IL
PADRE NOSTRO NELLA VITA
(Pedron Lino)
PADRE
NOSTRO CHE SEI NEI CIELI
Tertulliano, uno dei primi padri della
chiesa, ha scritto: "La preghiera insegnataci dal Signore, il ‘Padre nostro’, è la sintesi di
tutto il vangelo". Questa preghiera ci mette nel cuore e sulle labbra
gli interessi di Dio e le suppliche dell’uomo peccatore. Essa può essere
recitata a una condizione: che colui che la recita osi
parlare a Dio come un figlio parla al suo papà. La prima libertà di un figlio
di Dio è quella di poter chiamare Dio, Padre.
Molti arrivano a credere che c’è qualcuno sopra di noi. A costoro e a tutti noi
annunciamo la verità che spiega l’esistenza dell’universo e dell’uomo: Dio è
nostro padre, padre di tutti e noi tutti siamo
fratelli.
Questa verità apre orizzonti nuovi e prospettive infinite al singolo e alla grande famiglia umana.
Ma qual è la natura di tale paternità divina?
È proprio il caso di chiedercelo perché anche nella maggioranza delle religioni
pagane gli dèi erano designati col nome di padri:
ricordiamo soprattutto Zeus "padre degli dèi e degli uomini".
Anche nell’AT Iahvè è innanzitutto il padre del
popolo d’Israele (Es 4,22), che di conseguenza è
detto figlio di Dio. L’idea che Dio è anche il padre del singolo israelita si
trova già nel libro del Siracide (23,1.4; 51,10). Nel
libro della Sapienza solo il giusto ha Dio come padre e perciò è chiamato
figlio di Dio (Sap 2,13.18) e dà a Dio il titolo di
"Padre" (Sap 14,3).
Dal primo secolo dopo Cristo la designazione di Dio come "Padre del
cielo" diventa usuale anche tra i rabbini: con tale
espressione non pretendevano spiegare la trascendenza di Dio, ma solo evitare
ogni confusione con un padre terreno, umano.
Chiediamoci: è in questo senso che Gesù ci ha comandato di chiamare Dio come
Padre nostro? O ci ha insegnato e dato qualcosa di nuovo e di
unico rispetto agli dèi dell’Iliade di Omero o rispetto alla paternità
riconosciuta a Iahvè nell’AT? Gesù presentandoci Dio
come Padre suo e Padre nostro ci rivela una realtà infinitamente superiore a
quanto si poteva supporre o conoscere fino ad allora.
Per comprendere meglio leggiamo il vangelo secondo Giovanni: "Il Verbo (il
Figlio di Dio) venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A
quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli
che credono nel suo nome, i quali... da Dio sono stati generati" (Gv
1,11-13). Diventare figli di Dio... Ma non lo eravamo
già anche prima? Certamente Dio è padre di tutti perché è il creatore, il
principio della vita di tutti. Leggiamo nella prima Lettera ai Corinti: "C’è un solo Dio, il Padre, dal quale
tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore
Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per
lui" (1Cor 8,6). E nella Lettera agli Efesini
sta scritto: "Un solo Dio Padre di tutti, che è al di
sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti"
(Ef 4,6).
Che cosa significa dunque: "A quanti l’hanno accolto ha dato potere di
diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali... da Dio
sono stati generati"?
Certamente qui il vangelo vuole esprimere una realtà nuova rispetto alla
paternità universale di Dio in quanto creatore. Qui non si parla di una
paternità antecedente ad ogni nostra scelta, come il fatto di essere creati da
Dio e generati dal padre e dalla madre: una paternità che non possiamo né accettare né rifiutare perché decidono gli altri
per noi. Qui si dice che Dio ha dato all’uomo un potere paradossale: quello di
accettare o di rifiutare di essere generato di nuovo
da acqua e da Spirito (Gv 3,5) per entrare nel regno di Dio, per vivere la vita
nuova, la vita di Dio. Il vangelo secondo Giovanni ci ha insegnato che
diventano figli di Dio quelli che accolgono Cristo, credono in lui e rinascono
per mezzo del battesimo. San Paolo ci insegna la
stessa cosa nella Lettera ai Galati: "Tutti
voi siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo, perché quanti siete stati
battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,26-27). E
nella stessa Lettera scrive: "Dio mandò il suo Figlio...
perché ricevessimo l’adozione a figli" (Gal 4,5). Siamo conseguenti:
prima che Dio mandasse suo Figlio non c’era la possibilità di
essere figli di Dio nel senso pieno di cui si parla qui.
Quindi questa nuova nascita avviene per volere di Dio
e per libera accettazione da parte nostra. Questa nostra libera adesione si
attua attraverso la fede, che è l’accoglienza del Figlio di Dio, e il
battesimo.
Quindi l’ingresso, come veri figli, nella famiglia di Dio dipende da questa adesione che si attua per mezzo della fede e del
battesimo di acqua per coloro che conoscono Gesù; e per gli altri dalla
risposta della loro coscienza illuminata dalla grazia dello Spirito: dal
battesimo di desiderio. San Giovanni esclama: "Quale grande amore ci ha
dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo
siamo realmente!" (1Gv 3,1).
A rigor di termini, solo i battezzati possono rivolgersi a Dio chiamandolo
Padre nel senso pieno del termine, solo coloro che attraverso la nuova nascita
dallo Spirito, da semplici figli dell’uomo sono diventati figli di Dio. San Gregorio
Nisseno del IV secolo
scriveva: "Se tu ti attacchi al denaro, se ti lasci sedurre dal fascino
del mondo, se vai dietro ai desideri della carne... immagino che Dio ti
risponda in questi termini: ‘La tua vita è sudicia e tu chiami Padre colui che
è il Padre incorruttibile e santo?... Io non vedo in te l’immagine della mia
natura: tu sei agli antipodi; quale unione può esistere tra la luce e le
tenebre, quale parentela tra la vita e la morte?... È pericoloso, prima di aver
emendato la propria vita, chiamare Dio: Padre’".
Dicendo questo non intendiamo impedire a nessuno di chiamare Dio
"Padre" nell’ora della sofferenza, del rimorso o della speranza. È
proprio e solo del Padre onnipotente amarci teneramente tutti, qualunque sia
l’abisso in cui siamo caduti. È scritto infatti: "Dio nostro Padre ci ha amati e ci ha
dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza"
(2Ts 2,16). Ma non dimentichiamo che Cristo ha insegnato il "Padre
nostro" a dei discepoli che volevano entrare sinceramente in comunione con
il Dio vivente e ai quali aveva proposto di essere perfetti
come il Padre che è nei cieli. Abbiamo detto, poco fa, che dipende anche da noi
diventare figli di Dio. Ora aggiungiamo che, dopo esserlo diventati, tocca
ancora a noi rimanere figli veri e coerenti.
Come? Imitando il Padre con la vita. Nel vangelo Gesù invita a perdonare come
perdona il Padre, ad aver misericordia e ad amare i nemici come fa il Padre. Ma per arrivare a questi comportamenti pratici bisogna che
viviamo da figli convinti, obbedienti e rispettosi: dobbiamo diventare come
bambini, dobbiamo diventare piccoli. Nel vangelo è scritto che il Padre ha
rivelato i misteri del regno di Dio ai piccoli (Lc
10,21) e che chi vuole entrare nel regno di Dio deve diventare come un bambino
(Lc 18,17).
Ma chi sono coloro che diventano come bambini? Che cosa bisogna fare per diventare piccoli?
Leggiamo il vangelo secondo Matteo: "In quel momento i discepoli si
avvicinarono a Gesù dicendo: ‘Chi dunque è il più
grande nel regno dei cieli?’. Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in
mezzo a loro e disse: ‘In verità vi dico: se non vi
convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli’" (Mt 18,1-4).
Gesù non canonizza il bambino; non si fa illusione sui suoi difetti. Egli parla
di una certa maniera di esistere che ha alla base due atteggiamenti tutt’altro
che puerili: la vera umiltà e la semplicità della fede.
Diventare bambini, diventare veramente umili, diventare poveri in spirito (Mt
5,3) significa dipendere totalmente da Dio. L’uomo che vive
nell’umiltà e nella verità sa che dipende da Dio in tutto ciò che è e in tutto
ciò che fa. L’uomo non sarà mai "vero" fino a quando non si
metterà all’ultimo posto, come servo di tutti e padrone di nessuno. Nel vangelo
Gesù condanna la nostra presunzione e abbatte senza pietà la nostra falsa
grandezza. Leggiamo: "Sorse una discussione tra loro, chi di essi fosse il più grande. Allora Gesù, conoscendo il
pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo
mise vicino e disse: ‘Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me;
e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Perché chi è il più
piccolo tra tutti voi, questi è grande’" (Lc 9,46-48).
Se accettiamo la condizione di figli, di bambini piccoli quali realmente siamo, Dio rivelerà alla nostra umiltà la grandezza del suo
amore di Padre.
Diciamo qualcosa anche sulla semplicità della fede. Gesù nel vangelo esalta i
piccoli che credono in lui (Mt 18,6). Vi è una qualità della fede che è propria
dell’infanzia; quella fede che, pur passando attraverso le vicissitudini della
vita, ha saputo mantenere la semplicità originale. La fede va all’essenziale:
scopre come prima realtà la paternità di Dio-Amore. Essa ha l’istinto di questa
realtà primaria come il bimbo che si abbandona fiducioso sul seno materno,
fonte di vita, di protezione sicura e di riposo beatificante. La fede semplice
è l’istinto divino di un figlio verso il suo papà, Dio. A noi adulti capita di
smarrirci nelle nostre complicazioni e di perdere ogni curiosità nei confronti
di Dio, mentre il bambino assedia continuamente il padre di domande e dimostra
una grande avidità di conoscere. Quando Dio non
suscita in noi interesse alcuno, quando orientiamo stancamente verso di lui la
nostra preghiera e la nostra vita, è segno evidente che siamo
vecchi. Quando invece abbiamo fame e sete di Dio, interesse vivo e avidità di
conoscerlo, allora siamo veramente come i bambini di
cui parla Gesù nel vangelo.
Noi uomini dell’era moderna sentiamo maggiormente le esigenze della fraternità
umana a tutti i livelli. Ma come facciamo a considerare gli altri come nostri fratelli se prima non crediamo seriamente che abbiamo
un padre comune, colui che giustamente invochiamo Padre nostro?
Dopo le parole "Padre nostro" diciamo "che sei nei cieli".
Queste ultime parole sono di un’importanza capitale. Senza di esse è impossibile comprendere in quale maniera e con quale
orientamento di pensiero e di azione noi possiamo santificare il nome del
nostro Padre, promuovere il suo regno e fare che nel mondo si compia la sua
volontà. In un primo momento, questa espressione
"che sei nei cieli" può dare un senso di delusione. Sembra che
Cristo, dopo aver avvicinato Dio agli uomini, lo allontani di nuovo e
immediatamente, e lo collochi fuori dal nostro mondo.
Evidentemente dobbiamo comprendere nel modo giusto questa espressione.
La Bibbia usa i termini cielo e cieli in due accezioni diverse. La prima per indicare la realtà fisica del cielo; e insegna che il
cielo, come la terra, appartiene a Dio che l’ha creato. Tuttavia, in questa realtà del cielo,
Quando noi diciamo "Padre nostro che sei nei cieli" designamo questa dimora. Per raggiungerla, Gesù, quando
giunse la sua ora, dovette lasciarci, andandosene realmente (Gv 16,19-20), ma
non ad abitare le profondità del nostro cielo fisico, al di
là delle nebulose. La sua scomparsa dalla nostra vista significa che
egli è passato da questo mondo al Padre (Gv 13,1), vale a dire che ha
trasportato la sua umanità nell’amore, nella potenza e nella gloria di Dio;
perché quest’altro mondo invisibile è appunto la pienezza di Dio, il possesso
pieno e definitivo di Dio.
