IL
PECCATO È RIFIUTO DI AMARE
(Pedron
Lino)
Il senso del peccato
Giudei e greci, sono sotto il dominio del
peccato, come sta scritto: Non c’è nessun giusto, nemmeno uno,
non c’è sapiente, non c’è chi cerchi Dio. Tutti hanno traviato e si sono
pervertiti; non c’è chi compia il bene, neppure uno (Sal 14,1-3; 53,2-4)...
Tramano inganni con la loro lingua, veleno di serpenti è sotto le loro
labbra (Sal 5,10; 140,4), la loro bocca è
piena di maledizione e di amarezza (Sal 10,7). I
loro piedi corrono a versare il sangue; strage e rovina è sul loro cammino
(Is 59,7-8)... Non c’è timore di Dio davanti ai
loro occhi (Rm 3,9-18).
Così va il mondo, purtroppo! Com’è difficile amare veramente.
Amare veramente, fino all’oblio di sé, fino al sacrificio di
sé, è una caratteristica propria di Dio: Carissimi, amiamoci gli uni gli
altri perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio.
Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4,7-8). E noi
poveri uomini che facciamo l’apprendistato della nostra vocazione divina, se
diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in
noi... Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di Lui un bugiardo e la sua
parola non è in noi (1Gv 1,8-10).
Ma l’uomo moderno non sta forse perdendo la capacità di riconoscere la sua
condizione di peccatore? Forse oggi il più grande peccato del mondo è che
gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato (Pio XII, 26
ottobre 1946).
Questo senso del peccato ha la sua radice nella coscienza morale dell’uomo e
ne è come il termometro. È legato al senso di Dio, giacché deriva dal rapporto
consapevole che l’uomo ha con Dio come suo creatore, Signore e Padre. Perciò,
come non si può cancellare completamente il senso di Dio né spegnere la
coscienza, così non si cancella mai completamente il senso del peccato (Giovanni
Paolo II, Riconciliazione e penitenza, 2 dicembre 1984, n. 18).
Che cos’è il senso del peccato?
Che cosa si intende dire quando si parla di senso
del peccato? Avere il senso del peccato significa percepire rapidamente ed
esattamente che un determinato comportamento è cattivo: è ciò che si chiama
delicatezza di coscienza.
Il senso del peccato è dunque anche la coscienza cristiana che ogni colpa
morale è un modo di rivolgersi a Dio dicendogli di no; non solo ogni atto
anti-religioso ma ogni mancanza nei confronti dei fratelli, ogni violazione del
bene comune colpisce personalmente Dio: Ogni volta che avete fatto queste
cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,
l’avete fatto a me (Mt 25,40.45).
Il termine peccato è un termine esclusivamente religioso, è una parola
propria della fede; è una sciagura dell’uomo religioso, cioè legato da rapporti
personali coscienti con il creatore e il salvatore dell’umanità. Il peccato è
propriamente opposizione alla volontà di Dio, rifiuto del proprio amore a un
richiamo dell’Amore. Il contrario del peccato non è la virtù, è la fede
(Kierkegaard).
Una legge o una persona?
Di conseguenza la definizione tradizionale
del peccato come disobbedienza alla legge di Dio deve essere compresa
bene, perché da un lato dice troppo e dall’altro dice troppo poco.
È facile immaginare la legge di Dio come una volontà dispotica, dittatoriale,
che viene dall’alto e ci vuole al suo servizio, o per lo meno vuole farci
rigare diritto. Questa legge è difficilmente percepita come una persona che mi
ama e vuole solamente la mia felicità. Dio esiste soltanto per amare e non ha
altro potere che quello di amare. La morale, la legge di Dio, ha l’unico scopo
di umanizzare l’uomo e divinizzarlo, di farlo crescere come figlio di Dio per
mezzo di Gesù Cristo e assicurargli la felicità in questo mondo e nell’altro.
La gloria di Dio è l’uomo vivente, pienamente e autenticamente vivo,
eternamente vivo nel Cristo Gesù nostro Signore; e la vita dell’uomo è
vedere Dio (s. Ireneo). Dio non ha altra volontà,
né altra legge. Ma io, cieco e superficiale posso interpretare male la mia vera
felicità e cercarla lontano da Dio. Stupite, o cieli; inorridite come non
mai. Oracolo del Signore. Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi
hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne
screpolate, che non tengono acqua (Ger 2,12-13).
