MORALE
SESSUALE E FAMILIARE
(Pedron Lino)
PRIMA PARTE
1 - Il
significato di una domanda
2 - Morale
cristiana e realtà sessuale
3 - Che male
c'è nella masturbazione
4 - L’amore
degli adolescenti
5 - I
rapporti prematrimoniali
Conclusione
SECONDA PARTE
Introduzione:
La Chiesa non proibisce, insegna
1 - L’amore è
vocazione e dono
2 - L’amore è
fecondità
3 - I
genitori primi educatori della fede
4 - I
genitori educatori nella vita sociale
Conclusione
1
- IL SIGNIFICATO DI UNA DOMANDA
Che male c’è?
Questa domanda spesso ha il significato di
una contestazione. A prima vista sembra domandare le ragioni di un insegnamento
morale. Spesso però è una domanda retorica. In realtà è un’affermazione che vuol
dire: in questo non ci vedo niente di male, non faccio male a nessuno, queste
cose non sono peccato.
E l’affermazione sottintende tutto un mondo
di convinzioni più generali, come per esempio questa: ciò che è bene o male in
campo morale non può essere determinato o deciso autoritariamente, ma deve
essere dimostrato, deve convincere. Si può dire che un certo comportamento è
peccaminoso o proibito solo se appare chiaramente negativo, sbagliato,
ingiusto, dannoso.
E ancora: il compito di questa determinazione
tocca alla coscienza personale di ognuno e non può essere delegato a nessun
altro; nessuno può decidere per un altro che cosa sia il bene o il male, che
cosa sia peccato o non lo sia.
Dunque in questa domanda: "Che male
c’è?" spesso affiora una malcelata insubordinazione o addirittura un
atteggiamento chiaramente irritato e ostile nei confronti dell’insegnamento
morale della Chiesa.
Comunque stiano le cose, questa domanda è
legittima e ha diritto ad una risposta convincente. Molte volte dietro la domanda:
"Che male c’è?" si nasconde un’idea sbagliata del bene e del male,
frutto di una cattiva formazione o di un insufficiente approfondimento del
problema.
Spesso la stessa domanda viene posta in
termini ancora più imprecisi. Invece di dire: "Che male c’è?", si
dice: "Perché è proibito?".
Perché è proibito?
Nel campo della sessualità si dice:
"Perché è proibita la masturbazione? Perché devono essere proibiti i
rapporti prematrimoniali? Perché la Chiesa proibisce certi mezzi per la
regolazione delle nascite?".
Formulate così, queste domande sono male
impostate, non sono poste nei termini giusti. Fanno pensare alla morale come a
un codice di proibizioni, magari arbitrarie o riformabilissime. "Perché è
proibito?" significa in pratica: "Ma chi lo proibisce?".
Chi proibisce sarebbe naturalmente Dio o
addirittura la Chiesa. In questo modo l’impegno morale si ridurrebbe a un atto
di sottomissione a Dio, a un atto di obbedienza cieca, profondamente ripugnante
ad ogni uomo, giustamente fiero della sua dignità di essere libero e
intelligente. La prima cosa da fare di fronte a tutte queste domande è quella
di chiarire i termini: che cosa vuol dire male, proibito, peccato...
Il progetto di Dio
Il Dio che si è rivelato in Cristo come Padre
ci chiama al compito di amministratori responsabili del mondo e della storia,
anzi ci eleva alla dignità di figli nella sua casa, e quindi a un impegno
morale assolutamente libero da ogni servilismo alienante, pieno di dignità e di
ragionevolezza.
Certo, nella morale cristiana ci sono anche
delle proibizioni, ma esse non contengono nulla di arbitrario: non sono
un’imposizione, ma un appello alla ragione. Non si impongono con l’autorità di
una volontà padrona, ma con l’autorevolezza di una sapienza superiore e piena
di amore.
Questa sapienza amorosa di Dio ci aiuta a
scoprire il progetto dello sviluppo armonico della nostra persona iscritto nel
nostro stesso essere, ma non sempre facilmente decifrabile dalla nostra
intelligenza limitata e oscurata dal peccato.
Sotto l’apparenza della proibizione si
nasconde in realtà un avvertimento premuroso o una valutazione oggettiva che
chiede di essere ragionata e capita.
È in questione la nostra felicità
L’uomo è la realizzazione di un progetto d’amore
di Dio. Un progetto ben fatto ha una sua logica interna, delle linee di
sviluppo armoniose e sagge.
Ma il "progetto uomo" è
radicalmente diverso da ogni altro progetto creato. Esso è uscito dalle mani di
Dio appena abbozzato. La sua realizzazione finale è affidata all’uomo stesso,
alle sue libere scelte. Ogni uomo, sia pure in collaborazione con Dio e con gli
altri uomini, è chiamato così ad essere, almeno in parte, il creatore di se
stesso.
Abbiamo detto creatore, non esecutore. Ed
essere creatore è molto di più che essere semplice esecutore. L’uomo è chiamato
ad essere autore, insieme con Dio e con gli altri, del suo progetto di vita. La
sua vita esce dalla sua intelligenza e dalla sua libertà: è lui che la inventa
e la realizza. Ma ci sono delle linee della sua autorealizzazione che non
dipendono da lui, che sono sottratte alla sua creatività, che sono già decise
dal fatto di essere uomo e non un’altra creatura, di essere uomo così come è
uscito dalle mani di Dio. Ci sono cose che lo realizzano e cose che (lo voglia
o no) lo distruggono come uomo e gli impediscono di diventare se stesso, di
realizzare il progetto di amore di Dio che c’è in lui.
Così, la verità lo fa più uomo, la menzogna
meno uomo; l’amore lo realizza e l’egoismo gli impedisce di realizzarsi. Ci
sono dei progetti attraverso i quali si costruisce come uomo, e ce ne sono di
quelli attraverso i quali si distrugge. E il realizzarsi o meno non è cosa
indifferente, non è un lusso inutile. Solo nella realizzazione di sé l’uomo
trova la sua vera felicità. Solo raggiungendo la vera pienezza del suo essere
egli trova quella pace e quella gioia per cui è fatto e a cui aspira con tutte
le sue forze.
Ne va quindi della sua felicità. E il
comandamento di Dio è lì per avvertirlo. Ne va della sua riuscita come uomo. Il
comandamento di Dio non dice soltanto: questo è bene, questo è male. Dice:
questo ti realizza e questo ti distrugge come uomo. Certe scelte ti realizzano,
altre ti impoveriscono e ti degradano.
Un appello d’amore
Quello che tocca l’uomo così a fondo, tocca
anche Dio. Non come il padrone è toccato dall’obbedienza o dalla ribellione del
servo, ma come il padre è toccato dalla riuscita o dal fallimento del figlio.
Perché Dio ci ama e segue con amore l’esito di ogni vita umana.
Questo amore è per noi un appello e una
promessa.
- Un appello
a rispondervi con il nostro amore, a fare del nostro impegno morale, della
nostra realizzazione umana un "sì" pieno di riconoscenza all’amore di
Dio, all’amore di un Padre che non ha esitato a sacrificare per noi suo Figlio.
- Una promessa.
Dio ci ama seriamente, e si promette a noi per una comunione d’amore che
coronerà la nostra riuscita umana con una felicità eterna. Dio ci ama e vuole
darsi a noi se lo accogliamo nella nostra vita. La nostra storia di uomini avrà
il suo compimento in lui.
La minaccia dell’inferno, cioè di un
fallimento totale ed eterno, non va vista perciò in una prospettiva di
punizione prevista da un tiranno nei confronti dei suoi ribelli, ma come un
avvertimento sulle conseguenze gravi e negative delle scelte decisive della
nostra vita. La morte sigillerà in modo irrevocabile la nostra riuscita o il
nostro fallimento in una eternità di amore e di gioia o di disperazione e di
infelicità.
Il magistero della Chiesa
Abbiamo detto che la lettura del progetto di
Dio che è scritto in noi non è sempre facile. Abbiamo bisogno dell’aiuto e del
consiglio degli altri (genitori, amici, educatori, specialisti dei vari
settori).