Se il Padre nostro ci ha fatto realmente suoi figli,
noi apparteniamo a lui e al suo mondo fin d’ora, ed è sulla base dei valori di
quel mondo che dobbiamo valutare i beni del mondo presente. Questa presenza del
cielo di Dio avvolge tutta la nostra terra, la compenetra e la anima con la sua
energia spirituale. Noi non la vediamo perché i nostri occhi non hanno ancora l’acutezza
necessaria. Ma essa c’è, e alcuni la scoprono e ne
restano illuminati. Per capirci potremmo fare un paragone con l’atmosfera che
ci avvolge. In tutte le ore del giorno e della notte siamo immersi in un mondo
di suoni. Miliardi di persone prima di noi hanno ignorato l’esistenza di queste
onde. Cosi, fatte le dovute precisazioni, sono i non credenti nei confronti del
mondo della fede. Per usare un altro paragone terra terra:
i credenti hanno il transistor della fede sintonizzato sulle onde della trasmittente
di Dio; gli altri non ce l’hanno e si meravigliano che
i credenti possano captare realtà così misteriose: sono simili ai primitivi
quando vengono introdotti nel mondo dell’elettronica o ai ciechi che non
possono vedere la luce.
Questo mondo dell’amore e della gloria di Dio esiste; i credenti ne fanno
esperienza e, a poco a poco, entrano più profondamente in esso
e diventa loro familiare: diventa un valore grande, una realtà che convince,
diventa l’unica realtà che conta e dà senso alla vita. Il credente fin d’ora fa
una grande scoperta che gli altri faranno forse al termine della loro vita o al
momento stesso della morte. E la scoperta è questa: la terra e il cielo nei
quali abitiamo, con tutto quanto contengono, non hanno
alcun senso e alcun valore se non come preludio al cielo di Dio, al cielo
dell’amore e della vita eterna. Le realtà presenti hanno significato vero e
definitivo se sono percepite e vissute nella fede, immerse nel mondo di Dio,
nella realtà divina del Padre nostro che è nei cieli.
In altre parole dobbiamo vivere fin d’ora come veri figli di Dio e cittadini
del cielo. L’apostolo Paolo ci esorta: "Se
siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso
alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra"
(Col 3,1-2).
Il giusto che vive di fede (Rm 1,17) valuta gli
avvenimenti e le cose della vita presente secondo i criteri di Dio espressi nel
vangelo di Cristo. I santi, prima di prendere delle decisioni, prima di fare
qualcosa si chiedevano: "Quid hoc ad aeternitatem?",
"A che cosa serve per l’eternità? Questa cosa serve per l’eternità?".
E, in base alla risposta ponderata della loro
coscienza, agivano nell’unico modo intelligente: secondo la fede, secondo le
valutazioni di Dio. In parole semplici: i santi facevano solo
cose eterne, arricchivano davanti a Dio, come ha insegnato Gesù nel vangelo: "Non
accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri
scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né
ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano.
Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore" (Mt 6,19-21).
E per fare questo non occorre sfuggire al proprio stato di vita e alle proprie
responsabilità di sposi, di genitori, ai propri impegni terreni, qualunque sia
il campo di attività in cui si svolge la nostra vita,
perché non si può diventare santi senza compromettersi con gli altri e per gli
altri, come ha fatto Cristo e come farebbe Cristo al nostro posto.
Ma è proprio perché vogliamo impegnarci nell’unico modo giusto per il bene di
questo mondo che la conversione al Padre che è nei cieli si impone
con maggior forza e urgenza. Gesù Cristo non sarà amato, servito e annunciato
sulla terra se non quando la terra sarà evangelizzata da veri cristiani, da
cristiani che si riconoscono, nel più profondo della coscienza, autentici
cittadini del cielo. Nella Lettera agli Ebrei leggiamo che i nostri antenati
(Abele, Enoch, Noè, Abramo e Sara) vissero da
stranieri e da pellegrini sopra la terra, aspirando ad una patria migliore,
alla patria del cielo, alla città che Dio aveva preparato per loro (Eb
11,13-16).
Per essere testimoni credibili del mondo misterioso di Dio, del regno dei
cieli, occorre che coloro che ci incontrano e vedono
il nostro modo di vivere percepiscano con chiarezza che noi abbiamo trovato il
tesoro nascosto e la perla di grande valore (Mt 13,44-46): il mondo dell’amore
e della vita di Dio. Bisogna che essi vedano che noi usiamo del mondo presente
come se in realtà non ne usassimo (1Cor 7,29-31). Che ci comportiamo da amministratori e non da proprietari dei beni
di Dio: da amministratori distaccati da tutti i beni, compresa la vita che Dio
ci ha dato, pronti a lasciare tutto e a considerare tutto come perdita e spazzatura
a motivo di Cristo. Lo scrive l’apostolo Paolo: "Quello che
poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una
perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte
alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho
lasciato perdere tutte queste cose e le considero come
spazzatura, al fine di guadagnare Cristo" (Fil
3,7-8).
Ma come è possibile questo? Come si può vivere da veri figli e da vere figlie
di Dio nel mondo d’oggi?
Il vangelo ci risponde: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso
Dio! Perché tutto è possibile a Dio" (Mc 10,27).
Dobbiamo mantenere salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuta da principio (Eb 3,14): dobbiamo aver fiducia in Dio.
All’origine di ogni amore si trova sempre questa
scelta, senza calcoli e senza timore, con cui l’essere che ama si mette nelle
mani dell’altro, si consegna all’altro per sempre. In ogni vero amore c’è
sempre una grande speranza: quella di vedere realizzarsi, per mezzo di questo amore, le promesse della vita, i desideri e le
attese.
Dobbiamo riscoprire, tra le tante, la grande devozione
al Padre che è nei cieli: devozione fatta di atteggiamento interiore di fiducia
e di speranza, come leggiamo nella prima Lettera di Giovanni: "Noi
abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi
sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l’amore ha
raggiunto in noi la perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio;
perché come è lui, così saremo anche noi, in questo
mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore
perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non
è perfetto nell’amore" (1Gv 4,16-18).
A chi mi chiede: "Che cosa hai fatto finora nella vita e che cosa pensi di
fare in futuro?" vorrei poter rispondere con tutta sincerità: "Io ho
creduto in Dio mio Padre, mi sono fidato completamente di lui e non ho avuto
paura di lui; per il futuro desidero che questa fiducia nell’amore che il Padre
ha per me diventi sempre più vera e definitiva".
Prendiamoci la libertà e l’ardimento di chiamare Dio "Padre" ed egli
realizzerà in noi questa familiarità con il suo mondo. Il
Padre è in me e mi dà il gusto delle cose di Dio e la capacità di credere che
io sono amato da lui e che il mio avvenire sarà un’eternità d’amore beato in
lui.
Perché questo non resti un bel sogno, ma diventi la
realtà più reale, dobbiamo accogliere l’invito di Gesù a ridiventare come
bambini nell’umiltà e nella semplicità della fede. Perché
solo l’umiltà e la fede semplice ci consentono di chiamare, in tutta verità,
Dio "Padre nostro che sei nei cieli".
"Confessare Dio come Padre riassume
la fede cristiana" (C. Spicq). La santità verso la quale noi andiamo è una santità
di figli. Nonostante le molte tenebre che ci circondano, noi crediamo alla
paternità di quel Dio d’amore che ci ha rivelato il Signore
Gesù. Soltanto là è la luce che toglie le ombre dal nostro cammino.
Ogni figlio teneramente affezionato a suo padre desidera come prima cosa che
suo padre sia onorato e rispettato. Ecco perché noi
gli diciamo: "Sia santificato il tuo nome". E siccome l’onore di Dio
è anche nelle nostre mani, in quanto i figli possono
essere motivo di legittimo orgoglio o di disonore per un padre, cerchiamo di
comprendere con quali mezzi possiamo onorarlo e farlo onorare: con quali mezzi
possiamo santificare il suo nome. Ricordiamo brevemente qualche pagina dell’AT,
in cui Dio si indigna per la maniera con cui lo tratta
Israele.
Ezechiele, in un testo di sfolgorante bellezza, enumera le profanazioni di cui
si sono resi colpevoli gli israeliti: "Mi fu rivolta questa parola del
Signore: ‘Figlio dell’uomo, la casa d’Israele, quando abitava il suo paese, lo
rese impuro con la sua condotta e le sue azioni... Perciò ho riversato su di
loro la mia ira per il sangue che avevano sparso nel paese e per gli idoli con
i quali l’avevano contaminato. Li ho dispersi tra le genti e sono stati
dispersi in altri territori: li ho giudicati secondo la loro condotta e le loro
azioni. Giunsero fra le nazioni dove erano spinti e disonorarono il mio nome
santo, perché di loro si diceva: ‘Costoro sono il
popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese’.
Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che gli
israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. Annunzia
alla casa d’Israele: ‘Così dice il Signore Dio: Io
agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome
santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati.
Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in
mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio - quando mostrerò la mia santità in voi davanti
ai loro occhi’" (Ez
36,13-26).
Geremia riporta queste parole di Dio: "Io pensavo: voi mi direte:
‘Padre mio’, e non tralascerete di seguirmi. Ma come una donna è infedele al suo amante, così voi, casa
d’Israele, siete stati infedeli a me" (Ger
3,19-20).
E, attraverso il profeta Malachia, Dio rivolge ai suoi sacerdoti questa
requisitoria: "Il figlio onora suo padre e il servo rispetta il suo
padrone. Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta?...
Dice il Signore degli eserciti a voi, sacerdoti, che disprezzate il mio nome.
Voi mi domandate: ‘Come abbiamo disprezzato il tuo
nome?’... Quando mi offrite un animale zoppo o malato... offritelo pure al
vostro governatore: pensate che l’accetterà o che vi sarà grato?... Poiché io
sono un re grande, dice il Signore degli eserciti, e il mio nome è terribile
fra le nazioni" (Ml 1,6-14).
Noi cristiani, ancor più del popolo eletto d’allora, possiamo oggi far
insultare il nome di Dio a causa della nostra condotta per nulla cristiana. Il
vero cristiano crede in Dio che vive e ama, che fa vivere e insegna ad amare:
questo è Dio Padre. Noi conosciamo il Dio che ci ha creati e ci ha generati come veri figli suoi. Noi crediamo che l’avventura
umana ha un senso, che essa è illuminata e infiammata nell’intimo di sé dalla
luce e dall’amore che è Dio stesso (1Gv 1,5; 4,8). E
poiché non vi è speranza per gli uomini che in Dio Padre, perché senza la sua
provvidenza tutto è assurdo, noi traduciamo in preghiera
tutti questi molteplici sentimenti del nostro cuore: Sia santificato il
tuo nome, sii tu benedetto, adorato e ringraziato.
La familiarità, che è la prima conseguenza dell’amore, diviene una degradazione
dell’amore quando fa inaridire nel cuore le sorgenti del rispetto e della
riconoscenza. Ciò vale per l’amore e la familiarità tra le persone umane e ancor
più per i nostri rapporti d’amore e di familiarità con Dio. Spesso noi
trattiamo con Dio e trattiamo di Dio in un modo indecente e con una
disinvoltura superficiale che offenderebbe anche l’ultimo degli uomini.
Ricordiamo che è ancora pienamente valido il comandamento: "Adorerai il
Signore tuo Dio" (Dt 6,16; Lc 4,8). Senza questa adorazione
non vi è vita cosciente e seria nei confronti di Dio, non vi è santificazione
del suo nome.
Molti obiettano che i cristiani comuni, i laici, non possono oggettivamente
fare questa esperienza di intimità e di adorazione
perché vivono in uno stato di vita che non è adatto, perché il ritmo del
lavoro, il chiasso, la gente e tante altre cose rendono praticamente
impossibile incontrare Dio e adorarlo nel profondo del proprio cuore, "in
spirito e verità".
Queste obiezioni sono scuse e motivazioni false.
L’esperienza di Dio non è incompatibile con la fatica, con la durezza
dell’esistenza, con la malattia e gli affanni anche gravi della vita. Certamente ci vogliono fede, pazienza, coraggio... Ci vuole
soprattutto coscienza che noi siamo nati dallo Spirito, che lo Spirito abita in
noi e che lo Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili e ci fa gridare
a Dio: "Abbà, Padre!".
Gesù ha detto: "È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri
adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali
adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo
in spirito e verità" (Gv 4,23-24). Qualunque sia il
mestiere o l’occupazione che riempie le ore delle nostre giornate, quali che
siano le nostre prove e i nostri problemi, lo Spirito di Dio è in noi e ci fa
pregare con la semplicità del bambino: "Abbà,
papà".
Non dimentichiamo che gli interessi di Dio hanno la precedenza sui nostri.
