LA
PREGHIERA
(Pedron
Lino)
"Tutti i guai degli uomini derivano da una cosa sola:
dal non saper starsene quieti in una stanza" (Pascal). Siamo capaci di metterci in quel riposo
contemplativo, che non è inattività, ma che anzi è la suprema attività?
Quando si prega
accade sempre qualcosa di importante anche se non sempre sappiamo che cosa. La
preghiera è dare spazio vitale allo Spirito di Dio.
Mancanza di tempo o scarsità d’amore?
"Ho troppe
cose da fare, quindi ho poco tempo per pregare". Che abbiamo molto da
fare è fuori dubbio. Siamo presi da una complessità di doveri e di attività che
ci stringono come in una rete. Ma bisogna stare attenti a non diventare le
ruote di un ingranaggio. Ho trovato questa espressione di Lutero che mi ha
molto colpito: "Oggi ho molto da fare, dunque pregherò almeno quattro
ore". In noi, spesso, prevale la logica contraria.
Se ho molto da
fare, devo pregare di più, perché ci dev’essere una
proporzione tra quello che faccio e quello che prego.
Ci lamentiamo
della mancanza di tempo. Ma è proprio mancanza di tempo o scarsità d’amore? È
difficile trovare due innamorati che non hanno il tempo per incontrarsi. E da
chi ci ama aspettiamo soprattutto il dono di un po’ di tempo. Se la preghiera è
un fatto d’amore, deve essere sotto il segno della gratuità. La prima cosa da
fare è "buttar via", "sprecare" un po’ della propria
vita nella preghiera. E poi ci accorgiamo che, se sappiamo buttare del tempo
nella preghiera, alla fine saremo ricchissimi di tempo, perché quello che ci
rimane è completamente diverso: fa un salto qualitativo. E la ragione è questa:
dopo aver pregato abbiamo in noi la forza di Dio. Se è vero che senza di Lui
non possiamo far nulla (Gv 15, 5) è altrettanto vero che con Lui riusciamo a
far tutto.
La preghiera è un alibi?
Alcuni
obiettano: "La preghiera è un alibi all’azione; favorisce
l’irresponsabilità. È meglio agire che pregare". Certo la preghiera non è un rifugio per sottrarsi
alle proprie responsabilità. Lo ha detto anche Gesù: "Non
chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che
fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt 7, 21). La
preghiera non è evasione dalla vita, ma invasione del divino nella vita. Il
tempo della preghiera è quello in cui lasciamo entrare il Signore nella nostra
esistenza e ci lasciamo trasformare a sua immagine; impariamo chi egli è, da
quello che noi diventiamo. La sua luce illumina la nostra povera mente, così
corta di vedute; la fragilità della mia volontà è sostenuta dalla sua forza; la
mia vita è invasa dalla sua grazia.
La preghiera è
l’azione più importante per far andare avanti il mondo. "È per la
preghiera dei cristiani che il mondo sta in piedi" (Aristide
l’Apologeta). "L’uomo che prega ha le mani sul timone della
storia" (s. Giovanni Crisostomo).
Il Signore va trattato da Signore.
La nostra vita ha
assoluto bisogno di un ritmo vivo che alterni momenti di preghiera e di
solitudine a momenti di impegno e di azione.
"Ora et labora" (prega e
lavora) diceva s. Benedetto. Se si spezza questo equilibrio, diventiamo schiavi
delle cose, degli avvenimenti e di noi stessi: la nostra vita diventa un caos
inutile e dannoso. "Chi non raccoglie con me disperde" (Mt 12,
30).
Chi non sa interrompere
la sua azione per buttarsi in uno spazio di contemplazione, ad un certo punto
non si possiede più. È come l’automobilista che, tormentato dal sonno, non sa
decidersi a interrompere il suo viaggio e ristorarsi un po’.
Shakespeare ha
detto: "L’uomo che si agita fa scoppiare di risate gli angeli".