E tra questi altri, per il cristiano, c’è
anche la Chiesa, interprete autorevole della parola di Dio, maestra di verità,
assistita e sorretta dallo Spirito santo.
Norma oggettiva e coscienza personale
L’insegnamento della Chiesa ha bisogno di
essere interpretato e applicato alle situazioni particolari. Questa
interpretazione e applicazione sono affidate alla coscienza personale.
Che cos’è la coscienza personale?
È l’intelligenza umana, raggiunta
dall’appello di Dio, che è capace di interpretare il suo progetto, di
completarne le linee concrete con la sua sapiente creatività. La coscienza ha
quindi un carattere progettuale e creativo. Non però in modo arbitrario, ma
dentro le grandi linee del progetto di Dio iscritto nell’essere umano. La
coscienza non è un legislatore autonomo, padrone del bene e del male, ma uno
strumento di ricerca della verità. Essa ha il dovere di cercare la verità con
onestà e di riconoscerla lealmente quando l’ha trovata. In questa ricerca, la
coscienza, nonostante l’onestà e la buona fede, può anche sbagliare e scambiare
il male per il bene e viceversa.
Inoltre, purtroppo, la coscienza può essere
sviata dalla volontà, più o meno consapevole, di legittimare delle scelte di
comodo. L’intelligenza umana in questa ricerca che mette in discussione la vita
stessa del soggetto è profondamente influenzata dagli atteggiamenti, dalla
mentalità, dalle abitudini dello stesso interessato e quindi dalla sua libertà.
Di fronte ai tentativi di giustificazione
come: "La mia coscienza mi dice... in coscienza mi sento
autorizzato...", non si può in partenza dubitare della buona fede della
persona che parla. Si può invitarla ad una verifica ulteriore delle sue
motivazioni e ad assumersi le sue responsabilità davanti a Dio che legge nella
mente.
Il solo fatto di sapere che la Chiesa ha un
preciso insegnamento, diverso da quello che sembra essere il giudizio della
propria coscienza, dovrebbe mettere sull’avviso il credente e spingerlo a una
revisione accurata della validità delle proprie convinzioni.
La fede infatti porta il cristiano a una
realistica diffidenza nei confronti del proprio modo di vedere, quando questo
lo porta a scegliere ciò che è più comodo e allettante.
Diciamo inoltre che non basta riferirsi alla
propria coscienza per essere tranquilli delle proprie scelte. Bisogna anche
chiedersi che coscienza abbiamo. Ogni uomo e, a maggior ragione il cristiano,
deve avere una coscienza formata e bene informata.
2 - MORALE CRISTIANA E REALTÀ SESSUALE
I valori della realtà sessuale
Abbiamo detto che le proibizioni indicano dei
valori da cui dipende la realizzazione dell’uomo e la sua risposta di amore a
Dio.
Ora ci chiediamo: "Quali sono i valori
in gioco nel campo della sessualità?. È chiaro che li dovremo cercare proprio
attraverso un’analisi della realtà sessuale; dovremo scoprire qual è il suo
significato nell’esperienza umana e nella crescita e autorealizzazione
dell’uomo.
La sessualità è una realtà complessa che
affonda le sue radici nella funzione biologica della procreazione, ma che tocca
anche tutti gli strati della personalità e influisce profondamente sulla
emotività e l’affettività e sulle funzioni superiori dello spirito.
Già per quello che riguarda la funzione
procreativa, la sessualità umana differisce da quella semplicemente animale per
la specificità spirituale della nuova vita alla quale dà origine: una vita
umana con una marcata realtà spirituale che ha bisogno di un lungo e difficile
accompagnamento educativo.
Di qui il bisogno di una famiglia come luogo
privilegiato e indispensabile di questa educazione.
Inoltre la famiglia deve assicurare
un’adeguata sicurezza affettiva e una convivenza piena di rispetto, di
accettazione reciproca e di amore premuroso.
La fecondità rappresenta quindi, già per se
stessa, uno specifico valore morale legato alla sessualità, capace di fare
della sessualità un campo di grandi responsabilità morali.
Ma, oltre a questa finalità procreativa, la
sessualità ha nell’uomo anche una funzione espressiva che costituisce il valore
più importante di questa realtà. La sessualità è il linguaggio di quella realtà
propria solo dell’uomo che è l’amore.
Il vero amore
Il vero amore che la sessualità esprime è
qualcosa di molto più grande e più nobile della semplice attrazione sessuale. È
qualcosa di più nobile e di più grande ancora dello stesso sentimento amoroso,
dell’affettività e della tenerezza. L’amore diventa pienamente se stesso solo
quando giunge ad esprimersi in una decisione spirituale di donazione e di
appartenenza reciproca, incondizionata e definitiva. Quando sarà capace di dire
con assoluta verità: sono tuo per sempre ed esclusivamente.
Questo amore include la dimensione corporea e
quella affettiva, ma è veramente se stesso solo quando supera questi aspetti e
li inserisce in piena consapevolezza e libertà nella vita dello spirito.
La storia dell’amore
Questo amore non nasce adulto, ma cresce
gradualmente all’interno dello sviluppo armonioso di tutta la personalità e ha
bisogno di avere un’esperienza di sicurezza affettiva già fin dalla prima
infanzia. Senza questa sazietà di affetto, la personalità rischia di restare
ancorata alla ricerca ossessiva di se stessa e incapace di donarsi e di aprirsi
agli altri come esige il vero amore.
Fin dal suo sbocciare l’amore è profondamente
segnato dall’influsso dell’ambiente educativo. I ragazzi che sono vissuti in
famiglie sbagliate, divise o povere di valori spirituali, entrano nella vita
già bruciati e forse incapaci per sempre di raggiungere certi livelli di
autenticità e di serietà nell’amore.
Educare l’amore
Ma crescere nell’amore è anche una responsabilità
della persona, un compito della sua libertà. È un compito morale da cui dipende
la riuscita dell’uomo. Anzi è il compito morale per eccellenza nel campo della
sessualità. In questa educazione all’amore, l’uomo esprime il suo
"sì" o il suo "no" all’amore di Dio e quindi decide della
sua felicità.
Ed eccoci ritornati alla domanda di partenza:
"Che cosa è comandato o proibito, giusto o sbagliato, bene o male
nell’ambito della sessualità?".
Sarà comandato, giusto e buono tutto ciò che
fa crescere l’amore vero e la vera felicità. Sarà proibito, sbagliato e cattivo
tutto quello che ci allontana dal vero amore e dalla vera felicità.
Educarsi a una crescita personale e
responsabile
I primi passi lungo il difficile cammino
dell’evoluzione della sessualità e dell’amore sono spesso molto incerti.
Inoltre non tutti hanno ricevuto un’educazione felice e serena su questo
aspetto importante della vita. Solo crescendo e purificandosi progressivamente,
l’amore si impadronisce del linguaggio della sessualità in cui deve esprimersi.
Le energie sessuali sono già presenti con
tutta la loro forza quando l’amore che deve dominarle è ancora acerbo, quando
l’intelligenza e la volontà sono ancora inadeguate al loro compito.
Ed ecco allora che la morale cristiana resta da
un lato precisa e rigorosa nella presentazione dell’ideale e nella
determinazione di ciò che è in se stesso giusto o sbagliato; ma dall’altro lato
si fa rispettosa dei ritmi concreti di crescita delle singole persone e quindi
comprensiva nel valutare le eventuali debolezze; preoccupata di mobilitare
tutte le energie del soggetto, ma anche di sdrammatizzare le situazioni di
ansietà, di correggere i sensi di colpa morbosi o errati e soprattutto di
rassicurare ognuno con la certezza che l’amore misericordioso di Dio accompagna
con pazienza l’itinerario della crescita dell’amore, anche quando è segnato da
debolezze più o meno colpevoli.
Questo doppio metro di valutazione (rigoroso
nei confronti del comportamento in se stesso e comprensivo nei confronti delle persone
concrete) potrà sembrare a qualcuno una forma di ipocrisia. Invece è l’unico
modo di unire la fedeltà a un ideale che realizza la felicità e la riuscita
dell’uomo con il necessario realismo educativo di chi vuole aiutare veramente
le persone e non schiacciarle sotto le esigenze impersonali della legge. È
l’unico modo di evitare la rigidità senza rinunciare al rigore. È l’unico modo
per amare il peccatore pur odiando il peccato.