Per raccoglierci, per entrare nel santuario del nostro cuore, è indispensabile
farla finita con i ritmi superficiali dell’esistenza e svincolarsi
dall’agitazione. Ciò non significa che la preghiera sia
un’alienazione dalla vita e dai problemi quotidiani. No. Significa solamente
che per adorare Dio in spirito e verità nei nostri cuori non possiamo
restare totalmente rovesciati all’esterno di noi stessi. L’equilibrio nella
preghiera sta nel cercare il Padre senza smarrire i fratelli, nell’entrare in
noi senza alienarci dagli altri, nel trovare Dio negli uomini e gli uomini in
Dio. San Paolo scrive a Timoteo: "Uno solo è il mediatore fra Dio e gli
uomini, l’uomo Cristo Gesù" (1Tm 2,5). Ma noi cristiani partecipiamo alla sua missione. Cristo ci
associa alla sua opera come membra del suo corpo e ci affida
la cura e la responsabilità del mondo intero. E il primo mezzo potente che Dio
ci ha dato per collaborare con lui è la preghiera di
intercessione. Ricordiamo l’intervento di Abramo in
favore di Sodoma (Gen 18) e l’audacia del profeta
Isaia: "Voi, che rammentate le promesse al Signore, non prendetevi mai
riposo e neppure a lui date riposo, finché non abbia ristabilito Gerusalemme e
finché non l’abbia resa il vanto della terra" (Is
62,6-7).
Il vangelo secondo Luca, al testo della preghiera insegnata da Gesù ai
discepoli, il Padre nostro, fa seguire immediatamente l’esempio dell’amico
importuno che viene esaudito per la sua insistenza. E Gesù continua il suo
insegnamento sull’efficacia della preghiera insistente con queste parole: "Ebbene
io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede
ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto! Quale padre tra voi, se il
figlio gli chiede un pane gli darà una pietra? O se
gli chiede un pesce gli darà al posto del pesce una serpe? O
se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli,
quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo
chiedono!" (Lc 11,9-13).
E san Paolo scrive a Timoteo: "Ti raccomando, dunque, prima di tutto,
che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli
uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo
trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una
cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che
tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità"
(1Tm 2,1-4).
Qualcuno obietta: "Perché pregare se Dio vuole che tutti gli uomini siano
salvati e Gesù stesso ci ha detto: ‘Il Padre
vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate’ (Mt 6,8)?. Abbiamo forse la presunzione di
cambiare la volontà di Dio e i suoi progetti infinitamente sapienti?".
Qual è dunque il compito della preghiera?
Per capire il significato e la portata della preghiera di intercessione
dobbiamo capire che Dio vive in un eterno presente. Quando noi formuliamo una
preghiera di domanda, egli non ci può rispondere: "Sei arrivato troppo
tardi, ormai avevo già deciso", o cose di questo genere, perché il nostro
appello lo raggiunge nell’eterno presente, perché non esiste un momento in cui
Dio stabilisce le sue leggi e le sue decisioni e un altro nel quale ci ascolta ed esaudisce o respinge le nostre preghiere. Questo
porre in Dio un prima e un dopo è un’illusione di noi
minuscoli uomini avvolti nel tempo. La nostra preghiera, dunque, trova il
giusto peso e il giusto posto nella sua decisione. E poiché è
lui che ha voluto così, noi partecipiamo ai suoi decreti: in un certo modo
deliberiamo con lui, ponendo sulla bilancia tutto il peso del nostro amore.
Cristo nel vangelo ci esorta così vivamente a pregare
e ci propone come modelli da imitare quelli che gridano verso il Padre giorno e
notte (Lc 18,7-8), che si può asserire non solo che
Dio tiene conto delle implorazioni degli uomini, ma anche che è lui stesso che
le sollecita e che fa dipendere da esse l’attuazione di alcuni dei suoi voleri.
Tale collaborazione è una specie di condivisione di responsabilità. San Paolo
ha scritto: "Noi siamo i collaboratori di Dio" (1Cor
3,9). Dobbiamo rinnovare la nostra fede e le nostre convinzioni su questo ruolo
e su questo potere che Dio ci ha affidato. S. Caterina da Siena afferma che un
giorno il Signore le rivolse queste parole: "Io ti invito
a domandarmi misericordia per il prossimo e per il mondo intero".
Qualcuno obietta: "Io ho pregato tanto e non ho avuto risposta, ho chiesto
e sono rimasto a mani vuote. Come potete dire che Dio esaudisce la nostra
preghiera e richiede la nostra collaborazione?". Il Signore mette delle
condizioni all’esaudimento della preghiera e
specifica bene che cosa è disposto a concederci. Leggiamo solo qualche frase
del vangelo: "Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi,
chiedete quel che volete e vi sarà dato" (Gv 15,7). C’è un
"se": se rimanete in me. Cosa significa
rimanere in lui? Lo dice Gesù nella continuazione del brano ora citato: "Se
osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato
i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore" (Gv 15,10). Se noi trasgrediamo i comandamenti di Cristo e non vogliamo
vivere secondo il vangelo, il Padre non ascolta le nostre preghiere perché
sicuramente non chiediamo cose buone. Nessun padre dà cose cattive ai suoi
figli e tanto meno Dio. Leggiamo ancora due frasi del
vangelo: "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi
sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa
sarà aperto" (Mt 7,7-8). Letto fino a questo punto il vangelo
sembra non porre alcuna condizione e Dio può sembrarci un distributore
automatico o un burocrate che firma i documenti di concessione senza leggerne
il contenuto. Ma il vangelo continua e ci fa comprendere che se Dio esaudisse
tutte le nostre richieste senza vagliarle non sarebbe "il Padre" . Il padre non dà cose cattive ai figli e non li esaudisce
quando chiedono cose pericolose o sbagliate: "Se dunque voi, che siete
cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che
è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano" (Mt 7,11).
E il vangelo secondo Luca dice: "Se dunque voi, che siete cattivi,
sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà
lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono" (Lc
11,13).
Lo sappiamo che qualcuno resta deluso di fronte a queste cose che il Padre dà
(come il bambino avido di goloserie resta deluso
davanti alla minestra e alla bistecca preparate amorosamente dalla madre) e più
ancora resta deluso di fronte al dono dello Spirito
che è Dio in persona. Come il figlio capriccioso, qualcuno pensa e dice in cuor
suo, bestemmiando: "Cosa me ne faccio dello
Spirito santo e di tante cose buone secondo Dio. Io voglio che non faccia morire
quella persona cara, che faccia guarire quel mio amico, che faccia vincere il
concorso per il posto di lavoro a mio figlio. Questo io voglio". A questi
tali ha già risposto chiaramente e inequivocabilmente
Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste
cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Diciamo senza esitazione che il dio-distributore-automatico,
il dio tappabuchi, non esiste: esiste Dio Padre. E per
il padre le cose buone non sono sempre quelle che i figli vogliono lì per lì.
Quanti di voi sono genitori lo sanno bene che i contrasti in famiglia nascono spesso proprio dalle diverse vedute e dalle diverse
volontà tra genitori e figli. Ma mentre per un genitore umano possiamo
ammettere che sia cattivo (Mt 7,11; Lc 11,13) o
ignorante, questo non possiamo assolutamente dirlo nei
confronti di Dio.
Possiamo quindi concludere che Dio ci esaudisce sempre, ma alla sua maniera,
secondo la sua volontà. E la volontà di Dio Padre, che
è amore, vuole sempre il nostro vero bene. Diciamo quindi sempre e senza
esitazioni: "Sia santificato il tuo nome, sii tu benedetto, lodato e
ringraziato anche quando non mi esaudisci secondo i miei desideri, anzi,
proprio e soprattutto allora, perché è segno evidente che mi ero sbagliato
nelle richieste, che non avevo capito i miei veri
interessi, che stavo facendo un cattivo affare. Ti ringrazio e ti benedico
perché tu correggi gli errori delle mie domande e scrivi diritto anche sulle
mie righe storte".
Il regno di Dio verrà anche se noi non lo
domandiamo. Sì, il regno di Dio verrà anche se noi stiamo zitti. Dipende da noi
lavorare e pregare per non esserne esclusi. Ma è anche
vero che senza la conversione dei nostri cuori e il lavoro delle nostre mani
qualcosa del regno, legato alla storia, non verrà sulla terra. Quindi noi sappiamo che il regno non verrà senza che noi
glielo domandiamo perché esso, per una parte, dipende da noi che siamo i
collaboratori di Dio (1Cor 3,9). Il regno di Dio è la vita di Dio comunicata
alle sue creature. Dice Gesù: "Io sono venuto perché abbiano la vita e
l’abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). E
ancora: "Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra" (Lc 12,49). Vita abbondante e fuoco non sono
due realtà smorte, ma indicano appunto vita robusta, vivacità, entusiasmo,
slancio, zelo irresistibile per portare la conoscenza e la vita di Dio ai
vicini e ai lontani. Chiedere: "Venga il tuo regno" è domandare di
avere in sé la vita di Dio per farla traboccare agli altri, essere infuocati
dallo Spirito di Dio per infuocare il mondo. Spesso ci domandiamo: "Andremo
a evangelizzare i lontani o ci fermeremo a risvegliare
i vicini scuotendoli dalla loro pigrizia e liberandoli dalle illusioni della
loro pratica religiosa? Daremo la precedenza ai giovani o punteremo decisamente sulla evangelizzazione degli adulti e delle
famiglie?".
Le esigenze sono tante. Tutte le scelte preferenziali
possono avere una loro motivazione seria e sincera. Ma
Cristo ci ha insegnato che egli è venuto ad evangelizzare i poveri: non vi è
alcuna considerazione umana che possa prevalere su questo diritto evangelico. E
i poveri sono coloro che hanno più bisogno di Dio, i
lontani, le pecore perdute, quelli che sono meno amati e desiderati.
Certamente nessuno deve essere escluso dalla nostra preghiera e dalle opere del
nostro apostolato: dobbiamo abbracciare con amore appassionato ogni uomo. E tale amore, se domanda che dappertutto sia predicata la
fede, celebrata l’eucaristia e testimoniata la carità, è sicuro di non
dimenticare nessuno. Il cristiano cattolico deve volgere lo sguardo e aprire la
mente e il cuore alla chiesa universale e al mondo intero. Le nostre preghiere
spesso sono ottuse, egoiste e bolse: sono indirizzate a Dio quasi
esclusivamente per i nostri fratelli di sangue, per la nostra famiglia e per i
nostri amici; diciamo solo preghiere interessate ed egoiste. Noi siamo
premurosi di affidare alla tenerezza di Dio quel parente, di far celebrare la
messa di suffragio per un nostro amico e, via di seguito, tutto e sempre per i
miei e soltanto per i miei. Dimentichiamo che noi, i nostri parenti e gli amici
facciamo parte della grande famiglia di Dio, del regno
di Dio. Dimentichiamo che il legame del sangue è stato superato dal legame
della fede e che la nascita da Dio ha superato e surclassato la generazione
umana. Ma allora non dobbiamo più pregare per le
nostre famiglie, per i parenti, gli amici, i vicini e i connazionali?
Sì, dobbiamo pregare per loro che sono il nostro prossimo più prossimo, ma non
per le semplici motivazioni che derivano dalla carne e dal sangue, ma
ricordando che il nostro parente fa parte della famiglia di Dio. Cerchiamo di
non estrarlo dal popolo di Dio nel quale il battesimo l’ha introdotto. Parliamo
pure a Dio dei nostri familiari e dei parenti, ma non dimentichiamo gli altri,
diversamente la nostra preghiera non è amore, ma la solita ricerca di noi
stessi e dei nostri interessi, del nostro piccolo regno e della nostra stupida
volontà. Voi capite quale vera conversione opererebbe
nella nostra preghiera un tale riconoscimento dei diritti altrui, un
riconoscimento degli orizzonti universali della famiglia di Dio, nella quale
siamo inseriti. Dire: "Padre nostro... venga il tuo regno" significa
prima di tutto chiedere che Dio abbatta dentro di noi tutti gli steccati e le
divisorie, che curi la nostra miopìa
spirituale, la quale non ci permette di vedere un palmo più in là di noi e dei
nostri.