La nostra azione diventa un agitarsi inconcludente, una accozzaglia
di frammenti eterogenei che non servono a formare qualcosa di unitario. Anche
le azioni più belle della nostra vita, le perle del nostro ingegno, vanno
sicuramente perdute se non sono tenute insieme da questo filo d’oro che è la
preghiera.
Diceva padre Semeria: "Il Signore bisogna trattarlo da
Signore". Bisogna metterlo al centro della vita, preparare per lui un
trono nella parte più intima del nostro cuore e lasciare che di lì domini
tutto. E non prendiamo la scusa che non siamo degni, che il nostro cuore è una
stalla. Fin dal suo nascere Gesù ha scelto una stalla come suo quartier
generale e luogo di appuntamento tra il cielo e la terra (cfr Lc 2, 1-20). Quando entra il Signore in una persona, tutto
si trasforma, tutto diventa meraviglioso; il paradiso scende sulla terra.
Occorrono momenti
di preghiera gratuita che nasce solo dall’amore. Carlo de Foucauld si esprime
così: "Esalarsi davanti a Dio in pura perdita di sé". La
preghiera non è accattonaggio: è atteggiamento di figlio, di innamorato. Si sta
davanti a lui perché lo amiamo, perché non possiamo fare a meno di lui, perché
ci è più necessario dell’aria che respiriamo e del pane che mangiamo. Gesù si è
definito luce, pane, vita... perché è realmente tale: Lui è indispensabile,
necessario. "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte
le altre cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6, 33).
La preghiera non è
anzitutto un mezzo per ricaricarsi, per stare meglio, per essere più felici:
questi motivi e altri ancora nascono da egoismo e da
interessi personali, sia pure spirituali. Noi siamo figli di Dio e non
schiavi o parassiti. La preghiera è soprattutto un bisogno filiale, un bisogno
dell’amore.
Alla scuola della tradizione
Diamo la parola a
quelli che se ne intendono, a quelli che hanno pregato tanto prima di scrivere
qualcosa sulla preghiera.
Agostino (354 - 430)
"Se
preghi con le aspirazioni intime, tu anche tacendo con la lingua, canti col
cuore. Se
tu invece non preghi con queste aspirazioni, qualunque sia il clamore con cui
ferisci le orecchie degli uomini, resti muto davanti a Dio" La preghiera è essenzialmente uno slancio del cuore. Le formule delle labbra non sono preghiera ma un
mezzo di preghiera.
"Risuoni
nel cuore ciò che viene pronunciato con le labbra". Le formule e gli
esercizi di preghiera sono mezzi importantissimi, ma servono solo nella misura
in cui diventano veicoli delle realtà che ci urgono nel cuore.
Girolamo (340-
420)
"Preghi? Sei tu che parli allo Sposo. Leggi? È lo Sposo che parla a te". Per Girolamo "leggere" significa
"leggere
Evagrio Pontico (345 - 399)
"La
preghiera è sorgente di gioia e di grazia.
Quando dedicandoti alla preghiera, sei giunto al di sopra di ogni altra
gioia, allora veramente hai trovato la preghiera."
La preghiera non
deve essere abitualmente un peso, un dovere imposto dal di
fuori, ma un bisogno che nasce nell’intimo e produce gioia. Quando prega, l’anima raccoglie bracciate di gioia. Le persone che
si vogliono bene sono sempre felici d’incontrarsi: e il tempo vola quando
stanno insieme. Perché l’incontro con Dio, che deve essere amato con tutto il
cuore, dovrebbe sfuggire a questa legge?
"Beato
colui che, dopo Dio, considera tutti gli uomini come Dio." È un’indicazione luminosa preziosissima che mostra la
strada principale per creare l’osmosi tra la preghiera e la vita: vedere nel
fratello un "sacramento" del Risorto, trasformare ogni
incontro con i fratelli in un incontro con Dio.