3
- CHE MALE C’È NELLA MASTURBAZIONE?
L’esclusione dell’amore
La masturbazione utilizza il linguaggio
dell’amore per esprimere egoismo. Essa quindi non potrà mai essere giustificata
in se stessa. Fino a quando la sessualità resterà separata dall’amore, non sarà
mai in regola con le esigenze della morale.
La masturbazione ha in se stessa una carica
di pericolosità perché blocca la crescita dell’amore. Essa rappresenta la
scorciatoia del piacere, un atteggiamento narcisistico in cui l’atteggiamento e
l’interesse della persona sono bloccati su se stessa e in questo modo rimane
incapace di vero amore. Queste persone rischiano seriamente di vivere una vita
coniugale povera e infelice. La ripetizione di un gesto egoistico come la
masturbazione ferisce in modo anche irriversibile la capacità di amare in
maniera autentica.
Impegnarsi a crescere
Chi è vittima di questa abitudine, deve
impegnarsi a crescere nell’amore e a superare questa situazione di immaturità.
Deve quindi combattere contro la masturbazione con serenità e con serietà, deve
maturare la sua personalità esercitando l’altruismo, impegnandosi nello studio
e nel lavoro , coltivando la capacità di comunicare, aprendosi agli altri,
allargando l’orizzonte dei propri interessi e approfondendo la propria vita di
fede, utilizzando tutti i mezzi e le energie della grazia.
In certi casi più gravi e in presenza di
disturbi psichici potrà giovare l’aiuto di uno psicologo serio e preparato,
formato ai principi della morale cattolica.
La direzione spirituale di un direttore
saggio, amico e maestro di vita è di grande aiuto.
Il superamento della mentalità egoistica
porterà gradualmente anche alla vittoria su questa abitudine e alla scoperta di
una maggiore capacità di amare.
Una preoccupazione educativa
Oggi le occasioni di incontro tra ragazzi e
ragazze si sono moltiplicate e si è accresciuta la permissività nei confronti
dei rapporti sentimentali ed affettivi tra di loro.
La Chiesa manifesta qualche perplessità o
diffidenza nei confronti di queste coppie di adolescenti. Il motivo è molto
realistico: sono maturi per amarsi veramente? Perché la maturazione all’amore
può subire deviazioni e ferite gravi quando viene bloccata o ritardata da
esperienze fuori età e fuori stagione.
L’equilibrio tra amore e sessualità è un
equilibrio in crescita che deve essere costruito gradualmente con rinunce e
sacrifici. I frutti raccolti acerbi non sono mai veramente gustosi e spesso
sono anche indigesti.
Amicizie costruttive
Abbiamo detto che la Chiesa manifesta qualche
perplessità o diffidenza, ma non un’opposizione assoluta, alle amicizie tra
ragazzi e ragazze adolescenti. Ci sono forme di amicizia, di incontro, di
collaborazione, di vero e proprio rapporto affettivo che sono molto buone,
molto educative e utili allo sviluppo della capacità di amare.
Certe forme di incontro tra ragazzi e ragazze
sono momenti di apprendistato dell’amore. Ma quali incontri e quali rapporti? È
possibile determinare le note positive e quelle negative di questi rapporti?
Certamente. Per esempio, la strumentalizzazione dell’amico o dell’amica
rappresenta un elemento negativo. Mentre l’incontro reciproco, la
collaborazione a livello di studio e di lavoro, il divertimento comune e anche
i rapporti affettivi veri e propri sono positivi quando sono seri, rispettosi,
sinceri, quando la dignità e la personalità di ognuno sono rispettate e messe
in condizione di svilupparsi armonicamente.
Un’educazione saggia non può prefiggersi di
prevenire e impedire in assoluto le incertezze e gli errori nella crescita
della personalità dei giovani. L’importante è non chiamare bene il male e non
illudersi di progredire quando si regredisce: ci vuole una sincera volontà di
superamento e di crescita. Occorre una verifica continua e leale dei propri
atteggiamenti e una sincera volontà di imporsi le rinunce e i sacrifici
richiesti dalla crescita dell’amore.
Lo strumento più adatto per questa verifica è
l’esame di coscienza e il dialogo penitenziale nella celebrazione del
sacramento della riconciliazione.
Il pericolo di giocare all’amore
Accanto a forme di incontro e di rapporto
sostanzialmente positive ci sono anche quelle negative che non sono sulla linea
della crescita dell’amore, ma che sono una degradazione e un pervertimento
dell’amore.
Questo avviene quando gli incontri tra
ragazzi e ragazze vengono condotti in un clima generale di disimpegno e di
vacuità, quando l’amicizia è in realtà un giocare all’amore nel senso peggiore
del termine.
L’amore privo di autenticità dà
immediatamente via libera all’attrazione sessuale e alla ricerca delle
soddisfazioni immediate. Tutto avviene in un clima di superficialità e senza
alcuna preoccupazione di arricchimento spirituale e di promozione personale
reciproca.
Le meravigliose possibilità dell’evoluzione
psicologica e sessuale vengono così bruciate rapidamente da esperienze intempestive
e banali che portano alla delusione e all’incapacità di credere all’amore e
inaridiscono la personalità.
Questo non succede solo nei casi-limite, ma è
un pericolo sempre incombente su questa fase meravigliosa e delicata
dell’apprendimento dell’amore.
L’amore che illude
Spesso si rischia di confondere
l’innamoramento con l’amore. Da queste forme di innamoramento nasce un certo
numero di matrimoni precoci, spesso destinati ad un fallimento altrettanto precoce
e all’infelicità È difficile far capire a queste coppie immature che il loro
amore è ancora troppo idealizzato e non sufficientemente maturo per sostenere
una vita insieme, con le sue gioie e con le sue difficoltà.
Eppure bisogna avere il coraggio di dire loro
chiaramente questo, anche a costo di perdere la loro amicizia. Troppo spesso
questo amore si illude. Essi non amano l’altro, ma un’immagine idealizzata
dell’uomo o della donna che portano dentro di sé e che non ha una vera
corrispondenza nella realtà.
Tanto più è cieco e idealizzato il loro amore
e tanto maggiore è la probabilità che vadano incontro a gravi delusioni e a una
rottura drammatica. Queste forme di amore precoce sono spesso la risposta
inconscia a una forma di affetto non abbastanza saziata nell’infanzia.
Ogni persona è legata alla sua cultura anche
nei ritmi dello sviluppo psichico. L’estrema complessità della nostra società e
della nostra cultura impone inevitabili ritardi in questa maturazione
psicologica e sociale. Quindi ci vuole più calma e ponderazione per evitare
esperienze dolorose e passi irreparabili.
5
- I RAPPORTI PREMATRIMONIALI
Che male c’è?
Nel periodo del fidanzamento il dialogo tra i
due giovani assume un carattere molto più impegnativo e una certa ufficialità.
Il desiderio e il dovere di crescere nella conoscenza reciproca e nella
affettività rende sempre più frequenti e affettuosi gli incontri.
Di fronte all’insegnamento della Chiesa,
secondo la quale i rapporti sessuali sono leciti solo dopo il matrimonio, molti
giovani si chiedono, polemici o scandalizzati: che cosa c’è di male? Costoro si
chiedono, a volte molto sinceramente, che cosa cambierà nella sostanza del loro
amore il giorno del matrimonio e perché solo allora dovrebbe diventare lecito
un gesto espressivo di un amore che è già fin d’ora pienamente autentico. Essi
dicono: se ci vogliamo veramente bene, perché non possiamo dirci il nostro
amore con il linguaggio della sessualità che è fatto apposta per esprimerlo?
Che cosa insegna la morale cristiana?
L’insegnamento della morale cristiana è
questo: l’atto coniugale è lecito solo nello stato matrimoniale vero e proprio,
quello sancito e reso irreversibile dal sacramento del matrimonio e
riconosciuto come tale dalla Chiesa e dalla società civile.