Il peccato
Il peccato è precisamente il fermo rifiuto di
compiere una volontà di Dio chiaramente manifestata alla mia coscienza. Ogni
peccato è in rapporto con Dio: è allontanamento da Dio e dalla sua volontà,
assolutizzazione dei beni creati. La consapevolezza e la comprensione del
peccato possono quindi ottenersi unicamente mediante l’annuncio di Dio e del
suo messaggio di salvezza, attraverso il risveglio di un rinnovato e
approfondito senso di Dio. Solo quando si comprende chiaramente che il peccato
è in rapporto con Dio, si può anche capire come il perdono del peccato non può
venire se non da Dio (Commissione teologica internazionale, 29 giugno
1983).
Il peccato è rinunciare ad amare Dio e a lasciarsi amare da Lui: un disaccordo
voluto che mi separa da lui.
Il senso del peccato dunque è complementare al senso di Dio. È come la sua
ombra. Chi ha perso il senso di Dio non può avere il senso del peccato, anche
se gli rimane il senso morale. Ogni essere umano normale è dotato del senso
morale; il senso del peccato invece esige per lo meno un minimo di fede in un
Dio che è Padre, e Padre che ama.
Abbiamo perso il senso del peccato?
Possiamo ora tornare alla questione posta da
Pio XII: l’uomo moderno ha cominciato o no a perdere questo senso del peccato,
che è specifico dell’esistenza cristiana?
Da duecento anni a questa parte, la nostra società occidentale ha preso la via
della secolarizzazione (il che è normale) e del ritorno al paganesimo (il che è meno normale). Quale apparato statale, nei suoi discorsi e
nella sua legislazione, fa ancora riferimento a Dio? D’altra parte la libertà
religiosa consiste anche nel rispettare gli atei come i credenti. Così, a
livello di massa, il senso di Dio si allontana insensibilmente, e con esso la
sua ombra, il senso del peccato. È dunque un fatto che le nostre società civili
hanno perso il senso di Dio, e dunque il senso del peccato.
L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da
profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero
universo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività creativa dell’uomo, sullo
stesso uomo si ripercuotono, sui suoi giudizi e desideri individuali e
collettivi, sul suo modo di pensare e agire sia nei confronti delle cose che
degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e
culturale che ha i suoi riflessi anche nella vita religiosa (GS 4).
Un altro fatto non meno evidente è che all’interno delle comunità rimaste
cristiane si è operato uno spostamento nella sensibilità morale delle nuove
generazioni. Spostamento però non significa perdita, ma piuttosto, forse, il
contrario.
La lista dei peccati che i nostri vecchi snocciolavano ad ogni confessione era press’a poco questa: Ho mangiato carne il venerdì, ho perso
la messa la domenica, non ho obbedito ai genitori e ho fatto peccati di sesso.
Senza negare che questi erano e restano peccati, oggi si ha una coscienza più
viva degli attentati alla giustizia sociale, alla solidarietà, alla libertà
degli altri.
Guardiamoci bene dal deplorare tutto questo.
Il senso del peccato così non si perde, ma si affina e diventa più evangelico,
perché ciò che privilegia il senso dell’altro può preparare il risveglio
dell’attenzione all’Altro, cioè a Dio.
Il senso morale infine si interiorizza. Non dobbiamo rimpiangere la pratica
esteriore annoiata e subita come imposizione. Agli insegnanti del collegio
romano in cui aveva compiuto i suoi studi, Pio XII diceva: Fate pregare gli
allievi nella misura in cui avrete saputo darne loro il gusto. Bisogna
ritrovare lo stile del Cristo, suscitando la fame e la sete della Parola e
dell’Eucaristia, e il desiderio della riconciliazione con Dio.
Anche la vita religiosa è sotto l’influsso delle nuove situazioni. Da un
lato un più acuto senso critico la purifica da ogni concezione magica del mondo
e dalle sopravvivenze superstiziose, ed esige sempre più un’adesione più
personale e attiva della fede; numerosi sono perciò coloro che giungono a un
più acuto senso di Dio (GS 7).