"Porta a
compimento la preghiera colui che offre a Dio la primizia di se stesso, come se
fosse un frutto." La preghiera è
dono di sé nell’amore. A Dio si danno le primizie della nostra vita, le energie
migliori e la parte migliore del nostro tempo, non i rimasugli e lo scarto, il
tempo della stanchezza e degli sbadigli, il tempo che ci vergogneremmo di
dedicare agli altri. Dio non è il bidone dei rifiuti!
La preghiera è un
gesto con cui il meglio di noi stessi viene buttato in Dio in modo gratuito.
Massimo il confessore (580 - 662)
"La mente
che è unita a Dio si intrattiene a lungo con lui, mediante la preghiera e la
carità, diventa saggia, buona, benefica... in breve reca in sé quasi tutte le
caratteristiche divine"
La preghiera non
abbassa Dio al nostro livello, ma innalza noi al suo: ci divinizza, ci
trasforma in Dio. Dopo la preghiera non siamo più quelli di prima e il mondo
non è più lo stesso.
Giovanni Damasceno (650 - 740)
"La
preghiera è un’elevazione della mente in Dio". È come un volo d’aquila, un’impennata ardita, con
cui l’anima si innalza fino a Dio. Ricordiamo che l’uomo non potrebbe salire a
Dio, se prima Dio non fosse disceso fino all’uomo. "Ho sollevato voi su
ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me" (Es
19, 4). Gesù buon Pastore viene a cercare l’umanità perduta e, ritrovatala, se
la mette in spalla tutto contento e la porta alla casa del Padre (cf Lc 15, 4-6). Lo Spirito che
prega in noi ci eleva verso Dio.
Bernardo di Chiaravalle (1090 - 1153)
"I tuoi
desideri gridino a Dio". Ci
ricorda la beatitudine evangelica: "Beati quelli che hanno fame e sete
della giustizia, perché saranno saziati" (Mt 5, 6). L’inappetenza
verso il cibo materiale è una malattia grave e va curata energicamente. Lo
stesso, e ancor più, dicasi dell’inappetenza verso le cose di Dio, la noia e il
disinteresse per Dio e per il suo regno. Chi tiene acceso il desiderio di Dio
prega sempre. Chi non prega si spegne e muore. Per cacciare i nostri mali
dobbiamo riempirci di Dio, unico bene.
"La
preghiera è una pia tensione del cuore verso Dio". È l’atteggiamento
del figlio che tende le braccia verso il genitore: gesto più eloquente di qualsiasi parola.
Francesco d’Assisi (1181/82 - 1226)
Francesco ha
pensato di vivere la preghiera più che a scrivere su di essa.
Sentiamo il suo
biografo, Tommaso da Celano: "Se il suo sguardo cadeva sul Crocifisso,
diventava come ebbro d’amore e compassione, e cominciava a cantare la più
delicata melodia, piano prima, poi sempre più forte...".
"Suo porto sicuro era la preghiera, non di pochi minuti, o vuota e
presuntuosa, ma lunga per durata, piena di devozione e placida di umiltà... sia
che camminasse o sedesse... era intento all’orazione".
E
finalmente una frase scultorea che non sarà mai dimenticata: "Non tam orans quam
oratio factus": Divenuto
non orante, ma preghiera.
Cioè, non era più uno che pregava, ma era diventato la sua preghiera. Non c’era
più diaframma tra preghiera e vita, ma combaciavano perfettamente: pregare era
vivere e vivere era pregare. Il cuore di Francesco era totalmente identificato
con quello di Cristo, attraverso l’amorosa e appassionata contemplazione del
Crocifisso.
Solo quando il
cuore del cristiano si identifica col cuore di Cristo la vita diventa preghiera
e la preghiera diventa vita.
Bonaventura (1218 - 1274)
"I
desideri in noi si infiammano doppiamente: per lo slancio dell’orazione che
sprigiona gemiti dal cuore e per lo splendore della speculazione con cui la
mente, in modo diretto e intensissimo, si volge ai raggi della Luce".