Ma su quale motivazione si fonda questa
affermazione?
Non è facile dimostrare che un gesto fatto
per esprimere l’amore ne tradisca in realtà le leggi interne solo perché
compiuto prima della celebrazione del matrimonio che non cambia nulla nella
natura psicologica dell’amore.
Quali ragioni porta
L’insegnamento della morale cristiana è
profondamente ragionevole. L’amore non è solo un sentimento, ma un impegno
reciproco socialmente rilevante. Nulla di ciò che è umano può essere
considerato una realtà solo privata. Per il cristiano questa dimensione sociale
ha un significato particolare: il matrimonio è un sacramento, un evento di
salvezza, un incontro con Cristo, un impegno nei confronti di Dio. Ma questo si
realizza solo se la vita coniugale è vissuta "nel Signore" (1Cor
7,39), cioè solo se è riconosciuto come tale dalla comunità ecclesiale che è il
sacramento vivente di questo incontro con il Signore.
Il patto coniugale celebrato nella Chiesa è
molto più di una formalità giuridica o di un rito esteriore. È il
riconoscimento dell’amore da parte della Chiesa che, fondando tra i due un
vincolo in Cristo, trasforma il loro amore in una partecipazione all’amore di
Cristo per la Chiesa.
Diciamo un’altra ragione che conferma quanto
abbiamo detto fino ad ora. Non è l’amore degli sposi che li unisce in
matrimonio, ma Dio.
Leggiamo nel vangelo secondo Matteo queste
parole di Gesù a proposito del divorzio: "Allora gli si avvicinarono
alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: "È lecito ad un
uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?". Ed egli rispose:
"Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e
disse: ‘Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie
e i due saranno una carne sola?’ Così non sono più due, ma una carne sola.
Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi"" (Mt
19,3-6).
Non sono dunque l’uomo e la donna che si
uniscono in matrimonio, con un contratto fatto da loro secondo modalità che
possono essere inventate col cambiare degli usi e delle civiltà: è Dio che li
unisce. Quindi prima del sacramento del matrimonio non sono uniti da Dio. Di
conseguenza, con i rapporti prematrimoniali pongono l’atto matrimoniale prima
del matrimonio, fuori del matrimonio, in una condizione di sostanziale falsità.
"Essi si comportano da marito e moglie
senza esserlo. Pongono il segno del matrimonio senza che vi sia il
matrimonio" (Lettera dell’Episcopato tedesco).
Così come l’abbiamo presentata, la morale
accompagna lo sviluppo e la crescita dell’amore fino al momento in cui culmina
nel matrimonio e nella vita coniugale.
Ma essa resta tale anche nel matrimonio.
L’amore ha sempre bisogno di crescere e di rinnovarsi, ha sempre bisogno di
educare se stesso per essere più autentico, per resistere all’usura del tempo,
per trovare sempre risposte nuove ai problemi che gli propone la vita.
Così anche la morale coniugale è fondata
sulla crescita dell’amore e sulla fedeltà alle sue leggi interne.
SECONDA
PARTE
INTRODUZIONE: LA CHIESA NON PROIBISCE,
INSEGNA
Alcuni cristiani sono delusi
dall’insegnamento della Chiesa sulla famiglia e sui problemi ad essa connessi;
si aspetterebbero qualcosa di nuovo, di più permissivo a proposito della morale
coniugale e familiare.
Non sono pochi quelli che contestano il
diritto e la competenza della Chiesa in questa materia, accusandola spesso di
fare violenza alla loro coscienza, unica responsabile davanti a se stessa e
davanti a Dio.
Dietro un simile atteggiamento c’è un grosso
equivoco: costoro credono che sia la Chiesa a creare le norme morali e a
definire arbitrariamente i doveri e i diritti della coppia davanti a Dio.
Difatti, alcuni cristiani, quando confessano
determinati peccati, soprattutto in campo di morale sessuale o coniugale ,
dicono: "Ho fatto ciò che la Chiesa proibisce".
La Chiesa non proibisce e non comanda nulla.
Essa si limita a insegnare la verità morale che ha ricevuto da Cristo e di cui
non è padrona.
A pensarci bene, neppure Dio è padrone in
modo arbitrario del bene e del male. Il bene e il male nascono da una certa
logica delle cose, sono scritti nella natura stessa delle cose, prima che nei
comandamenti di Dio o nell’insegnamento della Chiesa.
L’uomo trova in se stesso le leggi secondo
cui svilupparsi e giungere alla pienezza di vita e di felicità progettata da
Dio nel suo amore per noi.
1 - L’AMORE È VOCAZIONE E DONO
Nel caso della morale coniugale, il progetto
di Dio è scritto dentro la realtà sessuale, dentro la realtà dell’amore, della
coppia e della famiglia.
Giovanni Paolo II ha detto con un’espressione
scultorea: "Famiglia, diventa ciò che sei!".
La famiglia non è chiamata ad altro che a
diventare ciò che essa è, a sviluppare tutte le possibilità di bene che sono
già in essa per dono di Dio: deve diventare in pienezza ciò che essa è già in
germe.
Per scoprire i doveri morali della coppia e
della famiglia bisogna scoprire e capire a fondo la sua realtà. In verità solo
Dio può conoscere tutto il mistero della famiglia perché solo lui conosce
pienamente il piano di salvezza in cui essa si trova situata. L’uomo non è il
solo protagonista della storia. Egli può sperare di portare a buon fine il suo
cammino verso Dio, solo perché Dio cammina con lui, e questa presenza di
salvezza di Dio nella storia è Cristo, Dio con noi.
Cristo ci dà la certezza che la vita
dell’uomo non va verso il nulla, ma verso una pienezza di vita in Dio. La
realtà profonda della vita di coppia e della famiglia può essere capita bene
solo nell’ottica di questa storia di salvezza e quindi alla luce della parola di
Dio che ci svela le grandi tappe e la direzione di questa storia e il segreto
della verità sull’uomo.
Uomo e donna nella storia della salvezza
La prima tappa di questa storia è la
creazione. La coppia e la famiglia non sono state inventate dall’uomo, ma da
Dio. Dio ha creato l’uomo e la donna con quella differenza complementare che è
la sessualità.
Essi sono totalmente segnati da questa
differenza: sono fatti per l’amore e l’incontro vicendevole.
La sessualità è un dono di Dio che chiede di
essere sviluppato, educato. È un dono che si fa vocazione all’amore.
Sappiamo che l’uomo è chiamato ad un amore
ancora più profondo e più grande di quello che si realizza nella vita
coniugale: è chiamato alla comunione d’amore con Dio. Ma l’esperienza che
l’uomo e la donna fanno nella vita coniugale è normalmente un’immagine e
un’anticipazione parziale della gioia della comunione d’amore con Dio nel suo
Regno.
Quello che vale per l’amore vale anche per la
fecondità. Anche questo dono diventa una vocazione: la vocazione a diventare
collaboratori di Dio nel trasmettere e nel promuovere la vita.
Così tutti i doveri della vita coniugale si
radicano in un dono che Dio ha fatto all’uomo nella creazione. Essi prima sono
dono, poi vocazione. E noi possiamo scoprire i nostri doveri guardando
all’altezza dei doni di Dio, in particolare a quel dono supremo di Dio che
siamo noi stessi.
Ma la storia della salvezza non rivelerebbe
tutto l’amore misericordioso di Dio se essa non fosse anche, da parte
dell’uomo, una storia di peccato.
Fin dall’inizio della sua storia l’uomo non è
stato all’altezza del dono e della vocazione di Dio. E così la storia umana è
stata fin dal principio una storia di peccato, cioè una storia di egoismi, di
vigliaccherie, di divisioni, di odio, di ingiustizie, di oppressioni e di
guerre; una storia di miseria e di fallimenti.
Matrimonio e famiglia sono stati coinvolti in
questa storia di peccato, anzi sono spesso una delle realtà in cui è più facile
vedere la presenza del peccato nel mondo dell’uomo.
