MARIA
MADRE DI DIO
E FIGURA DELLA CHIESA
(Pedron
Lino)
Maria è la figura
della Chiesa o
Nel Nuovo
Testamento, Maria è presente soprattutto nei tre momenti costitutivi del
mistero cristiano: l’Incarnazione, il Mistero pasquale e
- È presente
nell’Incarnazione perché essa è avvenuta in Lei; il suo grembo - come dicevano
i Padri della Chiesa - è stato il "telaio" o il
"laboratorio" in cui lo Spirito Santo ha intessuto al Verbo la sua
veste umana, il "talamo" in cui Dio si è unito all’uomo.
- È presente nel
mistero pasquale perché è scritto che "presso la croce di Gesù stava Maria
sua madre" (cfr. Gv 19,25).
- È presente nella
Pentecoste, perché è scritto che gli apostoli erano "assidui e concordi
nella preghiera con Maria, la madre di Gesù" (cfr. At 1,14).
Seguendo Maria in
ognuna di queste tre tappe fondamentali, siamo aiutati a metterci alla sequela
di Cristo in modo concreto e risoluto, per rivivere tutto il suo mistero. Nel
fare questo siamo indotti necessariamente a toccare quasi tutti i principali
problemi teologici ed esegetici che si pongono intorno a Maria.
I criteri con cui
ci muoveremo sono quelli tracciati dal Concilio Vaticano II con la trattazione
su Maria nella "Lumen gentium".
In questo testo si parla di Maria come madre di Cristo e figura della Chiesa.
Dire
che Maria è figura della Chiesa concretamente significa questo: dopo aver
considerato una parola, un atteggiamento o un evento della vita di Maria ci
chiederemo: che cosa significa questo per
I
PIENA DI GRAZIA (Lc 1,28)
1 - "Per grazia di Dio sono quello
che sono" (1Cor 15,10)
L’angelo Gabriele
entrando da Maria le disse: "Rallegrati, o piena di grazia, il Signore
è con te... Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio" (Lc 1,28.30). L’angelo non chiama Maria per nome, non dice:
"Rallegrati, Maria", ma "Rallegrati, o piena di grazia".
Nella grazia è l’identità più profonda di Maria. Maria è cara a Dio, è amata da
Dio. Infatti il nome Maria deriva dalla lingua
egiziana e significa "amata da Dio".
La grazia di Dio è
data a Maria certamente in funzione della sua missione di Madre di Dio, ma
ricordiamo che Maria non è per Dio solo una funzione, un mezzo per, ma è prima
di tutto una persona, ed è così cara ed amata da Dio dall’eternità.
Maria è così la
proclamazione vivente e concreta che all’inizio di tutto, nei rapporti tra Dio
e le creature, c’è la grazia. Nella Bibbia, Dio è presentato come ricco di
grazia (cfr. Es 34,6). Dio è pieno di grazia in senso
attivo, come colui che riempie di grazia; Maria - e con lei ogni altra creatura
- è piena di grazia nel senso passivo, come colei che è riempita di grazia. Tra
i due c’è Gesù Cristo, il mediatore, che è "pieno di grazia"
(Gv 1,14) in tutti e due i sensi: in senso attivo come Dio, in senso passivo
come uomo che "cresce in grazia" (cfr. Lc
2,52).
"Dio è
amore" (1Gv 4,8) e, appena si
esce dalla Trinità, ciò equivale a dire che Dio è grazia. Solo nei rapporti tra
le divine Persone l’amore di Dio è natura, cioè necessità; in tutti gli altri
casi, esso è grazia, cioè dono. Che il Padre ami il Figlio non è grazia o dono,
ma è esigenza paterna, dovere; che ami noi è pura grazia, favore libero e non
meritato.
Il Dio della
Bibbia non solo "fa" grazia, ma "è" grazia
(cfr. Es 33,19; 34,6). Di questa misteriosa grazia di
Dio, Maria è un’icona vivente. Maria può fare sue, in tutta verità, le parole
dell’apostolo Paolo: "Per grazia di Dio sono quello che sono" (1Cor
15,10). Nella grazia c’è la completa spiegazione di Maria, la sua grandezza, la
sua bellezza. Maria è Maria perché è piena di grazia. Dire di lei che è piena
di grazia è dire tutto.
2 - Cos’è la grazia
Nel nostro
linguaggio comune, grazia significa bellezza, fascino, amabilità. Ma questo non
è l’unico significato. Quando diciamo di un condannato a morte che ha ottenuto
la grazia, intendiamo dire che ha ricevuto un grande favore, un grande dono: il
condono della pena. Questo è il significato primordiale di grazia. Anche nella
Bibbia troviamo questo duplice significato (cfr. Es
33,19; Sal 45,3; Ez 16,8
ss.; ...).Nel saluto dell’angelo a Maria si riflettono tutti e due questi
significati di grazia. Maria ha trovato grazia presso Dio, è stata riempita
completamente dell’amore gratuito di Dio. Dio non è presente in lei solo per
potenza e per provvidenza, ma anche per presenza, di persona. A Maria Dio non
ha dato solo il suo favore, ma ha dato tutto se stesso nel proprio Figlio. In
conseguenza di questo, Maria è piena di grazia anche nell’altro significato.
Maria è graziosa perché è graziata. È stata preservata dal peccato "in
previsione dei meriti di Gesù Cristo salvatore" (DS n. 2803). In
questo senso ella è veramente "figlia del suo Figlio" (cfr.
Dante, Paradiso XXXIII, 1).
Anche
La grazia parla più
di Dio che di Maria, più di colui che dà la grazia che di colei che la riceve.
La grazia deve restare grazia e non diventare merito.
In Maria
contempliamo la novità della grazia della nuova alleanza; in lei si è operato
il salto qualitativo. "Quale novità ha portato il Figlio di Dio,
venendo nel mondo?", si domanda sant’Ireneo,
e risponde: "Ha portato ogni novità, portando se stesso"
(Contro le eresie, IV, 34,1). La grazia di Dio non consiste più in qualche dono
di Dio, ma nel dono di se stesso; non consiste in qualche suo favore, ma nella
sua presenza: "È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per
tutti gli uomini" (Tt 2,11).
Una prima cosa che
la creatura deve fare in risposta alla grazia di Dio è rendere grazie: "Ringrazio
continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata
data in Cristo Gesù" (1Cor 1,4).
Alla grazia di Dio
deve seguire il grazie dell’uomo. Rendere grazie non significa restituire il
favore o dare il contraccambio, ma riconoscere la grazia, accettare la
gratuità, accettarsi come debitori, come dipendenti: lasciare che Dio sia Dio.
Ed è quello che
Maria ha fatto con il suo cantico: "L’anima mia magnifica il Signore...
perché grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente". Maria restituisce
davvero a Dio il suo potere e mantiene alla grazia tutta la sua gratuità. Ella
attribuisce allo sguardo del Signore, cioè alla sua grazia, le grandi cose che
stanno accadendo in lei, e non se ne attribuisce alcun merito.
3 - "Per questa grazia siete
salvi" (Ef 2,8)
Abbiamo detto che
Maria è figura della Chiesa. Che cosa significa per
Per ritrovare la
carica originale della parola grazia, pensiamo a un condannato a morte che
aspetta da un momento all’altro l’esecuzione. Che cosa
produce in lui l’arrivo di una persona amica che gli grida: "È arrivata la
grazia! Hai ottenuto la grazia!"? Un
effetto simile e più grande, deve produrre in noi
Anche per
Nella fede
cristiana, prima del comandamento viene il dono. Ed è il dono che genera il
dovere e non viceversa. Non è la legge che genera la grazia, ma è la grazia che
genera la legge. La grazia infatti è la legge nuova
del cristiano, la legge dello Spirito.
Maria ricorda e
proclama dunque alla Chiesa che tutto è grazia. La grazia è il distintivo del
cristianesimo: esso si distingue da ogni altra religione per la grazia. I
fondatori di altre religioni hanno dato dottrine ed esempi, Cristo ha dato la
grazia.
La più grande
eresia e stoltezza dell’uomo moderno non credente è pensare di poter fare a
meno della grazia di Dio. È il pelagianesimo radicale
della mentalità moderna. Un caso tipico è costituito dalla psicanalisi. Si
crede che basti aiutare il paziente a conoscere e a portare alla luce le sue
nevrosi e i suoi complessi di colpa perché questi siano guariti, senza bisogno
di alcuna grazia dall’alto che guarisca e rinnovi. La psicanalisi è la
confessione senza la grazia. Se la grazia è ciò per cui l’uomo è elevato al di
sopra del tempo e della corruzione, che cos’è un uomo senza grazia? È un uomo
vuoto.
Nel mondo ci sono
tre ordini o tre grandezze: l’ordine dei corpi, l’ordine dell’intelligenza e
l’ordine della grazia. Tra l’ordine dei corpi (ricchezza, bellezza, vigore
fisico...) e la grandezza superiore dell’intelligenza c’è una differenza
infinita. Ma una differenza "infinitamente più infinita"
(Pascal) esiste tra l’ordine dell’intelligenza e quello della grazia.
Questa terza
grandezza si eleva su ogni altra quanto Dio si eleva sopra tutte le cose
create. Questa è la grandezza in cui, dopo Cristo, Maria eccelle al di sopra di
tutte le creature. In questo senso oggettivo, basato sulla superiorità assoluta
della grazia sulla natura, Maria è la più eccelsa delle creature, dopo Cristo.
Disprezzare la grazia o credere stoltamente di poterne fare a meno è perciò
condannarsi all’incompiutezza; è rimanere al primo o al secondo livello di
umanità, senza nemmeno sospettare che ce n’è un altro infinitamente superiore.
4 - La bellezza della Chiesa
La riscoperta
della priorità della grazia su tutto ci aiuta a trovare il giusto atteggiamento
verso
Purtroppo alcuni
uomini di Chiesa non fanno che alimentare questo equivoco ogniqualvolta
accettano di parlare della Chiesa a un livello inferiore a quello della grazia.
Bisogna proclamare
serenamente il vangelo della grazia, convinti che in esso c’è una forza divina
che va al di là di noi e di loro ed è capace di abbattere tutti i pregiudizi e
i ragionamenti che si levano contro la conoscenza di Dio.
Non basta
conoscere
Questo modo esige
la fede perché bisogna credere che dentro
5 - La grazia è l’inizio della gloria
Questa riscoperta
della grazia, alla quale Maria ci sta guidando, non cambia solo il nostro modo
di considerare
Nei confronti di
questo tipo di fede hanno buon gioco coloro che vedono nell’aldilà una fuga e
una proiezione illusoria di desideri non appagati qui in terra. Ma la fede vera
e genuina non è solo attesa, ma anche presenza ed esperienza attuale di Dio.
Scrive san Tommaso: "La grazia è l’inizio della gloria" (S. Th. II-IIae q. 24, art. 3, ad 2.). La grazia rende presente già ora, a modo di primizia, la
vita eterna; ci fa vivere di Dio fin da questa vita. È vero che "siamo
stati salvati in speranza" (Rm 8,24), ma la
speranza cristiana non è un volgersi verso qualcosa che potrebbe accadere, ma è
una forma provvisoria e imperfetta di possesso. "Chi ha il pegno dello
Spirito e possiede la speranza della risurrezione tiene già come presente ciò
che aspetta" (S. Cirillo di Alessandria, Comm. 2Cor 5,5, PG 74, 942).
