IL CREDO (Pedron Lino)
IL SIMBOLO DEGLI APOSTOLI
Io credo in Dio, Padre onnipotente
creatore del cielo e della terra,
e in Gesù Cristo, suo unico figlio,
nostro Signore;
il quale fu concepito di Spirito santo,
nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato,
fu crocifisso, morì e fu sepolto,
discese agli inferi,
il terzo giorno risuscitò da morte,
salì al cielo,
siede alla destra di Dio Padre onnipotente;
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.
Credo nello Spirito santo,
la santa Chiesa cattolica,
la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne,
la vita eterna. Amen.
INTRODUZIONE
- Che cosa credono, esattamente, i cristiani?
- Qual è il contenuto fondamentale della loro fede?
- La fede è solo un fascio di credenze o l’adesione personale e vitale a Dio?
- Qual è la buona notizia (vangelo) che dobbiamo vivere e annunciare agli
uomini d’oggi?
- Possiamo continuare a parlare del Dio vivo usando un linguaggio morto che
l’uomo del XXI secolo non comprende più?
È necessario che
interpretiamo nuovamente e riesprimiamo la fede
eterna con le immagini, le idee e il linguaggio familiari alla gente del nostro
tempo, con le parole di tutti i giorni: questo significa predicare il vangelo
ad ogni creatura (cf. Mc 16,15) perché tutti sentano
annunciare nella propria lingua le grandi opere di Dio (cf.
At 2,11).
Occorre
concentrare il contenuto della fede, annunciare il nocciolo centrale del
cristianesimo: Dio Padre, Gesù Cristo, lo Spirito santo.
Dio Padre, Gesù
Cristo, lo Spirito santo sono persone. La fede quindi non è un elenco di
affermazioni, di dogmi; è l’incontro con Qualcuno, il legame personale e vitale
con Qualcuno, l’introduzione in un mistero.
Il mistero non è
una porta chiusa contro la quale sbattiamo la testa, ma è l’apertura su una
realtà talmente grande che non riusciamo a comprendere e a godere pienamente,
una realtà inesauribile. L’uomo è immerso nell’infinito oceano del mistero di
Dio: "In lui, infatti, viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (At
17,28).
Dio è Qualcuno:
questa è la migliore traduzione dell’"Io credo in Dio".
Dio ha voluto
farci sapere che egli è Qualcuno che vive, che agisce, che ama. Sappiamo che
questo Dio è con noi sempre (Mt 28,20) e che noi saremo sempre con lui (Gv
14,2-3; 1Ts 4,17).
Su questo Qualcuno
possiamo impostare uno studio scientifico: ne risulterà un dossier esatto e
completo. Ma di questo Qualcuno possiamo fare anche l’incontro personale, un
incontro d’amore fino alle estreme conseguenze.
Trattandosi di
Dio, nel primo caso si fa dell’istruzione religiosa e della teologia; nel
secondo, scopriamo un amore, un amore attuale, per l’oggi, per la vita, per la
morte, per l’eternità.
Non serve fare
studi su Dio, fare sintesi sui contenuti della fede se prima non abbiamo
incontrato nella fede questo Qualcuno che si manifesta
nella nostra vita, nella nostra storia, nella nostra esperienza di uomini.
Qualcuno che risponde anche all’incredulo nella sua inquietudine, al sofferente
nel suo tormento. Qualcuno che ama tutti per primo (1Gv 4,19).
Un Dio dei
filosofi e dei sapienti, un Dio teorico e lontano, fuori dalla storia e
dall’esperienza umana, non esiste. E se anche esistesse non ci interesserebbe.
Certo, esiste una
scienza della religione cristiana, ma la fede è più che una scienza: è una
vita. Esiste una dottrina cristiana, ma è una dottrina di vita. Esiste una
conoscenza, ma è la conoscenza di Qualcuno. Pertanto possiamo istruirci solo
seguendo un metodo di vita, che parta dalla vita e vada alla vita per viverne
concretamente.
Un amore nasce e
cresce non accumulando conoscenze su qualcuno, ma approfondendo la conoscenza
di qualcuno, frequentandolo spesso e a lungo. Frequentare Dio, ascoltare la sua
parola, sperimentare la sua presenza, pregarlo: questo è il metodo di ogni
catechesi. Amarlo per comprenderlo meglio, comprenderlo per amarlo di più.
Chi recita il "Credo"
non elenca idee astratte, ma richiama delle Persone, dei fatti, una storia, le "opere
di Dio", dalla creazione sino alla fine dei tempi: un impegno divino
in nostro favore, per amore. Al centro di tutto stanno la morte e la
risurrezione di Gesù Cristo. Questo è il fatto essenziale, la meravigliosa
notizia che deve essere gridata a tutti perché costituisce l’atto stesso della
salvezza.
Questo fatto
capitale si presenta come un avvenimento storico debitamente constatato, occupa
il centro del cherigma (ciò che si "grida" innanzitutto,
quando si annuncia la buona novella) di cui veramente costituisce l’essenziale.
Il "credo" può essere diviso
in tre parti:
prima parte: Dio-Amore, Dio-Padre, fonte della vita, che dona il
Figlio suo;
seconda parte: Gesù
Cristo, crocifisso e risorto;
terza parte: Il
Padre e il Figlio che donano lo Spirito, fondano
Sono tre tappe
storiche che possono essere facilmente riferite alle tre persone della Trinità:
al Padre creatore, al Figlio salvatore, allo Spirito santificatore.
1
IO CREDO IN DIO
Tutti sono
credenti, tutti un po’ increduli. La frase famosa "credo solo quello
che vedo" è falsa e contraddittoria. Quando si vede non c’è più
bisogno di credere, si constata. Ma non si può vedere tutto e constatare tutto.
Ecco allora la necessità della fede: si crede perché lo dice uno che ha visto,
sentito, constatato. E non è possibile vivere diversamente. Si crede alla
moglie, al giornale; si crede in Dio, nel vangelo...
Certo, ognuno dice
la sua. "Dio esiste, io l’ho incontrato" dice il credente. "Dio
non esiste, non l’ho mai incontrato" dice l’altro. Ora i cristiani
affermano che Dio si è manifestato, che continuamente si rivela, parla,
risponde alla domanda che arde nel cuore dell’uomo. È la rivelazione: parola di
Dio all’uomo per farsi conoscere dall’uomo.
Dio si rivela
nella creazione. Tutto l’universo delle cose visibili
è segno e manifestazione di intelligenza, di bontà, di amore. Per molti tutto
questo dà origine a una fede rudimentale: la fede di chi crede a Dio, ossia
crede che Dio esiste e che deve essere adorato.
Dio, innamorato
dell’uomo sua creatura, ci parla soprattutto attraverso la sua presenza nella
storia umana. La rivelazione giudeo-cristiana completa lo svelarsi di Dio al
mondo: Dio è Qualcuno. La storia lo tocca con mano nel corpo stesso di Gesù
Cristo nel quale abita tutta la pienezza della divinità (Col 2,9). Di
conseguenza non si tratta più di credere a Dio, alla sua esistenza, ma
di credere in Dio che parla e si rivela. Per credere a qualcuno basta
vederlo o sentirne parlare. Per credere in qualcuno è necessario che
egli ci ami e che noi lo contraccambiamo almeno un poco.
Chi vuole
conoscere le tappe di questa presenza di Dio nella nostra storia umana apra
La fede in Dio non
è un fatto che si impone universalmente e obbligatoriamente. Di fatto esistono
credenti e non credenti e i loro rapporti non sempre sono improntati a rispetto
e ad amore vicendevole. Molti credenti pensano che ogni persona onesta può conoscere Dio senza esitazione e difficoltà e concludono
dicendo che gli atei sono o degli stupidi o dei disonesti. A favore della loro
affermazione citano la parola di Dio e il magistero della Chiesa. "In realtà l’ira si rivela dal cielo contro ogni empietà e
ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò
che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato.
Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni
invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui
compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili,
perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie
come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la
loro mente ottusa" (Rm
1,18-21). "Il sacro concilio professa che Dio,
principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il
lume naturale della umana ragione dalle cose
create" (DV 6).
Ma bisogna fare i
conti con la mediocrità dei credenti e dei cristiani in particolare: i credenti
e le loro chiese presentano spesso un volto di Dio deformato e inaccettabile. Lo dice il magistero della Chiesa: "Senza dubbio, coloro
che volontariamente cercano di tenere lontano Dio dal proprio cuore e di
evitare i problemi religiosi, non seguendo l’imperativo della loro coscienza,
non sono esenti da colpa; tuttavia in questo campo, anche i credenti spesso
hanno una certa responsabilità. Infatti
l’ateismo deriva da cause diverse e tra queste va annoverata anche una reazione
critica contro le religioni e, in alcune regioni, proprio anzitutto contro la
religione cristiana. Per questo nella genesi dell’ateismo
possono contribuire non poco i credenti, in quanto per aver trascurato di
educare la propria fede, e per una presentazione fallace della dottrina, o
anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve
dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e
della religione" (Gs 19).
Bisogna concludere
che la fede nell’esistenza di Dio è possibile. Di fatto molti ci sono arrivati.
Altri purtroppo no, per motivi che forse solo loro conoscono. Non tocca a noi
giudicare. "Dio giudicherà i segreti degli uomini" (Rm 2,16). "Tutti infatti
ci presenteremo al tribunale di Dio... Ognuno renderà conto a Dio di se stesso.
Cessate dunque dal giudicarvi gli uni gli altri; pensate
invece a non essere causa d’inciampo o di scandalo al fratello" (Rm 14,10-13).
Forse noi abbiamo
sulla coscienza qualche ateo perché non siamo stati credenti credibili.
Di fatto, la
ragione umana non è arrivata a costruire una rigorosa dimostrazione
dell’esistenza di Dio. Non possiamo parlare di "prove", ma
solamente di "vie" verso Dio, di accostamenti a Dio attraverso
la ragione. Dio è discreto e non vuole imporsi. L’esistenza di Dio non è
scientificamente evidente e documentabile come il giorno e la notte. No,
l’esistenza di Dio non è evidente. E ancor meno la sua natura. "Dio
nessuno l’ha mai visto" (Gv 1,18).
Dio abita una luce
inaccessibile; nessuno fra gli uomini l’ha mai visto né può vederlo (cf. 1Tm 6,16).