Pensiamo solo alla miseria della
prostituzione, all’egoismo che spesso si nasconde sotto l’apparenza dell’amore
e ne infanga lo stesso nome; pensiamo ai fallimenti coniugali e familiari, alle
sofferenze di tanti figli innocenti provocate da questi fallimenti e alle
conseguenze che spesso li portano, da adulti, ad altri fallimenti analoghi, in
una tragica catena di ereditarietà e di solidarietà nel male, di cui è
impossibile valutare la portata.
Il desiderio sessuale, che dovrebbe essere al
servizio dell’amore vero, diventa spesso distruzione della dignità e della
felicità dell’uomo. E questo è solo l’aspetto visibile del peccato.
Ma il peccato ha un’altra dimensione che è
visibile solo con la fede: esso è un "no" al progetto di amore di
Dio, un rifiuto di lasciarsi amare da Dio.
Questo amore, tuttavia, è più grande del
nostro stesso rifiuto. Il peccato è anzi l’occasione che permette a Dio di
produrre il suo capolavoro: Cristo, che ci ridà la possibilità di riuscita,
riconciliandoci con Dio e vincendo in noi la forza del peccato.
In lui diventiamo figli di Dio e destinatari
di una promessa di vita e di felicità eterna in Dio.
Ma la redenzione di Cristo non opera in
maniera magica e infallibile. Dio non ci salva come se fossimo degli oggetti;
ci salva restituendoci la capacità di essere in Cristo i protagonisti della
nostra salvezza, donandoci il suo Spirito.
Il sacramento del matrimonio
Creazione, peccato e redenzione sono presenti
simultaneamente in ogni momento della nostra vita e della storia umana. Nella vita
di ognuno di noi affiorano insieme la grandezza dei doni della creazione, la
miseria del peccato e le meraviglie della nostra partecipazione alla vittoria
di Cristo sul peccato e sulla morte.
Ma ci sono dei momenti in cui questa nostra
partecipazione alla vittoria di Cristo diventa più intensa e visibile. Sono
momenti in cui Cristo si fa particolarmente presente nella nostra vita per
operarvi le meraviglie della sua redenzione. Questi momenti sono i sacramenti.
La vita cristiana comincia con un sacramento,
il battesimo, e tende verso un altro sacramento, l’eucaristia, che è il culmine
della nostra partecipazione alla vita del Risorto. Gli altri sacramenti sono
inseriti tra questa origine (il battesimo) e questo vertice (l’eucaristia) e
segnano, con la presenza salvifica di Cristo, tutti i "momenti forti"
della vita.
Uno di questi momenti della presenza di
Cristo che salva è il sacramento del matrimonio. Esso testimonia quanto il
matrimonio e la famiglia siano profondamente coinvolti nella redenzione. Essi
sono delle grandi realtà, create molto belle e molto buone (cfr. Gen 1,31), ma
sono state sciupate e messe in pericolo dal peccato. Ora ci vengono restituite
ancora più belle e più buone con la redenzione di Cristo.
Il matrimonio è appunto il sacramento di
questo dono rinnovato.
Nel sacramento del matrimonio l’amore umano,
che anima la vita della coppia e della famiglia, diventa un’immagine e una
partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e di Cristo per la sua Chiesa.
La salvezza cristiana ha un certo carattere
nuziale (cfr. Mt 22,2; 2Cor 11,2; Ap 21,2; ecc.): l’amore di Dio per gli uomini
può essere raffigurato dall’amore che unisce gli sposi tra di loro e dall’amore
che i genitori hanno per i figli. L’amore coniugale e familiare è immagine e
riflesso dell’amore di Dio e di Cristo, è uno strumento di grazia, una realtà
in cui Dio incontra l’uomo e l’uomo si dona a Dio.
Ma in tutto questo non c’è nulla di magico:
l’incontro con Dio, che si realizza nel sacramento, libera la nostra capacità
di rendere l’amore coniugale una vera immagine e un riflesso dell’amore di Dio;
non ci esonera dai nostri compiti e dalle nostre responsabilità, ma ci dà la
capacità di corrispondervi adeguatamente.
Ancora una volta il dono è anche una
vocazione. Così, per il cristiano tutti i doveri della vita coniugale si
riassumono in quello di vivere fino in fondo il sacramento del matrimonio, di
vivere come vocazione quello che ha ricevuto come dono.
"Il sacramento del matrimonio,
effondendo il dono dello Spirito che trasforma l’amore sponsale, diventa la
legge nuova della coppia cristiana. La grazia, mentre testimonia l’amore
gratuito di Dio che si comunica agli sposi, sollecita la loro libera risposta
di credenti mediante un’esistenza che sia conforme al dono ricevuto.
La morale cristiana non rimane così
un’imposizione esteriore, ma diventa un’esigenza della vita di grazia, un
frutto dello Spirito, che agisce nel cuore degli sposi e li guida alla libertà
dei figli dei Dio" (Episcopato italiano).
Fondare la morale cristiana sul sacramento
del matrimonio vuol dire dunque fondarla sulle possibilità donate alla coppia
dalla presenza sacramentale di Cristo e dello Spirito. Questo non significa un
annullamento o uno stravolgimento dei valori umani dell’amore coniugale. Anzi,
proprio perché Cristo è la pienezza di ogni vero valore umano, essere in Cristo
significa aprirsi a una maggiore pienezza di umanità. Per scoprire i doveri e i
compiti della coppia e della famiglia basta guardare la realtà del sacramento
del matrimonio e i doni che esso porta con sé.
Il primo dono che Cristo fa agli sposi col
matrimonio è la sua presenza nella loro vita coniugale. Essi perciò sono
chiamati a viverla in Cristo, a fare di essa una risposta consapevole ed
esplicita a Dio. Questo "sì", unito a quello detto da Cristo al Padre
in tutta la sua vita, fa della loro vita un atto di culto gradito a Dio e li
porta a crescere nella comunione gioiosa con lui. Questo "sì"
consapevole ed esplicito, questa volontà di essere e di vivere in Cristo è ciò
che chiamiamo fede. Primo compito dei coniugi cristiani è quindi quello di
crescere nella fede.
Molti fidanzati, purtroppo, arrivano al
matrimonio con la fede incerta o peggio. Hanno avuto un’educazione religiosa di
qualche genere da ragazzi, ma con l’adolescenza hanno praticamente interrotto
ogni contatto con la parola di Dio e i sacramenti. La loro fede è rimasta a un
livello infantile e non ha resistito all’impatto con il mondo scristianizzato
in cui vivono. Così sono pieni di pregiudizi e di dubbi riguardo alla fede, oppure
vivono in una indifferenza pratica e in un disinteresse totale verso la
religione. Alcuni pensano e dicono di non credere più.
Per costoro e per tutti esiste l’impegno
morale di riscoprire e di approfondire le ragioni della propria scelta
cristiana. Il credere o il non credere è una scelta libera, ma di una libertà
motivata e ragionevole.
Di fronte a una decisione impegnativa come il
matrimonio, i futuri sposi devono approfondire e vagliare bene le ragioni della
loro scelta, non fosse altro che per evitare di sottoscrivere degli impegni che
non intendono accettare e vivere. Non è serio dare per definitive decisioni e
posizioni troppo spesso fondate su pregiudizi, animosità o ignoranza, quando su
tali posizioni si deve costruire la propria vita e quella della propria
famiglia.
Questo riesame potrebbe forse portare a un
rafforzamento del proprio "no" alla fede, ma sarà almeno una scelta
più dignitosa, onesta e responsabile. Naturalmente, in questo caso, la
celebrazione religiosa del matrimonio non avrebbe senso.
Ma quanto più questa verifica sarà portata a
fondo, rompendo la crosta del pregiudizio, della banalità e della
superficialità, tanto più facilmente approderà a una riscoperta della fede. In
questo caso, il secondo dovere che si impone è quello della coerenza.
Una riscoperta anche solo iniziale della fede
impone una ricerca ulteriore, l’approfondimento catechistico e il passaggio
graduale a una pratica piena e coerente.