La grazia è la
presenza di Dio. Le due espressioni: "piena di
grazia" e "il Signore è con te" sono quasi la
stessa cosa. Questa presenza di Dio all’uomo si realizza in Cristo e per
Cristo. È lui infatti l’Emmanuele,
il Dio-con-noi (cfr. Mt 1,23). La
grazia nel Nuovo Testamento è "Cristo in noi, speranza della
gloria" (Col 1,27). Noi siamo già di Dio e di Cristo, anche se non
siamo ancora stabilmente e definitivamente con lui.
La
grazia è l’inizio della vita eterna: "Abbiamo già le primizie di quella
vita, ci troviamo già in essa e viviamo ormai del tutto nella grazia e nel dono
di Dio" (S. Basilio M., Om 20, 3, PG 31,
531); "Già ora è concesso ai santi, non solo di disporsi e prepararsi
alla vita eterna, ma di vivere e operare in essa" (N. Cabasilas, Vita in Cristo, I, 1-2, PG 150,496); "Io
ho trovato il cielo sulla terra perché il cielo è Dio e Dio è nell’anima mia. Il giorno che ho capito questo,
tutto si è illuminato in me e vorrei dire questo segreto a tutti coloro che
amo" (B. Elisabetta della Trinità, Lettera
107). In virtù della
grazia "l’aldilà" è per noi un "al di dentro".
Il non credente pensa che tutto questo sia illusione. Il credente sa che tutto
ciò è più reale del reale che si vede.
6 - "Vi esorto a non accogliere
invano la grazia di Dio"
(2Cor 6,1)
La riscoperta
della grazia contiene anche un appello alla conversione. Noi che abbiamo la
grazia, la fede, la luce di Dio che cosa ne facciamo per noi e per gli altri?
Purtroppo si può accogliere invano la grazia di Dio, si può sciupare la grazia
di Dio. Questo avviene quando non si corrisponde alla grazia, quando le si
impedisce di produrre i suoi frutti che sono i frutti dello Spirito Santo. "Il
frutto delle Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà,
fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22).
Dopo
aver detto: "Per grazia di Dio sono quello che sono", san
Paolo aggiunge: "E la sua grazia in me non è stata vana"
(1Cor 15,10). Egli ha fatto
fruttare il talento della grazia. Egli è stato il grande predicatore della
grazia, ma ancor più il grande coltivatore di essa. Egli insegna a tutti gli
annunciatori cristiani che il primo annuncio deve essere quello della grazia,
ma che per essere in grado di farlo, bisogna fare l’esperienza della grazia,
bisogna viverla. È vero che i sacramenti operano per forza propria e conferiscono
la grazia nonostante l’indegnità del ministro, ma l’esperienza insegna che chi
incontra un santo, di solito, si converte e cambia vita, chi incontra un
mediocre resta com’era. Non può aiutare a liberarsi dal peccato uno che vive
nel peccato.
7 - Santa Maria della grazia
L’annuncio della
grazia contiene anche una carica di consolazione e di coraggio. Maria è
invitata a rallegrarsi e a non temere perché ha trovato grazia presso Dio. Ella
è la figura della Chiesa. Quindi l’invito: "Rallegrati,
o piena di grazia!" e: "Non temere perché hai trovato
grazia!" è rivolto ad ogni anima credente, è rivolto a noi.
La grazia è la
ragione principale della nostra gioia. Nella lingua greca in cui fu scritto il
Nuovo Testamento le due parole grazia (charis)
e gioia (charà) quasi si confondono: la grazia
dà gioia. Rallegrarsi per la grazia significa "cercare la gioia nel
Signore" (Sal 37,4) e in nessun altro
all’infuori e senza di lui; non anteporre assolutamente nulla al favore e
all’amicizia di Dio.
La grazia è anche
la ragione principale del nostro coraggio. A san Paolo che si lamentava per la
sua spina nella carne, Dio rispose: "Ti basta la mia grazia"
(2Cor 12,9). La grazia e il favore di Dio non vengono meno al momento del
bisogno. Dio è insieme "grazia e fedeltà" (Es
34,6). Tutti ci possono abbandonare, anche il padre e la madre, ma Dio ci
raccoglie (Sal 27,10). Per questo noi possiamo dire: "Felicità
e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita" (Sal 23,6).
Dobbiamo rinnovare
ogni giorno il contatto con la grazia di Dio che è in noi. Non si tratta di
entrare in contatto con un’idea o con una cosa, ma con una persona perché la
grazia è "Cristo in noi, speranza della gloria" (Col 1,27).
Per mezzo della grazia, noi possiamo avere fin da questa vita un contatto
spirituale con Dio ben più reale di quello che si può avere attraverso la
speculazione su Dio.
Al termine di
questo primo capitolo della vita di Maria che è la grazia, facciamo un
esercizio di fede, di gratitudine e di stupore. Dobbiamo credere alla grazia,
credere che Dio ci ama e ci è favorevole, che per
grazia siamo stati salvati, che il Signore è anche con noi, come fu con Maria.
Diciamo con i Salmi: "Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio!" (Sal 63,4); "La tua grazia vale più della vita"
(Sal 63,4).
Ci sono tanti
santuari in cui si venera
II
"BEATA COLEI
CHE HA CREDUTO" (Lc 1,45)
Maria è l’esempio
vivente del modo di agire di Dio nella storia della salvezza. Scrive Tertulliano: "Non c’è nulla che sconcerti la mente
umana quanto la semplicità delle opere divine che si vedono in azione,
paragonata alla magnificenza degli effetti che in esse si ottengono... Meschina
incredulità umana, che nega a Dio le sue proprietà, che sono semplicità e
potenza" (De bapt. 2,1). Egli alludeva alla
grandiosità degli effetti del battesimo e alla semplicità dei mezzi e dei segni
esterni: un po’ d’acqua e alcune parole.
Così è stato di
Maria e della venuta al mondo del Salvatore. Maria è l’esempio di questa
sproporzione divina tra ciò che si vede all’esterno e ciò che avviene
all’interno. Maria per i suoi parenti e compaesani era una ragazza modesta,
niente di eccezionale: era "
Dobbiamo ricordare
a ogni istante questa verità per non volatilizzare la figura di Maria proiettandola
- come hanno fatto spesso l’iconografia e la pietà popolare - in una dimensione
eterea e disincarnata, proprio lei che è la madre del Verbo incarnato! Parlando
di Maria, dobbiamo sempre tenere presenti le due caratteristiche dello stile di
Dio: la semplicità e la magnificenza. In Maria la magnificenza della grazia e
della vocazione convive con la più assoluta semplicità e concretezza.
1 - "Eccomi, sono la serva del
Signore" (Lc
1,38)
Quando Maria
giunse da Elisabetta, questa l’accolse con grande gioia, e, piena di Spirito
Santo, esclamò: "Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle
parole del Signore" (Lc 1,45). L’evangelista
Luca si serve dell’episodio della Visitazione per portare alla luce ciò che si
era compiuto nel segreto di Nazaret.
La cosa grande che
è avvenuta a Nazaret, dopo il saluto dell’angelo, è che Maria ha creduto ed è
diventata così Madre del Signore. Questo "aver creduto" si riferisce
alla risposta di Maria all’angelo: "Eccomi, sono la serva del Signore,
avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38). Con queste semplici parole si è manifestato il
più grande e decisivo atto di fede nella storia del mondo. "In un
istante che resta valido per tutta l’eternità, la
parola di Maria fu la parola dell’umanità e il suo ‘sì’, l’amen di tutta la
creazione al ‘sì’ di Dio" (K. Rahner).
In lei è come se
Dio interpellasse di nuovo la libertà creata, offrendole una possibilità di
riscatto. È questo il senso profondo del parallelismo Eva-Maria
caro ai Padri e a tutta la tradizione. "Eva, quand’era
ancora vergine, accolse la parola del serpente e partorì disobbedienza e morte.
Maria, invece,
Dalle parole di
Elisabetta: "Beata colei che ha creduto", si comprende che la
maternità divina di Maria non è intesa soltanto come maternità fisica, ma molto
più come maternità spirituale fondata sulla fede.
Sant’Agostino scrive:
"La vergine Maria partorì credendo quel che aveva concepito credendo...
Dopo che l’angelo ebbe parlato, ella, piena di fede, concependo Cristo prima
nel cuore che nel grembo, rispose: "Eccomi, sono la serva del Signore,
avvenga di me secondo la tua parola""
(Disc. 215, 4, PL 38, 1074). Alla pienezza di grazia
da parte di Dio corrisponde la pienezza di fede da parte di Maria.
La fede di Maria è
un atto di amore e di docilità, un atto libero e misterioso come ogni incontro
tra la grazia e la libertà. È questa la vera grandezza personale di Maria, la
sua beatitudine confermata da Cristo stesso. Una donna nel vangelo dice a Gesù:
"Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il
latte" (Lc 11,27). Questa donna proclama
beata Maria perché ha portato (bastàsasa)
Gesù. Elisabetta invece la proclama beata perché ha
creduto (pistèusasa). La donna proclama beato
il portare Gesù nel grembo, Gesù proclama beato il portarlo nel cuore: "Beati
piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano" (Lc 11,28). Con questa risposta Gesù aiuta quella donna e
tutti noi a capire dove risiede la vera grandezza di sua madre. È proprio di
lei che nel vangelo sta scritto due volte: "Maria serbava tutte queste
cose meditandole nel suo cuore" (Lc
2,19.51).
2 - "Crediamo anche noi!" (s. Agostino)
Consideriamo ora
le nostre implicazioni personali che scaturiscono dalla fede di Maria. Sant’Agostino, dopo aver affermato che Maria "piena di
fede, partorì credendo quel che aveva concepito credendo", trae
un’applicazione pratica e dice: "Maria credette
e si avverò in lei quel che credette.
Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei
possa giovare anche a noi" (Disc. 215, 4, PL 38,1074).
La fede di Maria
ci spinge a rinnovare il nostro personale atto di fede e di abbandono in Dio.
Questo è l’esercizio da fare al termine di questo secondo passo dietro a Maria.
Noi siamo
l’edificio di Dio, il tempio di Dio. L’impresa della nostra santificazione è
come la "costruzione di un edificio spirituale" (1Pt 2,5). Dio
non può costruire in noi il suo tempio se prima non gli cediamo liberamente la
proprietà del terreno. Questo avviene quando diamo a Dio la nostra libertà,
quando gli cediamo la nostra proprietà con un atto di fede e di consenso, con
un sì pieno e totale.
Dobbiamo però
ricordare che Maria ha detto il suo "avvenga di me" (greco ghènoito) all’ottativo; esso non esprime una accettazione rassegnata, ma un desiderio vivo, una
gioia. Sapendo che Dio è amore infinito e che nutre per noi "progetti
di pace e non di afflizione" (Ger
29,11), noi dobbiamo dire con desiderio e gioia, come Maria: "Avvenga
di me quello che hai detto" (Lc 1,38).
