L'INCARNAZIONE
Pedron Lino
Indice:
1) Il Progetto di Dio: farsi uomo
2) Il
Progetto dell’uomo: diventare Dio
3) Gesù
Cristo: incontro tra Dio e l’uomo
MANIFESTAZIONE DELLA
BONTÀ DI DIO E DEL SUO AMORE PER GLI UOMINI (cf. Tt 3,4)
1)
Il Progetto di Dio: farsi uomo
Il Natale rivela
il progetto che Dio si era proposto. Dio ha voluto
comunicarsi completamente a un altro essere differente
da lui. Si è degnato darsi in dono a qualcuno. Dio non ha
voluto rimanere unicamente Dio. Il creatore ha deciso di farsi anche
creatura. Non ha inteso comunicare solamente il suo bene, la sua
verità, la sua bellezza. Egli ha inteso fare qualcosa di molto più grande. Ha
voluto donarsi: Dio dà se stesso. E per dare se stesso
è necessario che esista qualcuno differente che lo possa ricevere.
Questo qualcuno
capace di ricevere Dio è l’uomo. Nell’ebreo Gesù di Nazaret
è presente Dio in assoluto. L’uomo possiede dunque senso pieno solo in quanto
abitazione di Dio. È per questo che è stato creato.
Nel suo fratello Gesù di Nazaret l’uomo trova il
senso e la realizzazione piena della propria
esistenza, pensata e voluta per ospitare Dio.
Il Verbo si è fatto carne nel seno della Vergine Maria e da lei è nato
l’uomo - Dio. Colui che nessuno aveva mai visto, colui
che gli uomini supplicavano "Signore mostraci il tuo volto",
si è mostrato così com’è. Rimanendo il Dio che era da sempre, ha iniziato ad
essere uomo.
Dio non è rimasto
nel suo mistero indecifrabile; è uscito dalla sua luce
inaccessibile per venire nelle tenebre umane. Non è rimasto nella sua
onnipotenza eterna; è penetrato nella fragilità della creatura.
Nel presepio si
sono manifestati "la bontà di Dio, nostro salvatore, e il suo
amore per gli uomini" (Tt 3,4). Dio diventa
uomo, si mostra così com’è: il nostro Dio è piccolo perché è grande nell’amore.
Egli ha voluto essere realmente come uno di noi, come me, come te, fuorché nel
peccato: un uomo limitato che cresce, che impara e interroga, che ascolta e
risponde. Dio non ha assunto un’umanità astratta. Sin dal primo momento del suo
concepimento, egli si è fatto Gesù di Nazaret, un
uomo di razza e di religione ebrea. È cresciuto e maturato dentro gli angusti
confini della Palestina, nel ristretto ambiente umano di un paesino sperduto.
Non sapeva né il greco, né il latino, ma parlava l’aramaico
con l’accento della Galilea. Ha sentito l’oppressione delle forze di occupazione del suo paese, ha conosciuto la fame, la
sete, la solitudine, le lacrime per la morte dell’amico, la gioia
dell’amicizia, la tristezza, la paura, le tentazioni, lo spavento di fronte
alla morte. È passato attraverso la notte oscura dell’abbandono di Dio.
Tutto questo Dio
ha preso su di sé in Gesù Cristo. Nulla gli è stato risparmiato. Ha assunto
tutto ciò che è autenticamente umano, come l’ira giusta e la sana allegria, la
bontà e la durezza, l’amicizia e il conflitto, la vita e la morte. Il Natale ci
mostra di che cosa Dio è veramente capace. Egli può farsi realmente altro, un
uomo come noi, senza cessare di essere Dio.
La fede cristiana ci insegna che Dio è amore: amore nella sua pienezza
originaria ed eterna. È quindi un amore che non ha origine da altri ed è
origine di ogni altro. Tale amore si comunica, esce da
sé, si dona senza limiti e senza riserve. Da questa pienezza di
autodonazione sorge il Verbo come espressione
assoluta del mistero dell’amore. Il mistero dell’amore si chiama Padre, la sua
espressione assoluta Figlio. Dio non ha nient’altro da dare che se stesso. Quando Dio si dà è Padre. Ciò che scaturisce da questa
donazione è il Figlio. Nel Figlio si esprimono e si concretizzano tutta la
verità, la bontà, la bellezza e l’infinita ricchezza d’essere del Padre. Qui
tutto è infinito ed eterno.