Il
regista Clouzot diceva "Ciò che mi aiutò a
credere fu l’assenza di prove dell’esistenza di Dio. Dio nascosto. Per me, questa assenza di prove è la
prima prova. Infatti, se Dio rispetta l’uomo, deve voler da
parte nostra un’adesione libera; non ci deve porre nella necessità di credere
in lui". Dio o è
invisibile o non esiste. Invisibile come il mio spirito, il mio amore, il mio
principio vitale, ma infinitamente più grande, di quella grandezza che non
entra nelle dimensioni misurabili. Sì, Dio è un Dio nascosto perché è Dio!
Ma questo Dio
invisibile non potrebbe essere una bella illusione?
S. Giovanni, dopo
la frase: "Dio nessuno l’ha mai visto" soggiunge: "proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui
lo ha rivelato" (Gv 1,18).
È vero, non
abbiamo mai visto Dio. Ma se crediamo, è perché Dio ha parlato, ha interpellato
l’uomo per dirgli la propria esistenza, per rivelargli il proprio nome, per
svelargli il suo amore, i suoi progetti. Dio fa irruzione nel mondo degli
uomini per amore. Parla ad Abramo, a Mosè, a tutto il popolo d’Israele. E
infine parla nell’umanità visibile, tangibile di Gesù di Nazaret: Dio fatto
uomo, annunciato nelle Scritture, incarnato nella storia, duemila anni fa, in
Palestina, morto sotto Ponzio Pilato, risorto e
glorificato, sempre presente nella Chiesa e sempre operante nel mondo. Ecco la
fonte del cristianesimo.
Ma non ci sono
solo i cristiani a credere in Dio. Sotto una forma o l’altra
tutto il mondo conosciuto ha affermato l’esistenza di Dio. Oggi egli
continua ad animare un dibattito sempre acceso tra chi lo afferma e chi lo
nega: è sempre uno dei temi più ricorrenti e insistenti. Rari sono coloro che
rifiutano una credenza senza rifugiarsi in un’altra. Non ci si scarica troppo
facilmente di Dio, tanto numerose sono le ragioni per credere che c’è un Dio.
1.1 Ma quale Dio?
Solo Dio può parlare
rettamente di Dio. Per conoscerlo bisogna ascoltare la sua parola, leggere e rileggere
È necessario che
prendiamo le debite distanze da un certo linguaggio su Dio. È il linguaggio,
per intenderci, di certi catechismi del passato: quello delle formule astratte
e magniloquenti.
Allora, era tutto
falso? No, non era falso. Ma Dio non parla in questo modo di se stesso. Un
simile linguaggio aveva poca presa allora e ora non ne avrebbe affatto.
Il Concilio
Vaticano II ci ha invitati a cambiare linguaggio, "a sempre ricercare
modi più adatti di comunicare la dottrina cristiana agli uomini della nostra
epoca, perché altro è il deposito o le verità della fede, altro è il modo in
cui vengono enunciate, rimanendo pur sempre lo stesso il significato e il senso
profondo" (Gs 62).
L’umanità sta
vivendo la più grande metamorfosi della sua storia. Una metamorfosi mai vista;
non la prima, ma la più macroscopica. Lo stesso Dio vuole essere presentato a
questa umanità concreta con formule nuove, o meglio, con le formule antiche che
lui stesso ha usato, ma ripulite dalle incrostazioni che i secoli, le filosofie
e le teologie vi hanno depositato.
In passato la
filosofia greca di Platone e di Aristotele, la filosofia ancella della
teologia, ha fatto spesso da padrona. Così certe nostre idee su Dio, che
crediamo cristiane, in realtà spesso sono un modo di vedere della filosofia
pagana che abbiamo sovrapposto a quanto ci dice
Il
papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II (11
Ottobre 1962) afferma: "Lo scopo principale di questo Concilio
non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della
Chiesa... Per questo non occorreva un concilio. Ma dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a
tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione... lo spirito
cristiano, cattolico ed apostolico del mondo intero, attende un balzo innanzi
verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze; è
necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente
rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze
del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito
stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e
altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia
lo stesso senso e la stessa portata. Bisognerà attribuire
molta importanza a questa forma e, se sarà necessario, bisognerà insistere con
pazienza nella sua elaborazione; e si dovrà ricorrere ad un modo di presentare
le cose, che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente
pastorale".
Per farla breve,
noi crediamo nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, nel Dio di Gesù
Cristo: un Dio vivente, non il dio immobile dei filosofi; un Dio di ieri, di
oggi, che va verso un domani, un Dio storico, che vive la storia con noi, in
mezzo a noi, sulla nostra terra d’uomini. Dio non è "altrove".
Non esiste un "altrove". C’è solo il "Dio con
noi", l’Emmanuele. Il Dio che si è rivelato
in Gesù Cristo. "Se conoscete me, conoscerete anche il Padre; fin da
ora lo conoscete e lo avete veduto... Chi ha visto me ha visto il Padre... Io
sono nel Padre e il Padre è in me" (Gv 14,7-11). Gesù Cristo è
l’unico, in senso assoluto, che può farci conoscere il vero Dio. "Nessuno
conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo
voglia rivelare" (Mt 11,27).
Noi crediamo,
appunto, in questo Dio che Gesù ci rivela, in questo Dio imprevedibile e
sconvolgente: questo è il Dio che dobbiamo annunciare ai nostri figli e al
mondo. Non dobbiamo quindi aver paura di cambiare linguaggio, liberandoci dalle
filosofie del passato senza incappare in quelle del presente.
"Credo in
un solo Dio" non è una
dichiarazione che ci lascia beatamente tranquilli: è un grido rivoluzionario, è
una dichiarazione di guerra.
Credo in un solo
Dio e rifiuto tutti gli idoli. Rifiuto le divinità davanti alle quali si
prostra e si prostituisce il mondo: il potere, il sesso, il dio quattrino che
compra quasi tutto e quasi tutti, le filosofie, le ideologie... .
Nell’impero romano
era necessario adorare l’imperatore e altre divinità. I primi cristiani erano,
quindi, perseguitati come atei. S. Giustino martire (+165
d.C.) affermava: "È vero: dato che non crediamo agli idoli dei pagani,
siamo gli atei di questi presupposti dei".
"Credo in
un solo Dio" significa rifiuto
di ogni potere assolutistico, sia civile che religioso: rifiuto di
atteggiamenti servili davanti ai grandi e ai potenti. Maria ha proclamato: "Ha
spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri
del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha
ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi" (Lc 1,51-53). Dobbiamo abbattere la selva delle false
divinità che umiliano la nostra dignità umana e bloccano la crescita della vera
libertà. Solo l’adorazione dell’unico Dio è liberante. Servire Dio è regnare!
La professione di
fede in un solo Dio costituisce un programma d’incalcolabile importanza
politica. Da una parte conferisce a ogni uomo un carattere assoluto a causa del
suo riferimento personale a Dio; dall’altra relativizza tutte le società
politiche e religiose: esse, o si radicano in questo Dio unico e lo servono, o
non sono nulla e non possono pretendere nulla.
Senza l’adorazione
cieca di molti cristiani per il potere di Hitler, il nazismo e l’ultima guerra
sarebbero stati impossibili. Sarebbe bastato che tutti i cristiani avessero
detto in spirito e verità: "Credo in un solo Dio!".
Sonnecchiare sul proprio credo porta a gravi conseguenze. Il Credo non è un
testo da declamare o da abbellire coi ghirigori del canto gregoriano, della
polifonia o della musica moderna: bisogna viverlo!
Il potere è
servizio; diversamente è un idolo che corrompe l’uomo e la società.
Il sesso è a
servizio dell’amore e della vita; non è un bene di consumo o uno svago.
Sganciato dal progetto e dalle finalità affidategli da Dio, diventa il
dio-sesso. Ha molti adoratori!
L’anti-dio per
eccellenza è il denaro. Gesù ha cacciato l’anti-dio dalla casa di Dio (Mt 21,12-13)
perché Dio non è in vendita. Nella casa di Dio non c’è nulla da vendere e nulla
da comperare: Dio è amore e gratuità. "Un servitore
non può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si
affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non
potete servire Dio e la ricchezza" (Lc 16,13).
"L’avidità
del denaro è la radice di tutti i mali"
(1Tm 6,10). Cristo fu tradito per denaro (Mc 14,10-11) e l’affare continua!
A questo punto
forse sentiamo già qualcosa che stride dentro di noi. Ci stiamo accorgendo di
essere superficiali, di essere "gente di poca fede" (Mt 6,30).
Ci verrebbe spontaneo cambiare il "Credo in un solo Dio" in "Credevo
di credere in un solo Dio". Sarebbe un atto di umiltà
doveroso e commovente, ma non può diventare accomodante. Il Credo è il
simbolo, la parola di riconoscimento, la carta di identità dei cristiani. Più
ancora, il Credo è, a grandi linee, lo schizzo della vera immagine di Dio e
della storia della salvezza: non può essere cambiato. Dobbiamo convertirci al
Credo se vogliamo essere cristiani credenti e credibili.
2
PADRE ONNIPOTENTE
Dio ama ogni uomo
e non lascia da parte nessuno. Cristo, "la luce vera, quella che
illumina ogni uomo" (Gv 1,9), proietta su ciascuno un inizio di
rivelazione. Non dobbiamo mai dimenticarlo: Cristo illumina ogni uomo. Il
balbettio dei pagani, dei filosofi, dei sapienti, ogni conquista del pensiero
umano sulla conoscenza di Dio è già un approccio con Dio. Ma per passare dal
"dio ignoto" (At 17,23) alla conoscenza del vero Dio è necessario
accogliere la rivelazione che questo Dio fa di se stesso attraverso la storia e
in Gesù di Nazaret, nella chiesa.
"Io credo
in Dio Padre onnipotente".
Notate! Noi non crediamo in Dio onnipotente. Noi crediamo in Dio Padre,
professiamo il Padre onnipotente. Il termine Padre cambia tutto. "Dio"
non ha più il significato di prima; e nemmeno l’attributo "onnipotente".
Padre, infatti, è un essere amoroso e Dio, così, è un Dio d’amore. Nient’altro.
Un Dio-Padre-Amore
onnipotente.
Dio è il
tenerissimo Padre di tutti e di ciascuno, la fonte di ogni paternità e
maternità in cielo e sulla terra. Dice
Gesù ci ha
insegnato a parlare con Dio chiamandolo "Padre nostro" (Mt
6,9). Prima di morire, Gesù riassume la sua vita e la sua missione con queste
parole: "Padre, ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini"
(Gv 17,6).