La preghiera è un
grido del cuore e un’illuminazione dell’intelligenza. Amando si capisce di più
e scoprendo, nello stupore, si ama di più. La contemplazione è come un esporsi
alla luce e al calore di Dio. L’uomo, come il girasole, volge continuamente se
stesso verso l’infinito sole di Dio per attingere avidamente calore e vita.
Tommaso d’Aquino (1225 - 1274)
"La
preghiera non viene presentata a Dio per fargli conoscere qualcosa che egli non
sa, ma per spingere verso Dio l’animo di chi lo prega". Il pagano pregava Dio per conquistarlo, per
cattivarsene il favore e tirarlo dalla sua parte: doveva in qualche modo
informarlo e convincerlo.
Il vangelo invece
ci dice che Dio non ha bisogno di essere informato: "Il Padre vostro sa
di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate" (Mt 6,
8). E lo sa molto meglio di noi "perché nemmeno sappiamo che cosa sia
conveniente domandare" (Rm 8, 26). Meno
ancora ha bisogno di essere convinto e tirato dalla nostra parte perché il
Padre ci ama (cfr Gv 16, 27) e vuole il nostro bene molto più di quanto lo
vogliamo noi per noi stessi.
E allora a che
cosa serve pregare? Serve a me, non a lui. Prego per prendere coscienza della
mia situazione e del mio estremo bisogno di Dio. Prego per togliermi i fumi
della superbia e dell’autosufficienza. Prego perché senza di lui non posso
esistere.
Prego non per
tirare Dio dalla mia parte, ma perché Dio mi tiri dalla sua. Non chiedo a Dio
di cambiare la sua volontà per fare la mia, ma chiedo che mi dia la forza per
fare solo e sempre la sua.
La sola risposta
che mi attendo dalla preghiera è la mia conversione.
Molti dicono
sfiduciati: Dio non mi ascolta; la preghiera è inutile. E spesso cessano di
pregare. Senza saperlo sono ancora sulla linea pagana: pretendono di essere gli
architetti della loro vita e, solo a progetto ultimato, chiamano Dio, mediante
la preghiera, perché venga a fare il manovale. No! Il progettista è lui; io
nella preghiera collaboro umilmente per la realizzazione del suo progetto.
Teresa d’Avila (1515 - 1582)
"Dove sta
Dio ivi è il cielo. Sappiate dunque che dove si trova la maestà di Dio ivi è
tutta gloria. Ricordate ciò che dice s. Agostino che dopo aver cercato Dio in
molti luoghi, lo trovò finalmente in se stesso. Ora credete che importi poco
per un’anima soggetta a distrazioni comprendere questa verità, e conoscere che
per parlare con il Padre celeste e godere della sua compagnia non ha bisogno di
salire in cielo, né di alzare la voce... per cercarlo non ha bisogno di ali,
perché basta che si ritiri in solitudine e lo contempli in se stessa. Non deve
allora spaventarsi per la degnazione di tale ospite, ma gli parli umilmente
come a Padre, gli racconti le pene che soffre, gliene chieda il rimedio, si
riconosca indegna di essere chiamata sua figlia...".
Il cuore dell’uomo
è la splendida dimora in cui Dio si compiace di abitare. Il mondo non può
contenere Dio, ma il cuore dell’uomo sì, perché è una realtà spirituale. È lì,
nel cielo dell’anima, che bisogna cercarlo.
Lorenzo Scupoli
(1530 - 1610)
"Con
l’orazione porrai la spada in mano a Dio, perché combatta e vinca per te".
La preghiera è dunque l’arma di tutte le vittorie. Essa è la debolezza di Dio e
la forza dell’uomo perché il cuore del Padre non sa negare nulla di buono ai
suoi figli.