Nel Figlio il
Padre esprime anche tutta la ricchezza, la bellezza, la bontà, la verità finite
e temporali che possono essere create. Il Padre si rispecchia in tutta la
creazione e poiché tutto è stato creato nel Figlio, tutto rispecchia pure il Figlio. Così tutta la creazione, materiale e spirituale,
presenta le tracce del Padre e del Figlio. Tutte le cose possiedono una
caratteristica paterna e filiale. Tutti sono figli e figlie, fratelli e sorelle
insieme con il fratello maggiore, il Figlio eterno,
nella casa del Padre.
Tra tutti gli
esseri filiali c’è una specie che è, per eccellenza, l’immagine del Padre e del
Figlio: l’uomo. Ogni uomo rispecchia, in un modo personale, unico e irripetibile, il Padre e il Figlio. Ma
tra questi uomini ce n’è uno che Dio ha predestinato ad essere sua Immagine
totale nella creazione, rivelazione assoluta del Padre e del Figlio
nella storia: Gesù di Nazaret. Il Figlio eterno ha
voluto unirsi a lui perché potesse amare Dio, fuori di Dio, come Dio ama; per
poter essere finito rimanendo Infinito, per poter essere creatura senza
cessare di essere Dio creatore.
Gesù è stato il
primo nell’intenzione di Dio, anche se non è stato il primo nell’esecuzione.
Adamo era già immagine di Cristo, perché Dio lo ha plasmato pensando a Cristo.
Il progetto di Dio
è dunque farsi uomo. Duemila anni fa questo progetto è diventato realtà
concreta. Nel Natale celebriamo e attualizziamo questo evento
di dolcezza umana e divina. Dio possiede dunque un’umanità che, nel disegno
divino, è eterna. L’umanità è espressione temporale del Figlio eterno. Dire che
il Figlio si è fatto uomo non significa che il Figlio ha smesso di essere Figlio. Non significa neppure che il Figlio rimane
Figlio e che l’umanità gli si è aggiunta come puro strumento di manifestazione
e di azione. No, l’umanità di Dio non è un
travestimento col quale Dio ci dà l’impressione di assumere la nostra
condizione, ma in realtà continua a rimanere nella sua luce inaccessibile senza
comunicarsi. Il fatto che Dio è diventato uomo esprime qualcosa di Dio stesso.
Dice che egli si è fatto nostro prossimo, ha dato pienamente se stesso nella
creazione e nel tempo.
In questo modo
l’umanità di Gesù è veramente l’umanità di Dio e la divinità di Gesù è di fatto la divinità dell’uomo. Chi parla con Gesù parla con Dio, chi lo incontra, incontra Dio, chi lo ascolta
e lo comprende, ascolta e comprende Dio. L’umanità di Gesù significa
la presenza totale di Dio nel mondo, significa la dedizione totale
dell’amore del Padre per l’uomo.
Grande cosa dev’essere l’uomo
perché Dio ha voluto essere uomo. Se l’uomo è la più grande
comunicazione di Dio nella creazione, Gesù è il culmine della comunicazione di
Dio nella storia. È per consentire la realizzazione
del progetto di Dio che l’uomo è stato pensato e voluto dall’eternità e posto
nel tempo con la creazione. Gesù Cristo, Dio e uomo, è il progetto divino
totalmente realizzato.
Da questa
meditazione si deduce che il Figlio con l’incarnazione non ha raggiunto
soltanto la santa umanità di Gesù di Nazaret. Egli ha
toccato in qualche modo tutti gli uomini. Ognuno di
noi, nel disegno eterno, è stato fatto dal Figlio, per lui, con lui e in lui.