Con ciò si
realizza il senso della vita umana e la sua più grande dignità. Dire ‘sì’ a Dio
non umilia la dignità dell’uomo, ma la esalta. L’uomo non può vivere e
realizzarsi senza dire ‘sì’ a qualcuno o a qualcosa. Ma è ben diverso il ‘sì’ detto dagli esistenzialisti atei, come fredda e cieca
necessità, al destino e alla morte, e il ‘sì’ detto con abbandono e amore al
Padre espresso in questa preghiera di Charles de Foucauld: "Padre mio
mi abbandono a te. Fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me,
ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, perché la tua volontà si
compia in me e in tutte le creature. Non desidero altro,
mio Dio. Rimetto la mia anima nelle tue mani. Te la
dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo. Ed è per me un’esigenza d’amore il donarmi e il rimettermi nelle
tue mani senza misura, con una confidenza infinita, perché tu sei il Padre
mio".
III
"CONCEPIRAI E
DARAI ALLA LUCE UN FIGLIO" (Lc 1,31)
1 - Madre di Dio
Nel parlare di
Maria,
La profezia di
Isaia, che preannunciava tutto questo, si esprimeva allo stesso modo: "Una
vergine concepirà e partorirà un figlio" (Is
7,14). È nel Natale, nel momento in cui dà alla luce il suo figlio primogenito,
che Maria diventa veramente e pienamente Madre di Dio. Il titolo "Genitrice
di Dio" (Dei Genitrix) mette più in risalto
il momento della concezione; il titolo "Theotòkos",
in uso nella Chiesa greca, mette più in rilievo il momento del partorire (tìkto significa "partorisco"). Il primo
momento, il generare, è comune sia al padre che alla madre, mentre il secondo,
il partorire, è esclusivo della madre.
Madre di Dio: un
titolo che esprime uno dei misteri più alti del cristianesimo. La liturgia
della Chiesa esclama: "Quello che i cieli non possono contenere, si è
racchiuso nelle tue viscere, fatto uomo". Madre di Dio è il più antico
e più importante titolo dogmatico di Maria, definito dalla Chiesa nel Concilio
di Efeso nel 431, come verità di fede per tutti i cristiani. È il fondamento di
tutta la grandezza di Maria. "Chiamandola Madre di Dio, si è compreso
tutto il suo onore; nessuno può dire di lei o a lei cosa più grande... Anche il
nostro cuore deve riflettere cosa significa essere Madre di Dio"
(Lutero, Comm. al Magnificat).
2 - L’imitazione della Madre di Dio
Come possiamo
imitare questo aspetto della Madonna di essere Madre di Dio? Maria è figura e
modello della Chiesa anche in questo. Scrive Origene:
"Che giova a me che Cristo sia nato una volta da Maria a Betlemme, se
non nasce anche per fede nella mia anima?" (Comm. Vang.
Lc 22,3).
La maternità
divina di Maria si realizza su due piani: su un piano fisico e su un piano
spirituale. Maria è Madre di Dio non solo perché l’ha
portato fisicamente nel grembo, ma anche perché l’ha concepito nel cuore con la
fede.
Noi non possiamo,
naturalmente, imitare Maria generando fisicamente il Cristo, fatto unico e
irripetibile, ma possiamo imitarla generandolo nel nostro cuore con la fede.
Gesù stesso iniziò questa applicazione alla Chiesa del titolo di Madre di
Cristo, quando dichiarò: "Mia madre e miei fratelli
sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8,21; cfr. Mc 3,31-32; Mt 12,49).
Scrive
sant’Agostino: "Comprendo che noi siamo fratelli di Cristo e che sono
sorelle di Cristo le sante e fedeli donne. Ma in che senso possiamo intendere di essere madri
di Cristo? Che potremo dire dunque? Oseremo forse chiamarci madri di Cristo? Ma
certo, osiamo chiamarci madri di Cristo! Ho chiamato infatti
voi tutti suoi fratelli e non oserei chiamarvi sua Madre? Ma molto meno oso
negare ciò che affermò Cristo. Orsù, dunque, carissimi, osservate come
Nella tradizione,
questa verità ha conosciuto due livelli di applicazione complementari tra loro.
Questa maternità si vede realizzata nella Chiesa presa nel suo insieme, in
quanto "sacramento universale di salvezza" e in ogni singola persona
che crede.
Il Concilio
Vaticano II si colloca nella prima prospettiva quando scrive: "
Ma ancora più
chiara è, nella tradizione, l’applicazione personale ad ogni anima: "Ogni
anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio... Se secondo la carne una
sola è
Uno
scrittore del Medioevo ha fatto una specie di sintesi di tutti questi motivi,
scrivendo: "Maria e
3 - Come concepire e partorire di nuovo Cristo
Come si diventa,
in concreto, madre di Gesù? Ascoltando
Concepisce Gesù
senza partorirlo chi accoglie
Siamo giunti al
problema delle buone opere. Dopo la grazia di Dio e la risposta di fede
dell’uomo, parliamo delle opere. Troviamo tutto riassunto in
questo brano di Paolo: "Per questa grazia siete salvi mediante la fede;
e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno
possa vantarsene. Siamo infatti opera
sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi
le praticassimo" (Ef 2,8-10).
Siamo noi l’opera
di Dio; l’opera buona che Dio ha operato in Cristo. Dio però ci ha salvati in
Cristo, non perché restassimo inerti e passivi, ma perché fossimo in grado di
compiere, mediante la grazia e la fede, le opere buone che sono i frutti dello
spirito Santo, le virtù cristiane. Se non mettiamo seriamente in pratica
"Siamo
madri di Cristo quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo per
mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza; lo generiamo
attraverso le opere sante, che devono risplendere agli altri in esempio... Oh,
come è santo e come è caro, piacevole, umile, pacifico, dolce, amabile e
desiderabile sopra ogni cosa, avere un tale fratello e un tale figlio, il
Signore Nostro Gesù Cristo!" (s.
Francesco d’Assisi, Lettera ai fedeli 1).
Per san Bonaventura, l’anima concepisce Gesù quando, scontenta
della vita che conduce, stimolata da sante ispirazioni e accendendosi di santo
amore, e, infine, staccandosi risolutamente dalle sue vecchie abitudini e
difetti, è come fecondata spiritualmente dalla grazia dello
Spirito Santo e concepisce il proposito di una vita nuova. Una volta
concepito, il benedetto Figlio di Dio nasce nel cuore quando l’uomo mette in opera
i santi propositi. Se i propositi non sono messi in atto,
Gesù è concepito, ma non è partorito: è uno dei tanti aborti spirituali: si
celebra l’annunciazione, ma non si celebra il Natale del Signore!
Terminiamo
con le parole di sant’Agostino che ci esortano a imitare
IV
"CHE C’È TRA
ME E TE, O DONNA?" (Gv 2,4)
In questa seconda
parte del nostro cammino vogliamo seguire Maria nel mistero pasquale,
lasciandoci guidare da lei alla comprensione profonda della Pasqua e alla
partecipazione alle sofferenze di Cristo.
1 - "Imparò l’obbedienza dalle cose
che patì" (Eb 5,8)
Il mistero
pasquale non comincia nella vita di Gesù con l’arresto nel Getsemani e non dura
solo la settimana santa. Tutta la sua vita, da quando Giovanni Battista lo
indicò come l’Agnello di Dio, è una preparazione alla sua Pasqua. Secondo il
vangelo di Luca, la vita pubblica di Gesù fu tutta una lenta e inarrestabile
salita verso Gerusalemme dove avrebbe consumato il suo esodo (cfr. Lc 9,31). Il battesimo nel Giordano fu già un preludio alla
Pasqua, perché in esso la parola del Padre rivelò a Gesù che sarebbe stato il
Messia sofferente e rifiutato, come il servo di Dio di cui aveva parlato Isaia.
Parallelo a questo
cammino del nuovo Adamo obbediente si svolge il cammino della nuova Eva. Anche
per Maria il mistero pasquale cominciò assai per tempo. Già le parole di
Simeone sul segno di contraddizione e sulla spada che le avrebbe trapassato
l’anima contenevano un presagio che Maria conservava nel suo cuore, insieme con
tutte le altre parole.
Il passo che
vogliamo compiere in questo capitolo è proprio di seguire Maria durante la vita
pubblica di Gesù e vedere di che cosa ella è figura e modello per noi.
In questo periodo
della sua vita, Maria ci è di guida e di modello di come comportarci quando
viene il tempo della potatura, della purificazione, della spoliazione, della
notte della fede. Papa Giovanni Paolo II, nella sua enciclica "Redemptoris Mater" applica giustamente alla vita di
Maria la grande categoria della "kènosi",
con cui san Paolo ha spiegato la vicenda terrena di Gesù: "Cristo Gesù,
pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza
con Dio, ma spogliò (ekènosen) se stesso"
(Fil 2,6-7).
Scrive il papa: "Mediante
la fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione... Ai piedi
della croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di
questa spoliazione" (n. 18).
Questa spoliazione
si consumò sotto la croce, ma cominciò molto prima. Anche a Nazaret e durante
la vita pubblica di Gesù, ella avanzava nella peregrinazione della fede. Non è
difficile notare già allora "una particolare fatica del cuore unita a
una sorta di notte della fede" (n. 17).
Tutto questo rende
la vicenda di Maria straordinariamente significativa per noi; restituisce Maria
alla Chiesa e all’umanità. Dobbiamo prendere atto con gioia di un grande
progresso che si è realizzato nella devozione alla Madonna. Prima del Concilio
Vaticano II la categoria fondamentale con la quale si spiegava la grandezza di
Maria era quella del privilegio o dell’esenzione. Si pensava che Maria fosse
stata esentata non solo dal peccato originale e dalla corruzione (che sono
privilegi definiti dalla Chiesa con i dogmi dell’Immacolata e dall’Assunzione),
ma si pensava che Maria fosse stata esentata dai dolori del parto, dalla
fatica, dal dubbio, dalla tentazione, dall’ignoranza e infine la cosa più
grave, anche dalla morte.
Pensavano che
queste cose sono conseguenze del peccato, ma Maria non
aveva peccato, quindi... Non ci si rendeva conto che, in questo modo, invece di
associare Maria a Gesù, la si dissociava completamente da lui che, pur essendo
senza peccato, volle sperimentare a nostro vantaggio tutte queste cose: fatica,
dolore, angoscia, tentazioni e morte.
Ora la categoria
fondamentale con la quale, seguendo il Concilio Vaticano II, cerchiamo di
spiegarci la santità unica di Maria non è più tanto quella del privilegio, ma
quella della fede. Maria ha progredito nella fede (cfr. LG 58). Questo non
diminuisce, ma accresce a dismisura la grandezza di Maria. La grandezza
spirituale di una creatura davanti a Dio, in questa vita, non si misura da
quanto Dio le dà, ma da ciò che Dio le chiede. E a Maria ha chiesto tanto, più
che a ogni altra creatura.
Di Gesù il Nuovo
Testamento dice: "Noi abbiamo un sommo sacerdote che sa compatire le
nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza
di noi, escluso il peccato" (Eb 4,15); e ancora: "Pur essendo
Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì" (Eb 5,8).
Se Maria ha
seguito il Figlio nella kènosi, queste parole, fatte
le debite proporzioni, si applicano anche a lei, e costituiscono la vera chiave
di comprensione della sua vita. Maria, pur essendo la madre di Dio, imparò
l’obbedienza dalle cose che patì. Imparare qui ha il senso di sperimentare,
assaporare. Gesù esercitò l’obbedienza e crebbe in essa per le cose che patì.