Dobbiamo convertirci anche nel modo di pregare. Nel nostro intimo colloquio con
il Padre non si tratta più di concedere un posto agli altri per pura generosità
o per motivi di amicizia e di parentela. Nel corpo
mistico di Cristo noi diventiamo oggetto di una esigenza
quasi infinita. Attraverso il tempo e lo spazio è la
moltitudine di tutti gli uomini, cristiani e non, che ci chiedono imploranti di
intercedere presso il Padre perché venga il suo regno.
Sì, proprio la preghiera al Padre è il primo e più
indispensabile modo per rispondere alle richieste che i fratelli ci rivolgono.
Ma va curata la nostra sordità: non sempre sentiamo, o vogliamo sentire, le
invocazioni di aiuto dei vicini, quasi mai quelle dei
lontani.
Turarsi le orecchie per non sentire è una cattiva soluzione e un cattivo affare
perché il Padre ha pietà di noi come noi abbiamo pietà degli altri e ascolta le
nostre invocazioni come noi ascoltiamo, e se noi ascoltiamo, le invocazioni
degli altri (1Pt 3,7). Dobbiamo anche convertire
l’atteggiamento interiore della nostra preghiera. Vi è
una maniera di invocare la conversione degli altri che dimostra un fariseismo
scandaloso, che fa della nostra preghiera un gesto da benefattore invece che un
servizio ai fratelli che hanno diritto alla nostra preghiera e alla nostra
carità.
È pure un atteggiamento farisaico pregare per gli altri tirandoci fuori dal mazzo, pregare per la conversione dei poveri
peccatori, che sono gli altri. No. Preghiamo per noi peccatori, perché il regno
venga in noi, senza prendere l’atteggiamento di chi sta al sicuro sulla riva
mentre gli altri rischiano di affogare, gli altri, i soliti altri. No. Siamo
tutti solidali nel bene e nel male perché Dio Padre ci ha inseriti
come membra vive nell’unico corpo di Cristo suo Figlio.
I nemici del regno sono gli spiriti del male. San Paolo ci esorta
e ci istruisce: "Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere
alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti
non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i principati e le
potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del
male che abitano nelle regioni celesti" (Ef 6,11-12). Gesù ci ha
insegnato che "questa specie di demoni non si può scacciare in alcun
modo, se non con la preghiera" (Mc 9,29).
Molti hanno un’idea molto semplicistica della preghiera: un grande
silenzio nella serenità di una chiesa, lontani dal mondo, in un’atmosfera
rarefatta e immersi in un mare di dolcezze spirituali. Se preghiamo perché
venga il regno di Dio, allora la preghiera diventa un combattimento, perché non
esiste essere umano o comunità di uomini, battezzati e
non, che non opponga terribili resistenze al regno di Dio. Si ritiene che certi
ambienti siano più accessibili e più aperti al messaggio cristiano, e forse lo
sono. Ma provate a presentare ad essi il messaggio
evangelico in tutto il suo rigore e vedrete quale accoglienza vi faranno anche
le anime che credevate disponibili e preparate!
"Venga il tuo regno" è un’invocazione che possiamo dire o gridare
solo con tanto dolore e tanta speranza.
Sì, noi sappiamo che la grazia di Dio lavora segretamente nei cuori ad ogni
latitudine della terra, ma sappiamo anche che molti rifiutano di ascoltare Dio
che parla. Cercate pure tutte le spiegazioni e le scusanti che volete, ma resta pur sempre vera la parola di Gesù: "Se non
fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non
hanno scusa per il loro peccato" (Gv 15,22). Non giudichiamo nessuno e
non condanniamo nessuno, affidiamo noi stessi e tutti gli uomini alla
misericordia infinita di Dio, a condizione però che questo non vada a scapito di un amore e di un impegno che devono provare
angoscia. Quando diciamo: "Venga il tuo regno",
fermiamoci e lasciamo che penetri in noi quella parola terribile: "Se non
fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non
hanno scusa per il loro peccato", e facciamo salire verso il Padre
un’ardente invocazione, colma di dolore e bagnata di lacrime, in favore di
quelli che adesso "non hanno più scusa per il loro peccato".
Quando parliamo a Dio del suo regno, non inganniamoci sulla natura di questo
regno, non prestiamo a Dio le nostre idee, le nostre immaginazioni, i nostri
sogni, perché vi sono svariate maniere di interpretare questo regno, sia quando
si tratta della sua crescita tra i cristiani, sia quando si tratta di iniziarlo
in paesi e società dove Dio non è ancora conosciuto. Diciamo con
chiarezza che la chiesa non ha la missione di governare i popoli e di regolare
i loro affari nel nome del Signore, ma non può neppure limitarsi ad un’azione
spirituale senza alcuna influenza sulla vita temporale
delle nostre città perché in questo modo abbandonerebbe al suo destino la
natura, la storia, l’universo, l’uomo...
L’ordine temporale, pur conservando la sua autonomia, deve essere compenetrato
di giustizia e di carità nelle strutture economiche, sociali e politiche: non
si può abbandonarlo a quel baratro di egoismi, di interessi e di false civiltà
che calpestano gli sventurati. Ma, come Cristo
proclamò davanti a Pilato, i mezzi scelti non sono
quelli della potenza, ma si chiamano povertà, umiltà, sofferenza, dedizione
assoluta di sé, servizio per amore. Dicendo "Venga il tuo regno"
chiediamo di promuovere il regno di Dio secondo il suo genuino pensiero e con
dei mezzi che non siano mai difformi dai suoi.
Chiediamo a Dio che ci faccia capire, con sempre maggiore chiarezza, che cosa
vuole esattamente che "venga". I segreti del regno, ha detto Gesù,
sono nascosti ai dotti e ai sapienti e rivelati ai piccoli. E allora come prima
cosa chiediamo a Dio l’umiltà, la capacità di
diventare bambini per capire quello che i grandi e i dotti di questo mondo non
possono capire, affinché dovunque "venga" il regno di Dio che è
"regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di
giustizia, di amore e di pace".
SIA
FATTA
Se tutta l’umanità capisse la volontà di Dio, il nome
del Padre sarebbe santificato, e il suo regno si stabilirebbe in un mondo
riconciliato. Che cos’è la volontà di Dio? Come
possiamo conoscerla? Qui, il "Padre nostro" tocca
sempre più in profondità e sul vivo la relazione tra il Creatore e i suoi figli.
Che cos’è la volontà di Dio?
Riportiamo solo alcune risposte che ci fornisce la
parola di Dio. "Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano
salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm
2,34). "Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà... Il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle
del cielo come quelle della terra" (Ef 1,9-10). Il progetto definitivo
della volontà divina è "che Dio sia tutto in tutti" (1Cor 15,28). Dobbiamo accettare senza restrizioni questo
punto di vista vastissimo, universale, perché il rischio di ridurre la volontà
di Dio a quattro storie che ci stanno a cuore è grande
e tutt’altro che teorico. È un errore madornale il cercare i voleri particolari
di Dio sulle nostre vite senza tener conto del mistero d’amore a cui tutta la
creazione è invitata a comunicare. Istintivamente ciascuno pensa a sé e ai suoi
rapporti personali con Dio. È sbagliato? No, a condizione di
non isolare mai dal resto del mondo il dialogo che noi intratteniamo con Dio, a
condizione che sappiamo superare quel maledetto individualismo che è egoismo,
che è il contrario della fraternità e dell’amore.
Quindi la volontà di Dio è, in primo luogo, la
salvezza e la felicità di tutti in Cristo, l’ingresso dell’umanità intera nella
casa del Padre.
Fare la volontà di Dio significa anche realizzare la missione che Dio ci ha
affidato: fare con Dio la storia sacra dell’umanità, collaborare con tutti i
mezzi a riunire, a ricapitolare tutto in Cristo.
Che cosa devo fare per conoscere la volontà di Dio su di me? Se
ho capito che Dio è mio Padre, sicuramente, la prima volontà concreta di Dio su
di me è che io sia suo figlio e mi comporti da figlio. Ma anche qui facciamo
attenzione all’individualismo molto radicato nelle nostre abitudini, comprese
quelle religiose, che ci fa chiedere al nostro Dio una
parola "privata", personale, destinata esclusivamente a noi. Abbiamo
un esempio molto eloquente nel vangelo: "Maestro buono che cosa devo
fare per avere la vita eterna?" E Gesù risponde:
"Osserva i comandamenti". Abbiamo tutti una
grande voglia di essere dei solisti della vita cristiana, mentre il
Signore ci invita ripetutamente a pregare in coro: "Padre nostro...
dacci... rimetti a noi... non ci indurre... liberaci".
La vocazione di ciascuno di noi è prima di tutto la vocazione di tutti: "Noi
tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo"
(1Cor 12,13). Alcuni, per sapere infallibilmente ciò che Dio vuole da loro,
attendono dei segni personali e inequivocabili. E il
silenzio di Dio sconvolge la loro sensibilità, li irrita, e mette in profonda
crisi la loro fede. Non hanno ancora capito che Dio ha già parlato. San
Giovanni della Croce fa dire a Dio: "Considerate mio Figlio... Egli
dice ogni mia parola, dà la mia risposta, è la mia visione, è la rivelazione...
Colui che mi chiede che gli parli e gli riveli
qualcosa, è come se mi domandasse di nuovo Cristo... affinché ricominci la sua
vita e torni a morire". Unendoci ai discepoli di
Cristo e obbedendo alle leggi del vangelo sentiremo il Signore che ci parla: "Beati
quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano" (Lc 11,28): nella parola di Dio rivolta a tutti troveremo la
sua risposta personale per ognuno di noi. Quindi ripetiamo che la
vocazione di ciascuno è essenzialmente la vocazione di tutti: l’universale
vocazione alla santità, come ci insegna il capitolo V
della Costituzione dogmatica sulla chiesa del Concilio Vaticano II. Ciò non
impedisce, anzi richiede espressamente, che ciascuno abbia la sua propria maniera di amare Dio e il prossimo secondo le
diversità dei carismi e dei ministeri (1Cor 12,4-11).
Da dove si può desumere la propria vocazione, e quindi la volontà di Dio, da
chi e da che cosa bisogna lasciarsi guidare? Rispondiamo: dagli avvenimenti e
dalla propria coscienza. Il gioco delle circostanze, le situazioni concrete, le
influenze e le interferenze degli altri contribuiscono alla realizzazione
o al fallimento della nostra vocazione. Favorevoli o sfavorevoli che siano, gli
avvenimenti sono per noi delle indicazioni, dei punti di riferimento e degli
incitamenti. In seguito ad un fatto inaspettato, la vita di molti personaggi
della storia e di molti santi ha cambiato totalmente corso. Ricordate Saulo
sulla via di Damasco, o qualche avvenimento che ha rivoluzionato la vostra
vita. Per reagire contro le violenze sociali di un’epoca o di un ambiente sono
nate vocazioni elevate e forme di donazione e di amore
che hanno fatto storia. La vocazione dei santi, di quelli noti e di quelli
ignoti, è sempre una risposta d’amore agli avvenimenti del loro tempo. Le
situazioni di male, di ingiustizia e di peccato
provocano il cristiano a un impegno fattivo e senza riserve: questa è la sua
vocazione, questa è la volontà sicura di Dio. Bisogna saper accettare e vivere
in maniera assolutamente positiva tutto quello che la
provvidenza e l’amore infinito del Padre vuole o permette. Un tale
atteggiamento di accettazione trasforma l’avvenimento,
sopprime i suoi frutti di morte e lo trasforma in avvenimento di storia sacra
per il singolo, per la chiesa e per il mondo.
L’apostolo Paolo ha scritto: "Noi sappiamo che tutto concorre al bene
di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati
secondo il suo disegno" (Rm 8,28).
Tale certezza tuttavia non basta. Abbiamo detto che la nostra vocazione, la
volontà di Dio, si deve desumere dagli avvenimenti e dalla propria coscienza.
San Paolino da Nola del V secolo proclamava che nei fedeli "respira lo
Spirito santo" (Ep. 23). E
san Paolo scrive ai Romani: "Non conformatevi alla mentalità di questo
mondo, ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente, per poter discernere la
volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm 12,2). E ai Colossesi: "Non
cessiamo di pregare per voi e di chiedere che abbiate una conoscenza piena
della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate
comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando
frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio" (Col
1,9-10).
È nella familiarità con lo Spirito di Dio, che abita in noi, che scopriamo il nostro cammino. L’apostolo
Paolo scrive: "Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio,
costoro sono figli di Dio" (Rm 8,14).