In conclusione anche nel campo della confessione sono avvenuti dei cambiamenti
positivi. La storia seguente ci può illuminare, ricordare molte situazioni di
un passato non troppo remoto e soprattutto esimerci da ogni commento. È un
signor X che racconta:
A casa di mia nonna si viveva un cattolicesimo intransigente. Un venerdì di
quaresima, mentre eravamo a tavola, la cuoca entrò tutta spaventata nella sala
da pranzo. Aveva messo un dado nella minestra, dunque un estratto di carne, e
ci scongiurava di non mangiarla. Qualcuno andò a consultare il parroco il
quale, dopo aver riflettuto, autorizzò la consumazione della minestra. Ho
trovato recentemente tra le vecchie carte alcuni contratti di mezzadria di
quell’epoca. Mi hanno spaventato le condizioni disumane imposte da quei
documenti, che lasciavano ai contadini soltanto la possibilità di non morire di
fame. Sono sicuro che la mia nonna si è confessata per
quella minestra col dado ma non per la miseria imposta ai suoi mezzadri. E temo
che tutte le assoluzioni ricevute da quella buona donna non le abbiano mai dato
il senso di che cosa è veramente il peccato.
IL PECCATO NELLA SCRITTURA:
l’Antico Testamento
Dio ha amato tanto da creare degli esseri
simili a lui, delle figlie e dei figli chiamati alla libertà. Si è messo
davvero in un brutto pasticcio. Ma l’amore è questo: permettere agli altri di
essere come vogliono, come loro stessi si costruiscono, e amarli così come
sono.
Per chi ha la fede, il peccato è sempre grande, di una grandezza mostruosa,
perché si tratta di una libertà donata dall’amore che si oppone all’amore.
È quanto ci rivela
Noi battezzati sappiamo di essere stati generati con amore, a immagine e
somiglianza di Dio, e di essere stati riuniti in una famiglia la cui regola di
vita è l’amore, e quindi la libertà. Il profeta Ezechiele parla di noi come di
un popolo che porta la sua legge scritta nel cuore: Vi prenderò dalle genti,
vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con
acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e
da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno
spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne
(Ez 36,24-26).
Ciò significa che il Dio d’amore vuole vivere con il suo popolo, con i suoi
figli, un rapporto d’amore. Secondo l’Antico Testamento il peccato consiste
nello spezzare coscientemente, volontariamente, con cattiveria questo rapporto
d’amore.
Infedeltà all’amore
Due immagini bibliche ci aiutano a
comprendere tutto ciò e a riflettervi profondamente:
La prima immagine è quella del peccato come adulterio. Si tratta di una trasgressione
della legge di Dio, come diceva il catechismo; ma questa legge non è ciò
che troppe volte abbiamo pensato che fosse. Non è un sistema di leggi, ma un sistema
d’amore; non è altro che l’alleanza che unisce in un vincolo d’amore lo sposo e
la sposa. Chi è più libero di una sposa, se ama? Chi più libero di uno sposo,
se ama? Al contrario, dice il profeta Osea, l’anima
peccatrice è la donna infedele al marito che corre dai suoi amanti e si
prostituisce... Spezzare il patto d’amore: questo è il peccato.
La seconda immagine è quella del peccato come usurpazione, come rifiuto del
Padre. Si tratta sempre della trasgressione volontaria di una legge, ma questa
legge non è altro che l’amicizia, la familiarità piena di fiducia, la
necessaria dipendenza che lega i figli al Padre (Gen 3).
Da vero Padre, Dio ha creato l’uomo per amore, formandolo a sua immagine e
somiglianza e trasmettendogli tutti i suoi beni senza riservare nulla per
sé solo, neppure la vita. Ma mentre il Padre è la fonte necessaria (e non può
essere diversamente), il peccato è pretendere di spezzare la relazione filiale;
è mangiare del frutto dell’albero della scienza del bene e del male,
cioè voler essere legge a se stessi, decidendo a proprio modo che cosa è bene e
che cosa è male.
Dio è verace e senza malizia; egli è giusto e retto. Peccarono contro di lui
i figli degeneri, generazione tortuosa e perversa.
Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente? Non è lui il Padre che
ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito? (Dt
32,4-6).
La legge del Padre non ha nulla a che vedere con gli imperativi esteriori e con
i divieti arbitrari. È un rapporto di tenerezza più che di dominazione. È la legge
dell’amore filiale scritta nei nostri cuori. Ed è il nostro interesse più
fondamentale perché è una follia separarsi da colui da cui ci viene ogni cosa.
Il peccato è il rifiuto della condizione filiale con ciò che essa comporta di
dipendenza vitale e di amore.