Il Dio rivelato
dalla Bibbia è allo stesso tempo maestoso e familiare: Dio è la maestà, Padre
la familiarità. La parola di Dio quando ci rivela il Padre non si richiama alla
nostra esperienza di figli nei confronti dei nostri genitori. Ci rimanda invece alla nostra esperienza adulta di padre e di madre
nei confronti dei nostri figli: "Si dimentica forse una donna del suo
bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti
dimenticherò mai!" (Is
49,15). "Quando Israele era
giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.
Ma più lo chiamavo, più si allontanava da me... A Efraim
io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo
cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli
d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla guancia; mi chinavo su di
loro per dargli da mangiare" (Os 11,1-4). "Quale padre tra voi,
se il figlio gli chiede pane, gli darà una pietra?...
Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli,
quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo
chiedono" (Lc 11,11-13). Altri testi: Is 66,13; Sal 103,13; Pr 3,11-12;
Lc 15,11-32; ecc.
Il filone
sotterraneo della rivelazione è qui; questa è la chiave che ci apre il mistero
di Dio: Dio-Padre rimanda all’esperienza dei genitori. All’esperienza dei
genitori amorosi di cui la terra è piena, all’esperienza della tenerezza
paterna e materna che i figli a loro volta proveranno quando saranno diventati
adulti e sentiranno ciò che prima ignoravano quasi completamente: che cosa
significa essere padre o madre.
Balzac fa dire al
suo Papà Goriot: "Io ho veramente compreso
ciò che poteva significare essere Dio, solo quando sono diventato padre".
Dobbiamo aggiungere che anche i padri e le madri possono guardare al Padre
celeste in una falsa ottica. Infatti la paternità e
maternità umane, per quanto splendide, non possono "dare il la"
a Dio. La cosa si pone nei termini opposti: la paternità di Dio viene per
prima; questa paternità è fonte d’ogni paternità in cielo e sulla terra (Ef
3,15). Dio-Padre non è a immagine dell’uomo-padre, ma è l’uomo che è creato a
immagine di Dio. Dio è infinitamente più Padre di quanto lo sia il migliore dei
padri tra gli uomini. L’esperienza così eloquente della paternità umana ci può
aiutare a intravedere ciò che può essere la paternità divina. Tuttavia il cuore
paterno e materno è solo un pallido raggio dell’amore paterno di "Dio
Padre onnipotente". In verità solo Dio è padre: "Non chiamate
nessuno padre sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello dei cieli"
(Mt 23,9).
2.1 Padre di
tutti e di ciascuno
In ogni pagina
della Bibbia cogliamo l’azione paterna di Dio in mezzo agli uomini suoi figli. Dio non fa chiacchiere d’amore, non si perde in
vuote dichiarazioni come i paternalisti. Si chiama "Io-Sono-qui" (Es
3,14), e la sua grande famiglia ne constata la presenza e l’azione potente
negli avvenimenti della propria vita. Solo successivamente Dio parla per far
capire chi egli è: "Non è lui il padre che ti ha creato, che ti ha
fatto e che ti ha costituito?" (Dt 32,6).
Israele
è sì un figlio degenere, ma un figlio che sa a chi rivolgersi, che sa quale
corda toccare: "Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito
della tua tenerezza e la tua misericordia? Non forzarti all’insensibilità
perché tu sei nostro padre... Tu, Signore; tu sei nostro padre, da sempre ti
chiami nostro redentore" (Is 63,15-16). E la fiducia di questo Israele
impenitente avrà sempre l’ultima parola perché Dio ha un debole per lui: "Non
è forse Efraim un figlio caro per me, un mio
fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato, me ne
ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui,
provo per lui profonda tenerezza. Oracolo del Signore" (Ger 31,20).
Pedagogo paziente, perché Padre perfetto, Dio nell’Antico Testamento ha svelato
solo una piccola parte del mistero infinito della sua paternità.
Attraverso la storia
dell’Antico Testamento si è rivelato Padre solo d’un gruppo particolare, del
popolo d’Israele. Ma la rivelazione del Vangelo, di tutto il Nuovo Testamento è
questa: Dio è Padre di tutti i popoli, di tutti gli uomini; è Padre d’ogni uomo
di qualunque razza e di qualunque colore, del buono e del peccatore, dell’"ultimo".
Il Padre che è nei cieli mi conosce personalmente, pensa a me e mi ama. Io, che forse sono senza importanza per tutti, non
sono senza importanza per lui; io conto molto per lui.
Padre "celeste"
o Padre che sei nei "cieli" non significa affatto Padre tra le
nuvole, lontano, altrove rispetto a noi. Non esiste un altrove. Tali termini
sono un’espressione di san Matteo in sostituzione del termine "Dio"
che non si osava pronunciare in ambienti giudeo-cristiani; significano, quindi,
"Padre Dio", Padre nostro che sei Dio. S. Teresa di Lisieux traduceva
"Padre nostro che sei nei cieli" così: "Papà, che sei
il buon Dio".
"Papà, il
buon Dio" si occupa di ciascuno come se fosse il suo unico figlio. "Due passeri non si vendono forse per un soldo?
Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati;
non abbiate dunque paura: voi valete ben più di molti passeri!" (Mt 10,29-31).
Così la
preoccupazione per l’alloggio, il cibo, il vestito è superata per un figlio di
Dio. Certo, sono necessari il lavoro, la previdenza, ma
l’affanno no: "Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani.
Il Padre vostro che è nei cieli, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate
anzitutto il suo regno e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date
in aggiunta. Dunque non preoccupatevi del domani, perché il domani stesso si
preoccuperà di sé. A ciascun giorno basta la sua pena" (Mt 6,32-34).
Dio è Padre di
tutti. Tutti sono figli del buon Dio: il nero e il bianco, l’arabo e
l’israeliano, il bandito e il santo, il credente e il non credente. Egli ama
tutti con lo stesso cuore paterno e comanda a noi di fare altrettanto: "Amate
i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli
del Padre vostro che è nei cieli: egli infatti fa
sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli
ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non
fanno così anche i pubblicani?... Siate voi dunque
perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli " (Mt
5,44-47).
2.2 Padre onnipotente
Affermare che Dio
Padre è onnipotente non è un modo per negare la sua tenerezza e rimetterci
sotto l’incubo della sua maestà. Quando eravamo bambini pensavamo
istintivamente che il nostro papà era onnipotente, o
quasi. Ci sollevava in alto come fuscelli; le sue braccia erano così forti da
portare il mondo. Questa forza ci incantava, ci dava sicurezza, non ci faceva
paura: era la forza dell’amore del nostro papà!
Il nostro Padre
onnipotente è il "Signore Dio dell’universo". Tutto questo non
solo non ci atterrisce, ma, al contrario, ci esalta perché Dio, come ogni padre
degno di questo nome, mette tutto se stesso e le sue qualità al servizio dei
suoi figlioli e a loro difesa.
La visione
cristiana di Dio salda in lui gli estremi opposti: la potenza assoluta e
l’amore assoluto, la distanza assoluta e la prossimità assoluta, l’essere
assoluto e liberissimo e l’essere legato all’uomo con il quale Dio si è
mirabilmente compromesso.
Il nostro Padre
onnipotente, con l’incarnazione del suo Figlio, ha messo sotto i nostri occhi,
non a parole ma coi fatti, la vera immagine della sua onnipotenza.
La piena
spiegazione della prima parte del credo l’avremo nella seconda parte. Il
significato dell’onnipotenza del "Signore Dio dell’universo"
diventerà chiaro, in modo inatteso e sconvolgente, solo presso la mangiatoia di
Betlemme, la bottega del carpentiere di Nazaret e la croce del Calvario.
Di fronte a fatti
simili, i più profondi pensatori sono completamente sconcertati. Ciò che
avevano detto di Dio con le loro parolone astratte forse non è falso, forse è
anche vero, ma è tanto marginale! Conosciamo in che cosa consiste la sovranità
di Dio solamente quando l’Onnipotente si spinge all’estremo limite
dell’impotenza: bimbo che vagisce in una stalla, piagato che agonizza su un
patibolo infame.
"Chi
non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi:
Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita
per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è
lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come
vittima di espiazione per i nostri peccati" (1Gv 4,8-10).
Di fronte a simili
spettacoli, di fronte a un Dio "servo" e "vittima"
siamo costretti a rivedere tutte le nostre nozioni di potenza, di sovranità, di
signoria. Dio ci rivela che la potenza di Dio è il contrario della potenza
dell’uomo. Gesù ci rivela che la potenza suprema è quella che può completamente
rinunciare alla potenza: la sua forza non deriva dalla violenza, ma dall’amore.
Ora, nella logica dell’amore, il più piccolo è sempre il più grande, il più
debole il più forte, il servo è il signore... . E,
inversamente!
2.3 Dio è amore. La sua onnipotenza è
l’onnipotenza dell’amore
Dio è amore: è questa
la sua vera realtà, la sua natura. Volendolo presentare diversamente, ci
troveremo di fronte un dio falso, un dio che non esiste. "Quando
usciamo dalla sfera propria dell’amore e, lavorando di fantasia, introduciamo
in Dio elementi estranei all’amore, quando pensiamo che l’amore è qualcosa in Dio o un aspetto di Dio e non Dio stesso,
allora ci costruiamo un idolo" (F. Varillon).
Certo, Dio è
potente, sapiente, santo, giusto e tutto quello che si può dire di buono e di
bello. Ma, "potente, sapiente, santo, ecc." sono aggettivi e
non devono diventare sostantivi. Dio è amore. Il nostro Dio-Amore è potente,
sapiente, santo, giusto... all’infinito. È amore e nient’altro! È puro amore.
L’amore non è un
attributo di Dio: è la sua sostanza, e tutti gli attributi di Dio sono gli
attributi dell’amore.
Rifiutiamo
coraggiosamente il Dio onnipotente per accogliere il Padre onnipotente, l’Amore
onnipotente!
L’amore del mio
Dio è antecedente, gratuito, senza ragione, incondizionato. Non ha altro motivo
che il desiderio di Dio d’amarmi, come è di ogni amore paterno o materno.
I genitori, degni
di questo nome, sognano il loro figlio prima ancora di averne visto il volto.
Non lo conoscono ancora, non sanno nemmeno se sarà maschio o femmina; sanno
solo che sarà "il loro bambino". Amore meraviglioso che non
aspetta di conoscere l’altro per amarlo, che si offre all’altro qualunque esso
sia: maschio, femmina, sano, malato; amore che non
verrà meno per tutta la vita e per nessuna ragione. È di questo tipo, e
infinitamente migliore l’amore del Padre celeste: non presuppone nulla da parte
mia. Per darsi non aspetta che io lo ami; per amarmi, non aspetta che io sia
amabile. Il suo amore non è una risposta al mio: è antecedente, primo,
sovranamente indipendente, incondizionato.