"Sia fatta la tua volontà": pronunciamo queste parole non come chi si
prepara alla fuga per non lasciar sconvolgere la propria vita, ma con una reale
confidenza nella tenerezza di Dio, con una reale disponibilità di fronte
all’avvenire, e ci sarà data quell’intelligenza spirituale che cerchiamo.
Una preghiera che dialoga con il Dio vivente fa presentire e
decifrare nell’intimo del cuore ciò che la ragione non ha ancora compreso e
ammesso. Nella preghiera di ogni giorno
troveremo la luce e la forza per le scelte quotidiane conformi alla volontà di
Dio. Non basta certamente conoscere la volontà di Dio, bisogna esserle fedeli.
Un giorno Gesù fece questa confidenza ai suoi discepoli: "Mio cibo è
fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere
la sua opera" (Gv 4,34). Tutti i santi e le sante hanno illustrato
magnificamente con la loro vita questa affermazione.
Ma la volontà di Dio non va addomesticata, accomodata
ai nostri gusti e desideri: sarebbe tradirla. Dobbiamo combattere contro la
nostra natura e la nostra paura. Contempliamo il comportamento esemplare del
nostro modello Cristo Gesù: "E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse
loro: ‘La mia anima è triste fino alla morte; restate
qui e vegliate con me’. E avanzatosi un poco, si
prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: ‘Padre
mio, se è possibile, passi da me questo calice! però
non come voglio io, ma come vuoi tu!... Padre mio, se questo calice non può
passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà’"
(Mt 26,37-42).
Il Figlio di Dio ha provato prima di noi e più di noi la distanza terribile che
può intercorrere tra ciò che vogliamo noi e la volontà del Padre.
Agli occhi di Cristo la volontà del Padre prendeva una forma ben precisa: la
morte. Ai nostri occhi prende, volta per volta, la forma precisa di avvenimenti dolorosi, separazioni, ingratitudini... e
infine verrà anche per noi il momento della verità: la morte. Noi spesso siamo
tristi perché temiamo l’ignoto. Un fitto mistero grava sul nostro avvenire.
Allora volgiamo altrove lo sguardo per non vedere, ci turiamo le orecchie per
non sentire, per non intendere quello che Dio ci sta chiedendo o ci chiederà.
Strano atteggiamento! Quale immagine ci siamo fatti
del volto di Dio Padre? Chi lo ha raffigurato davanti a noi come un essere
insaziabile, sempre in cerca di dolori da infliggerci, che gode nel vedere la
nostra vita depressa e sempre minacciata? Noi cristiani respingiamo le
filosofie che mostrano l’assurdità del nostro destino e contrapponiamo a queste
brodaglie il cibo saporoso della fede in un Dio che è amore, e poi diamo lo
spettacolo di gente impaurita, che rende anch’essa assurdo, più assurdo ancora,
l’amore da cui affermiamo di essere amati, che dà
un’immagine grottesca delle relazioni di un figlio di Dio con suo Padre.
Il buon Dio non ci chiede di anticipare la sua volontà o di scavalcare la sua
provvidenza. Ci chiede di non stagnare nella mediocrità per schivare prove che
forse non ci saranno mai. Ci chiede di sdrammatizzare l’avvenire e di toglierci
dalla testa tutte quelle stupide fantasie catastrofiche
che ci allontanano dalla santità. La nostra vita è nelle mani di Dio, nostro
Padre onnipotente, il quale sa di che cosa abbiamo bisogno (Mt 6,8). San Paolo
scrive: "Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi
se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le
vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per
sopportarla" (1Cor 10,13).
La vita cristiana non è una guerra contro dei fantasmi. C’è un nemico reale ed
è dentro di noi: dobbiamo combattere con quella parte della nostra mente e del
nostro cuore che si oppone a Dio. Questa è la vera lotta. Il Signore ci ha avvertiti: "Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la
volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt 7,21). Perché
la tragedia delle nostre vite è questa: diciamo con sincerità "Signore,
Signore", testimoniamo il nostro attaccamento al cristianesimo, declamiamo
il nostro amore incondizionato a Dio. Ma se non lottiamo contro questa
parte di noi che dice no a Dio, noi inseriamo la
menzogna nelle nostre pratiche religiose e, in qualche modo, le rendiamo
sterili. La volontà di Dio cozza contro i nostri istinti di uomini
peccatori. Lo scopo primo di ogni preghiera e di ogni
sacramento è precisamente questo: farci morire a noi stessi, al nostro uomo
vecchio, al peccato, alla nostra volontà che si oppone alla volontà del Padre.
Vincere se stessi, o meglio, lasciarsi vincere da Dio richiede tempo e impegno.
Ma la lotta non deve cessare se vogliamo obbedire al
Signore della nostra vita, al Padre.
C’è poi un secondo nemico reale: il mondo. Troviamo sempre dei complici accanto
a noi, simpatici e invitanti. Quante pagine miserabili della nostra storia
personale non sarebbero mai state scritte se il tale o la tale fossero andati per la loro strada! Il nostro più grande nemico è il principe di questo mondo (Gv 12,31).
Coloro che si lasciano traviare da lui, san Giovanni li chiama
"figli del diavolo" (1Gv 3,10). Il diavolo esiste e si
accanisce ad ingannare l’uomo e a dilatare a dismisura ogni forma di male nel
mondo. Ascoltiamo le gravi parole dell’apostolo Giovanni: "Non amate né
il mondo né le cose del mondo! Se uno ama il mondo,
l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la
concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della
vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo
passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in
eterno!" (1Gv 2,15-17). Ecco dunque la doppia lotta che dobbiamo affrontare,
contro noi stessi e contro il mondo. In questa lotta,
che è la vita cristiana, la prima e l’ultima parola spetta
alla preghiera. La preghiera ci ottiene da Dio la docilità, l’obbedienza, e
inclina il nostro cuore verso Dio. "Nel vero rapporto della preghiera
non è Dio che intende quello che gli si chiede, ma colui che
prega e continua a pregare fino a intendere ciò che vuole Dio" (S. Kierkegaard). Il saggio Tobia ci
esorta: "Convertitevi a lui con tutto il cuore e con tutta l’anima per
fare la giustizia davanti a lui, allora egli si convertirà a voi e non vi
nasconderà il suo volto" (Tb 13,6). Se
chiediamo sinceramente a Dio di fare la sua volontà
egli ci esaudirà e farà la nostra volontà perché la nostra volontà e la sua
saranno diventate l’unica, identica volontà: una totale volontà di bene e
d’amore.
Ogni volta che un’anima recita il "Padre
nostro", sotto qualunque cielo, essa prega Dio anche per me. Al trettanto avviene ogni volta che io recito il "Padre
nostro": parlo a Dio per tutti. Imploro il suo regno, la sua volontà, il
nostro pane, il perdono e la liberazione dal male per tutti. Quale potenza Dio
ci ha posto nelle mani! La preghiera di uno solo ha il potere d’innalzare a Dio
tutto e tutti.
Prima di iniziare la seconda parte del Padre nostro dobbiamo fermarci davanti a
quella frase alla quale di solito si fa poca attenzione: "Come in cielo
così in terra". Questa espressione ha in sé una ricchezza tale che merita
di essere studiata per se stessa. Essa completa le prime domande del Padre
nostro che concernono Dio e illumina potentemente quelle che seguono e che
riguardano l’uomo. Essa congiunge in una maniera
indissolubile la nostra terra, la terra della fame, delle offese e del male, al
cielo di Dio.
Tanto per cominciare, non limitiamo alla sola terza domanda "sia
fatta la tua volontà" la determinazione "come in cielo così in
terra". Alcuni padri della chiesa l’hanno estesa ai versetti precedenti e
il catechismo del concilio di Trento fa altrettanto. Per santificare il nome
del Padre, per pregare e operare affinché venga il suo regno, per compiere in tutto la volontà di Dio, la terra ha un modello: il
cielo. E per cielo intendiamo quella parte
dell’umanità che seguendo Cristo è già penetrata "fin nell’interno del
velo del santuario dove Gesù è entrato per noi come precursore" (Eb
6,19), quegli uomini e quelle donne che, al termine del loro pellegrinaggio
terreno, ci hanno preceduto nella casa del Padre e sono diventati gli eletti.
Il cielo, che è come il soggiorno di Dio, il mondo del suo
amore, della sua gloria e della sua potenza ha un nesso, una parentela con la
nostra povera terra. L’esistenza sulla terra ha un senso, una direzione
e una spiegazione se esiste questo cielo di Dio. Man mano che passano gli anni
della nostra vita sulla terra, il centro di gravità della nostra esistenza di credenti si sposta: esso si pone sempre più in Dio. Il
fine della terra è il cielo. Scrive l’apostolo Paolo: "Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi
nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le
primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la
redenzione del nostro corpo" (Rm 8,22-23). E san Pietro riassume tutte le angosce e le speranze di quelli
che soffrono quando scrive: "Secondo la sua promessa, noi aspettiamo
nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia"
(2Pt 3,13). La precisazione, introdotta da Cristo nel "Padre nostro",
"come in cielo così in terra" definisce e chiarisce per noi ciò che
dobbiamo invocare: che la terra, a poco a poco, diventi il cielo. Questo sogno,
apparentemente irrealizzabile e folle, è la vocazione che Dio ha dato alla
terra e noi collaboriamo a quest’opera esaltante
facendo la volontà di Dio. Scrive Origene: "Se viene
fatta la volontà di Dio sulla terra come in cielo, tutti noi diventiamo
cielo".
Preghiamo dunque: "Padre nostro sia santificato il tuo nome come in cielo
così in terra, venga il tuo regno come in cielo così in terra, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra".
DACCI
OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO
Dopo che le cose riguardanti
il Padre - l’onore del suo nome, il suo regno e la sua volontà - sono
diventate cose nostre, il Padre, allo stesso modo, fa suoi i nostri interessi.
Il pane quotidiano degli uomini, il perdono delle loro colpe e la guarigione
dei loro mali gli stanno a cuore tanto quanto i propri
interessi.
San Francesco d’Assisi quando trovava per terra un pezzo di pane calpestato,
prima di raccoglierlo, si inginocchiava e gli chiedeva
perdono per quell’oltraggio. Noi cogliamo il senso di un tal
gesto e diciamo: "Padre, dacci quel pane sacro e ciò che esso rappresenta:
l’indispensabile, il necessario per la vita". Pregare non è
chiedere l’elemosina, ma offrire la propria collaborazione a Dio. Su questa
terra la sorte del regno di Dio e la nostra vita quotidiana dipendono
insieme dal Padre e da noi. Il regno di Dio e il pane quotidiano richiedono la
nostra preghiera al Padre e i nostri sforzi, il nostro lavoro, il sudore della
nostra fronte. Il regno di Dio e il pane dell’uomo non vanno mendicati, ma
pregati e guadagnati. Ciò non mette per nulla in discussione l’elemosina e
l’aiuto ai poveri. Gesù ha detto: "I poveri li avete sempre con voi e
potete beneficarli quando volete" (Mc 14,7).
Non chiudiamo la mano, rifiutando di dare al prossimo sfortunato nel quale è presente Gesù proprio nel momento in cui eleviamo le
mani aperte verso il Padre per ricevere. Gesù ci insegna
a chiedere il pane "nostro", il pane da tenere per noi e quello da
distribuire agli altri: se lo teniamo tutto per noi siamo dei ladri. Il Padre
fa affidamento su di noi perché collaboriamo con lui: la provvidenza di Dio
passa, ordinariamente, attraverso il nostro cuore e le nostre mani.
Ora ci chiediamo: "Qual è l’oggetto preciso di questa nostra richiesta al
Padre? Di quale pane si tratta?
Naturalmente di tutto il pane, del pane che nasce dalla terra
e di quello che è disceso dal cielo, del pane della nostra tavola e del pane di
Dio che è Cristo in persona: non l’uno senza l’altro. Chiediamo il pane
per tutto l’uomo, per l’uomo nato dalla terra e per l’uomo nuovo nato dallo
Spirito: il pane per la vita terrena e quello per la vita eterna.
Tutti noi ricordiamo le moltiplicazioni dei pani narrate dal vangelo. Questi
miracoli servirono certamente per sfamare il corpo di quelle migliaia di
persone, ma soprattutto erano dei segni che preannunciavano
un altro pane che dava la vita non per qualche ora o per qualche anno, ma la
vita eterna; un pane che non differiva la morte di qualche ora, ma la eliminava
per sempre.