Il primo risultato del peccato è la paura di Dio, l’angoscia della colpa: Ho
avuto paura e mi sono nascosto (Gen 3,10). Il secondo, più profondo ed
estremamente drammatico, è la morte: ci si è distaccati dall’Albero della
vita... Il risultato eterno, se non interviene la riconciliazione, è la perdita
della vita eterna, l’inferno. Non si tratta di una pena giuridica, di una
condanna vendicatrice dell’amore tradito di Dio. Dio non danna nessuno: egli è
solo amore e perdono. Ma il peccatore, durante la sua vita, ha scelto di
voltare le spalle a Dio, il suo unico fine. Di conseguenza la sua decisione
affermata, e confermata, verrà rispettata. Le sue ultime volontà, quelle in cui
si troverà al momento della morte, saranno eseguite. Il castigo eterno è la
manifestazione piena del peccato. Passando dal tempo all’eternità, chi ha
liberamente scelto il non amore viene eternamente fissato nel non amore.
L’amore beato non è possibile senza libertà. E la libertà non ammette
costrizioni.
Una catena di peccati
Questa esistenza che pretende di costruirsi
da sé e si distrugge - il peccato - purtroppo non è una catastrofe individuale.
È una realtà contagiosa, un fatto sociale, che si scatena nei peccati.
Rileggiamo i primi capitoli della Genesi. Quello che viene descritto non è il
primo peccato in senso storico, con la sequenza occasionale dei peccati che ne
sarebbero derivati, ma è piuttosto un esempio tipico della desolante
disavventura del peccato così come viene vissuta e come è facile osservarla in
tutte le epoche della storia umana e cristiana: la rottura col Padre porta con
sé la rottura a catena tra fratelli.
Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che
ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si
pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo (Gen
6,5-6).
È la fine della famiglia coniugale... Due pagine prima, la creazione di Eva
aveva mandato in estasi l’uomo: Questa volta essa è carne dalla mia carne e
osso dalle mie ossa. Ma subito dopo la disobbedienza comune, hanno inizio
le delusioni e le accuse: La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato
dell’albero e io ne ho mangiato...
È la fine della famiglia fraterna: Caino alzò la mano contro il fratello
Abele e lo uccise.
È la fine della famiglia sociale, l’avvio dell’escalation della
vendetta: Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio
livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech
settantasette.
È la fine della famiglia umana: le nazioni che si sono levate contro Dio (Venite
costruiamoci una torre la cui cima tocchi il cielo), non comprendono più
l’uno la lingua dell’altro; nella confusione delle lingue e dei progetti, si
voltano le spalle e si disperdono su tutta la terra, quando non si
affrontano in guerre sterminatrici. Il compito del Salvatore sarà di riunire
insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,52).
Il peccato del mondo
I profeti, a loro volta, denunciano con forza
il peccato, mettendo in luce il suo meccanismo di fondo: chi pretende di
costruire se stesso indipendentemente da Dio, lo farà a spese degli altri, e
soprattutto dei piccoli e dei deboli.
Il peccato del mondo è il peccato di chi abusa della propria forza -
religiosa, politica, economica, culturale, fisica, ecc. - per ottenere un posto
privilegiato a prezzo della rovina, dell’oppressione, dello sfruttamento dei
deboli. È questo il peccato che ha ucciso Dio in Gesù Cristo.
Nella rivelazione dell’AT il peccato è dunque sostanzialmente un dramma
dell’amore. Dramma coniugale tra sposi; dramma familiare tra padre e figli;
drammi e lotte tra fratelli sotto gli occhi di un Padre straziato.
IL PECCATO
NELLA SCRITTURA:
il Nuovo Testamento
L’uomo è chiamato a diventare sempre più
uomo. La legge della crescita è una legge di pazienza e di speranza nei
confronti dei deboli e di quelli che sono all’inizio del loro cammino; ma è
anche la legge dell’ascesa costante che non permette a nessuno di deporre il
proprio fardello e fermarsi all’altezza della propria soddisfazione.
Nell’AT Dio diceva agli israeliti: Siate santi, perché io, il Signore, Dio
vostro, sono santo (Lv 19,1). L’uomo è dunque
chiamato a un progresso morale indefinito, per non dire infinito. Fare del
proprio meglio è la legge morale più elementare e nello stesso tempo più
perfetta.