Anche l’amore dei
fidanzati e degli sposi non è gratuito né incondizionato, perché è reciprocità.
La gratuità totale ed eterna dell’amore è l’onnipotenza del solo amore paterno
di Dio.
"Dio
è povertà assoluta: in lui non c’è traccia di avere, di possesso. Eternamente il Padre dice al Figlio: tu sei tutto
per me. Il Figlio risponde al Padre: tu sei tutto per me. È Dio il più povero
di tutti gli esseri. O, se preferite, dite pure che Dio è il più ricco, ma
ricco in amore, non in avere. Ora, essere ricco in amore ed essere povero è
esattamente la stessa cosa perché l’amore è dono, non possesso. Colui che ama
di più è anche il più povero. L’infinitamente amante, Dio, è infinitamente
povero. Dio è un infinito di povertà e di umiltà" (F. Varillon).
Il Figlio di Dio è
disceso tra noi come un mendicante assetato (Gv 4,7; 19,28). E alla fine dei
tempi ci chiederà se lo avremo riconosciuto e amato povero nei poveri (Mt
25,31-46) e da questo dipenderà la nostra salvezza o la nostra condanna.
La povertà
materiale di Betlemme, di Nazaret, del Calvario è solo il segno di una povertà
molto più profonda. Povertà immensa di Dio, infinita, assoluta, senza la quale
non possiamo affermare che Dio è amore. Come siamo lontani da certe immagini di
Dio che noi ci siamo fatto per ignoranza e superficialità, e che gli atei
giustamente rifiutano! Il credente serio è colui che afferma la povertà
assoluta di Dio perché Dio è amore.
Il Padre
onnipotente è dunque un mendicante di amore; la sua "onnipotenza"
d’amare lo rende "completamente" mendicante e "completamente"
povero: egli è la povertà in tutta la sua potenza.
Se fosse un "Dio
onnipotente", piegherebbe l’uomo al suo volere, usando, se necessario,
la forza. Questo Dio onnipotente non esiste. L’amore di Dio Padre è abbastanza
potente da rispettare la libertà dei suoi figli infinitamente più di quanto
potremmo aspettarci dal migliore dei padri terreni. "Un uomo aveva due
figli..." (Lc
15,11-32).
Un vero padre dà
fiducia, a proprio rischio e pericolo. Gioca tutto su suo figlio: beni, nome,
reputazione, lavoro... . Che farà il figlio di tutto
questo? Può sperperare, sciupare, infangare tutto. È il prezzo della libertà.
Non si può costruire un uomo a minor prezzo. Si dice e si
ripete: "Se Dio è buono perché tutto questo male nel mondo?
Perché non ferma la mano del malvagio?". La
ragione è questa: Dio è un "Padre onnipotente". Per questo può
e deve lasciar partire il figlio prodigo per rispettare le scelte libere (Lc 15). Può pazientare di fronte alla zizzania che ha
invaso il suo campo (Mt 13).
Solo per amore ha
suscitato davanti a sé degli esseri completamente liberi. Sartre fa dire a un
suo personaggio: "Se l’uomo è libero, Dio non esiste".
Infatti, il Dio onnipotente non esiste, perché l’uomo è libero. Ma l’uomo è libero proprio perché il Padre esiste ed è "onnipotente"
nel suo amore.
Lui solo pagherà i
danni, prenderà su di sé le malefatte dei suoi figli turbolenti e risanerà, di
tasca sua, i loro bilanci fallimentari (Lc 10,30-37;
Mt 18,23-35).
Al figlio
vagabondo, che torna al limite dello sfascio, riserva onori e celebrazioni
degne di un eroe ed è "fuori di sé dalla gioia" quando ritrova
l’uomo che s’era perduto (Lc 15).
Il nostro Dio è il
più dipendente di tutti gli esseri. Contrariamente a quanto sembra, amore e
volontà d’indipendenza sono incompatibili. Quindi chi ama di più è più
dipendente. L’infinitamente amante Dio è infinitamente dipendente. Non
dipendente nell’essere, ma nell’amore. Un bambino dipende dalla mamma nel suo
esistere, ma sul piano dell’amore è la mamma che dipende dal suo bambino:
quando lui sta bene è tutta la sua gioia; quando sta male o muore è tutto il
suo dolore.
Dio è il più
dipendente di tutti gli esseri: dipendenza nell’amore, non nell’essere.
Il vero Dio è
infinitamente ricco, ma ricco d’amore; infinitamente libero, ma libero d’amare.
3
CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA
Essere padre
significa essere creatore. Le prime pagine della Bibbia tracciano una scena
grandiosa dell’origine del mondo e dell’uomo. Ma sollevano parecchie difficoltà.
Ne ricordiamo una per tutte: come conciliare l’insegnamento della Genesi con le
teorie e le scoperte della scienza?
Scienza e fede
sono chiamate a vivere da buone vicine, purché ciascuna rimanga a casa sua. La
scienza, infatti, cerca il "come" delle cose e del mondo,
mentre la fede ci dice il "perché" della vita, dell’uomo,
della creazione. Scienza e fede sono sorelle, figlie di Dio e fatte per amarsi
e aiutarsi, a condizione di rimanere ciascuna nel proprio campo. "La
ricerca metodica d’ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica
e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché
le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio"
(Conc. Vat. II, Gs 36).
Leggiamo dunque questi capitoli della Genesi con scienza e fede.
Quelle della
Genesi sono pagine di altissima poesia, racconti di una rara vivacità e
intelligenza, risposte rivelate e infallibili per la fede. Tutto quanto è
contenuto nei primi undici capitoli della Genesi è un affresco eccezionale, una
grandiosa teologia in immagini, ma non è una storia delle origini.
Il primo capitolo
della Genesi è stato scritto verso il
Questa riflessione
mette in luce delle verità essenziali e si serve di leggende del tempo per
esprimersi in maniera immaginifica e comprensibile agli uomini dell’epoca.
Possiamo cogliere
chiaramente quanto l’autore sa e ciò che non sa. Innanzitutto l’autore sa che
il mondo non è Dio: rifiuto di ogni panteismo (dottrina di quanti pretendono
che Dio si confonda con l’universo); conseguentemente sa che Dio non è il
mondo: rifiuto di ogni politeismo (che divinizza le forze della natura). Osserviamo
che le sole tre religioni che affermano la creazione del mondo da parte di Dio -il giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo (tutte e tre
beneficiano delle confidenze divine della Bibbia)- sono anche le sole che hanno
evitato di confondere Dio col mondo.
L’autore ispirato
sa anche che questo mondo, nella sua stessa esistenza, dipende dalla libera
volontà di una Persona che lo supera. È questo il significato che egli dà al
termine "creato".
Sa che il mondo
non è stato creato in seguito a una lotta fra Dio e le potenze malvagie. La
creazione è completamente opera di Dio per l’uomo. L’alleanza prima e originale
è questa: la creazione è tutta di Dio e tutta per l’uomo.
Lo scrittore sacro
sa che gli astri non sono dei. Essi assolvono una funzione nell’equilibrio del
mondo e a servizio dell’uomo; sono come orologi per segnare il tempo, fonti di
luce per l’uomo.
Sa che l’acqua, il
cielo, la terra non sono divinità, ma elementi di bellezza o oggetti d’un
lavoro umano. In questo modo il "sacro" che tendenzialmente
mettiamo dappertutto, viene estromesso da ogni cosa; rimangono di fronte solo
due interlocutori: l’uomo per il quale tutto è stato fatto, e Dio, che tutto ha
fatto. In questo universo creato, il "sacro" non potrà più
essere cercato al di fuori dell’uomo.
Il nostro
redattore, infatti, sa che tutta la creazione mantiene un rapporto ininterrotto
di dipendenza con Dio, ma tale rapporto è privilegiato per l’uomo, il solo
fatto a immagine e somiglianza di Dio. Sa che l’uomo e l’universo dipendono da
Dio pur rimanendo liberi di fronte a Dio, perché Dio è amore.
Il mondo è fatto
per noi uomini perché ci possiamo sentire a casa nostra, perché ci sentiamo
amministratori del mondo con pieni poteri. Non siamo posti sulla terra per
esservi schiavi di Dio, ma come amministratori, in rappresentanza del creatore
del mondo. Nessun uomo può essere schiavo d’un altro, perché nessuno è schiavo
nemmeno di Dio.
Ma anche
l’universo in un certo senso è libero. Esso è autonomo. Ha le sue leggi, e Dio
non interviene arbitrariamente. Tutto questo dimostra la serietà di Dio, la
serietà della creazione. Infine l’autore ispirato sa che uomo e donna sono
stati creati insieme e uguali; che tutti e due, senza nessuna differenza, sono "immagine
di Dio".
D’altra parte,
l’autore ispirato ignora molte cose; e noi non dobbiamo fargliele dire!
Non sa nulla
dell’età del mondo.
Ignora pure dove
sono apparsi i primi uomini: il giardino dell’Eden (o paradiso terrestre) è un
luogo immaginario. Non cercatelo sulle carte geografiche!
Non sa come sia
fatta la terra. Ma toccava proprio a lui e allo Spirito Santo darci lezioni di
geografia e di geologia? Infine, non conosce l’ordine dell’apparizione delle
cose: pone la luce prima degli astri, le bestie perfezionate prima delle
piante.
Ma quanto egli ci rivela in nome di Dio non è per nulla infirmato
dalle cose che ignora.
"La
nostra affermazione: credo in Dio creatore, non ci dà affatto luci speciali sul
passato del mondo, sulle immense stagioni in cui il mondo si è costruito nella
notte dei tempi, né sulla lenta apparizione di questa specie curiosa che i
biologi chiamano "homo sapiens". Queste luci le aspettiamo dalla scienza. Ma abbiamo
un’illuminazione sul nostro presente e sul nostro futuro. Chi siamo e perché
esistiamo? A causa dell’amore infinito" (Charles Paliard).
Dio non è "l’eterno
celibe dei mondi" (Chateaubriand),
solitario, chiuso in se stesso, nella sua ricchezza infinita, come un avaro sul
proprio tesoro. Dio è amore, generosità inarginabile,
sorgente traboccante: "È in te la sorgente della vita" (Sal 36,10). Dio è libero di creare o meno,
perché è completamente autosufficiente. La sua paternità è infinitamente
appagata nel Figlio eterno, nel quale si ritrova perfettamente, con il quale
scambia un amore che li rende veramente Uno. Ma suscita per sé altri figli e
altre figlie e il loro meraviglioso luogo d’abitazione, l’universo.