Ascoltiamo Gesù che parla alla gente che gli sta attorno
sulle rive del lago di Tiberiade: "In verità, in verità vi dico: voi mi
cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.
Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e
che il figlio dell’uomo vi darà... In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il
pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che
discende dal cielo e dà la vita al mondo". Allora gli dissero: "Signore,
dacci sempre questo pane". Gesù rispose: "Io sono il pane
della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più
sete" (Gv 6,32-35).
Dinanzi a una tale risposta data alla fame umana, in
un primo momento, c’è da rimanere delusi.
Ma Gesù prosegue: "Io sono il pane della vita.
I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il
pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane
vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane
vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo...
In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e
non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la
vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno... Chi mangia questo pane
vivrà in eterno" (Gv 6,48-58).
Come appare chiaro, Gesù ci invita a chiedere "non il cibo che perisce,
ma quello che dura per la vita eterna" (Gv 6,27). Quindi il pane quotidiano è prima di ogni altra cosa la parola di Dio
e l’eucaristia, così come nella domanda seguente i debiti sono quelli morali e
non quelli commerciali. Guardiamoci dal ridurre questa preghiera altamente spirituale ad una semplice faccenda di bottega di
alimentari. Non riduciamo la religione a un toccasana
per risolvere i nostri problemi materiali e a nulla più. Ricordiamo quanto ha
risposto Gesù al tentatore: "Sta scritto: ‘Non
di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’" (Mt 4,4). "Dacci oggi il nostro pane
quotidiano" è la richiesta di chi ha fame della parola di
Dio, di chi ha fame del corpo e del sangue di Cristo, è la richiesta di chi
brama la verità del vangelo e la vita eterna.
Chi ha un poco di pratica di vita cristiana ha
certamente fatto esperienza di questa fame "spirituale" molto più
profonda e tormentosa della fame materiale. Presto o tardi un cristiano adulto
nella fede pone questi beni (la parola di Dio e l’eucaristia) al centro della
sua preghiera: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" che è Cristo.
Dopo aver annunciato senza esitazione questa fondamentale verità, dobbiamo però dire che non vi è ragione per contrapporre i
due significati che stanno in queste parole: il pane che è Cristo e il pane
della nostra tavola. Pur ritenendo più importante il pane che dà la vita
eterna, non sottovalutiamo il pane che ci dà la vita
nel tempo. Non poniamo diaframmi tra l’anima e il corpo, tra la vita naturale e
quella soprannaturale. Non perdiamo di vista il mondo nuovo nel quale il
battesimo ci ha introdotto. Noi siamo tutti interi di Dio e al servizio di Dio.
Il pane che mangiamo a casa nostra per avere le energie da porre al servizio
del regno di Dio è segno e annuncio di quell’altro
pane che è Cristo. Il pane della terra, che da solo non basta per vivere, è pur
sempre necessario per vivere.
Diamo ora un’occhiata alla carta geografica della fame. La terza parte del
mondo, felice e prospera, è formata da cristiani o da uomini che sono sotto l’influsso cristiano; i due terzi che soffrono
ancora la fame sono, in maggioranza assoluta, dei pagani. La geografia della
fame coincide con le zone non evangelizzate. Se da un lato siamo riconoscenti
al cristianesimo che ha insegnato all’uomo la via per risolvere i problemi del
corpo e dello spirito, dall’altro dobbiamo constatare
che i cristiani, che partecipano al pane del cielo, non spartiscono il pane
della terra, e che i pagani da loro, spesso, non ricevono né Cristo né il pane.
Che si tratti del banchetto dell’eucaristia o dei nostri pasti familiari, è
sempre dalla condivisione del pane spezzato e distribuito a tutti che, come i
discepoli di Emmaus (Lc 24,3035), i popoli riconosceranno Gesù. Questo è il
senso completo della frase del "Padre nostro".
Perché il Signore ha inserito il limite preciso di tempo con la parola
"oggi"?
Perché in questo modo segna nella nostra vita il posto della
preghiera: il ritmo delle necessità materiali impone quello delle nostre
relazioni col Padre. Poiché le necessità per il corpo e per la vita si
fanno sentire ogni giorno, ogni giorno devo riprendere il dialogo con il
Creatore di ogni bene; ogni giorno ho la fortuna e la
gioia di avere udienza dal Padre.
E come ogni giorno chiedo il pane materiale, ogni giorno chiedo il pane della
Parola e dell’eucaristia: tutti e due devono essere domandati con la medesima
frequenza. La parola di Dio e l’eucaristia non sono un alimento di eccezione, per le feste grandi: è il pane quotidiano,
l’alimento di tutti i giorni.
Vicino alla preghiera del "Padre nostro" nel vangelo secondo Matteo
ci viene presentato il testo che ci rammenta
l’abbandono alla Provvidenza: "Perciò vi dico: per la vostra vita non
affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo,
di quello che indosserete... Non affannatevi dunque dicendo: "Che cosa
mangeremo? Che cosa berremo? Che
cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro
celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima
il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in
aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le
sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena" (Mt 6,25-34).
Sempre nel capitolo sesto del vangelo secondo Matteo, Gesù ritorna
sull’argomento e dice: "Nessuno può servire a due padroni;... Non potete servire a Dio e a mammona" (Mt 6,24). E infine ecco un altro testo eloquente: "Non
accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri
scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né
ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché
là dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore" (Mt 6,19-21).
Facciamo rilevare, con chiarezza e con forza, che l’abbandono filiale alla
provvidenza del Padre non va confuso con la spensieratezza e l’irresponsabilità
che ne sono la caricatura. Non dobbiamo spingere fino
all’assurdo i comandamenti evangelici, col rischio di addossare a Dio le
catastrofi che sopravvengono per la nostra incuria, la pigrizia e l’omissione
del nostro dovere. Il vangelo va letto tutto intero. In altre occasioni del suo
insegnamento Gesù richiama la nostra vigilanza, e ci dà come modello colui che volendo costruire una torre si siede prima a
calcolarne la spesa; e quel re, che partendo per la guerra contro un altro re,
si siede prima ad esaminare se non può affrontare con diecimila uomini chi gli
viene incontro con ventimila (Lc 14,28-33). Non
canonizziamo né la pigrizia né la stranezza. La nostra intelligenza è figlia di
Dio e una delle sue grandezze consiste nel portare con Dio la responsabilità
della terra. Il pane nostro di domani, come quello di oggi,
dipende anche da noi. Solamente non dobbiamo dimenticare che quel pane dipende
anche da Dio. Cristo esige dunque che nella ricerca del nostro sostentamento
non assomigliamo ai pagani: che non siamo degli incettatori. Dobbiamo
comportarci da figli che sanno di avere il Padre e non da orfani che si
preoccupano come se il Padre non ce l’avessero. Dio ci
ripete: "Io non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme
delle mie mani" (Is 49,15-16).
Lo so bene che stiamo toccando un tasto molto delicato, che esige tanta
intelligenza, tanto equilibrio e moltissima fede. Non è facile prendere
seriamente la paternità di Dio e fidarsi di lui. Nel nostro mondo attuale, in
cui il domani si prepara da lunga data, in cui si evitano tutte le difficoltà
possibili mediante una assicurazione generalizzata che
copre tutti i rischi in vita e in morte, è difficile che un uomo, lavorando
normalmente e procurando da vivere ai suoi, si affidi anche a Dio; è sempre più
difficile per lui e sempre meno giustificabile agli occhi degli altri. Ecco
perché il Signore pone il problema al livello della coscienza: "Cercate
prima il regno di Dio e la sua giustizia" (Mt 6,33). Solo la fede vera
porta con sé la confidenza vera in Dio Padre. Se la fede sarà
vera e viva, detterà al cristiano il giusto comportamento nella pratica.
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tale ricerca incessante
purificherà i vostri progetti e rettificherà i vostri calcoli.
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e ogni cosa, in una giusta
graduatoria, troverà il suo posto. Nella propria condizione di vita e nel grado
di grazia che possiede, il cristiano apprenderà da se stesso e gradualmente
insegnerà alla sua famiglia a compiere tutto e a prevedere tutto secondo questa
regola aurea: che Dio non sia mai assente, che i figli
di Dio non facciano mai astrazione dal Padre.
Sì, cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, perché i paradossi del
vangelo si risolvono prima nel cuore e poi nella vita. Anche
su questa faccenda però non giudichiamo nessuno. Coloro che noi accusiamo di imprevidenza o di prodigalità corrispondono forse a un
segreto appello del Signore. Coloro che ci danno l’impressione di preoccuparsi
tanto come i pagani forse hanno avuto da Dio la
vocazione a operare fino al limite delle loro forze. Non vogliamo dunque
giudicare nessuno. Lasciamo piuttosto che la parola di Dio ci
interpelli personalmente e ci converta.
Certamente, su questo duplice piano della spartizione con i nostri fratelli e
dell’abbandono fiducioso alla provvidenza di Dio, noi pecchiamo più per difetto
che per eccesso. I santi hanno trovato il coraggio di scrollarsi di dosso tutte le mezze misure e le paure. È dal loro
esempio che dobbiamo prendere l’avvio e la continuazione del nostro cammino di
conversione. Di questi santi ne ricordiamo uno per tutti: san Giuseppe
Benedetto Cottolengo. Da circa centocinquant’anni continua il miracolo della
Provvidenza nelle case fondate da lui e dai suoi. Egli era solito dire:
"Il Padre manda tutto. Il Padre di domani è il medesimo di quello di oggi".
Quando recitiamo questo versetto del "Padre nostro": "Dacci oggi
il nostro pane quotidiano" pensiamo alla casa della divina provvidenza di
san Giuseppe Benedetto Cottolengo e ricordiamo con
riconoscenza tutti i segni d’amore che Dio ha moltiplicato nella nostra vita e
diciamo anche noi con fede convinta: "Il Padre di domani è il medesimo di
quello di oggi".
RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME NOI I RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI
Il rifiuto di abbattere il muro
dell’inimicizia produce ovunque dei disastri. Il "Padre nostro" ci fa
chiedere a Dio la remissione dei nostri debiti, ma ad una precisa condizione:
"Come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
Cosa sono questi debiti?
Noi siamo figli di Dio: il nostro dovuto, il nostro debito è quello di
comportarci da figli. E tutti gli atteggiamenti di un
figlio nei confronti di un padre possono essere riassunti in un’unica parola:
amore. Il figlio deve al padre amore, deve ai fratelli
amore. Il peccato è non comportarsi da figli e da fratelli, è
non amare.
I figli non possono contrarre con il padre alcun debito se non quello
dell’amore. Se leggiamo il vangelo abbiamo una conferma meravigliosa di quanto
stiamo dicendo: "Un dottore della legge interrogò Gesù per metterlo
alla prova: ‘Maestro, qual è il più grande
comandamento della legge?’. Gli rispose: ‘Amerai il
Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua
mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E
il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi
due comandamenti dipendono tutta
Quindi quando recitiamo questa frase del "Padre nostro" ricordiamo
che i nostri debiti vanno computati in considerazione dell’amore totale che dobbiamo a Dio e al prossimo. Se poi vogliamo ricordare il
comandamento di Gesù: "Siate voi dunque perfetti come
è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48) avremo una
ulteriore conferma che il nostro debito è tutto quanto manca alla nostra
perfezione per essere come quella del Padre: è un debito praticamente infinito.
Il nostro debito è la differenza che esiste tra l’amore infinito di Dio e il
nostro piccolo amore. Siamo più insolvibili di quel
servo che doveva al suo padrone diecimila talenti (Mt 18,24).
Se poi alla scarsità dell’amore aggiungiamo pure la presenza di odio e di
cattiveria, allora la situazione si fa più grave e drammatica. Dobbiamo quindi
toglierci ogni forma di sciocca superficialità e i fumi dell’illusione.
Dobbiamo stracciare il certificato di buona condotta che ci siamo rilasciato e prendere atto della situazione debitoria insanabile nella quale siamo immersi fino ai
capelli.
Leggiamo nella prima Lettera di Giovanni: "Se diciamo che siamo senza
peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se
riconosciamo i nostri peccati, egli, che è fedele e giusto, ci perdonerà i
peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo
peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è
in noi" (1Gv 1,8-10).