Anche Maria imparò la fede e l’obbedienza e crebbe in esse per le cose che patì
così che possiamo dire di lei: abbiamo una madre che sa compatire le nostre
infermità, essendo stata ella stessa provata in ogni cosa a somiglianza di noi,
escluso il peccato.
2 - Maria durante la vita pubblica di Gesù
Partiamo
dall’episodio dello smarrimento di Gesù nel tempio (cfr. Lc
2,42 ss.). Luca, mettendo in rilievo che Gesù fu trovato "dopo tre
giorni" allude forse già al mistero pasquale di morte e risurrezione
di Cristo. È certo, in ogni caso, che questo fu l’inizio del mistero pasquale
di spoliazione di Maria. Infatti, dopo averlo ritrovato, si
sente rispondere: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?"
(o: "Io devo essere nella casa del Padre mio?"). Queste
parole mettono tra Gesù e lei una volontà diversa, infinitamente più
importante, quella del Padre, che fa passare in second’ordine
ogni altro rapporto, anche il rapporto filiale con lei. Troviamo poi una
menzione di Maria a Cana di Galilea. Alla sua
discreta richiesta di intervento, si sentì rispondere: "Che c’è tra me
e te, o donna?" (Gv 2,4). Comunque si vogliano spiegare queste parole,
sembrano di nuovo porre una distanza tra Gesù e sua madre.
Tutti e tre i
sinottici ci riferiscono quest’altro episodio avvenuto durante la vita pubblica
di Gesù. Un giorno, mentre Gesù era intento a predicare, giunsero sua madre e
alcuni parenti per parlargli. Andarono da Gesù a riferirgli: "Fuori c’è
tua madre che ti vuole parlare". Gesù sempre sulla linea degli episodi
precedenti, disse: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?"
(Mc 3,33). Noi sappiamo, oggi, che in quelle parole è contenuto più un elogio
che un rimprovero per la madre; ma lei, almeno in quel momento, non lo sapeva.
Un altro giorno,
una donna, tra la folla, esclamò verso Gesù: ""Beato
il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!". Ma egli
disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la
osservano"" (Lc
11,27-28).
Cosa significa
tutto questo? Maria ha dovuto passare anche lei attraverso la sua kènosi. La kènosi di Gesù
consistette nel fatto che anziché far valere i suoi diritti e le sue
prerogative divine se ne spogliò, assumendo lo stato di servo e apparendo
all’esterno un uomo come gli altri. La kènosi di
Maria consistette nel fatto che, anziché far valere i suoi diritti di madre del
Messia se ne lasciò spogliare, apparendo dinanzi a tutti una donna come le
altre. La qualità di Figlio di Dio non servì a risparmiare a Cristo alcuna
umiliazione; così non servì a risparmiare a Maria alcuna umiliazione la qualità
di Madre di Dio.
Dopo aver iniziato
il suo ministero, Gesù non ebbe dove posare il capo e Maria non ebbe dove
posare il cuore. Alla sua povertà materiale, Maria aggiunse anche la sua
povertà spirituale nel suo grado più alto.
Questa povertà di
spirito consiste nel lasciarsi spogliare di tutti i privilegi, nel non poter
fare affidamento su nulla, né del passato, né del futuro. San Giovanni della
Croce chiamò questo la "notte oscura della memoria" e, nel
parlarne, ricorda esplicitamente
Gesù si è
comportato con la madre come un direttore spirituale lucido e intelligente, che
non fa perdere tempo, che non lascia indugiare tra sentimenti e consolazioni
naturali, che trascina in una corsa senza tregua verso la totale spoliazione,
in vista dell’unione con Dio. Ha insegnato a Maria il rinnegamento di sé. Egli
conduce la madre nella sua stessa corsa a fare la volontà del Padre.
3 - "Se il chicco di grano non muore..." (Gv
12,24)
Quando noi,
creature di carne e di sangue, ascoltiamo queste cose, nel nostro cuore affiora
una domanda: Perché era necessario tutto questo? Maria non era già santa, piena
di fede, già abbastanza provata? La prima risposta è: Gesù ha fatto così, e
Maria doveva essergli vicina, per essere la prima e più perfetta discepola.
Ma c’è anche un
altro motivo più misterioso. Per capirlo partiamo da una frase di san Paolo: "La
carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è
corruttibile, l’incorruttibilità" (1Cor 15,50).
Il piano della
grazia è diverso da quello della natura; ciò che è eterno è diverso da ciò che
si svolge nel tempo. Non si passa dall’uno all’altro piano per evoluzione
rettilinea e indolore. C’è di mezzo un salto di qualità infinito. Occorre
perciò un’interruzione, una morte, per passare dall’uno all’altro.
La maternità di
Maria era anche una maternità temporale, umanissima, avvenuta "nella
carne e nel sangue". Perché potesse diventare qualcosa di eterno,
di spirituale, doveva passare attraverso una morte, come avvenne, del resto,
della stessa santissima umanità del Figlio, prima di essere glorificata e resa
corpo spirituale.
"Il
passaggio all’ordine soprannaturale, anche per una creatura innocente e santa,
non potrebbe mai compiersi senza una specie di morte" (H. de Lubac, Il mistero
del soprannaturale).
Lo Spirito dà la
vita, ma facendo prima morire la carne: "Se con l’aiuto dello Spirito
voi fate morire le opere del corpo, vivrete" (Rm
8,13). La natura deve essere riplasmata e spiritualizzata per risorgere nella
grazia. Gesù ha portato l’esempio del chicco di grano che, solo se muore, porta
molto frutto (cfr. Gv 12,24).
In natura esiste
un altro esempio: quello del baco da seta. La sua vicenda è una formidabile
parabola per la vita spirituale. Il bruco è destinato a diventare una farfalla.
Quello che prima strisciava per terra, ora vola; non ricorda più le sofferenze
della sua evoluzione e non rimpiange ciò che era perché finalmente è diventato
ciò che doveva essere.
4 - Maria discepola di Cristo
Come reagì Maria a
questa condotta del Figlio e di Dio stesso nei suoi riguardi? Rileggendo il
vangelo non troveremo mai il benché minimo accenno di contrasto di volontà, di
replica o di autogiustificazione da parte di Maria;
mai un tentativo di far cambiare decisione a Gesù! Docilità assoluta. Qui
appare la santità personale unica della Madre di Dio, la meraviglia della
grazia. Per rendersene conto basta un confronto. Per esempio con Pietro. Quando
Gesù fece capire a Pietro che stava andando a Gerusalemme per morire in croce,
egli protestò e disse: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti
accadrà mai" (Mt 16,22).
Pietro si
preoccupava per Gesù, ma anche per sé. Maria no. Maria taceva. La sua risposta
a tutto era il silenzio. Non un silenzio di ripiegamento e di tristezza. Quello
di Maria era un silenzio buono, ricco di interiorità, ricco di fede, di grazia,
di Dio. Anche quando Maria non capiva, è scritto che ella taceva e "serbava
tutte queste cose nel suo cuore" (Lc 2,51).
Il fatto che tace non significa che per Maria è tutto facile. Ella fu esente
dal peccato, non dalla lotta e dalla fatica del credere. Se Gesù ha dovuto
sudare sangue per portare la sua volontà umana ad aderire pienamente alla volontà
del Padre, non ci deve sorprendere che anche Maria abbia dovuto agonizzare.
Dopo aver
contemplato nel capitolo precedente
Dobbiamo allora
pensare che la vita di Maria fu una vita di continue afflizioni, una vita tetra?
Al contrario. Maria scopriva di giorno in giorno una gioia di tipo nuovo
rispetto alle gioie materne di Betlemme e di Nazaret. Gioia di non fare la
propria volontà. Gioia di credere. Gioia di dare a Dio tutto. Gioia di scoprire
Dio, le cui vie sono inaccessibili e i cui pensieri non sono i nostri pensieri:
Dio, il Santo! "Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele,
Salvatore!" (Is 45,15).
La beata Angela da
Foligno, che aveva fatto esperienze simili, parla della gioia
dell’incomprensibilità. Essa consiste nel capire che non si può capire, ma che
un Dio capito non sarebbe più Dio. Questa incomprensibilità, anziché tristezza,
genera gioia, perché fa vedere che Dio è ancora più ricco e più grande di
quanto riusciamo a comprendere. Questa è la gioia che i santi hanno in cielo e
che la santa Vergine ebbe, in modo diverso, fin da questa terra (cfr. Il libro
della B. Angela da Foligno, Istr. III, p. 468).
5 - "Se qualcuno vuol venire dietro
di me..."
(Mc 8,34)
Ora dobbiamo
passare da Maria alla Chiesa, a noi. L’applicazione per noi è
già scritta nel vangelo: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi
se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché
chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita
per causa mia e del vangelo, la salverà"
(Mc 8,34-35).
Questo brano del
vangelo è il segreto e il cardine della vita ascetica. Per essere disponibili a
Dio fino alla morte dobbiamo rinnegare noi stessi. Lo stesso verbo rinnegare (arnèomai) viene usato anche quando si parla di
rinnegamento di Cristo: "Chi mi rinnegherà davanti agli uomini..." (Mt 10,33). Le due cose sono in alternativa: o
si rinnega se stessi o si rinnega Cristo. Non si può dire sì a uno senza dire
no all’altro, perché i due - la carne e lo Spirito - hanno desideri contrari
tra loro (cfr. Gal 5,17).
Il rinnegamento di
sé non è fine a se stesso, ma è in funzione al seguire Cristo. Dire no a se
stessi è il mezzo; dire sì a Cristo è il fine. Nel vangelo abbiamo un esempio
pratico: Pietro rinnegò Gesù perché non aveva rinnegato se stesso. Volendo
salvare la propria vita, rinnegò Cristo,
Questa scelta si
presenta in modo esigente nella vita dei martiri, ma in modo diverso la stessa
scelta si impone a tutti i discepoli, ogni momento. Ogni no detto a se stessi
per amore, è un sì detto a Cristo.
L’ascetica
cristiana non è una rinuncia autolesionistica. È via al possesso di una vita
più piena. Lasciare il proprio tugurio per trasferirsi in un magnifico palazzo
non è essere rinunciatari. Lo sarebbe se facessimo il contrario e preferissimo
rimanere nella nostra stamberga con i nostri quattro stracci. Il nostro io è la
stamberga, Cristo è il palazzo.
Non occorre fare
grandi sforzi per vedere che la nostra vita passa e si consuma; che la nostra
zattera sta affondando sempre più, giorno per giorno. E allora, finché siamo in
tempo, facciamo il salto della salvezza, traslochiamo prima di rimanere sotto
le nostre stesse macerie.
Finché queste
proposte restano a livello teorico sono poetiche e belle, ma quando dobbiamo
scendere al concreto la cosa è tanto difficile. La natura mette in atto tutti i
suoi meccanismi di difesa: essa vuol salvare la propria vita e non perderla.
Essa tende a tenere Dio fuori dai propri confini, perché sa che l’avvicinarsi
di Dio è la fine della sua quiete e della sua autonomia. Si accontenta delle
sue piccole cose umane a buon prezzo e lascia a Dio le cose divine.
Maria sa
comprendere e compatire queste nostre infermità, essendo stata provata lei
stessa, in ogni cosa, come noi, eccetto il peccato. Ricorriamo dunque a lei e
preghiamola con semplicità: Maria, aiutaci a non fare la nostra volontà; facci
scoprire la gioia nuova di dare qualcosa a Dio, anziché chiedere sempre a Dio
di dare a noi.