Il mondo creato
porta l’impronta del creatore, tutte le creature assomigliano a Dio, ma solo
Dio è Dio.
La creazione è in
costante e incessante sviluppo ed espansione: è un mondo "in
avanti". Gli studiosi, dopo numerose scoperte, si trovano d’accordo
nell’avanzare l’ipotesi dell’evoluzione generalizzata, come una legge
fondamentale di tutta la natura. La materia sarebbe in possesso di una energia che la spingerebbe continuamente verso il
perfezionamento. Su questa linea di progresso, dopo miliardi d’anni, dovrebbe
essere vista l’apparizione della vita animale e poi della vita umana.
Nulla di tutto
questo è contrario alla fede. Dio è la fonte di questa evoluzione. Dio crea un
mondo che si trasforma. L’universo e l’umanità sono in evoluzione sempre più
complessa e veloce verso il loro pieno compimento.
Questa concezione "in
avanti" provoca i cristiani. Essi devono avere il futuro nel cuore, la
capacità di adattarsi alla realtà dinamica della vita e di umanizzare la corsa
verso il futuro.
"Creatore
del cielo e della terra"
significa anche creatore degli esseri che in essi vi abitano: angeli, demoni e
uomini.
L’esistenza di angeli
e di demoni è continuamente affermata dalla Bibbia. Nel Nuovo Testamento la
rivelazione sugli angeli e sui demoni si chiarisce e prende contorni più
precisi attorno a Cristo Gesù.
Col nome di satana
(l’avversario) o di diavolo (il calunniatore, colui che crea divisione)
Satana s’avvicina
agli uomini sempre come tentatore. L’uomo per natura è debole ed è meno astuto
del diavolo. Da sempre il peccato è innanzitutto l’atto della potenza delle
tenebre, del serpente antico, del padre della menzogna, del maligno. Se
vogliamo dare un nome a questa potenza, il più adeguato è forse quello di
tentatore.
Nella lotta contro
l’avversario Gesù conseguì completa vittoria. Ma tale lotta continua nel
combattimento spirituale del cristiano. La tattica del tentatore è sempre la
stessa; egli è il serpente, lo strisciante, il mentitore. Ma, forte in Cristo,
il cristiano umile, prudente, che prega, non ha nulla da temere: "Non
capisco tutte queste paure che ci fanno gridare: il demonio, il demonio!, quando invece possiamo dire: Dio, Dio!" (s.
Teresa d’Avila).
Il vangelo di
Matteo conclude così il racconto della tentazione di Gesù nel deserto: "Allora
il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo
servivano".
Il nome "angelo"
non esprime la natura, ma la funzione: significa "messaggero".
Nella Bibbia, pertanto, deve essere inteso nel significato di "messaggero"
a tutti i livelli e sotto forme diverse, dall’"angelo di Dio",
ossia Dio stesso che si manifesta, fino ad un inviato terrestre, un
uomo-messaggero, un apostolo, un missionario.
Può anche
trattarsi di un "messaggio" interiore che
Gli angeli, per un
dono gratuito di Dio, sono stati elevati alla vita soprannaturale. Essi
ricevono da Cristo, che è il loro capo, la partecipazione alla vita stessa di
Dio: è la "grazia" che li fa figli di Dio. Siamo dunque
fratelli e sorelle degli angeli, figli e figlie di Dio come loro. Ma siamo a
loro inferiori in quanto siamo anche materia, "spiriti incarnati".
L’uomo è così la
cerniera fra l’universo visibile e quello invisibile, fra il mondo degli
spiriti e il mondo dei corpi. In noi avviene l’unità perfetta di questi due
mondi. Per questo il Figlio eterno di Dio, volendo tutto riunire per tutto
divinizzare (Ef 1,10; Col 1,16-20), si è fatto uomo, non angelo. Per la sua
natura umana resta "inferiore agli angeli" (Eb 2,7), per la
sua natura divina è infinitamente superiore agli angeli (Eb 1,4-13).
Qual è la funzione
degli angeli? Gesù si riferisce agli angeli come a esseri reali e attivi che
vegliano sugli uomini e vedono la faccia del Padre che è nei cieli (Mt 18,10).
Sono al servizio
di Dio (Mt 4,11; 26,53; Lc 22,43) e a servizio
dell’uomo, "spiriti incaricati di un ministero, inviati a servire
coloro che erediteranno la salvezza" (Eb 1,14).
3.2 L’uomo a sua immagine
"Dio creò l’uomo
a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Gen 1,27). L’uomo non è autosufficiente.
L’esperienza quotidiana dell’uomo è duplice: quella esaltante di dominatore del
cosmo e quella deprimente dei suoi limiti e della sua impotenza.
Paradossalmente,
mentre l’uomo, con la scienza e la tecnica s’impadronisce sempre più
dell’universo, le più moderne ideologie mettono alla berlina i "sogni"
d’un "uomo-Dio" (cristianesimo), d’un "uomo
nuovo" (marxismo), d’un "superuomo" (Nietzsche e
nazismo), d’un "uomo libero" (esistenzialismo), per proclamare
la "morte dell’uomo" in nome della scienza (strutturalismo). "Pensiamo
che il fine ultimo delle scienze umane non sia quello di costituire l’uomo, ma
di dissolverlo" (Claude Levi-Strauss, dell’Accademia di Francia). "Oggi possiamo pensare
soltanto entro il vuoto dell’uomo scomparso... A tutti coloro che vogliono
ancora parlare dell’uomo, del suo regno e della sua liberazione, a tutti
coloro che pongono ancora domande su ciò che l’uomo è nella sua essenza... non
possiamo che contrapporre un riso filosofico" (Michel Foucault).
Senza giungere
fino a questa disperazione, dobbiamo ammettere i molteplici limiti dell’uomo,
tra i quali spicca la sua "nascita per la
morte" e la sua vita, come attimo sfuggente, trascinata
irreparabilmente dal tempo. Che cosa fare allora? Abbandonarsi all’angoscia?
Distrarsi a tutti i costi e in tutti i modi?
L’Islam
ha questa bellissima immagine: il primo grido del neonato e l’ultimo sospiro
dell’agonizzante compongono e proclamano il nome divino: Allah.
L’uomo è quindi
segnato radicalmente da una dipendenza nell’essere che lo radica in
un’esistenza solida, per nulla mortificante, piena di senso, che gli apre
orizzonti senza limiti: l’esistenza stessa di Dio.
L’uomo tratto
dalla terra (Adamo significa "fatto di terra", "terreno")
appartiene alla terra; la mangia, la beve, la respira, se ne veste, se ne
profuma, finché tornerà alla terra dalla quale è stato tratto. Ma non
dimentichiamo che Dio lo creò a sua immagine. Ciò significa prima di tutto che
l’uomo è fatto per essere creatore e dominatore della creazione. Tutto è stato
creato per l’uomo.
Questa rivelazione
apre spaziosi orizzonti e contesta duramente la nostra civiltà. "Il dramma della nostra epoca -scrive Albert Camus- è che il lavoro, controllato interamente dalla
produzione, ha smesso di essere creativo. La società industriale
aprirà le strade d’una civiltà, solo ridando al lavoratore la dignità del
creatore, ossia applicando il suo interesse e la sua riflessione tanto al
lavoro stesso che al prodotto. La civiltà ormai necessaria non potrà separare,
nelle classi come nell’individuo, il lavoratore dal creatore. Ogni creazione
nega in se stessa il mondo del padrone e dello schiavo. L’orribile
società di tiranni e di schiavi dove siamo dei sopravvissuti troverà la sua
morte e la sua trasfigurazione solo sul piano della creazione".
"Quando
la creazione viene a mancare in qualsiasi settore dell’attività umana, allora
gli uomini degenerano disumanizzandosi. Per questo il lavoro che non offre nessuna
possibilità di creazione non è umano. Se tutto è imposto, se
l’operaio non ha alcun potere di decisione o di controllo, se non può prendere
nessuna iniziativa, il lavoro è alienante; sperimentiamo tutto questo ogni
giorno" (Pierre Ganne).
Immagine di Dio
creatore, sono io stesso creatore a sua immagine? Cerco di avere un pensiero
personale? Una parola che non sia pappagallesca? Una scelta politica
responsabile? La mia creatività sonnecchia o è operante? Ho dato corso a tutte
le mie possibilità creative per me e per gli altri?
Chi non ha
iniziativa e senso di responsabilità è un uomo sciupato perché è un’immagine di
Dio sciupata!
Immagine del suo
creatore, l’uomo è stato chiamato ad essere lui stesso creatore, collaboratore
con Dio, lavoratore per la trasformazione dell’universo. Ma questa espressione
rivelata: "creato a immagine di Dio",
svela un mistero ancora più profondo: tra l’uomo e Dio esiste un rapporto di
parentela, un rapporto filiale. L’uomo è chiamato a superare la sua natura non
per essere "simile a Dio" (Gen 3,5), ma per diventare
veramente Dio in una partecipazione di vita e d’amore.
L’uomo ha dunque
la vocazione di figlio di Dio, ma non a scapito della sua umanità, bensì
trasfigurandola, facendola esistere pienamente nella vita divina che gli è
offerta. Questo mistero sarà svelato pienamente solo da Gesù. Ma fin dalla
creazione, l’uomo appare come amico e figlio di Dio, capace di rapporti
d’affetto. Viene così delineata una lunga storia per
l’umanità e per ciascun uomo, una storia d’amore e di libertà: "Man
mano che ci inoltriamo nella riflessione sulla Bibbia e particolarmente sul
vangelo scopriamo la verità che costituisce il nostro credo: colui che è
creatore è anche amore. Solo l’amore è
creatore; solamente l’amore può far sì che un uomo diventi
"qualcuno"; solo l’amore può liberare le forze assopite della libertà
e dell’intelligenza... Solo l’amore può far esistere la cosa più preziosa,
questa ragione per la quale si darebbe ogni cosa, ciò che nemmeno la morte può
ridurre in polvere; solo l’amore può far nascere la gioia, che nessuno può
strappare" (Charles Paliard).
Nascono qui varie
obiezioni piuttosto consistenti. Come essere liberi "dipendendo"
da un creatore? Come vivere una storia con Dio se Dio è immutabile? Come
esercitare la propria creatività in collaborazione con lui, se egli è eterno,
ossia fisso, invariato, immobile da sempre e per sempre?