Siamo tutti figli nel Figlio. Entrando nella storia e
assumendo l’umanità concreta di Gesù, egli ha assunto in certo modo tutti noi
che partecipiamo di questa umanità. Il Concilio
Vaticano II facendo eco alla grande tradizione della
fede, insegna: "Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo
modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria
Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché
nel peccato" (GS 22). In tal modo siamo tutti fratelli di Gesù Cristo.
Ogni uomo è suo rappresentante. Ogni persona traduce un aspetto originale del
Figlio eterno. L’uomo è veramente una realtà sacra. Chi gli fa violenza, fa violenza al Figlio di Dio, chi lo ama e lo accoglie, ama
e accoglie Dio stesso (Mt 25,40). È stato così fin
dall’inizio dell’esistenza dell’uomo e sarà così fino alla fine. Il Figlio
riempie della sua presenza tutta la storia: "Veniva nel mondo la
luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel
mondo... Venne tra la sua gente" (Gv
1, 9-11). Il Natale cominciava ad essere preparato e il Figlio avviava
il suo processo di incarnazione con la creazione del
mondo e in maniera decisiva con la creazione dell’uomo. Perciò
la storia è gravida di Cristo.
Egli è cresciuto a
poco a poco fino a squarciare il velo della invisibilità
e comparire in tutta la sua aperta evidenza.
Nella sua terza
omelia sul Natale, san Leone Magno (+461) insegnava "Sin dalla
creazione del mondo, Dio ha costituito un unico principio di salvezza per
tutti. La grazia di Dio, per la quale tutti i santi sono stati giustificati, è aumentata ma non ha avuto inizio con la nascita di Cristo; e
questo mistero di grande misericordia che riempie ora il mondo intero è già
stato efficace nei suoi simboli: l’hanno raggiunto sia quelli che ne hanno
accolto la promessa, sia quelli che l’hanno ricevuto quando ci è stato dato...
Smettano dunque di lamentarsi coloro che, con empia mormorazione, criticano il
piano divino sotto il pretesto del ritardo nel tempo per la nascita del
Signore, come se non fosse stato concesso nei tempi passati ciò che si è
realizzato nell’ultima età del mondo." (III
Sermone, 4). Cristo possiede una portata cosmica. La festa del Natale non è
unicamente la festa della nostra storia, ma di tutta la storia,
non solo dei cristiani, ma di tutti gli uomini. In tutti i
figli continua a nascere il Figlio eterno di Dio e nostro fratello Gesù
Cristo.
•••
L’evangelista
Giovanni ci dice che "Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di
lui niente è stato fatto di ciò che esiste... Egli era
nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui" (Gv
1. 3-10). Non è solo l’umanità ad essere compenetrata dal Figlio; anche
l’universo intero e, in qualche modo, il suo corpo. Con l’incarnazione "la
carne non è più terrena; è carne verbificata
(fatta Verbo)", afferma arditamente s. Atanasio (Contra
Arianos 3, 34). Con il Figlio la
filiazione ha invaso il mondo. Lo stesso sant’Atanasio (+373) insegna qualcosa
di più: con l’incarnazione "il Figlio nobilita tutta la creazione...
rendendola divina e trasformandola in Figlio e così la conduce al Padre"
(Ad Serapionem 1, 25). C’è
dunque un carattere filiale e fraterno in tutta la creazione, e non solamente
nella sfera umana. C’è una cristificazione in atto
nella materia. Tutto ciò che esiste è in rapporto con il Figlio di Dio in
quanto siamo tutti fratelli del Figlio primogenito. San Giovanni Damasceno (+749) predicava: "Il Padre si è
compiaciuto di realizzare l’unione di tutti gli esseri nel suo Figlio unico.
Essendo infatti un microcosmo, l’uomo unisce in
sé tutte le realtà visibili e invisibili; è piaciuto al Signore, che ha creato
e governa tutte le cose, unire nel suo Figlio unico e consostanziale
la divinità all’umanità e, attraverso questa, all’insieme di tutte le creature
affinché Dio fosse tutto in tutto" (PG 96).