Inaugurando la nuova alleanza, Gesù, l’uomo perfetto, ci insegna attraverso la
sua stessa vita a vivere da uomini perfetti. Da quando egli ha vissuto
l’obbedienza al Padre, per amore, fino alla croce, da quando ha donato agli
uomini l’amore più grande, che consiste nel morire per loro, la sua vita è
diventata la nostra legge. Ormai, che lo si sappia o
no, la sua vita è la legge morale di ogni uomo, poiché ciascuno, come abbiamo
detto già, è progettato sull’uomo-Dio.
Le sue parole che risuonano nel vangelo, sono rivolte a perfezionare la legge
antica: Fu detto agli antichi... Ma io vi dico... Tuttavia, sia pure con
altre immagini e in altri termini, è la stessa dottrina del peccato che egli
riprende e rafforza.
Lasciare Dio fuori dalla propria vita
Secondo Gesù, il peccato è sempre quello
della sposa che è tutta per i suoi amanti e dimentica colui che le ha dato la
sua vita e il suo sangue: il peccatore è colui che si immerge nei beni, negli
affari, nei piaceri di questo mondo al punto da prestare abitualmente più
attenzione ad essi che agli inviti di Dio.
Gesù riprese a parlare loro in parabole e disse: "Il
regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio.
Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati, ma questi non vollero venire.
Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei
buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite
alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi
ai propri affari..." (Mt 22,1-5). Il vangelo
secondo Luca ci riporta altri dettagli: Ma tutti, all’unanimità,
cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a
vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque
paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro
disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire (Lc
14,18-20).
Gli invitati della parabola avanzano la scusa di un terreno da andare a vedere,
di un paio di buoi da provare, di una moglie da non lasciare sola per una
serata. E tanto peggio per il re e per le sue nozze! ...
Nessuno dei dieci comandamenti proibisce di comperare terreni e buoi e tanto
meno di sposarsi. Il peccato esiste quando, nella mia vita, Dio viene dopo
tutto il resto, lo valuto meno di tutto il resto... anche se vado a messa la
domenica per osservare il precetto.
Tutte le attività quotidiane non sono peccato; anzi possono essere dovere,
virtù e santità. Il peccato è dimenticare la sconvolgente presenza dell’amore nel
cuore del quotidiano e lasciarlo fuori dalla propria vita. E la vita di una
settimana sono sette giorni su sette e non solo un’ora di messa e qualche
momento di preghiera la mattina e la sera.
Il peccato è la mancanza di attenzione quotidiana all’essenziale, il
disinteresse per la continua presenza di Dio, la preferenza data ad altre
persone e ad altre cose invece che a lui e al suo amore. Il peccato è questa
vita adultera.
Magari si compiono i propri doveri religiosi, ma il cuore e lo spirito sono monopolizzati
dagli affari, dalla carriera, dall’ambizione; non c’è altra prospettiva al di
là del pezzo di terreno che si compra o dove si vanno a provare i buoi, per
riprendere l’immagine del vangelo. Tutto ciò significa vivere nell’idolatria.
Rifiuto del Padre e del fratello
Inoltre, secondo Gesù, il peccato è il
rifiuto della condizione filiale.
Ricordiamo la famosa parabola: Un uomo aveva due figli... (Lc 15,11 ss).
Due figli peccatori, ciascuno a suo modo. Ma il più giovane a un certo punto
non riesce più a sopportare la presenza del padre. Dimentica di dovergli la
vita e tutti i beni di cui dispone. Rivendica la parte che gli spetta e se ne
va senza voltarsi indietro... Finalmente la libertà, lo spazio, il denaro, le
follie. Lontano dal padre, il più lontano possibile... E nello stesso tempo
lontano dal fratello. Come nell’AT, infatti, anche secondo Gesù il peccato ha
quest’ultima dimensione: il rifiuto del fratello. È l’atteggiamento del figlio
maggiore, che rifiuta il prodigo che torna, si ribella alla festa con cui il
padre lo accoglie, si irrita di fronte alla prospettiva di condividere di nuovo
tutto con lui. Egoista e pieno di odio, alla fine appare il più colpevole dei
due.