V
"PRESSO
Nel Salmo 22,
intonato da Gesù sulla croce ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?"), a un certo punto l’orante dice: "Sei tu che mi
hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre".
Gesù ha recitato queste parole avendo lì presente a sé la madre dalla quale era
nato e sul cui petto aveva riposato.
1 - Maria nel mistero pasquale
La
parola di Dio che ci accompagna nella nostra meditazione è quella del vangelo
secondo Giovanni: "Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la
sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala.
Gesù, allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava,
disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!".
Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!".
E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,25-27).
Di questo testo,
così denso, consideriamo ora solo la parte narrativa, lasciando al prossimo
capitolo la meditazione del resto che contiene il detto di Gesù.
Di Maria sotto la
croce non ci sono riferiti grida e lamenti, come per
le donne che lo accompagnavano lungo la salita del Calvario (cfr. Lc 23,27); non ci sono trasmesse parole, come nel
ritrovamento di Gesù nel tempio o come a Cana di
Galilea. Ci è trasmesso solo il suo silenzio. Maria tace al momento della
nascita di Gesù (cfr. Lc) e tace al momento della
morte di Gesù (cfr. Gv).
Nella
1Cor san Paolo oppone tra loro il
linguaggio della croce e il linguaggio della sapienza umana. La differenza sta
in questo: la sapienza umana si manifesta soprattutto attraverso i bei
discorsi; la sapienza della croce si esprime attraverso il silenzio. Il
silenzio custodisce solo per Dio il profumo del sacrificio. Esso impedisce alla
sofferenza di disperdersi, di ricercare e trovare quaggiù la propria
ricompensa.
Sotto
la croce Maria non grida al Figlio: "Scendi dalla croce; salva te stesso e
me! Hai salvato
tanti altri, salva ora te stesso, figlio mio!". Non gli chiede
neppure: "Figlio, perché mi hai fatto questo?" come aveva detto dopo
averlo ritrovato nel tempio. Maria tace. "Acconsentì amorosamente
all’immolazione della vittima da lei generata" (LG 58).
Celebra con lui la
sua Pasqua. Maria non stava presso la croce di Gesù solo in senso fisico, ma
anche in senso spirituale. Era unita a Gesù, soffriva con lui. Soffriva nel
cuore quello che il Figlio soffriva nella carne. Chi è madre può capire queste
cose.
"Come
Cristo grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt
27,46) così anche
Gesù
non dice più: "Che c’è tra me e te, o donna? Non è ancora giunta la mia
ora" (Gv 2,4). Adesso che la sua "ora" è giunta,
c’è tra lui e sua madre una grande cosa in comune: la stessa sofferenza. In
quei momenti estremi, in cui anche il Padre si è misteriosamente sottratto al
suo sguardo di uomo, è rimasto a Gesù solo lo sguardo della madre in cui
cercare conforto. In ogni sofferenza umana, c’è una dimensione intima e
privata, che si consuma in famiglia, tra coloro che sono unti nel vincolo dello
stesso sangue. Anche in quella di Cristo e di Maria.
L’ultima cosa che
Gesù fece sulla croce, pronunciando le parole: "Padre, nelle tue mani
consegno il mio spirito" (Lc 23,46), fu
di adorare amorosamente la volontà del Padre, prima di inoltrarsi nel buio
della morte. Maria certamente si unì al Figlio in questa amorosa adorazione
della volontà del Padre.
2 - Stare presso la croce di Gesù
Anche questa volta
è la parola di Dio che traccia il passaggio da Maria alla Chiesa e dice che
cosa deve fare ogni credente per imitarla: "Presso la croce di Gesù
stava Maria sua madre e accanto a lei il discepolo che egli amava".
Quello che avvenne in quel giorno indica quello che deve avvenire ogni giorno:
bisogna stare accanto a Maria presso la croce di Gesù, come il discepolo che
egli amava. Ci sono due cose importanti in questa frase: primo, che bisogna
stare accanto alla croce; secondo, che bisogna stare accanto alla croce di
Gesù.
La prima cosa, e
la più importante, non è stare presso la croce, ma stare presso la croce di
Gesù. Ciò che conta non è la nostra croce, ma quella di Gesù; non è il nostro
soffrire, ma l’appropriarsi, con la fede, della sofferenza di Cristo. La prima
cosa non è la sofferenza, ma la fede. La cosa più grande di Maria ai piedi
della croce fu la fede.
San Paolo scrive: "La
parola della croce... è potenza di Dio... Noi predichiamo Cristo crocifisso...
Per coloro che sono chiamati.. predichiamo Cristo
potenza di Dio e sapienza di Dio" (1Cor 1,18-24). È qui la fonte di
tutta la forza e la fecondità della Chiesa.
La forza della
Chiesa viene dal predicare la croce di Cristo, che agli occhi del mondo è il
simbolo stesso della stoltezza e della debolezza, rinunciando in questo modo ad
affrontare il mondo incredulo e spensierato con i suoi stessi mezzi che sono la
sapienza delle parole e la forza delle argomentazioni.
Bisogna rinunciare
a una superiorità umana perché possa agire la forza divina racchiusa nella
croce di Cristo. Ma qual è il segno e la prova che si crede realmente nella
croce di Cristo? Il segno è partecipare alle sue sofferenze (Fil 3,10; Rm 8,17), essere crocifissi con lui (Gal 2,20), completare
mediante le proprie sofferenze, ciò che manca alla passione di Cristo (Col
1,24).
La vita del
cristiano dev’essere un sacrificio vivente, come
quella di Cristo (cfr. Rm 12,1). Non si tratta solo
di sofferenza accettata passivamente, ma anche di sofferenza cercata
attivamente: "Castigo il mio corpo e lo riduco in schiavitù" (1Cor
9,27).
La nostra croce
non è, in se stessa, salvezza; non è potenza né sapienza; per se stessa è pura
opera umana, o addirittura castigo. Diviene potenza e sapienza di Dio quando
per mezzo della fede ci unisce alla croce di Cristo. "Soffrire
significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente aperti
all’opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all’umanità in Cristo"
(Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, 23).
La sofferenza ci
deve unire alla croce di Cristo, non in modo teorico, ma esistenziale e
concreto.
3 - "Sperò contro ogni speranza" (Rm 4,18)
Ma la croce da
sola non basta. Il mistero pasquale di Cristo consiste nel
"passaggio" dalla croce alla risurrezione, dalla morte alla vita, nel
"passaggio" attraverso la morte verso la gloria e il regno (cfr. Lc 24,26; At 14,22).
Consiste in
qualcosa di dinamico, in un movimento dalla croce alla risurrezione, che non si
può arrestare senza distruggerlo. "L’unilaterale accentuazione della
croce ha sciaguratamente precluso alla teologia protestante la strada per
comprendere la pienezza del messaggio neotestamentario" (W. Von Loewenich).
Non è esatto, per
esempio, dire che san Paolo fa dipendere la giustificazione dalla sola croce
(cfr. Rm 3,25) perché altrove egli mette chiaramente
in relazione la stessa giustificazione con la risurrezione di Cristo (cfr. Rm 4,25) e dice che senza la risurrezione noi saremmo
ancora nei nostri peccati (cfr. 1Cor 15,17). Chiesa, fede, giustificazione e
remissione dei peccati: tutto, secondo Paolo, dipende congiuntamente dalla
morte e dalla risurrezione, cioè dall’unico mistero pasquale.
Maria sul Calvario
ha vissuto tutto il mistero pasquale: ella è stata presso la croce "in
speranza". Ha condiviso con il Figlio non solo la morte, ma anche la
speranza della risurrezione. Sul Calvario, Maria non è solo
Dice
Di Abramo, in
questa circostanza, san Paolo afferma che "ebbe fede sperando contro
ogni speranza" (Rm 4,18). A maggior ragione
si deve dire di Maria; ella credette sperando contro
ogni speranza. Sperare contro ogni speranza consiste in questo: che "senza
aver motivo alcuno di speranza, in una situazione umanamente priva del tutto di
speranza e in contrasto totale con la promessa, si prende non di meno a
sperare, unicamente in virtù della parola di speranza pronunciata a suo tempo
da Dio" (H. Schlier, La lettera ai romani).
Un testo del
Concilio Vaticano II ci parla di questa speranza di Maria sotto la croce: "Ella
ha cooperato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza,
la fede, la speranza e l’ardente carità" (LG 61).
4 - La nostra speranza
Scrive
sant’Agostino: "Il nostro passaggio dalla morte alla vita ad opera della fede si compie mediante la speranza della
futura risurrezione e della gloria finale... Nella vita presente realizziamo
ciò che significa la crocifissione, mentre teniamo per fede e speranza ciò che
significano la sepoltura e la risurrezione" (Lettere 55).
Anche
Come Maria fu
presso il Figlio crocifisso, così
Essa deve "dare
ragione della speranza che è in lei" (cfr. 1Pt 3,15). È solo alla luce
della risurrezione di Cristo e nella speranza della nostra che possiamo
comprendere il senso della sofferenza e della morte. La croce si capisce meglio
guardando ai suoi effetti che non guardando alle sue cause, che per noi restano
spesso misteriose e inspiegabili.
Gli uomini hanno
bisogno di speranza per vivere, come dell’ossigeno per respirare. Si dice che
finché c’è vita c’è speranza; ma è vero ancora di più
che finché c’è speranza c’è vita. La speranza cristiana è una virtù teologale,
è dono, è grazia infusa, che ha per oggetto diretto Dio e la vita eterna, non
solo il futuro terreno dell’uomo. La speranza ha per fondamento Dio solo: si
spera quasi più per Dio che per se stessi, perché la sua fedeltà e la sua bontà
non siano assolutamente messe in discussione.
Vi sono due modi
di peccare contro la speranza: disperare della salvezza e presumere di salvarsi
senza merito; la disperazione e la presunzione. Qui si vede nuovamente la
necessità di tenere insieme croce e risurrezione. Soffrire senza sperare di
risorgere è disperazione; sperare di risorgere senza soffrire è presunzione.
Nella Bibbia
troviamo molte preghiere di speranza. Nella terza
Lamentazione, che è il canto dell’anima nella desolazione e che può essere
applicato a Maria ai piedi della croce, leggiamo: "Io sono la persona
che ha provato la miseria e la pena. Dio mi ha fatto camminare
nelle tenebre, non nella luce... Ma le misericordie del Signore non sono
finite; dunque in lui voglio sperare! Il Signor non rigetta mai, ma se affligge
avrà anche pietà. Forse c’è ancora speranza" (cfr. Lam 3,1-29).
Quale gloria per
Dio e quale conforto per l’uomo poter dire ogni volta: "Ho sperato, ho
sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato" (Sal 4,1); "Io spero nel Signore, l’anima mia spera
nella sua parola" (Sal 130,5); "Speri
Israele nel Signore, ora e sempre" (Sal
131,3).
Volgiamo lo
sguardo a colei che ha saputo stare presso la croce sperando contro ogni
speranza. Invochiamola come Madre della speranza. Ripetiamo a
noi stessi, nelle prove e negli scoraggiamenti: "Le misericordie del
Signore non sono finite: in lui voglio sperare!".