A causa di questa
visione cosmica dell’incarnazione di Dio, la liturgia antica della Chiesa
cantava: "Pieni di gioia per la nascita di Cristo, le montagne e le
colline si inchinano e gli elementi del mondo, con
gaudio ineffabile, eseguono in questo giorno una melodia sublime" (PL
86). È la celebrazione cosmica che sfugge agli occhi e agli orecchi sensibili,
ma è percepita dalla fede. Sappiamo che il mondo è stato definitivamente
visitato da Dio. La creazione si rallegra, canta ed è in estasi per l’ospite
divino. Siamo tutti cristificati. Siamo fratelli. San
Francesco l’aveva capito bene e lo ha mirabilmente
manifestato nel Cantico delle Creature.
Il Natale è la
festa dei doni perché Dio ci ha dato un dono che non ha prezzo: ci ha dato se
stesso in un bambino.
2) Il Progetto dell’uomo: diventare Dio
Chi è l’uomo?
Diceva Pascal: "L’uomo è una canna pensante,
fragile, così fragile che basta una goccia d’acqua per
ucciderlo. Ma egli è l’unico essere della creazione consapevole di essere fragile. Risiede qui la sua grandezza. Il cosmo
può essere infinitamente più grande dell’uomo; ma un unico atto d’amore vale
più di tutta la mole dell’universo". Solo lui può essere
l’infinitamente complesso della creazione. Solo l’uomo può dare un’anima ai
pianeti e starsene alla finestra e mettersi in ascolto delle stelle e amarle.
Solo lui può dare una coscienza al passato, al presente e al futuro
dell’universo e offrirli a Dio. Egli non è un nanetto
insignificante nel cosmo. È invece quel centro capace di sintetizzarne le
grandezze e di cantarle. A differenza dell’animale, l’uomo è aperto alla
totalità del mondo e ha bisogno di creare sempre il suo mondo. Solo lui è
capace di creare e trasformare, di progettare e produrre cultura. Egli non è
solamente quello che la natura ha fatto di lui; è molto più di quello che egli
stesso ha fatto di sé. Egli è un’apertura totale. Fin dove può arrivare? È il
suo mistero, la sua grandezza.
L’uomo nonostante
tanti condizionamenti interiori ed esteriori è libero.
La storia del peccato, dell’odio, del crimine, dell’avversione,
dell’oppressione umilia realmente l’uomo; ma tutto questo non elimina la sua
grandezza. Da umiliato può trasformarsi in umile: riconosce i suoi errori,
perdona e invoca perdono e si affida ad un Essere superiore capace di liberare
la sua libertà prigioniera. Signore di tutto, l’uomo può farsi servo nella
libertà e nell’amore. È il suo mistero e la sua
grandezza.
Chi è l’uomo? È
miseria ed è grandezza. E la sua grandezza è tanto più
eccelsa quanto più nasce dalla sua stessa miseria. Fondamentalmente egli si
presenta come un interrogativo aperto. È desiderio di pienezza, nostalgia
infinita, grido lanciato agli immensi spazi vuoti. Cerca l’Infinito e non trova che esseri finiti. Cerca l’Amore assoluto ed è sempre
alle prese con tentativi che esasperano ancor più la sua ricerca. In fondo il grande problema dell’uomo è uno solo: essere come Dio,
completo, assoluto, eterno, infinitamente realizzato. Troverà compimento questa utopia? Troverà pace il cuore perennemente inquieto
dell’uomo?
•••
Ma non solo l’uomo va in cerca della sua pienezza
ardentemente desiderata. La creazione intera sta camminando attraverso i secoli
passando da forme imperfette a forme più perfette,
sempre in ascesa, mossa da una forza segreta che le fa cercare strade di
superamento e di convergenza. Quale polo la attira? Quale molla la fa andare
avanti? San Paolo ci ricorda che "la creazione geme e soffre fino ad
oggi nelle doglie del parto" (Rm 8, 22)
perché "nutre la speranza di essere lei pure
liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della
gloria dei figli di Dio" (Rm 8, 21).