Il ricco di un’altra parabola (Lc 16,19 ss), con i
suoi abiti di porpora e la sua biancheria raffinata, si rimpinza ogni giorno
mentre Lazzaro, coperto di piaghe e divorato dalla fame, giace davanti alla sua
porta e desidera invano di mangiare i rifiuti che egli getta nella
spazzatura... Questa situazione di peccato è più che mai di attualità a livello
mondiale e in molti casi particolari. Notiamo che la parabola non dice che il
ricco ha visto Lazzaro, e neppure che ne sospettava l’esistenza. Il suo peccato
consiste innanzitutto nel non rifiutarsi nulla, senza preoccuparsi di andare a
vedere se fuori dalla porta ci fosse qualcuno che mancava di tutto. Anzi, il
ricco si è fatto premura di scavare un grande abisso tra sé e i poveri,
in modo che chi avesse voluto raggiungerlo non avrebbe potuto farlo. Così
nell’eternità si troverà separato dal paradiso del povero dal medesimo abisso
che egli stesso aveva scavato.
È il caso di ricordare anche la parabola del samaritano (Lc
10,30 ss).
Il sacerdote e il levita danno più importanza al culto che al fratello mezzo
morto sul ciglio della strada. Ma Dio guarda al cuore dell’uomo più che al
profumo dell’incenso, alle abluzioni e alle immolazioni rituali delle vittime.
Il peccato è nel cuore dell’uomo: nei suoi atteggiamenti di
amore o di non amore verso i fratelli: Ciò che esce dall’uomo, questo sì
contamina l’uomo. Dal di dentro infatti,
cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti,
omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia,
calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo (Mc 7,20-23).
Abbiamo qui l’unico elenco di peccati che ci sia venuto dal Cristo attraverso
la comunità primitiva. Si riferiscono tutti ai rapporti con il prossimo e sono
dodici: il numero della pienezza. Perché tutto si riduce a questo: amare.
"Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì
ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono
davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad
offrire il tuo dono (Mt 5,23-24).
La messa, che pure è tanto essenziale per una autentica
vita cristiana, viene dopo la carità, il perdono reciproco, la pace fraterna
tra i figli di Dio, l’amore.
Conclusione
Per finire, rileggiamo il vangelo secondo
Matteo (25,31-46). Gesù dice: Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua
gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E
saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli
altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua
destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua
destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato
per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato
da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete
ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e
siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai
ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo
dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo
e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo
venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta
che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei
fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua
sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il
diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da
mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi
avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete
visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto
affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo
assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete
fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più
piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al
supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna".
Il peccato è dunque una violazione libera e volontaria di quell’amore che è
Dio stesso, di quella legge d’amore insita nel cuore di ogni uomo ed è estremamente
più sottile e più esigente di tutti i codici.
Prima di concludere l’argomento, è importante sgomberare il terreno da una
catechesi erronea che forse non è ancora del tutto scomparsa.
È sbagliato dire: convertitevi e Dio vi perdonerà. La remissione dei peccati
non risponde al pentimento dell’uomo, ma lo precede. Il figlio prodigo è
totalmente perdonato prima ancora di lasciare la casa paterna. All’inizio c’è
sempre il perdono di Dio, senza condizioni. In questo sta l’amore: non siamo
stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri
peccati (1Gv 4,10). La nostra fede è in una remissione dei peccati
gratuita, donata anticipatamente, una volta per tutte, in maniera definitiva e
assolutamente non come risposta a un’iniziativa del peccatore. Cristo morì
per gli empi... Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo
ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm
5,6.8).
Dio è colui che porge l’altra guancia, che ama i suoi nemici senza essere
amato, e qualunque cosa facciamo, è pronto a perdonarci settanta volte sette
cioè sempre, senza limiti.
L’importante dunque non è credere al peccato: lo constatiamo fin troppo dentro
di noi e attorno a noi. L’importante è credere la remissione dei peccati
ricevuta in anticipo, donata in anticipo, prima del pentimento,
incondizionatamente.
Per perdonare basta Dio, perché Dio è amore. Ma per riconciliarsi bisogna
essere in due. Il Padre non può gettare le braccia al collo del figlio prodigo
se questi non torna liberamente a lui.
La divina misericordia è un amore più potente del peccato, più forte della
morte. Quando ci accorgiamo che l’amore che Dio ha per noi non si arresta di
fronte al nostro peccato, non indietreggia dinanzi alle nostre offese, ma si fa
ancora più premuroso e generoso; quando ci rendiamo conto che questo amore è
giunto fino a causare la passione e la morte del Verbo fatto carne, il quale ha accettato di redimerci pagando col suo sangue,
allora prorompiamo nel riconoscimento: "Sì, il Signore è ricco di
misericordia", e diciamo perfino: "Il Signore è misericordia" (Giovanni
Paolo II, Riconciliazione e penitenza, n. 22)