Una simile
difficoltà è d’una logica astratta implacabile. La troviamo alla radice di
molti ateismi.
Se il creatore è
l’onnipotenza immutabile del destino che incombe sull’umanità, non c’è più
posto per la libertà creatrice dell’uomo. Non si deve più parlare di storia;
tutto si riduce a un’opera teatrale, già da tempo scritta, già portata sulla
scena, dove si sa già quando bisogna ridere o piangere.
Una concezione
così aberrante dipende dall’idea di Dio che ci è offerta dai filosofi. Il Dio
dei filosofi non ha storia: è eternamente fuori del tempo, al di sopra della
mischia umana; è "immutabile"; passato, presente e futuro del
mondo stanno insieme sotto i suoi occhi, tutto il susseguirsi della storia
umana è davanti a lui da sempre come un libro spalancato: un panorama che si
muove sotto uno sguardo che non si muove.
Stando così le
cose, come si fa a non dire che la storia umana è truccata? Se il creatore non
vi è coinvolto, se, dalla "tribuna d’onore" vede non solo la
gara che si svolge al di fuori di lui, ma anche, con un solo sguardo eterno,
tutto lo svolgimento di essa, con le sue vicissitudini, dal calcio d’inizio
fino al fischio finale, perché giocare? Il risultato è scontato! Non muterà
nulla. Come può il giocatore essere libero, capace d’iniziativa, di creatività?
Fortunatamente
Di tale storia
possiede dall’eternità il sicuro disegno; ma non è un disegno sull’uomo in un
universo prefabbricato. Assolutamente no. Il disegno di Dio è l’uomo stesso,
nel mondo dell’uomo, dove dispiega la propria attività creatrice.
Dipendenza e
libertà sono termini contraddittori solo nei libri di
cattiva filosofia, non nella vita. Due innamorati sono completamente dipendenti
l’uno dall’altro, eppure sono totalmente liberi! Dio, proprio perché ama,
prosegue il suo disegno immutabile con uomini liberi, che vuole collaboratori
in tutto. Il risultato della partita non è già fissato in anticipo, né per
l’uomo né per Dio, perché tutti e due giocano insieme senza barare. I risultati
dell’uomo sono i risultati di Dio e viceversa. Sono legati nella buona e nella
cattiva sorte, in cammino verso il futuro. Tutto il contrario della fissità
nell’eterno e nell’immutabile! Noi non crediamo nel Dio immutabile ed eterno,
ma nel Padre immutabile nella sua decisione d’amare l’uomo, nel Padre eterno
nella sua ostinazione d’amore per salvarlo, ossia per farlo suo figlio.
Creando l’uomo a
sua immagine, Dio fa l’uomo come un padre fa il figlio, col fine di suscitare
davanti a sé un altro se stesso, libero e responsabile, capace di amarlo e
quindi anche di rifiutarlo.
Questo Padre,
questo Dio, ha voluto avere una sola risorsa: "sedurre"
l’uomo con la testimonianza del suo "folle amore". Questa
testimonianza scoppierà all’interno del dramma del nostro peccato, con
l’incarnazione di Dio, la mangiatoia di Betlemme, la croce del Calvario. Ecco
le follie di Dio per attirare a sé la nostra indomabile libertà!
E con questo ci
introduciamo nella seconda parte del nostro credo, che ci porterà ancora più
lontano nel mistero dell’uomo creato in Gesù Cristo.
4
E IN GESÙ CRISTO
La nostra
professione di fede si sviluppa in tre parti: credo in Dio Padre, credo in Gesù
Cristo, credo nello Spirito Santo. La seconda parte è la più importante. La
rivelazione di Gesù Cristo è la rivelazione del Padre e dello Spirito Santo. Il
vero Dio, l’unico vero Dio esistente, è Trinità (unico Dio in tre persone).
La mente umana e i
pensatori più geniali non potevano arrivare a "sospettare" e a
comprendere questa verità. Noi la conosciamo solo perché ce l’ha rivelata
Cristo. Per conoscere il vero Dio è necessaria la rivelazione, è necessario
Cristo.
Gesù non è un’idea
astratta, nata a tavolino: è un uomo. Un uomo che non ha mai cessato di affascinare
l’umanità: l’uomo più amato e più combattuto.
4.1 Chi è Gesù
Gesù significa "Dio
salva". Giuseppe chiamando "Gesù" il bambino che
Maria aveva partorito a Betlemme, aveva obbedito a un ordine divino: "Lo
chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai
suoi peccati" (Mt 1,21).
Gli apostoli e i suoi contemporanei videro un
uomo.
Questa è la carta di identità tramandataci
dai vangeli:
- nato a Betlemme, in Palestina, al tempo
dell’imperatore Augusto e del re Erode (Lc 2,1-7; Mt
2,1);
- professione: carpentiere (Mc 6,3);
- residenza: Nazaret in Galilea (Gv 1,45).
Videro un uomo:
- che aveva degli amici (Gv 11,3)
- che amava i bambini (Lc
9,36; 10,16)
- che sentiva compassione (Lc 7,11-15; Mc 6,30-44)
- che piangeva (Lc
19,41-44; Gv 11,1-44)
- che andava in collera (Mc 3,1-6; 10,13-16;
Gv 2,13-17)
- che pregava (Mc 1,35) e andava regolarmente
ogni sabato alla sinagoga (Lc 4,14)
- che soffriva fisicamente e moralmente (Mt
26,38)
- che moriva (Mt 27,50)
Videro un uomo, un Gesù, che non sapeva
tutto, non aveva una scienza universale non necessaria per la sua missione (Mt
24,36).
Videro un uomo, non una marionetta
teleguidata da Dio, un uomo libero.
Videro un uomo in tutto simile a noi, fuorché
nel peccato (Rm 8,3; Fil 2,7; Eb 2,17).
Ma Gesù era anche
un uomo sorprendente. La gente del suo tempo rimane stupita, spaventata,
scandalizzata, perplessa. "Che è mai questo?
Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino
agli spiriti immondi e gli obbediscono"
(Mc 1,27). "Perché costui parla
così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se
non Dio solo?" (Mc 2,7).
"Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare
obbediscono?" (Mc 4,41).
A
Cesarea di Filippo Gesù interroga i suoi discepoli: "Chi dice la gente
che io sia?" Ed essi gli risposero: "Giovanni il Battista,
altri poi Elia e altri uno dei profeti!". Ma egli replicò: "E voi chi dite che io
sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". (Mc 8,27-29).
L’uomo Gesù è il Cristo.
4.2 Che cosa vuol dire Cristo?
Gesù è il Cristo
al punto che quasi i due titoli vanno uniti: Gesù Cristo. Tuttavia "Cristo"
non è un nome come "Gesù". "Cristo" è la
traduzione greca dell’aggettivo aramaico "messia": essi hanno
esattamente lo stesso significato.
L’evangelista
Giovanni ci riporta in aramaico l’esclamazione di Andrea rivolta al fratello
Simon Pietro: "Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo) e
lo condusse da Gesù" (Gv 1, 41). Messia o Cristo è "colui che
ha ricevuto l’unzione d’olio".
Nell’Antico
Testamento, l’olio sacro dell’unzione versato sulla testa di qualcuno
rappresenta il rito con cui Dio consacra un profeta, un sommo sacerdote, o un
re.
È il segno
sensibile e efficace della comunicazione dello Spirito Santo a colui al quale è
stata affidata una missione a servizio di Dio e del suo popolo (Es 30,22-33; 1Sam 16,1-13).
Tra i tanti messia che c’erano stati nella storia di Israele si
stava aspettando l’arrivo de "il Messia", "il
discendente di Davide", "il re d’Israele". Gesù il
Messia, povero, perseguitato, perdente, morto in croce, non se l’aspettava
nessuno, non piaceva a nessuno.
Anche i suoi amici
più intimi, gli apostoli, si erano stretti attorno a lui lasciando il lavoro e
la famiglia (Mc 1,16-20) sperando di "far carriera" (Mc
10,35-40). Si controllavano e si litigavano per avere gli "avanzamenti",
i primi posti (Mc 10,35-40). Il popolo di Israele attendeva un re guerriero, un
liberatore politico che desse lustro alla Gerusalemme terrestre. Dopo la morte
di Gesù alcuni stavano tornando a casa loro e alle loro faccende, delusi e
tristi: "Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele" (Lc 24,21). E proprio nell’imminenza della sua ascensione al
cielo Gesù si sente ancora rivolgere la domanda: "Signore, è questo il
tempo in cui ricostruirai il regno d’Israele?" (At 1,6).
Gesù ha dovuto
lottare tutta la vita contro satana, contro i giudei e gli stessi discepoli che
satana metteva come intralcio sul cammino del Cristo per deviarlo dalla sua
missione e dalla volontà del Padre (Mt 16,21-25). Gesù spiega ai suoi intimi il
segreto della sua messianicità: "Devo soffrire molto e venire ucciso e
risuscitare il terzo giorno" (cfr. Mt 16,21). Per Gesù, "messia"
ha significato concretamente: unto, consacrato dallo Spirito santo e battezzato
nel proprio sangue per dare la vita agli altri.
5
SUO UNICO FIGLIO
Solo poco per
volta i discepoli scoprirono in Gesù di Nazaret una presenza speciale di Dio.
Solo dopo la sua risurrezione e la pentecoste, ebbero la certezza che Gesù era
Dio in persona.
Che itinerario
seguirono gli apostoli per arrivare a questa scoperta? I miracoli.
I Giudei del tempo
di Gesù avevano la testa piena di miracoli. Miracoli grandiosi come le piaghe
d’Egitto, il mare diviso dal bastone di Mosè, la manna piovuta dal cielo, ecc.
Prima di Gesù i profeti avevano risuscitato morti,
guarito lebbrosi, moltiplicato pane e olio, ecc.
I miracoli di Gesù
non erano più sensazionali di quelli dei suoi predecessori. Anzi, paragonato a
Mosè, Gesù ne usciva abbastanza ridimensionato: un messia debuttante e
dilettante.
Nonostante che
Mosè avesse fatto miracoli più clamorosi di quelli di Cristo, nessuno mai lo
aveva creduto Dio. Ciò che attribuisce ai miracoli di Gesù un peso inaudito,
una differenza sostanziale, una caratteristica unica rispetto ai miracoli di
Mosè e dei profeti, è questo: i miracoli di Gesù sono miracoli personali.
Gesù aveva il
potere personale di fare i miracoli.