Il cosmo si sente
un organismo privo di testa, in uno stato di fondamentale imperfezione. Ed ecco che Dio ha ascoltato i gemiti e le voci di tutti i secoli e
di tutti gli esseri. Il corpo di tutto ciò che esiste nel cielo e sulla
terra ha ottenuto finalmente la sua testa vera: "Dio ci ha fatto
conoscere il mistero della sua volontà...; il disegno
cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle
della terra" (Ef 1, 9-10). E questo è avvenuto quando nacque sulla nostra terra il Verbo della
vita nel quale tutto è stato fatto, verso il quale tutto è in cammino e nel
quale tutti poniamo le nostre supreme speranze. Con il Natale di Cristo è
arrivato a noi il momento sommo delle nozze di Dio con tutta la creazione.
Quando con voce
tremante di sacra emozione professiamo che il Verbo si è fatto carne, diciamo
di credere che il progetto dell’uomo di essere Dio si
è concretizzato, l’utopia del desiderio è diventata "topia"
della realtà: l’incarnazione rappresenta la storicizzazione
dell’essenziale e suprema aspirazione della natura umana. In Gesù Cristo l’uomo
è approdato pienamente in Dio. Solo adesso trova pace il suo cuore inquieto. Perciò gli angeli possono cantare: Gloria a Dio nel più alto
dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama. Quando
davanti al presepio professiamo che il Verbo si è fatto carne, diciamo di
credere che l’uomo è arrivato a Dio perché Dio per primo è arrivato all’uomo.
E Dio è arrivato all’uomo perché nell’uomo c’era, già
creata da Dio stesso, un’apertura infinita. L’uomo era un vuoto che attendeva
di essere colmato. Ecco che con l’incarnazione di Dio
l’apertura è stata totalmente riempita e il vuoto colmato. Così l’uomo è
diventato Dio perché Dio è diventato uomo. Il mistero
dell’incarnazione viene a decifrare il problema umano. Ce lo
insegna il Concilio Vaticano II: "In realtà solamente nel mistero del
Verbo incarnato trova luce il mistero dell’uomo... Cristo, che è il nuovo
Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche
pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione" (GS
22).
L’altissima
vocazione dell’uomo si compie là dove l’uomo supera infinitamente l’uomo, cioè dove l’uomo diventa Dio. La divinizzazione costituisce
il senso della ominizzazione.
Ma l’uomo raggiunge tale meta non esasperando il suo
desiderio e la sua volontà di potenza, ma per opera e grazia dello stesso Dio
che si è fatto uomo di sua iniziativa. Facendosi uomo, Dio non ha mutilato l’uomo. Il progetto di Dio non distrugge, ma sublima il
progetto umano. Il voler-essere-uomo
di Dio fonda il voler-essere-Dio dell’uomo. L’uomo
divinizzato è ancora più uomo. Dio innanzi tutto è
ancora più Dio (per noi). L’incarnazione definisce il
modo con cui Dio ha voluto essere condiscendente nei confronti dell’uomo:
rispettando tutto ciò che è umano, prendendo su di sé tutto ciò che costituisce
la nostra condizione storica, eccetto il peccato. Il modo della sua condiscendenza
risiede pertanto nell’umiliazione, nell’accettazione, nell’abbassamento, nel
silenzio. Non è entrato nel mondo in maniera strepitosa:
tutto è avvenuto ai margini della storia ufficiale, fuori dalla città, nel
cuore della notte, in una grotta destinata agli animali. Dio non volle apparire
come Dio, ma come uomo. Volle la soddisfazione totale
dell’uomo.
Gesù nel quale Dio
donò totalmente se stesso si presenta come il vero
Adamo e l’uomo nuovo. Anche l’uomo deve usare la
medesima logica di Dio, quella dell’ultimo posto dell’umiltà,
dell’abbassamento, del distacco dal proprio io, se vuole che in lui non appaia
l’uomo ma Dio. E questo Dio l’uomo non lo trova fuori
di sé e del proprio mondo, ma in se stesso, nella propria carne e nel cuore del
suo mondo.