Ignazio di Loyola
(1491 - 1556)
Ha paura dei
lunghi colloqui con Dio, per non rischiare l’astrattismo. Non concepisce la
preghiera sganciata dall’azione. Pregare è perciò "seguire Cristo che
va tra gli uomini, quasi accompagnandolo" È un’indicazione preziosa
per la fusione tra contemplazione e vita. È chiaro che per un uomo di Dio come
Ignazio l’andare ai fratelli è frutto dell’incontro con Dio. Ma l’incontro con
Dio rende impellente l’andare verso gli altri, essere "contemplativi
nell’azione".
Carlo de Foucauld (1858 - 1916)
"La
preghiera è l’attenzione dell’anima amorosamente fissata su Dio: più
l’attenzione è amorosa, migliore è la preghiera".
Riportiamo una
delle sue preghiere più celebri:
"Padre mio, io m’abbandono a te;
fa’ di me quello che ti piace;
qualunque cosa tu faccia di me,
io ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
perché la tua volontà si compia in me
e in tutte le tue creature;
non desidero nient’altro, mio Dio.
Rimetto la mia anima nelle tue mani,
te la dono, mio Dio,
con tutto l’amore del mio cuore,
perché ti amo.
Ed è per me un’esigenza d’amore
il donarmi, il rimettermi nelle tue mani,
senza misura, con confidenza infinita,
perché tu sei il PADRE MIO".
È stata una rapida
corsa attraverso
Leggiamo insieme
due racconti evangelici (Gv 11, 1 - 44 e Lc 10, 38 -
42).
"Gesù
voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro". Per diventare
amici di Cristo e per innamorarsi di lui bisogna sentire che ci vuole molto
bene.
"Il
Maestro è qui e ti chiama". Quando Gesù è o sembra lontano succedono i
guai; quando lo sentiamo presente rifiorisce la vita e la speranza. Il Cristo
che duemila anni fa era a Betania, oggi è qui e
ripete anche a noi: "Io sono la risurrezione e la vita".
Per Maria "sedutasi
ai piedi di Gesù" non esiste più niente: c’è lui solo. Lo guarda con
occhi estasiati e pieni d’amore. "Maria si è scelta la parte migliore
che non le sarà tolta".
Queste pagine del
vangelo ci sembrano riassunte nella bella definizione di Teresa d’Avila: "La
preghiera per me, altro non è che un intimo rapporto d’amicizia e un frequente
intrattenersi da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati".
Un intimo rapporto personale.
Il cristianesimo è
Qualcuno, è Cristo.
È Qualcuno che per
me conta; Qualcuno senza del quale non potrei vivere: "Per me infatti il vivere è Cristo" (Fil 1, 21).
Il mio rapporto
con lui deve essere esauriente, afferrare tutta la mia vita.
L’amore ha sete di presenza.
Dio si è fatto
meravigliosamente vicino. È venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1, 14).
L’amore ha bisogno di presenza, desidera l’incontro. Dio è soprattutto
presenza: Qualcuno che è qui, adesso, per me. È qui e mi aspetta perché mi vuol
bene. Bisogna avvertire questa presenza. Una presenza non avvertita è come una
"non presenza". E non vale la scusa che abbiamo tante cose da
fare e da pensare. Un giorno il Signore disse a santa Teresa: "Figlia
mia, pensa a me, che a te ci penso io". Se noi pensiamo a Lui e ai
suoi interessi, Lui pensa a noi e ai nostri interessi: è un affare d’oro!
La preghiera non
può nascere se non avvertiamo questa presenza: non si dialoga con un assente.
La preghiera comincia nel preciso istante in cui Dio cessa di essere un egli e
diventa un Tu. I personaggi dei salmi danno del tu a Dio, lo interloquiscono
con fiducia.