VI
"DONNA, ECCO TUO
FIGLIO!" (Gv 19,26)
Oggetto della
nostra riflessione è la seconda parte del passo del vangelo secondo Giovanni: "Gesù
allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse
alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!".
Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!".
E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,26-27).
Nel mistero
dell’Incarnazione abbiamo contemplato Maria come Madre di Dio; nel mistero
pasquale la contempliamo come madre dei cristiani, madre nostra.
1 - "Tutti là sono nati" (Sal 87,4)
Sant’Agostino
ci aiuta a cogliere la somiglianza e la differenza tra le due maternità di
Maria: "Maria, corporalmente, è madre solo di Cristo, mentre
spiritualmente, in quanto fa la volontà di Dio, gli è sorella e madre. Madre nello spirito, ella non lo
fu del Capo che è lo stesso Salvatore, dal quale piuttosto spiritualmente è
nata, ma lo è certamente delle membra che siamo noi, perché cooperò, con la sua
carità, alla nascita nella Chiesa dei fedeli, che di quel corpo sono le
membra" (La santa verginità, 5-6, PL
40,399).
Anche la maternità
spirituale, analogamente a quella fisica, si realizza attraverso due momenti e
due atti: concepire e partorire. Nessuna delle due cose, da sola, è
sufficiente. Maria ci ha spiritualmente concepiti e partoriti. Ci ha concepiti,
cioè accolti in sé, quando ha scoperto che suo Figlio era "il
primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29) e
che attorno a lui si andava formando una comunità.
Suo figlio
chiamava "fratelli, sorelle e madre" coloro che ascoltavano la
sua parola; dei poveri, diceva: "Ogni volta che avrete fatto queste
cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avrete fatto a me";
egli andava dicendo: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e
oppressi...". Maria capiva che non avrebbe
potuto tirarsi indietro, rifiutando di accogliere come suoi tutti questi invitati
del Figlio. E questo fu il tempo del concepimento nel cuore.
Ora, sotto la
croce, è il momento del travaglio del parto. Gesù si rivolge, in questo
momento, alla madre chiamandola "donna". Questa
parola ci fa pensare a ciò che Gesù aveva detto: "La donna, quando
partorisce è afflitta, perché è giunta la sua ora" (Gv 16,21) e a ciò
che si legge nell’Apocalisse: "Una donna... era incinta e gridava per
le doglie e il travaglio del parto" (Ap
12,1-2).
Anche se questa
donna è, in prima linea,
Questo
accostamento tra Maria e la figura della donna è stato recepito presto dalla
Chiesa (già con sant’Ireneo che fu discepolo di un
discepolo di san Giovanni, cioè di san Policarpo),
quando essa ha visto in Maria la nuova Eva, la nuova "madre di tutti i
viventi".
Le
parole di Gesù a Maria: "Donna, ecco il tuo figlio" e a
Giovanni: "Ecco la tua madre" hanno certamente un significato
anzitutto immediato e concreto.
Gesù affida Maria a Giovanni e Giovanni a Maria.
Ma questo non
esaurisce il significato della scena. Giovanni rappresenta il discepolo di Gesù
in quanto tale, cioè tutti i discepoli. Essi sono dati a Maria da Gesù morente
come suoi figli, allo stesso modo che Maria è data ad
essi come loro madre.
Con le parole "Ecco
la tua madre" ed "Ecco il tuo figlio", Gesù
costituisce Maria madre di Giovanni e Giovanni figlio di Maria. Gesù non si è
limitato a proclamare la nuova maternità di Maria, ma l’ha istituita. Essa
dunque non viene da Maria, ma dalla parola di Dio; non si basa sul merito, ma
sulla grazia.
Sotto la croce,
Maria ci appare come la figlia di Sion che, dopo il
lutto e la perdita dei suoi figli, riceve da Dio una nuova figliolanza, più
numerosa di prima, non secondo la carne, ma secondo lo Spirito.
Un
salmo, che la liturgia applica a Maria, dice: "Ecco, Palestina, Tiro ed
Etiopia: tutti là sono nati.
Si dirà di Sion: "L’uno e l’altro è nato in essa...".
Il Signore scriverà nel libro dei popoli: "La costui è nato"" (Sal 87). È vero: tutti là siamo nati. Si dirà anche di
Maria, la nuova Sion: l’uno e l’altro è nato in essa.
Come abbiamo
applicato a Maria ai piedi della croce il canto di lamentazione della Sion
distrutta, così ora applichiamo a lei il canto della Sion riedificata. Queste
parole, per disposizione di Dio, si sono obiettivamente realizzate in lei.
2 - La sintesi mariana del Concilio
Vaticano II
La dottrina
tradizionale di Maria madre dei cristiani ha ricevuto una nuova formulazione
nella costituzione dogmatica sulla Chiesa (LG) del Concilio Vaticano II, dove
essa è inserita nel quadro più ampio riguardante il posto di Maria nella storia
della salvezza e nel mistero di Cristo.
Vi
leggiamo: "La beata Vergine, predestinata fino dall’eternità,
all’interno del disegno d’incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio,
per disposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l’alma madre del
divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo
assolutamente unico, e umile ancella del Signore. Concependo Cristo, generandolo, nutrendolo,
presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce,
ella cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza,
la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della
grazia" (LG 61).
Il
Concilio stesso si preoccupa di precisare il senso di questa maternità di
Maria, dicendo: "La funzione materna di Maria verso gli uomini in
nessun modo oscura o diminuisce quest’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra
l’efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce
da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Dio, e
sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla
mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua
efficacia, e non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con
Cristo, anzi la facilita" (LG 60).
Accanto
al titolo di Madre di Dio e dei credenti, l’altra categoria fondamentale che il
Concilio usa per illustrare il ruolo di Maria è quella di modello o di figura: "La
beata Vergine per il dono e per l’ufficio della divina maternità che la unisce
col Figlio Redentore e per sue singolari grazie e funzioni, è pur intimamente
congiunta con
Alla luce di
questi testi, possiamo riassumere il duplice rapporto di Maria con Gesù e con
La novità più
grande su Maria, nel documento conciliare, sta proprio nel posto in cui essa è
inserita e cioè nella trattazione sulla Chiesa. Il discorso su Maria non è più
a sé stante, come se ella occupasse una posizione intermedia tra Cristo e
Scriveva
sant’Agostino: "Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è
Subito dopo il
Concilio, Paolo VI sviluppò ulteriormente l’idea
della maternità di Maria verso i credenti, attribuendo a lei, esplicitamente e
solennemente, il titolo di Madre della Chiesa: "A gloria dunque della
Vergine e a nostro conforto, noi proclamiamo Maria Santissima Madre della
Chiesa, cioè di tutto il popolo di Dio, tanto dei fedeli come dei Pastori,
che la chiamano Madre amorosissima; e vogliamo che
con tale titolo soavissimo d’ora innanzi
3 - Maria madre dei credenti
È venuto il
momento di considerare l’analogia che esiste tra Abramo e Maria. È un fatto
singolare che Cristo non venga mai chiamato nel Nuovo Testamento il nuovo
Abramo, mentre è invece chiamato, o implicitamente indicato, come nuovo Adamo,
nuovo Isacco, nuovo Giacobbe, nuovo Mosè, nuovo Aronne ecc. È Isacco, suo
figlio, che è figura di Cristo. Abramo non trova la sua realtà corrispondente
in Cristo, ma in Maria, perché egli è costituito padre per la fede, e
rappresenta la fede; e il Nuovo Testamento non attribuisce mai a Cristo la
fede, ma invece proclama beata Maria per la sua fede
(cfr. Lc 1,45).
Il confronto tra
la fede di Abramo e quella di Maria è abbozzato nel racconto stesso dell’Annunciazione.
A Maria che fa presente all’angelo la sua situazione di vergine, che contrasta
con la promessa, viene data la stessa risposta che fu data ad Abramo dopo che
Sara aveva fatto la stessa osservazione a proposito della sua vecchiaia e
sterilità: "Nulla è impossibile a Dio" (Lc
1,37; Gen 18,14). Ma tale corrispondenza emerge soprattutto dai fatti. Nella
vita di Abramo troviamo due grandi atti di fede.
Primo. Per fede
Abramo credette alla promessa di Dio che avrebbe
avuto un figlio "pur vedendo come morto il proprio corpo e morto il
seno di Sara" (Rm 4,19; cfr. Eb 11,11).
Secondo. "Per
fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto
le promesse, offrì il suo unico figlio" (Eb 11,17).
Abramo, dunque, credette quando Dio gli diede il figlio e credette quando glielo tolse.
Anche nella vita
di Maria troviamo due grandi atti di fede: Maria credette
quando Dio le diede il Figlio e credette quando
glielo tolse. Sia nel caso di Abramo che nel caso di Maria, Dio sembra
smentirsi, sembra dimenticare le sue promesse. In particolare, a Maria era
stato detto: "Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo",
ed invece lo vede "disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei
dolori... disprezzato... castigato da Dio e umiliato... trafitto per i nostri
delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (Is
53,3-5). E ancora: "Regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo
regno non avrà fine", e invece lo vede inchiodato ad una croce. Fino
all’ultimo Maria avrà sperato che Dio intervenisse. Ma non accadde nulla!
A Maria è chiesto
ben più che ad Abramo. Con Abramo Dio si fermò all’ultimo momento e risparmiò
la vita del figlio; con Maria oltrepassò la linea senza ritorno della morte. In questo si nota la differenza tra l’Antico e il Nuovo Testamento:
"Abramo impugna il coltello, ma riottiene
Isacco; la cosa non fu sul serio. Il culmine della serietà fu
nella prova, ma poi ritorna il godimento di questa vita. Ben altrimenti nel
Nuovo Testamento. Non è una spada pendente da un crine di
cavallo sopra il capo di Maria Vergine, per provare se essa in quel momento
avrebbe conservato l’ubbidienza della fede; no, la spada arrivò veramente a
trapassare, a spezzare il suo cuore, ma così ebbe un assegno sull’eternità:
questo Abramo non l’ebbe" (S. Kierkegaard,
Diario X A 572).
Ora tiriamo da
tutto ciò la conclusione. Se Abramo, per quello che ha fatto, ha meritato nella
Bibbia il nome di padre di tutti i credenti (cfr. Rm
4,16), a maggior ragione Maria merita il nome di madre di tutti i credenti. Ad
Abramo Dio disse: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della
terra" (Gen 12,3). Maria canta: "Tutte le generazioni mi
chiameranno beata" (Lc 1,48).
Se si riconosce un
ruolo di mediatore ad Abramo, come non riconoscere, a maggior ragione, un ruolo
di mediatrice a Maria?
4 - "E da quel momento il discepolo
la prese con sé" (Gv 19,27)
E ora consideriamo
Maria come figura e specchio della Chiesa. In questo capitolo in cui abbiamo
considerato Maria come madre, non proponiamo di imitare Maria, ma sull’esempio
del discepolo, di accoglierla nella nostra vita.
La
frase: "Il discepolo la prese con sé" (eis
tà ìdia) può significare
due cose: la prese "nella sua casa", e la prese "tra le sue cose
più care". Prendere Maria
nella nostra casa significa "fare tutte le proprie azioni per mezzo di
Maria, con Maria, in Maria e per Maria, per poterle compiere in maniera più
perfetta per mezzo di Gesù, con Gesù e per Gesù" (san L. Grignion de Montfort, Trattato
della vera devozione a Maria, n. 257).