Quando professiamo che il Verbo si è fatto carne, diciamo di
credere che Colui che era da sempre nel mondo (Gv 1,
10), Colui che era la luce vera che illumina ogni uomo in tutti i tempi (Gv 1, 9), Colui che era presente là dove si diceva la
verità, si viveva l’amore, si stabiliva una comunicazione fraterna, Colui che
agiva in maniera anonima nella storia conducendola segretamente nella direzione
intesa dal progetto misterioso di Dio, ora si è rivelato pienamente, si è fatto
conoscere per nome e si chiama Figlio di Dio, il Verbo eterno, Gesù Cristo.
Verità, rivelazione, amore, perdono, comunione fraterna non sono
più sostantivi astratti; sono diventati realtà concrete; hanno preso corpo;
hanno assunto una personalità; si chiamano Gesù Cristo, Figlio eterno di Dio e
nostro fratello carnale.
Il Dio che un
giorno assunse il mondo facendosi uomo e creatura, non
l’ha mai più abbandonato. Ogni giorno è Natale perché ogni
giorno porta dentro di sé il Figlio di Dio incarnato. Egli è nella comunità dei
fedeli, è nei suoi sacramenti, è nelle sue parole
sacre, è nel cuore degli uomini di buona volontà, è in tutto il mondo in
cammino verso la parusia. L’incarnazione si prolunga,
il Verbo perpetua la sua azione nella storia, Gesù Cristo continua a nascere
nella vita degli uomini.
Quando
professiamo con gioia inaudita che il Verbo si è fatto carne, diciamo di
credere che Dio si trova totalmente in mezzo a noi. Egli è venuto per sempre. Si chiama Gesù di Nazaret. È per mezzo di questo bambino che Dio ha detto
definitivamente al mondo e all’universo: Io ti amo. Con Gesù è sbocciato dentro
e fuori di noi il senso ultimo. In questo bambino il mondo e l’uomo sono
arrivati a buon fine: sono approdati a Dio.
3) Gesù Cristo: incontro tra Dio e l’uomo
Gesù Cristo si
presenta come l’incontro dell’uomo che va alla ricerca di Dio e di Dio che va alla ricerca dell’uomo. Egli è il crocevia dove
la strada discendente di Dio si interseca con la
strada ascendente dell’uomo.
In lui è presente
il "vero uomo," in tutto uguale a noi
fuorché nel peccato. In lui c’è la nostra ansia e nostalgia infinita di incontro totalmente appagante; in lui si fa sentire senza
attenuazioni tutta la nostra fragilità e povertà; in lui sono presenti le
nostre lacrime a causa della passione dolorosa del nostro mondo; in lui sono
presenti le nostre gioie con la loro soddisfazione temporanea e passeggera; in
lui è la nostra piccolezza umana legata alle ristrettezze di un mondo
travagliato da ogni sorta di interessi contraddittori; in lui è la nostra vita
che è mortale e che va consumandosi irresistibilmente, causandoci l’insicurezza
e la paura che precedono la sorpresa del grande incontro. In lui è presente
"il vero Dio" che viene a saziare il nostro desiderio infinito
di incontro, che prende su di sé la nostra fragilità,
che arricchisce la nostra povertà, che asciuga le nostre lacrime, che ci colma
di gioia indicibile, che divinizza la nostra piccolezza e dona immortalità alla
nostra vita morta.
Il progetto umano
è assunto nel progetto divino; il progetto divino
compenetra il progetto umano. Il Bambino che giace nella mangiatoia è il
sacramento dell’incontro tra divinizzazione e
umanizzazione. Adesso, come bambino, non può ancora mostrare tutto ciò che significa quando Dio entra nella carne umana e cosa significa
quando l’uomo è portato nell’intimità di Dio. Il processo dell’incarnazione ha
avuto inizio con il concepimento di Gesù, si sviluppa nella sua nascita, si intensificherà lungo tutta la sua vita fino a culminare
nella risurrezione.