Si dice che santa
Caterina, quando pregava il "Gloria al
Padre", lo recitasse così: "Gloria al Padre, e a Te, o Figlio,
e allo Spirito santo" perché in quel momento, attraverso un’esperienza
particolare, la presenza di Cristo si faceva sensibile. Per non essere da meno,
noi potremmo pregare così: "Gloria a Te, o Padre, e a Te, o Figlio, e a
Te, Spirito santo" perché sappiamo che
Io lo guardo e lui mi guarda.
È meraviglioso
sentirsi addosso lo sguardo di un innamorato. Il salmo
139 (138) e l’episodio dell’uomo ricco (Mc 10, 17-22) ci aiutano ad
attualizzare e a pregare questa realtà.
Quando prego, io
lo guardo e lui mi guarda. Io che sono senza importanza per tutti, non sono
senza importanza per lui.
Per intanto lo
possiamo contemplare solo nei segni della sua presenza, nel riflesso delle sue
creature. "Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi
saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 3, 2).
Il desiderio di
vederlo ha fatto nascere nella Chiesa primitiva la prima formula liturgica
tipicamente cristiana: "Maranà tha, Vieni, Signore Gesù" (cf 1 Cor 16, 22; Ap 22, 20).
È la stessa
struggente nostalgia del paradiso che faceva dire a Teresa d’Avila: "Muoio,
perché non muoio".
Camminare alla presenza di Dio.
Dice
Il mio silenzio ti parla.
Il primo mezzo per
comunicare è il silenzio. Sbaglia chi crede che il silenzio sia un diaframma
tra persone che porta all’isolamento. I momenti più belli dei rapporti anche
umani sono i momenti in cui ci si guarda negli occhi senza dir niente. Il
silenzio può esprimere una fusione di cuori, un’intimità che nessuna parola può
tradurre. Elisabetta della Trinità l’ha definito "l’estasi
dell’amore". Un’anima inebriata dalla presenza di Dio non trova più
parole.
Il dialogo orante.
Il valore del
silenzio non elimina né oscura quello della parola. È proprio il silenzio che
dà valore alla parola. Una parola è vera quando nasce dal silenzio interiore di
chi parla e trova nel silenzio interiore dell’interlocutore uno spazio per
entrare.
Il bisogno di
comunicare con il Tu divino, di cui nella fede avvertiamo la presenza, si
esprime dunque attraverso la parola, rispettando però le norme del dialogo.
Molti pensano che pregare significhi semplicemente parlare con Dio. E non si
accorgono di cadere così nel monologo. C’è dialogo tra due persone quando
parlano entrambi. Se poi tra i due uno emerge sull’altro per dignità, spetta a
lui la prima battuta del dialogo. Qui l’interlocutore è il Signore: dovrò
lasciare che anzitutto parli lui. Pregare è soprattutto ascoltare. La mia non
potrà essere che una risposta.
Ora il mezzo
privilegiato con cui Dio mi parla è
Diciamo di più:
In ogni caso la
mia risposta dopo l’ascolto consisterà nel reagire a ciò che egli mi ha detto,
nel far rimbalzare verso di lui
Esiste una scuola
di preghiera, esiste una maestra esperta in materia. La liturgia è
Pregare è soprattutto lodare.
Quando Dio è al
centro del nostro interesse, la lode prende il sopravvento sulle altre forme di
preghiera. Non guardo me, guardo lui. Se guardassi solo me, rischierei di
restare paralizzato dal panorama squallido delle mie miserie.
Certo l’esame di
coscienza ci vuole, ma va fatto in compagnia del Signore. Un bambino che fa
l’inventario delle sue ferite in braccio a una madre premurosa che minimizza
l’accaduto, lo consola e lo restaura: ecco un’immagine dell’esame di coscienza.
Quindi non stiamo
a perdere eccessivo tempo a guardare i nostri cerotti. Mettiamo sempre Dio in
primo piano e guardiamo soprattutto le sue meraviglie.
"Cantare amantis est: è proprio di chi ama, cantare" (s.Agostino). Cantare, nei testi agostiniani, è sinonimo di
lodare.