Tutto questo non
usurpa il potere dello Spirito Santo perché Maria è uno dei mezzi privilegiati
attraverso cui lo Spirito Santo guida le anime. Il detto "Ad Jesum per Mariam", a
Gesù per mezzo di Maria, è accettabile purché si intenda che lo Spirito Santo
ci guida a Gesù servendosi di Maria. La mediazione creata di Maria, tra noi e
Gesù, va compresa come mezzo della mediazione increata che è lo Spirito Santo.
5 - "Il coraggio che hai avuto..." (Gdt 13,19)
Viene un’ora nella
vita in cui ci occorre una fede e una speranza come quella di Maria; un’ora in
cui Dio ci chiede di sacrificargli il nostro "Isacco", cioè la
persona, la cosa, il progetto che ci è caro, che Dio stesso un giorno ci ha
affidato e per il quale abbiamo lavorato tutta una
vita. Questa è l’occasione che Dio ci offre per mostrargli che egli ci è più
caro di tutto, anche dei suoi doni, anche del lavoro che facciamo per lui. Dio
mise alla prova Maria sul Calvario - come aveva messo alla prova il suo popolo
nel deserto - "per vedere quello che aveva nel cuore" (cfr. Dt 8,2), e nel cuore di Maria trovò intatto e più forte il
sì dell’Annunciazione. Possa egli, in questi momenti, trovare anche il nostro
cuore pronto a dirgli sì.
Ad Abramo Dio
disse: "Perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio,
il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto
numerosa la tua discendenza... Padre di una moltitudine di popoli ti
renderò" (Gen 17,5; 22,16-17).
Lo stesso e ancor
più dice a Maria: Madre di molti popoli ti renderò, madre della Chiesa! Nel tuo
nome saranno benedette tutte le stirpi della terra. Tutte le generazioni ti
chiameranno beata! E come gli Israeliti si rivolgevano a Dio
dicendo: "Ricordati di Abramo, nostro padre!", noi possiamo
dire: "Ricordati di Maria, nostra madre!". E come essi dicevano a Dio: "Non ritirare da noi la tua
misericordia, per amore di Abramo tuo amico" (Dn
3,35), noi possiamo dirgli: "Non ritirare da noi la tua misericordia,
per amore di Maria, tua figlia, tua sposa, tua madre!".
È scritto che
quando Giuditta tornò tra i suoi, dopo aver esposto al pericolo la sua vita per
il suo popolo, gli abitanti della città le corsero incontro e il sommo
sacerdote la benedisse dicendo: "Benedetta tu, figlia, davanti al Dio
altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra... Il coraggio che hai
avuto non cadrà dal cuore degli uomini, che ricorderanno sempre la potenza di
Dio" (Gdt 13,18-19).
Le stesse parole
noi rivolgiamo a Maria: Benedetta tu fra le donne! Il coraggio che hai avuto
non cadrà mai dal cuore e dal ricordo della Chiesa!
VII
"ASSIDUI E
CONCORDI NELLA PREGHIERA CON MARIA,
Negli Atti degli
apostoli, Luca, dopo aver elencato i nomi degli undici apostoli, prosegue con
queste parole tanto care al cuore dei cristiani: "Tutti questi erano
assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria,
Con questo
capitolo ci trasferiamo dal Calvario al Cenacolo; passiamo dal mistero pasquale
al mistero della Pentecoste.
Occorreva che
fossero abbattuti questi due muri, o - se preferite -
colmati questi due abissi, perché lo Spirito potesse riversarsi in noi. E
questo è avvenuto con l’opera redentrice di Cristo.
Con la sua
Incarnazione egli ha abbattuto il muro di separazione della natura, unendo in
se stesso Dio e l’uomo, lo Spirito e la carne; ha creato un ponte
indistruttibile tra Dio e l’uomo.
Con la sua Pasqua
egli ha abbattuto il muro di separazione del peccato. Leggiamo nel vangelo di
Giovanni: "Non c’era ancora lo Spirito perché Gesù non era stato ancora
glorificato" (Gv 7,39). Bisognava che Gesù morisse perché potesse
venire il Consolatore. Morendo per i peccati, Gesù ha abbattuto questo secondo
muro: "Ha distrutto il corpo del peccato" (Rm
6,6).
Ora più nulla
impedisce allo Spirito di effondersi, come difatti avviene con
Tutto ciò ci fa
capire che questo terzo momento del nostro itinerario sulle orme di Maria non è
un’appendice rispetto alle grandi cose contemplate nell’Incarnazione e nella
Pasqua, ma è il mezzo necessario attraverso cui quelle grandi cose diventano
operanti nella nostra vita. È per lo Spirito Santo che noi possiamo imitare
Maria nell’Incarnazione, concependo e dando alla luce Cristo e diventando anche
noi, spiritualmente, sua madre. È per lo Spirito Santo che possiamo imitare
Maria nel mistero pasquale, stando con lei, con fede e speranza, ai piedi della
croce.
1 - Pregare per ottenere lo Spirito Santo
Passiamo a
considerare Maria come figura e specchio della Chiesa. Che cosa ci dice Maria
con la sua presenza al momento della Pentecoste? Volendo mantenerci il più possibile aderenti al testo degli Atti, possiamo
raccogliere l’insegnamento di Maria in tre punti:
1) prima di
lanciarsi per le vie del mondo,
2) alla venuta
dello Spirito Santo ci si prepara soprattutto con la preghiera;
3) tale preghiera dev’essere concorde e perseverante.
Primo:
Agli apostoli che
chiedevano se era quello il tempo della venuta del regno, Gesù disse: "Avrete
forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (At
1,6-8). I discepoli avevano ancora un’idea errata del Regno e della sua venuta.
Con queste parole Gesù fa capire che cos’è il regno e come viene. Essi riceveranno
lo Spirito Santo; con questo Spirito renderanno testimonianza a Gesù, cioè
proclameranno il suo Vangelo; la gente si convertirà, e questo sarà il regno
che viene.
Il seguito del
racconto mostra il puntuale accadere di tutto ciò.
Questo è
chiaramente una specie di paradigma posto all’inizio della narrazione della
storia della Chiesa, per indicare alla Chiesa di tutti i tempi come viene il
Regno, qual è la legge e quali sono i requisiti del suo sviluppo. Esso vale
dunque anche per noi oggi. Non si va in piazza a predicare con frutto senza
passare prima per il Cenacolo ed essere rivestiti di potenza dall’alto. Tutte
le cose della Chiesa o prendono forza e senso dallo Spirito Santo, o sono senza
forza e senza senso cristiano.
Secondo: Al
dono dello Spirito Santo ci si prepara con la preghiera
Gli apostoli non
si sono preparati alla venuta dello Spirito Santo discutendo, ma pregando. Si
ripete dunque ciò che era avvenuto nel battesimo di Gesù: "Mentre Gesù,
ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese
su di lui lo Spirito Santo" (Lc 3,21-22).
Per Luca fu la
preghiera di Gesù a squarciare i cieli e a far scendere lo Spirito su di lui.
Lo stesso avviene
a Pentecoste. Mentre
Saulo "stava pregando" quando il Signore
gli mandò Anania perché riacquistasse la vista e
fosse riempito di Spirito Santo (cfr. At 9,9.11). Dopo l’arresto e la
liberazione di Pietro e Giovanni, la comunità aveva "terminato di
pregare, quando il luogo tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo"
(At 4,31). Quando gli apostoli seppero che
Gesù stesso aveva
legato il dono dello Spirito Santo alla preghiera, dicendo: "Se dunque
voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il
Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!"
(Lc 11,13). Egli stesso aveva pregato per questo: "Io
pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore" (Gv 14,16).
Lo Spirito Santo è
il dono che Dio dà ordinariamente a chi glielo chiede. Dio non impone i suoi
doni, li offre. La preghiera è appunto l’espressione di questa accettazione e
di questo desiderio da parte dell’uomo. È l’espressione della libertà che si
apre alla grazia.
2 - Perseveranti nella preghiera
Terzo: tale
preghiera deve essere concorde e perseverante
È questo il punto che
ci interessa di più. La preghiera che vuole ottenere lo Spirito Santo dev’essere "concorde e perseverante".
Lo Spirito è
comunione; è il vincolo stesso dell’unità sia nella Trinità che nella Chiesa.
San Paolo ci esorta a "conservare l’unità dello Spirito per mezzo del
vincolo della pace" (Ef 4,3). E sant’Agostino scrive: "Se
volete ricevere lo Spirito Santo conservate la carità, amate la verità,
desiderate l’unità" (Disc. 267, 4, PL 38, 1231).
La preghiera di
Maria e degli apostoli era "perseverante". Questa parola è importante
perché è quella che ricorre più frequentemente ogni volta che nel Nuovo
Testamento si parla di preghiera. "Erano assidui nell’ascoltare
l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e
nelle preghiere" (At 2,42); "Siate lieti nella speranza, forti
nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rm
12,12); "Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo
grazie" (Col 4,2); "Pregate incessantemente con ogni sorta di
preghiere e di suppliche nello Spirito Santo, vigilando a questo scopo con ogni
perseveranza" (Ef 6,18). La sostanza di questo insegnamento deriva da
Gesù: "Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza
stancarsi" (Lc 18,1). Pregare a lungo, con
perseveranza, non significa pregare con molte parole (cfr. Mt 6,7). Essere perseveranti nella preghiera significa non smettere
mai di chiedere e di sperare, non arrendersi mai. Significa non darsi riposo e
non darne neppure a Dio: "Voi che rammentate le promesse del Signore,
non prendetevi mai riposo e neppure a lui date riposo,
finché non abbia ristabilito Gerusalemme" (Is
62,6-7).
Ma perché la
preghiera dev’essere perseverante, e perché Dio non
esaudisce subito?
Leggiamo nella
Bibbia: "Prima che mi invochino io risponderò;
mentre ancora non stanno parlando, io già li avrò ascoltati" (Is 65,24). E Gesù stesso dice: "E
Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui,
e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà
loro giustizia prontamente" (Lc 18,7).
Dio ha promesso di
ascoltare sempre e di ascoltare subito le nostre preghiere, e così fa. Siamo
noi che dobbiamo aprire gli occhi. Dio mantiene sempre la sua parola. Nel
ritardare il soccorso, egli già soccorre. E fa questo perché non capiti che ascoltando
troppo in fretta la "volontà" del richiedente, egli non possa
procurargli una perfetta "santità". Bisogna distinguere l’esaudire
secondo la volontà dell’orante e l’esaudire secondo la necessità dell’orante,
che è la sua salvezza. Dio esaudisce sempre e subito secondo la salvezza
dell’orante, non sempre esaudisce secondo la volontà del momento che può non
essere buona.
Guardiamo
all’esempio della cananea. Se Gesù l’avesse ascoltata subito, sua figlia
sarebbe stata liberata dal demonio, ma per il resto tutto sarebbe continuato
come prima! Invece ritardando nell’esaudirla, Gesù ha permesso alla sua fede e
alla sua umiltà di crescere fino a strappargli quel grido: "Donna,
davvero grande è la tua fede!" (Mt 15,28). Ora ella torna a casa e non
trova solo la figlia guarita, ma se stessa trasformata: è diventata una
credente in Cristo. E questo resta per l’eternità. Così avviene quando non si è
ascoltati subito, purché si continui a pregare.