Il primo dono di Cristo agli sposi è la sua stessa
presenza nella loro vita coniugale. Il secondo dono è quello dell’amore. Nel
matrimonio cristiano l’amore è dono di Dio, partecipazione dell’amore di Cristo
per la Chiesa, ma anche compito e missione della coppia. I coniugi devono
difendere, coltivare e sviluppare questo dono e fare della loro famiglia una
comunità di amore.
La morale coniugale è prima di tutto
l’impegno di vivere con tutte le sue esigenze di unione e di donazione, con
fedeltà sempre rinnovata. Nel corso di tutta la vita, l’amore è chiamato a
rinnovare continuamente il suo dinamismo, resistendo all’usura del tempo e
riscoprendo sempre nuovi valori. Ogni altro impegno della coppia è subordinato
a questa sua continua tensione di crescita e di rinnovamento.
La famiglia, una comunità d’amore
Spesso si pensa all’armonia della coppia come
a una fortuna e a una felice eventualità che si verifica solo in modo naturale
e spontaneo. Se invece non si verifica e il matrimonio fallisce, la colpa non è
di nessuno perché (si dice) nessuno può creare l’armonia se non c’è o
risuscitare l’amore quando è morto.
Sembra quasi che gli sposi debbano limitarsi
a sperare che la loro vita coniugale "venga bene", come si spera
"venga bene" la torta nel forno o il bucato in lavatrice. Di qui la
tolleranza della nostra società nei confronti del divorzio.
Si sente dire (anche da cristiani
praticanti): se i due non si amano più, non si capisce perché bisogna
condannarli a stare insieme ugualmente. Non si riesce a pensare che l’amore,
oltre che un sentimento spontaneo e cieco, possa anche essere il risultato di
un impegno libero e responsabile, di una volontà chiamata a diventare anche
padrona del mondo della spontaneità e dei sentimenti.
Non ignoriamo la drammaticità del problema
morale di molti coniugi che ritengono irrimediabilmente fallito il loro
matrimonio o sono divorziati o addirittura risposati civilmente.
La Chiesa ha dichiarato ripetutamente e
solennemente che il vincolo del matrimonio sacramentale non può essere sciolto
da nessuna autorità umana, neppure a favore del coniuge eventualmente
innocente.
La diffusione di una cultura permissiva e
consumistica rende difficile capire questa posizione della Chiesa, accusata
spesso di incomprensione e di durezza anche da molti credenti.
Le motivazioni dell’atteggiamento della
Chiesa e tutta la complessa problematica pastorale dei divorziati risposati non
possono essere trattati qui in modo adeguato. Diciamo che il coniuge cristiano
non può mai sentirsi sciolto dal vincolo coniugale perché non può mai ritenersi
sciolto dall’impegno di amare con un amore che sa sempre ricominciare, che sa
diventare anche perdono e redenzione, che accetta di essere del tutto
disinteressato, senza attendersi nulla in cambio: "A voi che ascoltate
dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite
coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti
percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non
rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.
Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate
quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E
se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i
peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che
merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per
riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate
senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli
dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate
misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non
sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà
perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante
vi sarà versata in grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato
a voi in cambio" (Lc 6,27-38).
Se quello che Gesù dice in questo brano di
vangelo dobbiamo praticarlo nei confronti di tutti, a maggior ragione deve
essere praticato nei confronti del coniuge che è il prossimo più prossimo.
Molti dei problemi psicologici o sessuali
della coppia nascondono in realtà quest’unico problema di natura morale:
nessuno dei due è veramente disposto ad abbandonarsi all’amore e alla sua
logica esigente e trasformante. Questo amore vero ha spesso anche un certo
effetto di redenzione e di recupero nei confronti dell’altro.
Naturalmente un amore del genere si può
capire pienamente solo nella luce della croce: cioè del Cristo che "ha
amato la sua Chiesa e ha dato se stesso per lei" (Ef 3,25), che si è
consegnato alla morte di croce per lei.
L’impegno di una fedeltà per tutta la vita
può sembrare disumano se è visto unicamente come un dovere astratto di natura
puramente legale; esso invece è prima di tutto il dono di una partecipazione
alla fedeltà immutabile dell’amore di Dio verso l’umanità. La testimonianza
d’amore degli sposi illumina e riscalda tutta la convivenza familiare, così
anche la famiglia diventa una comunità d’amore, è chiamata a costruirsi come
comunità d’amore.
L’amore vero è paritario
Fare della famiglia una comunità d’amore
significa anche risolvere sul piano dell’amore il problema della diversità dei
ruoli della coppia. L’amore vero rispetterà le differenze complementari e
insopprimibili tra l’uomo e la donna, ma sarà sempre, a suo modo, paritario: le
differenze non diventeranno mai occasione di dominio.
La nuova situazione sociale e culturale
chiama la coppia cristiana a reinventare le forme concrete del suo rapporto
interno, i ruoli rispettivi dei coniugi e degli altri membri della famiglia,
non solo nella vita di coppia, ma anche nell’esercizio delle esigenze
dell’amore e della dignità di ogni persona.
Collaboratori di Dio creatore
Un terzo dono e quindi anche un terzo compito
e missione del matrimonio cristiano è l’apertura alla vita. Sono un dono e un
compito dipendenti da quello dell’amore.
La procreazione è nell’uomo un fatto
pienamente umano, e non solo biologico, quando nasce dall’amore e dentro quella
comunione stabile dell’amore che è il matrimonio. Dare la vita è diventare
collaboratori di Dio creatore. Ma questo richiede che si sia mossi dalla stessa
energia che ha spinto Dio a creare la vita, cioè l’amore.
Dio ha voluto e creato la vita per
sovrabbondanza d’amore. La fecondità dunque è intimamente connaturale all’amore
degli sposi. Le norme morali che regolano il dono-impegno della fecondità
saranno quindi secondo l’autenticità dell’amore.
Paolo VI ha detto: "Nato dall’amore
paterno e creatore di Dio, il matrimonio trova nell’amore umano, corrispondente
al disegno e al volere di Dio, la legge fondamentale del suo valore
morale".
Gli sposi sono quindi chiamati a diventare
partecipi dell’amore creativo di Dio. Sempre. Perfino in assenza di una vera
fecondità biologica, sono chiamati a curare e a promuovere la vita.
Ci sono altre forme di sollecitudine per la
vita e di fecondità spirituale, ugualmente ispirate all’amore: l’adozione, la
cura degli handicappati e degli anziani...: queste forme di attività
missionarie o sociali devono essere assunte non come individuali soltanto, ma
in quanto coppia e famiglia.
"Il fecondo amore coniugale si esprime
in un servizio alla vita dalle molteplici forme, tra le quali la generazione e
l’educazione sono quelle più immediate, proprie e insostituibili. In realtà
ogni atto di vero amore all’uomo testimonia e perfeziona la fecondità
spirituale della famiglia, perché è obbedienza al dinamismo interiore e
profondo dell’amore, come donazione di sé agli altri" (Giovanni Paolo II,
"Familiaris consortio").
Per una paternità responsabile
Alla coppia non è mai concesso di ripiegarsi
unicamente su stessa in un egoismo a due. La fecondità biologica diventa un fatto
umano se è razionale e progettuale. È quello che la Chiesa chiama
"paternità responsabile", cioè un modo serio, generoso, ma
responsabile, quindi anche calcolato e prudente, di esercitare la paternità e
la maternità, in un progetto globale di fecondità generosa e responsabile.
Paternità e maternità generosa non fa quindi
riferimento al numero dei figli, ma principalmente all’atteggiamento interiore.
Sono due cose non del tutto indipendenti, ma certamente diverse. Del resto la
stessa disponibilità a una fecondità biologica, anche quantitativamente molto
ampia non è necessariamente un fatto moralmente positivo, quando resta un fatto
puramente istintivo o un’affermazione della propria potenza sessuale
(atteggiamento tutt’altro che raro in certe culture), ma non è vero amore della
vita come dono di Dio.
L’apertura alla vita della coppia cristiana
deve essere purificata dalla fede per farla passare da un livello ambiguo e
pre-morale a un livello umano.