Qual è la nostra situazione, quali sono le nostre convinzioni e il nostro modo di
sentire su quest’argomento?
San Francesco Saverio diceva: "Sono numerosi coloro ai quali la
coscienza non rimprovera nulla, perché essa è inesistente oppure, se ne hanno
una, è molto esigua". Dobbiamo arrivare ad una visione chiara della
nostra situazione attuale secondo una coscienza onesta, ma non per andare in
una crisi di scoraggiamento e meno ancora per dubitare della misericordia del
Padre, ma proprio per arrivare a una conoscenza
oggettiva del bene e del male che è in noi. È indispensabile conoscere e
conoscersi, diversamente non riusciremo a pregare con sincerità questa frase
del "Padre nostro". Se avessimo di noi una
valutazione diversa da quella che ha Dio sul nostro conto, le nostre relazioni
con lui sarebbero false.
Il riconoscersi peccatori è la prima cosa da fare, la prima cosa che deve
venire spontanea, quando ci si incontra con Dio.
Ricordiamo il figlio prodigo: "Padre, ho peccato contro il Cielo e
contro di te; non sono più degno di essere chiamato
tuo figlio" (Lc 15,21). Ricordiamo il ladrone
in croce: "Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre
azioni, egli invece non ha fatto nulla di male" (Lc
23,41). Ricordiamo Pietro dopo la pesca miracolosa: "Simon Pietro si
gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: ‘Signore,
allontanati da me che sono un peccatore’" (Lc 5,8). Ricordiamo quanto scrive l’apostolo Paolo a
Timoteo: "Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di
questi il primo sono io" (1Tm 1,15). E infine
ricordiamo l’atteggiamento sbagliato del fariseo al tempio: "O Dio, ti
ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e
nemmeno come questo pubblicano" (Lc 18,11) e
quello giusto del pubblicano: "Il pubblicano invece, fermatosi a
distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto
dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’"
(Lc 18,13).
Si può tirare subito una conclusione pratica: per essere liberati dai nostri
peccati bisogna che noi ne siamo coscienti e che collaboriamo con Dio. Nemmeno Dio può curare e guarire un malato che si crede in
buona salute e rifiuta le cure.
Il mistero dell’alleanza, dei rapporti di Dio con l’uomo poggia su due basi:
sulla miseria dell’uomo e sulla misericordia di Dio. L’umanità ha cominciato a
tradire Dio fin dal principio e quindi fin da allora ha sempre avuto il bisogno
di ritornare, di convertirsi a Dio. Il cristianesimo nella sua essenza e nella
sua realtà spicciola quotidiana è un ritorno al Padre dal quale ci siamo
allontanati; è un riconoscersi infedeli nei confronti
di Dio fedele. Non ricorriamo a dei sotterfugi con Dio nostro Padre quando
diciamo: "Rimetti a noi i nostri debiti". Ascoltiamo invece il
consiglio di sant’Agostino: "Di’ a Dio quello che sei... Datti a lui per quello che sei".
Lo sappiamo che esistono anche tante scusanti per il nostro peccato. Gesù
stesso in croce ha pregato: "Padre, perdonali, perché non sanno quello
che fanno" (Lc 23,34). E
l’apostolo Pietro, negli Atti degli apostoli, ha detto agli Ebrei: "Voi
avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un
assassino e avete ucciso l’autore della vita... Ora, fratelli, io so che avete
agito per ignoranza, così come i vostri capi" (At 3,14-17). E san Paolo afferma di sé: "Mi è stata usata
misericordia perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede" (1Tm
1,13).
È vero! L’ignoranza che è in noi è colossale. Essa attenua o addirittura
sopprime la nostra responsabilità. Ma non per questo è
una disgrazia minore. Le deficienze della nostra formazione, l’influsso nefasto
dell’ambiente, l’ottusità della nostra coscienza e la nostra pigrizia
spirituale sono dei mali dai quali dobbiamo liberarci e contro i quali dobbiamo porre rimedio con cure energiche di istruzione
religiosa, di sacramenti e di preghiera: l’essere volontariamente ciechi e sordi
nei confronti di Dio non è una scusante, ma un’aggravante. Quindi
il primo passo per uscire dal pantano è quello di rendersi conto di esserci
dentro.
C’è un aspetto importante nella predicazione di Gesù, ed è
questo: Dio è buono e misericordioso; egli perdona tutto e tutti; egli va in
cerca dei peccatori e va incontro a chi ha sbagliato. Nessuno deve mai
dubitare della sua misericordia e del suo perdono. Ma nessuno può pensare di
non averne bisogno.
"Rimetti a noi i nostri debiti": è ancora una preghiera al plurale,
dove nessuno può sentirsi autorizzato a prendere le distanze dagli altri: tutti
siamo solidali davanti a Dio nell’esperienza del
nostro peccato e del suo perdono. Un perdono che trasforma,
un perdono che deve innescare tra i discepoli di Cristo una reazione a catena
di misericordia e di perdono vicendevole. Da una parte è proprio la
coscienza del perdono di Dio che rende capaci di perdonare agli altri e ci
spinge a farlo. San Paolo ci esorta: "Siate
benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come
Dio ha perdonato a voi in Cristo" (Ef 4,32); "Come il Signore
vi ha perdonato, così fate anche voi" (Col 3,13). D’altra parte il
perdono fraterno è uno dei segni più sicuri di quella
conversione che il perdono di Dio opera in noi, e diventa quindi condizione per
essere perdonati da Dio.
"Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori": subito dopo aver insegnato questa preghiera, Gesù aggiunge: "Se
voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste
perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre
vostro celeste perdonerà le vostre colpe" (Mt 6,14-15).
È un insegnamento confermato e ribadito senza possibilità di equivoci da tanti
altri passi del vangelo. Ascoltiamo questa parabola: "Il regno dei
cieli è simile a un re che volle fare i conti con i
suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di
diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone
ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva,
e saldasse così il debito. Allora quel servo,
gettatosi a terra, lo supplicava: ‘Signore, abbi
pazienza con me e ti restituirò ogni cosa’.
Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento
denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: ‘Paga
quel che devi!’. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: ‘Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito’.
Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri
servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto.
Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: ‘Servo
malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi
forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di
te?’. E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli
aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio
Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello’" (Mt 18,23-35).
Quindi il Signore ci impone una condizione per
ottenere il suo perdono: che perdoniamo come lui perdona. Noi invitiamo il Padre a trattarci come noi trattiamo gli altri.
In altre parole gli diciamo: perdonaci come noi perdoniamo. O come leggiamo nel
vangelo secondo Luca: "Perdonaci i nostri peccati perché anche noi
perdoniamo a ogni nostro debitore" (Lc 11,4).
San Cirillo di Gerusalemme ha visto in questo versetto "un contratto
stipulato con Dio". Tale contratto è audace, ma è tutto a nostro favore.
Ricordate l’enorme somma dei nostri debiti (diecimila talenti) e la somma
esigua dei debiti degli altri nei nostri confronti (cento denari), come abbiamo
appena letto nel vangelo secondo Matteo. In verità, Dio non fa somme,
sottrazioni o sconti, fa piazza pulita di tutto, azzera tutto, se noi
perdoniamo tutto al nostro prossimo. Beati noi quando
perdoniamo. Beati noi quando cambiamo l’odio in amore, la vendetta in
amicizia, la guerra nella pace: il vero cristianesimo lo si
vede chiaramente lì dove la redenzione vince il peccato. Perdonare significa
trasformare il male in bene. Quindi perdonare non deve
essere un gesto fatto a malincuore, per osservare un precetto gravoso del
vangelo senza che in noi cambi qualcosa, senza che ci sia un passaggio dal
rammarico e dalla tristezza alla gioia. Perdonare solo perché è indispensabile
per essere perdonati, perdonare per forza o per interesse non è perdonare come
il Signore ci ha perdonato e come ci ha insegnato a
perdonare: il cristiano deve perdonare per amore. Se
quando perdoniamo facciamo dei calcoli opportunistici, o manifestiamo una certa
aria di superiorità, o ci proponiamo di dare una lezione di cristianesimo o uno
spettacolo di bravura, tutto questo sarebbe una caricatura del perdono
cristiano. Non si perdona mettendosi sulla testa del fratello che ha sbagliato,
ma inginocchiandosi ai suoi piedi. Perdonare è donare al di
là di ogni limite e di ogni dovere, non farla pagare. Il perdono è un
gesto di amore e di umiltà, non di disprezzo e di
superiorità farisaica. Il perdono per obbedienza al vangelo è legittimo solo se
inaugura un perdono per amore secondo il vangelo.
Perdonare è anche dimenticare?
Richiamiamo il significato della parola perdonare. Essa
significa super-donare, donare al di là, sorpassare gli astii,
le sofferenze e i rancori che sono derivati dal comportamento del prossimo e
dalla nostra esigua capacità di comprendere e di amare, superarli affinché si
ristabiliscano tra innocente e colpevole le relazioni che devono esserci tra i
figli di uno stesso Padre.
Come vedete, questo dono di sé non comprende immediatamente che scompaiano i
ricordi, che si spenga come per incanto la virulenza della nostra passionalità
o che l’amarezza scompaia tutta all’istante.
Perdonare, donare al di là, è passare sopra a tutte le reazioni che proviamo,
immediatamente, quando la ferita non è ancora rimarginata e la piaga guarita, è
sorridere, è rendere un servizio per amore, per buona volontà, per amor di
Dio... Il resto verrà a suo tempo. Sì, la guarigione
delle piaghe e il dimenticare verranno col tempo e con la grazia di Dio perché
l’amore di Dio agirà in noi. Possiamo amare veramente colui
che ci ha ferito e ci ha fatto soffrire: amarlo per amor di Dio. Per
l’effetto della grazia di Dio si può arrivare alla dimenticanza delle offese e
dei torti che sembrava impossibile. Citiamo l’esempio di una santa. Quando
domandavano a santa Bernadetta di Lourdes se ricordava i tanti tormenti e le
persecuzioni che aveva dovuto subire al tempo delle
apparizioni, essa, con semplicità, rispondeva: "Io non me ne
ricordo". Non è questione solo di impegno e
di buona volontà, è questione soprattutto di grazia di Dio: ecco perché lo
chiediamo nella preghiera al Padre. Quindi noi non riusciremo
a perdonare se Dio stesso non ci fornisce la grazia del perdono: è il suo
perdono che diventa nostro e che noi offriamo al prossimo gratuitamente dopo
averlo ricevuto come dono da Dio.
Terminiamo perciò questa parte del Padre nostro con una preghiera: "Padre
perdona a noi e allora noi potremo perdonare. Il perdono che offriamo ai
nostri fratelli, noi lo riceviamo da te. Noi non facciamo che trasmetterlo. Dal
tuo cuore passa nel nostro cuore e dal nostro nel cuore dei fratelli che ci
hanno offeso. Perdona a noi e a quelli che non perdonano mai, perché non sanno
che essi per primi hanno bisogno di essere perdonati da te. Padre, apri loro
gli occhi, illumina la loro coscienza perché
comprendano la gioia di perdonare dopo essere stati da te perdonati. Allora in
questo mondo dove vivono, penano e muoiono gli uomini, vi sarà un po’ più di
pace, un po’ più di gioia: la pace e la gioia dei tuoi figli riconciliati con
te e tra di loro. Amen".
E
NON CI INDURRE IN TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALE
La lotta contro il male che sosteniamo tutti
i giorni è permessa da Dio e fa parte integrante della nostra vita e del nostro
destino. E poiché anche Gesù nostro salvatore e modello è
stato tentato, rileggiamo il vangelo per capire cosa sia la tentazione e in
quale modo se ne può uscire vittoriosi.
Dunque, leggiamo nel vangelo secondo Matteo: "Allora
Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo"
(Mt 4,1). E nel vangelo secondo Marco: "Subito
dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da
satana" (Mc 1,12). L’iniziativa di questa
prova non parte da satana, ma da Dio che è il padrone assoluto. Il testo del
vangelo non lascia alcuna possibilità di equivoco: Dio
mette alla prova Cristo. Satana prende occasione da questa prova per tentare
Gesù al male. Il brano del vangelo delle tentazioni conclude
così: "Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si
allontanò da lui per ritornare al tempo fissato" (Lc
4,13). Satana riprenderà la lotta quando colui che è
più grande di lui glielo permetterà. Tutto comincia con Dio, tutto finisce con
Dio e con il trionfo del suo amore che ha suscitato la prova. Ce lo conferma il vangelo secondo Matteo: "Allora il
diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano"
(Mt 4,11).