3 - La preghiera continua
Gesù ha detto di "pregare
sempre senza stancarsi" (Lc 18,1). San Paolo
scrive: "Siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa
rendete grazie" (1Ts 5, 16-18). Bisogna superare una certa concezione
ritualistica e legalistica della preghiera, legata a tempi e luoghi
determinati, per farne un atteggiamento di fondo, un orientamento costante,
un’attività spontanea, quasi come il respiro.
Quante volte
bisogna perdonare? Gesù risponde: Sempre! (cfr. Mt 18,22). Quante volte si deve
pregare? Gesù risponde: Sempre! (cfr. Lc 18,1).
Chiedere quante volte al giorno bisogna pregare Dio, sarebbe come chiedersi
quante volte al giorno bisogna amare Dio. La preghiera, come l’amore, non
sopporta il calcolo delle volte. Si può amare con gradi diversi di
consapevolezza, ma non a intervalli più o meno regolari.
Sant’Agostino dice
che l’essenza della preghiera è il desiderio. Se il desiderio di Dio è
continuo, la preghiera è continua. Ora questo desiderio di Dio può rimanere
vivo anche quando facciamo altre cose: "Non è male né inutile pregare a
lungo quando abbiamo tempo, cioè quando non sono impedite altre incombenze di
azioni buone e necessarie, sebbene anche in quelle azioni bisogna
pregare sempre con il desiderio. Infatti il pregare a
lungo non equivale, come credono alcuni, a un pregare con molte parole. Una cosa è parlare a lungo, altra cosa è un intimo e durevole
desiderio... Pregare molto consiste nel suscitare un continuo e devoto impulso
del cuore verso colui che invochiamo" (s.
Agostino, Lettere 130, 10, 19-20).
Come il mare non
si stanca di spingere le sue onde verso la riva, così chi prega non deve
stancarsi di spingere il suo pensiero e l’impulso del suo cuore verso Dio. La
preghiera, come i fiumi carsici, a volte scorre in superficie a volte scorre
invisibile nel cuore. In questo modo, essa può continuare anche nel sonno, come
dice la sposa nel Cantico: "Io dormo, ma il mio cuore veglia" (Ct 5,2).
Questa preghiera
continua è compatibile con qualsiasi professione: è una grazia di Dio ed è una
questione di cuore. Sarebbe però grave errore coltivare la cosiddetta preghiera
continua e non dedicare tempi precisi e specifici alla preghiera.
Scrive
sant’Agostino: "Noi, dunque, preghiamo sempre con desiderio continuo
sgorgato dalla fede, speranza e carità. Ma a intervalli fissi di ore e in
date circostanze preghiamo Dio anche con parole, affinché mediante quei segni
delle cose stimoliamo in noi stessi e ci rendiamo conto di quanto abbiamo
progredito in questo desiderio e ci sproniamo più vivamente ad accrescerlo in
noi" (Lettere 130, 9, 18).
4 - Quando la preghiera diventa fatica e agonìa
Dobbiamo stare
attenti dallo schematizzare la preghiera o dal pensare che una volta scoperto
un certo tipo di preghiera andremo avanti con esso fino alla morte. La
preghiera è come la vita e quindi ha le sue stagioni.
C’è tuttavia una
stagione che non mancherà di arrivare, presto o tardi: l’inverno. Non
illudiamoci. Verrà il tempo in cui la preghiera, come la natura d’inverno,
diventerà spoglia, apparentemente morta. La preghiera allora diventerà lotta, fatica, agonìa. Quando questo
accade, la preghiera non è più acqua che piove dal cielo o scorre in
superficie, ma è un’acqua che bisogna tirare su dal pozzo, con fatica.
Ci sono due tipi
di lotta nella preghiera:
1) la lotta contro
le distrazioni;
2) la lotta con
Dio
Anche i santi
hanno dovuto lottare contro le distrazioni. Santa Teresa
d’Avila scrive: "Mi succede alle volte di non poter formare un pensiero
sensato né su Dio, né su altro buon soggetto, e nemmeno di fare
orazione, pur essendo in solitudine. Sento solo di conoscere Dio.
Il danno mi viene dall’intelletto e dall’immaginazione. La
volontà mi sembra quieta e ben disposta, ma l’intelletto tumultua in tal modo
da sembrare un pazzo furioso che nessuno riesca ad incatenare: non sono capace
di tenerlo fermo neppure per lo spazio di un credo" (Vita, XXX, 16).
In questa
situazione ci si mette in preghiera per godere Dio, contemplare le sue
meraviglie, ascoltarlo, scoprire cose nuove su di lui e su di noi, ma la nostra
mente è dissipata, piena di distrazioni. Così tutta la preghiera si trasforma
in un lotta estenuante contro i pensieri vani e non
c’è via di scampo: bisogna faticare.
Quando dobbiamo
combattere contro le distrazioni, ci occorrono pazienza e coraggio e
soprattutto non dobbiamo cadere nell’errore di credere che è
inutile stare a pregare. Ognuno deve trovare il metodo adatto per sé.
Per alcuni è utile fare brevi preghiere, dette giaculatorie; per altri è utile
recitare lentamente qualche preghiera particolare.
Santa Teresa di
Gesù Bambino scrive: "Qualche volta, se il mio spirito è in aridità
così grande che mi è impossibile trarne un pensiero per unirmi al buon Dio,
recito molto lentamente un Padre nostro e poi il saluto angelico (l’Ave,
Maria); allora queste preghiere mi rapiscono, nutrono molto di più l’anima che se
l’avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte" (Scritto
autobiografico C, n. 318).
C’è
un versetto del Sal 31 che descrive bene ciò che
avviene in questa preghiera: "Io dicevo nel mio sgomento: "Sono
escluso dalla tua presenza".
Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera quando a
te gridavo aiuto" (v. 23).
Poiché non
sentiamo nulla, ci sembra che anche Dio non senta nulla e non ascolti. Egli
invece sta ascoltando più attento e compiaciuto che mai.
Nella
vita dei padri del deserto si legge: "Un giorno il santo
Ma esiste un altro
tipo di lotta nella preghiera, più delicato e difficile: la lotta con Dio. Ne
hanno fatto esperienza tanti uomini della Bibbia. Ne ricordiamo uno per tutti:
Giobbe. Ma questa lotta la conobbe soprattutto Gesù nel
Getsemani: "Giunto sul luogo disse loro: "Pregate, per non entrare
in tentazione". Poi si allontanò da loro
un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: "Padre, se vuoi, allontana
da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma
la tua volontà!" Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo.
In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo
sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra" (Lc 22,40-44).
Ma perché lotta
Gesù? Qui è la grande lezione che dobbiamo imparare. Gesù non prega per piegare
il Padre alla sua volontà, ma per piegare la sua volontà umana alla volontà del
Padre.
Nella Bibbia c’è
una situazione simile a questa, che permette di misurare la differenza tra Gesù
e ogni altro orante. Si tratta di Giacobbe che lotta con Dio (cfr. Gen
32,23-33). Anche questa lotta si svolge di notte, al di là di un torrente - lo Iabbok - come quella di Gesù che si svolge di notte oltre
il torrente Cedron. Ma perché Giacobbe lotta con
l’angelo? Per piegare Dio alla sua volontà. Gesù prega per piegarsi alla
volontà di Dio.
A chi assomigliamo
noi quando preghiamo? Se lottiamo per indurre Dio a cambiare decisione
assomigliamo a Giacobbe; se preghiamo per cambiare noi stessi, a Gesù. Nel
primo caso lottiamo perché ci tolga la croce, nel secondo per essere capaci di
portarla con lui. Ma i risultati delle due preghiere sono diversi. A Giacobbe
Dio non dà il nome che è simbolo del suo potere, ma a Gesù dà il nome che è al
di sopra di ogni altro nome e con esso ogni potere (cfr. Fil 2,11).
5 - La preghiera violenta
Scrive
la beata Angela da Foligno: "È cosa buona e molto gradita a Dio che tu
preghi col fervore della grazia divina, che vegli e ti affatichi nel compiere
ogni azione buona; ma è più gradito e accetto al Signore se venendoti meno la
grazia non riduci le tue preghiere, le tue veglie, le tue buone opere. Agisci senza la grazia, come operavi quando avevi la
grazia... Tu fa’ la tua parte, figlio mio, e Dio farà la sua. La preghiera forzata, violenta, è assai accetta a Dio" (Il libro della beata Angela da Foligno, p. 575).
La preghiera di
Gesù nel Getsemani fu una preghiera violenta: "Egli offrì preghiere e
suppliche con forti grida e lacrime" (Eb 5,7).
In qualunque
situazione veniamo a trovarci vale sempre l’insegnamento di Gesù di pregare
sempre senza stancarsi mai (cfr. Lc 18,1) e l’esempio
di Maria e dei primi cristiani "assidui e concordi nella
preghiera" (At 1,14).
EPILOGO
"IL MIO
SPIRITO ESULTA IN DIO" (Lc 1,47)
Dopo aver
contemplato Maria sulla terra come segno e figura di ciò che
Nella Costituzione
dogmatica sulla Chiesa leggiamo: "La madre di Gesù come in cielo, in
cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio
della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla
terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza
e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore" (LG
68). Secondo il dogma di fede dell’assunzione di Maria in cielo, ella è entrata
nella gloria non solo con il suo spirito, ma integralmente con tutta la sua
persona, come primizia, dopo Cristo, della vita futura.
Maria è il più
chiaro esempio e la dimostrazione della verità della parola della Scrittura: "Se
partecipiamo alle sofferenze di Cristo, parteciperemo anche alla sua
gloria" (cfr. Rm 8,17). Nessuno ha sofferto
con Gesù come Maria e nessuno perciò è più glorificato con Gesù come lei.
Maria nella gloria
del paradiso realizza la vocazione per cui ogni creatura umana è stata creata:
Maria in cielo è pura "lode della gloria" (cfr. Ef 1,14). La
"lode della gloria" è la presa di coscienza ammirata del fatto che
Dio è glorioso. Noi contempliamo Maria nella gloria perché essa è l’immagine e
il pegno di ciò che un giorno tutta
Che parte abbiamo
noi ora nel cuore e nei pensieri di Maria? Di Gesù risorto è detto che "vive
intercedendo per noi" (cfr. Rm 8,34). Gesù
intercede per noi presso il Padre; Maria intercede per noi presso il Figlio.
Giovanni Paolo II dice che "la mediazione di Maria ha un carattere di
intercessione" (Enc. Redemptoris Mater, 21).
Ella è mediatrice
nel senso che intercede. La sua potenza di intercessione si fonda sul suo amore
per Dio. Se Dio ha promesso di dare tutto ciò che noi gli chiediamo "secondo
la sua volontà" (cfr. 1Gv 5,14), tanto più egli
fa tutto ciò che Maria chiede, perché ella chiede solo ciò che è secondo la
volontà di Dio. Quando una creatura vuole tutto ciò che Dio fa,
Dio fa tutto ciò che tale creatura vuole.
Come in tutti i capitoli
di questo fascicolo, concludiamo con l’imitazione. Se amiamo, imitiamo. Non c’è
frutto migliore dell’amore che l’imitazione. Tutto il nostro cammino con Maria
voleva essere un modo di imitarla, di prenderla come guida esperta nel cammino
verso la piena trasformazione in Cristo e verso la santità. E così sia!