Nell’Antico
Testamento i profeti annunziano che Dio farà i miracoli: essi sono solo
strumenti. Quando Elia risuscita un ragazzo (1Re 17,17-24) invoca il Signore e
il Signore lo ascolta. Quando Gesù risuscita un ragazzo (Lc
7,11-17) fa un semplice gesto, dice una sola parola senza invocare Dio: "
Gesù accostatosi toccò la bara..." Poi disse: "Giovinetto, dico a te, alzati!" Il morto si
levò a sedere e incominciò a parlare" (Lc 7,14-15).
Il miracolo
(questo e altri) è importante non tanto per il beneficio che produce al
fortunato destinatario, ma perché è "un segno", una prova che
Dio è d’accordo e mette la sua firma su quanto Gesù fa e dice. Questo sarà
l’argomento dimostrativo e convincente che gli apostoli tireranno fuori fin dal
primo discorso. "Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di
Nazaret -uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e
segni che Dio stesso operò fra di voi per opera sua,
come voi ben sapete - dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza
di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di
empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato,
sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo
tenesse in suo potere" (At 2,22-24).
I fatti del
Vangelo rivelano che Gesù è uomo e Dio. Il Padre ha mandato il Figlio suo a
farsi uomo perché in quest’uomo noi conoscessimo e amassimo Dio.
Gesù è il Figlio
unigenito del Padre (Cf. Gv 1,14-18; 5,16-18) venuto
a rivelare il vero volto di Dio. "Dio nessuno l’ha mai visto: proprio
il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv
1,18). E Gesù ci ha presentato Dio come "pluralità" di
persone. Ha presentato il Padre, se stesso e lo Spirito santo. "Rispose
Gesù: "Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi
verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le
mie parole: la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha
mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora con voi. Ma
il Consolatore, lo Spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi
insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto" (Gv 14,23-26).
I vangeli non
hanno mai fatto la somma dei Tre, non hanno parlato di Trinità, non usano
nemmeno il termine "persona". La realtà di Dio non può essere
racchiusa in parole o formule: ci sta stretta o non ci sta affatto.
John
Robinson scrive nel suo libro "Questo non posso crederlo": "Una
volta, alla fine di una mia conferenza, qualcuno mi pose questa domanda:
"Come insegnerebbe a un bambino la dottrina della Trinità?". Di rado mi ero sentito
rivolgere un quesito così facile: "Non gliela insegnerei affatto!".
John Robinson ha
ragione!
Il neonato non sa
di avere una famiglia e non sa cosa sia una famiglia. Fin dalle prime settimane
di vita si sente circondato da tanto amore, intuisce attorno a sé una tenerezza
che risponde a tutte le sue necessità. Coglie questa tenerezza come "una",
indistinta, ma onnipotente e buona, attenta e premurosa. In seguito scoprirà
che questa presenza è "molteplice" senza cessare di essere "una":
voce acuta o grave, viso vellutato o volto barbuto,
mani delicate o forti... sono in molti a vivere intorno a lui e per lui lo stesso
amore. Poi distinguerà papà e mamma: intuirà che egli è il frutto del loro
comune amore; apprenderà che essi vivono l’uno per l’altro e tutti e due per
lui, per i fratelli e le sorelle. Tutte queste persone care si imprimeranno
chiaramente nella sua mente e nel suo cuore. E per capire tutto questo non ha
avuto bisogno di un trattato scientifico e neppure di un corso accelerato.
Certo, non
chiedete a questo bambino di definire filosoficamente la famiglia, la
paternità, la maternità, ecc. Ma che importa? La famiglia non è un soggetto da
recitare, ma è un luogo d’amore. Il bambino ha appreso che cosa è la famiglia,
non attraverso delle formule, ma vedendola vivere e amare, sentendosi in essa
amato, cercando di amare come essa e in essa.
È questo il modo con
cui Dio ci ha rivelato il mistero della sua famiglia, della sua vita
trinitaria.
In nessuna pagina
della Bibbia troveremo una formula del tipo "un solo Dio in tre
persone". Ma fin dalle prime righe della Genesi risulta la presenza di
un grande amore attorno a una culla. Vi troviamo il nome del Dio unico in forma
plurale -Elohim- e questo
Dio creatore parla a se stesso al plurale: "Facciamo l’uomo a nostra
immagine, a nostra somiglianza" (Gen 1,26) come quando più persone si
consultano fra loro e arrivano a una decisione comune. Infine facendo l’uomo "a
sua immagine" lo crea coppia: "maschio
e femmina; li creò" (Gen 1,27) col potere di generare: li creò
trinità. Una trinità (padre, madre, figlio) "immagine e somiglianza di
Dio".
Nel
Nuovo Testamento, l’angelo annuncia a Maria: "Lo Spirito santo scenderà
su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque
santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,55).
Sono tre: l’Altissimo, lo Spirito santo e il Figlio di Dio.
Dopo il battesimo
di Gesù il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito santo in apparenza
corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: "Tu sei il mio
Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Lc
5,21-22). La voce del Padre sul Figlio prediletto e la discesa dello Spirito.
Gesù inizia il suo
primo discorso pubblico con queste parole della Scrittura: "Lo Spirito
del Signore è sopra di me" (Lc 4,18). "Oggi
si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi"
(Lc 4,21). Lo Spirito del Signore (del Padre) sul
Figlio. Ancora
Venuto ad abitare
in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14), il Verbo (ossia
Gesù Figlio unico
di Dio parla di suo Padre come di una persona nettamente distinta da lui (cfr.
Gv 17,10). Tra lui e il Padre vi è distinzione netta e tuttavia unità perfetta:
"Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10,30); "Chi
ha visto me, ha visto il Padre" (Gv 14,9).
Verso la fine
della sua vita Gesù annuncia una terza persona divina: "il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel
mio nome..." (Gv 14,26). Uno Spirito perfettamente distinto dal Padre
e dal Figlio.
La rivelazione,
dunque, ci presenta delle persone distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo,
ognuna è persona distinta, e nello stesso tempo ci dice la loro unità in un
solo Dio.
Dalla risurrezione
del Figlio e dall’effusione dello Spirito è nata
Le porte di questo
mistero non si aprono col grimaldello dell’intelligenza o con la perspicacia
delle formule, ma si spalancano solo all’amore. "Se uno mi ama... il
Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di
lui... e lo Spirito santo che il Padre manderà in mio nome, v’insegnerà ogni
cosa" (Gv 14, 23-26). "Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e
ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o
Padre, perché così hai voluto nella tua bontà" (Mt 11,25-26).
Arrivato a questo
punto, qualcuno potrebbe esclamare: "Finalmente ho capito il mistero di
Dio-Trinità!". No, assolutamente. Ci siamo solo avvicinati al mistero.
Quando si tratta
di Dio (ma anche delle persone umane!) possiamo solamente supporre il loro
mistero, intravederlo, intuirlo senza poterlo veramente afferrare e esprimere
con nozioni chiare e formule esatte. Prendiamo la vita, la nostra, quella di un
animale o di una pianta: ebbene nessuno scienziato sa dirci che cosa sia
esattamente. Eppure la vita è in noi, attorno a noi, vi siamo immersi.
Nonostante questo, non esiste nessuna possibilità di definirla in termini
perfetti. Abbiamo una certa intuizione di che cosa sia la vita, ma il suo
mistero essenziale ci sfugge. Non conosciamo neppure noi stessi.
Eppure noi
continuiamo a vivere, tentando di balbettare su quanto viviamo pur sapendo che
la vita e le persone non si mettono in formule. A maggior ragione quando si
tratta della vita di Dio. Abbiamo a disposizione solo parole inadeguate, "ingannatrici",
e tentiamo di costruirci delle immagini con specchi deformanti. La strada più
adeguata è ancora e sempre quella dell’amore. "Carissimi,
amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio; chiunque ama è generato da
Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è
amore" (1 Gv 4,7-8).
Dio si rivela come
qualcuno e non come un complesso di forze vaghe e stemperate nella natura. Ha
un nome proprio. È una persona.
Persona (in greco:
pros-opon = sguardo verso; in latino: persona =
risuonare attraverso, parola verso) indica un essere che dialoga e ha dei
rapporti.
Se l’Assoluto,
Dio, è persona ancora prima della creazione, non può essere un singolo,
altrimenti non sarebbe "sguardo verso" qualcuno,
"parola verso" qualcuno, "rapporto con qualcuno".
Da sempre, quindi il nostro Dio "unico" è anche "pluralità".
Dio si è rivelato
come Amore (1Gv 4,8). E si può essere amore solo nei confronti di un’altra
persona. Una persona che fosse sola a esistere non potrebbe amare, oppure
amerebbe se stessa e questo sarebbe puro egoismo, il contrario esatto
dell’amore, l’opposto di Dio, perché Dio è amore.
Dio è essenzialmente
"pluralità di persone" ed, essendo personale, è
fondamentalmente rapporto e dialogo.
Questo termine "dialogo"
ci aiuta a comprendere cosa significa: "In principio era il Verbo, e il
Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... E il Verbo si fece carne e venne ad
abitare in mezzo a noi" (Gv 1,1-14).
Il termine greco
usato da Giovanni è "logos". La sua traduzione latina "verbum" sfortunatamente è stata trascritta e non
tradotta in italiano. Verbo significa Parola. Dio è Logos, Parola, perché è
amore, rapporto; non parla eternamente da solo, ma è dialogo. Gesù è
All’inizio del IV
secolo, verso l’anno 320, viveva ad Alessandria d’Egitto un prete austero, pio
e colto di nome Ario. A grandi linee il suo insegnamento era
questo: "Dio è uno, eterno non generato. Gli altri esseri
sono creature, il Logos per primo. Come tutte le altre creature, il Logos è
stato tratto dal nulla e non dalla sostanza divina; ci fu un tempo in cui non
esisteva. È stato creato mediante un atto libero di Dio. Creatura di Dio, il
Logos è a sua volta, creatore degli altri esseri; questo rapporto giustifica il
titolo di Dio che gli è dato impropriamente. Dio lo ha adottato come figlio ma
da questa filiazione adottiva non discende alcuna partecipazione reale alla
divinità, alcuna somiglianza con Dio. Dio non può avere uno che gli assomigli.
Lo Spirito Santo è la prima creatura del Logos e quindi ancora meno Dio del
Logos stesso...".
Era la totale
distruzione di Cristo e del cristianesimo!
L’imperatore
Costantino convocò il primo concilio "ecumenico" (300 vescovi
quasi tutti orientali) a Nicea in Bitinia.