Tagore,
un poeta non cristiano ma impregnato di senso religioso esprime così
l’atteggiamento di lode: "Quando mi comandi di cantare, il mio cuore
pare che si spezzi dall’orgoglio.
Guardo il tuo viso e mi vengono le lacrime agli occhi. Tutto quello che vi è di
aspro e di discorde nella mia vita, si fonde in un’unica dolce armonia, e la
mia adorazione apre le ali, fa come l’uccello felice quando vola attraverso il
mare. So che ti diletti del mio canto, e che solo quale cantore sono venuto al
tuo cospetto. L’ala spiegata del mio canto sfiora i tuoi piedi, che non
aspirerei mai a raggiungere. Nell’ebbrezza gioiosa del canto
dimentico me stesso e chiamo te amico, che sei il mio Signore".
Soprattutto le
ultime parole sono una delle più stupende definizioni dell’atteggiamento di
lode: dimenticarsi per prorompere in un canto di ammirazione e di gioia,
davanti all’amico Signore.
"Noi ti
lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per
la tua gloria immensa". Non solo per i benefici che ci hai dato, o
Signore, ma soprattutto perché Tu esisti, perché Tu sei Dio, perché Tu sei la
bontà, la bellezza infinita.
"Bisogna
anzitutto lodarlo. Lodare è
esprimere la propria ammirazione e nello stesso tempo il proprio amore, perché
l’amore è inseparabilmente unito ad una ammirazione
senza limiti" (C. De Foucauld).
Certo
l’atteggiamento di lode non è l’unico atteggiamento della preghiera: ci sono
tutti gli altri. Ma è il vertice della preghiera.
Sarà la lode che
riempirà la nostra eternità felice, alla fine, senza fine.
Ora et labora - Prega e lavora.
Uno storico
tedesco (!) ha detto che si potrebbe caratterizzare le grandi svolte della
civiltà con il motto benedettino "ora et labora".
Per gli antichi
valeva così com’è: la preghiera al primo posto, il lavoro al secondo posto, e
una stretta unione tra preghiera e lavoro.
All’epoca del
Rinascimento i due termini sono stati capovolti nella prassi, ed è come se si
dicesse: "Labora et
ora".
Finalmente con la
svolta materialistica del nostro tempo uno dei due termini è soppresso. È come
se si dicesse: "Labora et labora".
Infatti siamo in una repubblica fondata sul lavoro! Questa
mentalità è diffusa e si cerca anche di giustificarla a suon di Bibbia.
Il cavallo di
battaglia più conosciuto e più usato è il testo di Matteo che presenta i
criteri del giudizio finale: Ero affamato, assetato, forestiero, nudo, malato,
carcerato... (cf Mt 25, 31-46).
Per dare maggiore
forza al discorso si sintetizza l’immagine di Gesù, come "l’uomo per
gli altri".
È verissimo che
Gesù è stato l’uomo per gli altri, ma egli era anzitutto "il Figlio
unigenito che è nel seno del Padre" (Gv 1, 18), che si occupa delle
cose del Padre (Lc 2, 49), che onora il Padre (Gv 8,
49), il cui cibo era fare la volontà del Padre e compiere la sua opera (Gv 4,
34). Per farla breve, insegnandoci a pregare, Gesù ci ha messo subito davanti
agli occhi il Padre, il suo nome, il suo regno, la sua volontà.
Poi il pane. Un
pane che è dono del Padre prima, e più ancora, che
frutto del lavoro dell’uomo.
Si dice: "Chi
lavora, prega". Sì, il lavoro è preghiera per chi sa pregare. Il
lavoro diventa preghiera quando prima di lavorare si trova il tempo per
pregare; in questo modo il lavoro diventa la continuazione naturale della
preghiera, il fare quello che si è detto e capito nella preghiera. Diversamente
il lavoro resta lavoro e stop.