Tutto viene gradualmente assunto da Dio: le angustie del seno
materno, tutte le manifestazioni della vita del piccolo embrione, il vagire del
neonato, i suoi primi balbettamenti, i suoi pensieri, la crescita problematica
dell’adolescente, le sue decisioni di adulto, i conflitti con la situazione del
suo tempo, tutta la sua vita e la sua morte. Tutto è assunto da Dio, nella
misura stessa in cui si svolge l’esistenza dell’uomo Gesù di Nazaret. Più Gesù era Dio, e più
Dio era in Gesù. Quanto più Gesù si inabissava in Dio,
tanto più rimaneva e diventava uomo, in quanto l’uomo è tanto più uomo quanto
più è capace di essere nell’altro. Essendo totalmente in Dio,
che è l’assolutamente Altro, Gesù diventa totalmente uomo.
Più Dio era nell’uomo Gesù, più si manifestava. Più l’uomo Gesù era in Dio, più si divinizzava. Dio era a tal punto in Gesù
da identificarsi con lui. Gesù era a tal punto in Dio da identificarsi con lui.
Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio.
Il Natale non ci
rivela solamente il senso ultimo della vita, la divinizzazione,
ma ci rivela anche un nuovo volto di Dio. Il Natale ci fornisce la chiave per
decifrare alcuni misteri profondi della nostra esistenza: il dolore,
l’umiliazione, la piccolezza, la sofferenza... Dio non risponde al perché della
sofferenza: egli soffre insieme a noi. Non risponde al
perché del dolore: egli si è fatto l’uomo dei dolori. Non risponde al perché
dell’umiliazione: egli si umilia. Non siamo più soli nella nostra solitudine
immensa: egli è con noi. Non siamo più solitari, ma
solidali. Il Natale ci racconta la storia di un Dio che si è fatto bambino, che
invece di rispondere con delle parole, vive una risposta mettendosi al nostro
fianco e al nostro livello. La ristrettezza del nostro
mondo nel quale Dio è entrato ha una via d’uscita benedetta
e una conclusione felice.
Vale la pena di essere uomini. Dio ha voluto essere uno di noi. Non siamo
un gregge condannato né una massa anonima, senza direzione e destinazione. Dio
non assiste impassibile alla tragedia umana. Egli entra in essa.
Vi partecipa e ci rivela che vale la pena vivere la vita così come la viviamo: monotona, anonima, faticosa; fedeli nella lotta per
essere ogni giorno migliori, esigenti nella pazienza verso noi stessi e verso
gli altri, forti nel sopportare le contraddizioni e saggi nel ricavare una
lezione utile per la vita. Tutte queste manifestazioni di vita sono state
assunte dal Verbo di Dio. Dio si è manifestato in questa umanità
così concreta.
Il cristianesimo
annuncia l’umanità, la benevolenza e l’amore di Dio per gli uomini. Accogliamo
e viviamo la nostra esistenza con gioia, come Cristo l’ha accolta in sé.
Cerchiamo di essere affabili, benevoli, contenti,
dolci, sinceri e affettuosi: Dio stesso lo ha sperimentato e ci ha mostrato che
tutto ciò è possibile.
Guardiamo le donne
con rispetto e vediamo a fondo la loro realtà: scopriamo in esse
un simbolo della Vergine Maria.
Guardiamo in
profondità il nostro prossimo e ricordiamoci che è fratello di Cristo e fratello nostro.
Abbracciamo i
nostri figli come se abbracciassimo il Figlio Gesù che
il Padre ci ha donato.
Concludiamo con una preghiera:
Gesù, che sei
stato bambino,
donaci un’anima da bambino
per poter essere semplici, contenti,
fiduciosi e pieni di tenerezza e di affetto
verso tutti gli uomini, nostri fratelli,
e verso tutti gli esseri della tua creazione.
Tu che sei Figlio di Dio e hai assunto
e consacrato ogni cosa
e ti sei fatto nostro fratello
per tutti i secoli dei secoli. Amen.