Abbiamo detto, e lo ripetiamo, che è l’amore di Dio che ha suscitato la prova.
Il vangelo dice: "Fu condotto dallo Spirito (santo) nel deserto per
essere tentato dal diavolo" (Mt 4,1). Sono tantissime le occasioni
nell’Antico e nel Nuovo Testamento in cui si dice che Dio mette alla prova
quelli che egli ama. Sotto forme diverse, secondo la propria condizione, la propria
vocazione, la propria natura e le grazie ricevute da Dio, ciascuno è provato da
Dio. Questo è un fatto innegabile. Vuol dire che è Dio che ci tenta al male?
No. Scrive l’apostolo Giacomo: "Nessuno, quando è tentato, dica: ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio
non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male" (Gc 1,13). Si impone dunque una
distinzione decisiva tra prova e tentazione al male. La prova in sé è buona e
fa bene, ma su di essa può inserirsi la tentazione.
Può avvenire che intervengano le forze del peccato e la prova si trasformi in pericolo. Se invece di
difendersi contro il male, l’uomo cede, allora egli non è provato e tentato
soltanto, ma è vinto e colpevole. Mandato in guerra per
coprirsi di gloria contro il male, l’uomo depone le armi e passa al nemico:
quella che era un’occasione di gloria diventa un’occasione di vergogna: la
possibile vittoria è diventata sconfitta.
Dunque, prova e tentazione non sempre sono sinonimi. Se ogni tentazione è una prova, non ogni prova si cambia in
tentazione. La prova è voluta da Dio per dei motivi
che diremo subito. La tentazione propriamente detta è solo permessa da lui:
essa viene da noi e dalle connivenze che abbiamo con il mondo del peccato, come
leggiamo nella Lettera di san Giacomo: "Ciascuno è tentato dalla
propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza
concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la
morte" (Gc 1,14-15).
Di conseguenza il significato di questo appello che
rivolgiamo al Padre "Non ci indurre in tentazione" significa:
"Padre, se vuoi, mettimi alla prova, ma fammi uscire con esito
positivo". La prova, come abbiamo detto, ha come origine l’amore di Dio: è
il Padre che ci allena, ci fa imparare, ci fa
crescere. Ricordiamo le prove alle quali i genitori sottopongono i figli,
apparentemente senza troppe indulgenze e tenerezze, perché imparino a
camminare, a sbrogliarsela da soli, a diventare adulti. Ricordiamo le prove
scolastiche e le gare sportive. Ricordiamo tutti gli esperimenti scientifici:
la scienza è progredita provando e riprovando. Le prove dunque sono dei mezzi
indispensabili per imparare, crescere e progredire. Anche
il Figlio di Dio fatto uomo è stato sottoposto alle prove della vita e alla
morte e ha imparato a sue spese.
Leggiamo nella Lettera agli Ebrei: "Nei giorni della sua vita terrena,
egli (Cristo) offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua
pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e,
reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli
obbediscono" (Eb 5,7-9). E, ancora, nella stessa Lettera leggiamo: "Perciò
(Cristo) doveva rendersi in tutto simile ai fratelli... Infatti proprio per essere stato messo alla prova e aver
sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la
prova" (Eb 2,17-18).
Come Dio ci prova? Perché Dio ci prova?
Tutte le prove alle quali Dio sottopone gli uomini, da
quella di Adamo fino a quella dell’ultimo uomo che esisterà sulla terra,
avranno un unico scopo che troviamo espresso molto bene in una frase del Deuteronomio: "Il Signore vostro Dio vi mette alla
prova per sapere se amate il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta
l’anima" (Dt 13,4) . In altre parole, se
siamo disposti a fare la sua volontà e a obbedire ai
suoi comandamenti che sono l’espressione del suo amore per noi. Quando le
circostanze congiurano contro di noi o contro le persone che ci sono care,
allora la nostra fede nella bontà di Dio e nella provvidenza del Padre viene messa alla prova. Dio ci fa provare una sofferenza che
non comprendiamo, o non completamente. E allora ci
chiediamo: "Come si fa a trovare in queste prove che Dio ci manda un
motivo per amarlo di più? Perché Dio ci prova?". Se pensiamo quanto siamo deboli e instabili dobbiamo proprio dire
che devono essere particolarmente gravi le ragioni che giustificano tali visite
di Dio. Quello che noi chiamiamo Padre, si comporta appunto da padre.
Egli vuole che i suoi figli evitino che la loro fede, la loro speranza e il
loro amore manchino di consistenza e di verità: vuole toglierci dai fumi della
falsità e dell’illusione per collocarci nella concretezza della verità. E per fare questo non c’è altro modo che provare.
Quando Gesù volle provare la fede dei suoi apostoli, perché essi si rendessero
conto chi erano realmente e dessero bando alle
chiacchiere e alle illusioni, li caricò su una barca e si cacciò con loro nel
pieno di una tempesta. Al loro grido: "Maestro,
maestro, siamo perduti!" egli rispose: "Dov’è la vostra
fede?" (Lc 8,24-25). La prova aveva
fatto piazza pulita di tutte le illusioni. Fino a quando le cose andavano
lisce, essi si erano illusi di avere fede in Gesù, ma alla prima burrasca venne a galla la verità: la loro fede pratica era veramente
poca.
Ma non pensiamo che solo gli avvenimenti che
sconvolgono la nostra vita siano i mezzi per rivelare quello che c’è in noi. Anche nelle piccole occasioni quotidiane viene a galla la
verità: spesso scivoliamo su una buccia di banana. Quello che ci umilia
maggiormente non è l’aver mancato la prova nelle grandi difficoltà, ma l’essere
caduti nelle autentiche sciocchezze.
Il nostro cuore ha capitolato davanti agli idoli dell’ambizione, del sesso e
del denaro. Dio vuole liberarci da queste schiavitù, purificare i nostri
affetti e convertire il nostro cuore: ci tende la mano per salvarci. Certo,
questo gesto di misericordia può apparirci violento, talvolta crudele, perché
Dio ci libera da queste schiavitù per mezzo di quelle che noi chiamiamo
"prove della vita" o, impropriamente, "disgrazie". Ma ascoltiamo che cosa ne pensa il Signore. Leggiamo nella
Lettera agli Ebrei: "Figlio mio, non disprezzare la correzione del
Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore
corregge colui che egli ama e sferza chiunque
riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi
tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la
loro parte, siete bastardi, non figli! Del resto, noi abbiamo avuto come
correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo
rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti
per avere la vita? Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di
gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a
quelli che per suo mezzo sono stati addestrati" (Eb 12,5-11). Al
termine di questa lettura dovremmo riuscire a pregare con questa preghiera di
sant’Agostino: "O Signore, in questa vita, bruciami, tagliami, non
avere pietà, purché tu abbia pietà di me nella vita eterna". O con quest’altra che formuliamo noi: "O Padre, io accetto la
prova che permetti, ma fa’ che essa non diventi per me occasione di peccato.
Provami perché ne ho bisogno. Io non rifiuto di apprendere così ad amarti
meglio. Tu, però, proteggimi e liberami dal male".
Questa preghiera del "Padre nostro" iniziata col nome del Padre
termina col nome del male o del maligno. L’apostolo Paolo scrive: "Quando
voglio fare il bene, il male è accanto a me" (Rm
7,21). Ognuno di noi si trova stretto tra il bene e il male, tra Dio e satana:
ambedue sono a portata di mano. Riconoscersi peccatori
non è solo riconoscere il male già fatto, ma essere convinti che abbiamo un
cuore capace di ogni male per il futuro. È al maligno
che dobbiamo principalmente questa nostra condizione di male. Leggiamo nel
libro della Sapienza: "Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel
mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli
appartengono" (Sap 2,23-24).
Secondo
Cristo ci dice che il diavolo "è stato omicida fin dal principio e non
ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando
dice il falso parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna"
(Gv 8,44), ed è sempre lui che distrugge l’opera di Dio in noi, come leggiamo
nella spiegazione della parabola del seminatore nel vangelo secondo Luca: "Il
seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno
ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché
non credano e così siano salvati" (Lc 8,11-12).
Gesù ha pregato per noi: "(Padre), non chiedo che tu li tolga
dal mondo, ma che li custodisca dal maligno" (Gv 17,15). Chi è dunque
questo nemico di Dio? È un essere personale, un angelo decaduto, che prosegue
sulla terra la ribellione che iniziò nel cielo. La sua radicale opposizione
alla volontà di Dio fa di lui l’avversario irriducibile del piano
provvidenziale di Dio. Ogni cristiano deve fare la scelta tra il maligno che è
odio e morte e Dio che è amore e vita. San Paolo paragona la nostra vita e
quella del mondo a un grande travaglio da cui nascerà
la nuova creazione: "Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento
presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in
noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di
Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità...
e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della
corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo
bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino
ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che
possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando
l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (Rm 8,19-23). Tra l’universo e noi c’è una misteriosa
solidarietà nel bene e nel male: l’universo condivide il nostro destino. Noi
gemiamo con esso ed esso, in qualche modo, partecipa
alla nostra esperienza.
Ogni programma sociale, politico ed economico si propone di dare agli uomini la
liberazione dai mali e il possesso dei beni. È questa la liberazione che
chiediamo quando preghiamo il Padre che ci liberi dal male?
La liberazione da quel male assoluto che è il maligno, e da tutte le sventure
che ne derivano, supera le forze dell’uomo e quelle dell’universo. Se vogliamo
distruggere il male che è nel nostro cuore dobbiamo ricorrere a qualcuno più
grande di noi e del maligno perché ci liberi, dobbiamo tendere le braccia e
gridare la nostra preghiera a uno che abbia la forza
per liberarci: "Padre nostro... liberaci dal male, dal maligno".
Quando preghiamo per la liberazione dal male
intendiamo chiedere a Dio che ci liberi dal male che è in noi,
dall’attaccamento al peccato. Ma se noi amiamo i nostri peccati e siamo
attaccati ad essi perché ci piacciono, se coltiviamo
le nostre ingiustizie, le nostre impurità e tutto il resto, che cosa può
significare la preghiera che rivolgiamo al Padre? In questo caso non gli
domanderemmo altro che di essere preservati dalle sofferenze, dalle malattie e
dai rovesci. No. Il primo significato di questa invocazione
è la richiesta di essere liberati dal peccato, da quella parte di noi stessi
che è senza amore per Dio.
La nostra conversione è indubbiamente opera della grazia di Dio, ma essa è
contemporaneamente anche opera nostra. Non possiamo aspettare che arrivi il
giorno della nostra conversione come un fulmine dal cielo, senza che noi
facciamo la nostra parte di fatica contro le cattive abitudini e il peccato.
San Franceso di Sales ha
scritto che il compimento della volontà di Dio "si fa non solamente
senza piacere e gioia, ma contro ogni piacere e gioia". La liberazione
dal male è una cosa tremendamente seria e Dio non vuole salvarci senza la
nostra collaborazione. Se noi peccatori dimentichiamo
questo, il "Padre nostro" che recitiamo non è quello che Gesù Cristo
ci ha messo sulle labbra. Non possiamo pregare per essere liberati dal male
senza accettare tutte le conseguenze pratiche di tale domanda.
L’avversario, satana, ci perseguiterà fino alla fine della nostra vita, ma noi abbiamo la possibilità di trionfare. Ce lo
dice san Giovanni: "Voi siete da Dio, figlioli,... colui che è in voi
(Dio) è più grande di colui che è nel mondo (il diavolo)" (1Gv
4,4). Che cosa ci manca dunque? Una
parola, una parola sola, un sì della nostra coscienza che metta d’accordo la
nostra volontà con la liberazione che Dio ci offre.
Concludiamo con una frase di s. Agostino: "Teniamo
presente con compassione la nostra debolezza e non dimentichiamo quello che
siamo, perché è scritto: ‘Ricordati, Signore, che siamo polvere’
(Sal 103,14). Ma
Dio per questa povera creatura, che egli ha fatto dalla terra e le ha dato
un’anima, ha consegnato alla morte il suo Unigenito. Nessuno può spiegare, e
tanto meno pensare, quanto egli ci ami!".