dal momento che viviamo nel tempo e
siamo come impastati nel tempo, santificare le «ore» equivale a santificare la
nostra stessa esistenza umana per renderla esistenza divina. Santificando il
tempo con la preghiera permettiamo a tutta la nostra vita di diventare una
«liturgia» perenne mediante la quale ci consacriamo in servizio di amore a Dio
e ai fratelli. Ed infine, dal momento che Cristo con la sua incarnazione e con
la sua Pasqua ha fatto di questo nostro tempo un «tempo di salvezza», pregando
le «Ore» noi «pasqualizziamo» il tempo; lo svuotiamo di ciò che è vecchio e mortale
e lo riempiamo della novità che è Cristo e della sua eternità di Signore
Risorto.
Santificare le Ore equivale ad
essere già ammessi alla lode perenne e gloriosa dei Santi dal momento che con
questa preghiera noi partecipiamo al sommo onore della Sposa di Cristo; lodando
il Signore noi stiamo già davanti al trono di Dio in nome della Madre Chiesa.
«Una storia», «un nome» che ci
hanno permesso di guardare indietro nella secolare vita della Chiesa e di
individuare le tradizioni genuine della sua attività orante.
Diceva Paolo VI:
«Si levi, dunque, con il
sussidio del nuovo libro della Liturgia delle ore, più solenne e più bella la
lode di Dio nella Chiesa del nostro tempo. Si associ a quella che viene cantata
nelle sedi celesti dai santi e dagli angeli, e accrescendosi incessantemente in
perfezione nei giorni di questo terrestre esilio, muova con nuovo slancio
incontro a quella lode perfetta che per tutta l'eternità è attribuita a Colui
che siede sul trono e all'Agnello ( Laudis canticum, 8 ) .