In questa paternità responsabile si inserisce
il problema dei metodi per la regolazione delle nascite. È uno dei punti su cui
l’insegnamento della Chiesa fa più fatica ad essere capito e accettato, anche
da persone in buona fede. La Chiesa non si spaventa per questo. Prima di tutto
perché ha molta pazienza e costanza; è abituata a non essere capita e a
rispettare le coscienze. Anche in questo caso propone, non impone; non comanda,
ma insegna. Si appella a una verità di cui non è padrona. Insegna perciò con la
disponibilità e la condiscendenza che Dio ha dimostrato nella storia della
salvezza.
Ma che cosa insegna la Chiesa su questo
argomento?
L’atto con cui i coniugi si dicono il loro
amore, l’atto coniugale, è anche l’atto con cui si fanno collaboratori di Dio
per comunicare la vita. In questo atto essi si donano vicendevolmente,
realizzano quella comunione dei corpi e degli spiriti che è lo scopo e il senso
della vita coniugale.
Ma questo atto è anche periodicamente capace
di comunicare la vita, secondo ritmi non sempre facilmente riconoscibili e
padroneggiabili, indipendenti dalle intenzioni dei coniugi. L’attuazione della
paternità-maternità responsabile deve fare i conti con questa fecondità
periodica.
Per regolare in maniera responsabile le
nascite, si aprono davanti agli sposi due vie:
- l’astensione
periodica o totale dai rapporti sessuali,
- oppure la
contraccezione o la sterilizzazione diretta o indiretta.
L’insegnamento della Chiesa, che è stata in
questo rigorosamente coerente lungo i secoli, considera moralmente negativa
ogni forma di soppressione artificiosa dell’eventuale fecondità.
È una preclusione che fa problema a molte
coppie per le quali l’astensione periodica o totale dai rapporti matrimoniali
presenta difficoltà anche gravi e il pericolo che l’amore e l’armonia della
coppia vengano compromessi.
Ma quali motivazioni porta la Chiesa per
questa sua preclusione? La motivazione è nella struttura profonda dell’atto
coniugale, che è essenzialmente un atto di comunicazione, una forma di
linguaggio: il linguaggio dell’amore. Ma il linguaggio dell’amore parla anche
di vita; è infatti un linguaggio attinto alla funzione della procreazione.
Anche quando esso è periodicamente infecondo,
rimanda sempre alla vita come a un significato insopprimibile. Il linguaggio
unitivo del gesto sessuale (per cui esso esprime l’amore) e il suo significato
procreativo (per cui esso rimanda alla vita) sono inseparabili dentro la sua
stessa struttura.
Impedirgli di parlare di vita, sopprimendo la
sua possibile fecondità, è tradire il significato di questo gesto importante e
fondamentale nella vita della coppia.
Certamente quello che stiamo dicendo non è un
argomento che possa assolutamente convincere tutti. Molti, anche tra i
credenti, non riescono a percepirne la forza. La Chiesa, tuttavia, crede alla
bontà e alla grandezza di questo insegnamento. Il mondo non è ancora in grado
di capirlo perché prigioniero di troppi pregiudizi e di troppi miti (per
esempio, il mito della irresistibilità del desiderio sessuale o
dell’onnipotenza benefica della tecnica), ma tale insegnamento è proprio la
denuncia di questo pericoloso piano inclinato su cui sta scivolando il mondo.
Il futuro darà ragione all’insegnamento della Chiesa più di quanto non gliene
attribuisca il presente.
La Chiesa conosce le difficoltà dei
coniugi
La Chiesa sa che accettare questo
insegnamento non significa riuscire a metterlo in pratica. E anche qui essa
rivela il suo realismo e una condiscendenza tanto grande da essere accusata di
fariseismo (cioè di chiedere molto, ma solo a parole).
La Chiesa conosce la fragilità dell’uomo,
conosce le difficoltà oggettive che i coniugi incontrano in questo campo. Per
questo non chiede loro di essere già riusciti, ma di tentare onestamente; non
chiede di essere già arrivati, ma di camminare con coraggio. La Chiesa si
ispira in questo al principio della gradualità, che impegna le persone a
crescere nel bene, ma con i ritmi possibili al singolo nella sua situazione
concreta.
"L’uomo avanza pazientemente con cadute
e riprese, sulla via della santità: è una lotta di tutti i giorni, sostenuta
dalla speranza" (Episcopato francese).
La Chiesa si ispira quindi da una parte al
coraggio di proclamare tutta la verità anche se può sembrare controcorrente;
dall’altra a una pastorale piena di misericordia e di comprensione.
La misericordia non è soltanto la facilità a
concedere il perdono, ma è anche realismo nel giudicare la situazione delle
persone e nel riconoscere che la difficoltà grave in cui si trovano molti
coniugi rende meno colpevole o del tutto incolpevole un comportamento non
conforme alla norma, quando questa difformità non nasce dall’egoismo, ma dalla
grandezza delle difficoltà che non si riescono a superare nonostante una
sincera buona volontà e l’aiuto della grazia di Dio.
A coloro che si trovano in questa situazione
la Chiesa chiede di non scoraggiarsi e di continuare a impegnarsi generosamente
per la vittoria del bene.
A tutti coloro che in buona fede non
condividono il suo insegnamento, la Chiesa chiede invece di continuare a
cercare la verità con cuore sincero e con autentico amore del bene.
3 - I GENITORI PRIMI EDUCATORI DELLA FEDE
Un altro importante dono-dovere della coppia
è quello dell’educazione dei figli. Esso è tanto importante e incide tanto
profondamente che si può dire che con l’educazione i genitori generano i figli una
seconda volta o li generano in continuità. È una grande responsabilità perché
non influisce solo sul figlio, ma anche su tutte le persone che il figlio
incontrerà nella vita: altro è incontrare un santo, altro è incontrare un
delinquente. Ognuno porterà con sé nella vita le tracce incancellabili della
sua dipendenza fisica e spirituale dalle persone concrete da cui è nato ed è
stato educato: l’eredità biologica e l’eredità educazionale.
L’educazione nei primi anni
Oggi si parla molto di una certa perdita di
importanza della famiglia nella sua funzione educativa. Certamente essa è
affiancata, più che in passato, da altre istituzioni educative come la scuola e
i mezzi di comunicazione sociale. Ma la psicologia e la sociologia ci
assicurano che l’influsso educativo della famiglia è ancora e sempre decisivo,
soprattutto nei primi mesi e anni della vita.
Certe qualità dell’affettività, certi
atteggiamenti di fondo della persona nei confronti della vita (ottimismo,
egoismo, amore, serietà o disimpegno morale) dipendono dall’influsso educativo
della famiglia in questi primi anni di vita. La famiglia ha un contagio vitale
nel bene e nel male, nel dare fiducia o insicurezza. Quello che conta più di
tutto è l’esempio di vita dei genitori e il loro amore reciproco. Tale amore è
contagioso e ha una fondamentale efficacia educativa. Nessuna scienza
pedagogica può sostituire la sapienza che viene da questo amore disinteressato
e intelligente, sollecito e non possessivo.
Il mistero di solidarietà che trova una
realizzazione così privilegiata all’interno della famiglia, ci rivela una
dimensione della storia della salvezza. Non ci si salva da soli. Nessuno è
l’autore o il protagonista isolato della propria salvezza: ci si salva insieme
agli altri formando un solo corpo con Cristo. Questo significa che noi
influiamo sulla salvezza di molti altri e viceversa. Siamo al centro di una
trama di responsabilità molto più larga e più seria di quanto pensiamo
abitualmente. Non possiamo rispondere a Dio come Caino: "Sono forse io il
custode di mio fratello?", perché ognuno di noi è veramente il custode e
il responsabile di ogni suo fratello.
Ma anche qui i genitori hanno una
responsabilità diversa e più grande di quella degli altri. I genitori sono i
primi educatori della fede dei figli, proprio in forza del sacramento del
matrimonio che li costituisce evangelizzatori e missionari della propria
famiglia.
Dio affida ai genitori il compito del primo
annuncio del vangelo ai loro figli e li rende capaci di questo annuncio con la
partecipazione al suo amore di Padre e all’alleanza sponsale di Cristo con la
sua Chiesa, dono che essi hanno ricevuto appunto con il sacramento del
matrimonio.