Non siamo capaci
di scoprire il volto di Cristo nel fratello se prima Cristo non è diventato per
noi Qualcuno nella preghiera. Padre Peyriguère,
un discepolo di Carlo de Foucauld, così esprime l’incontro con Cristo nei
fratelli: "Forse, non faccio mai così bene orazione, quanto nelle
lunghe e stressanti giornate passate in mezzo a questa brava gente che mi
assedia, che mi succhia letteralmente. Vedere Gesù in ogni essere
umano, diceva il padre de Foucauld. Come è reale il Cristo, come è
terribilmente reale, quando si presenta "sotto le specie" di uno dei
nostri fratelli infelici! Come è bello venire in aiuto di Gesù, quando ce lo domanda
uno di quelli per cui egli è morto! Allora, passare la giornata a curare la
carne stessa di Gesù, è diventare contemplativi."
Ma questo poteva
scriverlo uno che aveva cominciato la sua esperienza spirituale, passando molte
ore in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, e che continuava a farlo
anche mentre faceva l’infermiere.
Chi non prega, e
dice di incontrare Cristo nei fratelli, illude se stesso e gli altri.
Agire per amore.
Siamo spesso in
balia delle cose da fare. Siamo schiavi del lavoro. Parafrasando
il detto di Gesù: "Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per
il sabato" (Mc 2, 27) potremmo dire: "Il lavoro è stato fatto
per l’uomo e non l’uomo per il lavoro".
Dobbiamo poter
dire: Agisco perché amo. E questo non deve valere solo per i grandi gesti, che
nella vita capitano raramente, ma per quei piccoli gesti quotidiani, per i
gesti al dettaglio.
Fra’
Lorenzo della Risurrezione, umile cuoco carmelitano, diceva: "Non è
necessario avere grandi cose da fare. Io rivolto le frittate nella padella per amore di
Dio. Quando sono pronte, se non ho altro da fare, mi prostro a terra e adoro il
mio Dio che mi ha dato la grazia di prepararle. Dopo di che mi alzo più
contento di un re. Quando non posso far altro, mi basta aver
sollevato una pagliuzza da terra per amor di Dio".
È questo "per
amor di Dio" che rende felici nella vita: solo questo.
Trova Dio
nell’intimo di te, poi agirai.
Gesù: preghiera e azione in perfetta
simbiosi.
Ogni azione deve
sgorgare dall’azione numero uno: dall’intimo del cuore che si unisce a Dio. Di
lì tutte le azioni devono sgorgare per essere vere ed efficaci.
Gesù, l’esemplare
divino, a questo riguardo, come sempre, è inarrivabile.
Gesù riceve in
ogni istante la vita dal Padre e vive continuamente rivolto verso di lui. È un rapporto costante che non conosce interruzione: "Io
non sono mai solo. Il Padre è sempre con
me" (Gv 16, 32); "Io e il
Padre siamo una cosa sola" (Gv 10, 32).
Questo si traduce
anche a livello operativo: "Io faccio sempre le cose che gli sono
gradite" (Gv 8, 29).
Lo vediamo passare
spontaneamente dalla preghiera all’azione e dall’azione alla preghiera. Davanti alla tomba di Lazzaro, prima alza gli occhi al cielo e
dice: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io
sapevo che sempre mi dai ascolto..." poi si
rivolge verso la tomba e grida a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori".
Il morto uscì" (Gv 11, 41-44).
Passa dalle
giornate in cui non aveva più neanche il tempo per mangiare (Mc 6, 31) alle
nottate di preghiera sulla montagna (Lc 6, 12).
Per lui preghiera
e azione sono in perfetta simbiosi. Questo è il modello divino.
Riusciremo a
pregare e a vivere così?
"Dio dà la preghiera a colui che
prega" (Evagrio).
Si impara a pregare pregando.
"Chi impara a pregare impara a
vivere" (s. Agostino).
"Signore, insegnaci a pregare!" (Lc 11, 1).
"Signore, insegnaci a vivere! Amen".