Quando i figli abbandonano la fede
Ma è proprio a proposito di questa missione
evangelizzatrice dei genitori e del loro compito di educare i figli nella fede
che si rivela oggi con drammatica evidenza il fenomeno generale della
difficoltà di comunicazione esistente tra genitori e figli. È qui che spesso
esplode il dramma dell’inefficacia e dell’insuccesso degli sforzi educativi,
spesso anche di quelli più illuminati ed aggiornati.
In molte famiglie cristiane i figli, giunti a
una certa età, cominciano a prendere le distanze dalle tradizioni religiose e
morali dei loro genitori. Così l’unanimità religiosa della famiglia viene
compromessa e i figli possono uscire dalle loro crisi di crescita e di ricerca
o con una fede più personale e convinta o con l’abbandono totale della fede che
si direbbe definitivo e irreversibile.
I genitori colpiti da questo fatto sono portati
a vedervi un fallimento della loro missione e dell’educazione impartita ai
figli. Si attribuiscono insuffiencienze vere o presunte e si tormentano con
penosi sensi di colpa.
In situazioni di questo genere i genitori
hanno bisogno anzitutto di una parola di rassicurazione e di conforto. Prima di
tutto devono fidarsi di Dio che è in tutti e al di sopra di tutti. Poi devono
ricordare che l’uomo è un essere libero. Altro è addomesticare un cane, altro è
educare un figlio. Quest’ultimo è libero di accettare e di ritenere
l’educazione ricevuta ed è altrettanto libero di rifiutare tutto e di fare
esattamente il contrario di quanto gli è stato insegnato.
Quindi distinguiamo bene le colpe dei
genitori da quelle dei figli. Dio stesso che ha creato tutto molto bello e
molto buono (Gen 1,31) si trova davanti un mondo tutt’altro che bello e buono.
Ma la colpa non è sua; è delle creature libere che hanno usato la loro libertà
nel senso opposto a quello insegnato da Dio.
Gesù ha scelto i dodici Apostoli, li ha educati
con pazienza e con cura, e tutti conosciamo i risultati che ha ottenuto, in
parte positivi e in parte negativi. Ricordiamo la parabola del figlio prodigo
(Lc 15) e tanti altri esempi del vangelo. L’educazione non ha un effetto
automatico: deve fare i conti con la libertà e la buona o cattiva volontà di
coloro che vengono educati.
Il cristianesimo non è solo dottrina, ma è
soprattutto vita. Esso quindi non può essere solo insegnato come si insegna una
dottrina, ma esige un’educazione globale attraverso l’esempio della vita.
Naturalmente occorre anche la catechesi vera
e propria; l’insegnamento della dottrina della fede e la crescita degli
atteggiamenti interiori della fede dovrebbero procedere di pari passo,
integrarsi e rafforzarsi a vicenda. La parola della fede spiega al bambino il
significato della vita vissuta nella fede, e l’esempio della vita vissuta rende
veramente comprensibile la parola che insegna e illumina.
Le parole senza la vita non costruiscono la
fede, ma solo la facciata esteriore della fede. Anzi, se la catechesi, dopo la
prima iniziazione abbozzata in famiglia, avrà i suoi momenti più importanti
nella comunità ecclesiale, l’educazione della fede come atteggiamento nei
confronti della vita ha i suoi momenti più decisivi e insostituibili proprio in
famiglia.
Le vicende successive (scuola, lavoro,
amicizie...) potranno in certi casi cancellare le convinzioni della fede, far
perdere la dimensione intellettuale della fede. Se la fede era soltanto
qualcosa di intellettuale e di imparaticcio, cadute queste convinzioni non
resta più nulla: si rivela il vuoto che esisteva già prima.
Ma se dietro le convinzioni dottrinali ci
sono questi atteggiamenti profondi nei confronti della vita, rimangono nel
profondo i tratti essenziali dell’atteggiamento di fede, pronti a rispuntare al
sole sempre luminoso della grazia.
Questa convinzione deve sorreggere i genitori
cristiani nei momenti faticosi dell’educazione dei figli e deve guidarli a fare
della loro catechesi non una pioggia di parole vuote, ma la spiegazione
graduale di un’esperienza vissuta prima di essere insegnata. L’artificio in
educazione non paga; l’autenticità e la sostanza della vita, invece, danno
sempre i loro frutti.
4 - I GENITORI EDUCATORI NELLA VITA
SOCIALE
Un altro compito importante della coppia è
l’educazione dei figli alle responsabilità sociali che impegnano tutti verso la
famiglia umana in quanto tale. La famiglia è la cellula primaria della società.
E società vuol dire vivere insieme, collaborare con gli altri, servirsi a
vicenda, crescere in umanità.
L’uomo infatti è nato per vivere in società e
solo nella società diventa veramente uomo. Ma la prima esperienza di società si
fa e si deve fare in famiglia. Nella famiglia tutto è comune, e non per
l’imposizione di una legge o per la forza di un’autorità, ma per la spontaneità
dell’amore.
In famiglia ci si sente spontaneamente
solidali: ognuno dà secondo le sue capacità, ognuno riceve secondo le sue
necessità e le possibilità della famiglia. In famiglia non ci sono
rivendicazioni e lotte sociali, non c’è sindacalismo. Ognuno è accettato non
per quello che rende, ma per quello che è: una persona umana.
La famiglia educa quindi alla solidarietà e
al senso sociale con facilità e spontaneità, attraverso la sua stessa vita, che
è essenzialmente un vivere insieme.
Tuttavia la famiglia ha anche i suoi
pericoli. Essa rischia di concentrare la solidarietà solamente sul gruppo
ristretto dei familiari, escludendo la solidarietà e la responsabilità verso gli
altri. Essa può educare al qualunquismo sociale o addirittura all’egoismo di
gruppo. È questo il male del familismo che si sviluppa nel corporativismo, nel
clientelismo, nella faziosità di partito, nelle cosche mafiose...
Gli impegni della famiglia nei confronti
della Chiesa
La famiglia, in forza della fede e del
battesimo, fa parte del popolo di Dio che è la Chiesa. Essere membri della
Chiesa significa animare la fraternità nella comunità cristiana, perché essa
possa essere un’immagine credibile della piena riconciliazione degli uomini con
Dio e fra di loro.
La famiglia ha delle responsabilità
missionarie non soltanto verso i propri membri, ma anche verso tutti gli altri
uomini, soprattutto nei confronti di quelli che entrano in contatto con essa
per motivi di vicinato, di lavoro e di amicizia.
La famiglia ha delle possibilità di dialogo e
di incontro anche con i lontani dalla comunità ecclesiale e dalla pratica
religiosa: può e deve arrivare dove di fatto non arrivano i preti o la
struttura parrocchiale.
"Il sacramento del matrimonio che
riprende e ripropone il compito radicato nel battesimo e nella cresima, di
difendere e diffondere la fede, costituisce i coniugi e i genitori cristiani
testimoni di Cristo fino agli estremi confini della terra, veri e propri
missionari dell’amore e della vita" (Giovanni Paolo II, "Familiaris
consortio").
CONCLUSIONE: LA FAMIGLIA È CHIAMATA
ALLA SANTITÀ
La santificazione è un compito della famiglia
legato direttamente alla realtà sacramentale del matrimonio. La famiglia
cristiana è chiamata a santificare se stessa e il mondo in cui vive. E questo
non è un compito che si pone accanto a tanti altri, ma che deve permeare e dare
significato a tutti gli altri. Gli sposi si santificano e santificano il mondo
proprio con il loro amore fecondo, unificante e fedele, con la loro
sollecitudine per la vita, con il loro impegno nell’educazione dei figli, con
l’adempimento dei loro doveri sociali.
La famiglia, infine, se vuole essere una
piccola chiesa domestica, una comunità di santi, deve pregare. Devono pregare i
singoli, la coppia, la famiglia intera. Questa preghiera farà fiorire tutti i
giorni nella famiglia la gioia cristiana di stare insieme e di vivere in
santità e giustizia al cospetto di Dio.