Era l’anno 325.
I vescovi
condannarono la dottrina di Ario e si permisero di aggiungere qualcosa al
simbolo degli apostoli. Abbiamo così il simbolo di Nicea
completato successivamente a Costantinopoli (a. 381), il simbolo che recitiamo
durante la messa.
Cerchiamo di
comprenderlo.
Unigenito
Figlio di Dio. Gesù Cristo è il solo
generato, figlio per generazione e non per adozione. Questo termine "unigenito"
è nel vangelo di Giovanni: "Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di
unigenito dal Padre" (Gv 1,14). "Dio ha tanto amato il
mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv
3,16).
Nato dal Padre. L’espressione "nato da" non si trova
nella Scrittura, ma vi si trova una espressione ancora
più forte: "Figlio unigenito che è nel seno del Padre" (Gv
1,18).
Prima di tutti
i secoli. Per noi generazione e
nascita richiamano necessariamente l’idea dell’inizio, la preesistenza del
padre e della madre rispetto al figlio ecc. perché ogni generazione umana
avviene nel tempo. Non così per la nascita del Figlio di Dio. È una nascita
prima dell’inizio, una nascita eterna. Il Padre e il Figlio sono coeterni (come
di due persone nate nello stesso anno si dice coetanei).
Dio da Dio. Il Padre è Dio. Quindi il Figlio è Dio. La divinità
del Figlio è la stessa del Padre. "Tutto quello che il Padre possiede è
mio" (Gv 16,15).
Luce da luce. "Dio è luce" (1Gv 1,5), è "il
Padre della luce" (Gc 1,17). Gesù dice di se
stesso: "Io sono la luce" (Gv 8,12). Non "una"
luce, ma "la" luce.
Dio vero da Dio
vero. Non Dio nominalmente o per
adozione o per partecipazione, ma Dio vero, senza lasciare scappatoie o
possibilità di equivoci.
Generato non
creato. Ario diceva: Dio Padre è "ingenerato",
ma il Figlio è "fatto", è una "creatura". Il
concilio risponde: il Verbo non è "fatto" o "creato";
è "generato" dal Padre.
Della stessa
sostanza del Padre. Omoousios è un termine tecnico della
filosofia. Qui, in questo preciso contesto, significa che il Padre e il Figlio
hanno in comune una sola e identica divinità.
Per mezzo di
lui tutte le cose sono state create.
Tutta la creazione è stata fatta per mezzo di questo Figlio che non era stato "fatto".
"Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato
fatto, di tutto ciò che esiste" (Gv 1,3). "Egli (il Figlio) è
immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo
di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili... Tutte le cose sono
state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima
di tutte le cose e tutte sussistono in lui"
(Col 1,15-17).
Tutto questo ha
aggiunto il concilio di Nicea (a. 325) perché non
fosse più possibile nessun equivoco e perché si sapesse, in conformità al
vangelo, che Gesù è Dio. Il primo concilio di Costantinopoli (a. 381) inserirà
nel simbolo le affermazioni riguardanti lo Spirito Santo per togliere ogni
ombra di dubbio sulla divinità della terza persona della Trinità.
S. Paolo parla
della conoscenza di Dio nell’"oggi" di questa vita in
contrapposizione a quella che si avrà nell’"allora" della
visione del cielo. "Ora vediamo come in uno specchio, in maniera
confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia" (1Cor 13,12).
In attesa della
visione "a faccia a faccia", accontentiamoci di guardare nello
specchio.
Gli specchi in cui
possiamo vedere la santissima Trinità "in maniera confusa"
sono diversi. Il triangolo, coi suoi tre angoli comprendenti ciascuno una
superficie unica e comune soddisferà l’arida intelligenza del matematico. Il
filosofo preferirà entrare in se stesso e analizzarsi seguendo un ragionamento
che potrebbe essere formulato così: "Io penso... E penso un pensiero
che viene da me, senza essere me stesso, un pensiero che esprimo in una
"parola", in un logos che procede da me, come figlio della mia
intelligenza... Sperimento in me una terza forza: amo, e il mio amore
scaturisce da me come un "alito" di tenerezza che diffonde veramente
attorno a me la vita...". Un solo essere, tre
potenze realmente distinte: un’analogia che sottolinea adeguatamente l’unità
della natura in Dio, ma a scapito della trinità delle persone perché questo io
del filosofo è una persona sola.
Guardiamo piuttosto
lo specchio dell’amore, perché che s. Giovanni, in un passo ispirato delle
Scritture, ci dà di Dio questa "definizione": "Dio è
amore" (1Gv 4, 8.16). Questo specchio, meno intellettuale dei
precedenti è più eloquente, riflette meglio l’esperienza umana e ha un forte
appoggio nel libro della Genesi. Dio disse: "Facciamo l’uomo a nostra
immagine, a nostra somiglianza..." Dio
creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li
creò. Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi..." Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa
molto buona (Gen 1,26-31). Dio ci ha insegnato che è una famiglia, Padre,
Figlio e Spirito. La famiglia umana, quindi, ci mette sulla strada buona: essa
e "l’uomo a immagine e somiglianza di Dio", è lo specchio
vivente più terso di Dio-Trinità.
Certamente,
immagine imperfetta! Ma è pur vero che nel profondo della nostra esperienza
familiare troviamo una pallida, ma sconvolgente idea, come un invito e una
nostalgia di ciò che Dio vive nel cuore della Trinità.
"Molti
cristiani di oggi, senza saperlo, coltivano un certo platonismo. Essi bruciano il loro granello
d’incenso al mito del Dio greco, individuo perfetto, immobile e splendente,
mentre il mistero rivelato da Gesù è quello di una famiglia di tre persone
talmente unite dall’amore da essere UN Dio"
(F. Varillon).
Troppi battezzati,
nella loro fede e nella loro preghiera, pensano d’aver solo rapporti col Dio
unico che pregano alla maniera degli ebrei o dei musulmani, ignorando
praticamente le tre Persone. La rivelazione e la liturgia ci invitano a
incontrare personalmente il Padre, il Figlio e lo Spirito santo.
"Il
mistero della Trinità è il mistero della famiglia (o comunità) divina. Un Dio unipersonale (che
fosse una persona sola) non sarebbe un Dio vivente.
6
NOSTRO SIGNORE
La signoria è un
titolo d’onore, d’autorità, di potere. Il Signore con la maiuscola è Dio in
quanto sovrano di tutta la creazione.
Oggi si usa il
titolo di "signore" per il primo venuto. Anche nel vangelo
alcuni che si avvicinavano a Cristo lo chiamavano "signore" in
questo senso generico: la samaritana al pozzo (Gv 4,11.15), il paralitico di Betsaida (Gv 5,7), Maria Maddalena fuori dal sepolcro vuoto
(Gv 20,15). Ma per i discepoli di Gesù, questo titolo dato al loro maestro
esprime molto più della comune buona creanza. Gesù è "il Signore",
a un titolo assolutamente unico.
Dopo la
risurrezione, sul mare di Tiberiade, i discepoli rientrano dalla pesca a mani
vuote. Dalla riva uno sconosciuto chiede loro: «Figlioli
non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No".
Allora disse loro: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e
troverete". La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran
quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse
a Pietro: "È il Signore!"... E nessuno dei discepoli osava
domandargli: "Chi sei?", poiché sapevano bene che era il Signore» (Gv 21,5-12).
Dopo
Due o tre secoli
prima di Cristo fu tradotta in greco
Gesù di Nazaret,
figlio di Maria, falegname di professione, è Signore Dio. Siamo qui nel cuore
del mistero di Gesù Cristo, al centro della fede cristiana essenziale. "Se
confesserai con la bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che
Dio l’ha risuscitato dai morti, sarai salvo"
(Rm 10,9).
Gesù Cristo "è
il Signore di tutti" (At 10,36). "Nel nome di Gesù ogni
ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua
proclami che Gesù Cristo è il Signore" (Fil 2,10-11).
La fede viene
professata più nella vita quotidiana che con la recita domenicale del Credo.
Potrebbe accadere, senza saperlo, che Gesù Cristo sia "nostro
Signore" in mezzo a tanti altri signori.
Gesù non può
essere uno dei nostri signori e nemmeno il primo fra gli altri: è il solo
Signore. Il Credo di Nicea proclama: "Credo
in un solo Signore Gesù Cristo".
Nei primi secoli
della Chiesa, l’imperatore rivendicava per sé il titolo di dio. Accanto a lui
brulicava una fauna di signori piccoli e grandi, buoni e cattivi. Tutto questo
è cambiato solo in superficie. Abbiamo i divi dello stadio e dello spettacolo,
i tiranni della burocrazia e della moda, i magnati della politica e della
stampa, ecc.
Ci dedichiamo
all’adorazione del denaro e di chi ne possiede, del potere e di coloro che lo
detengono, del prestigio, della bellezza, ecc.
Il cristiano può
verificare l’autenticità della sua fede in Gesù Cristo come unico assoluto,
misurando l’allergia che sente verso ogni tipo di piccoli assoluti che
pullulano nella società umana. Il cristiano rende volentieri a Cesare quello
che è di Cesare (cfr. Mt 22,21) e a ciascuno l’onore che merita, ma è
sovranamente libero: ascolta e segue solo Cristo (cfr. Gv 10,3-4).
Dà loro un potere:
quello di servire; una divisa per il comando e per la liturgia: il grembiule
(Gv 13,4).
Da quel momento,
al seguito di Cristo, ci sono solo fratelli e sorelle in servizio reciproco.
Solo Gesù è Signore. Per il cristiano non esiste altra signoria che quella di
Gesù. Egli è "il solo Signore". È il solo Signore della
creazione (per mezzo di Lui tutte le cose sono state create) e della storia
degli uomini, l’inizio e la fine (Ap 22,13), il primo
e l’ultimo (Ap 1,17), l’alfa e l’omega (Ap 1,8), ossia il Tutto.
7
FU CONCEPITO DI SPIRITO SANTO, NACQUE DA MARIA
VERGINE
Leggiamo alcuni
testi della Scrittura che narrano il fatto.
«L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della
Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa
di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei,
disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te". A queste
parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato
grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo
chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo;
il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla
casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". Allora
Maria disse all’angelo: "Come è possibile? Non
conosco uomo". Le rispose l’angelo: "Lo
Spirito santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza
dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di
Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua
vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti
dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio". Allora Maria disse:
"Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" e l’angelo partì da lei» (Lc 1,26-38).
«Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua Madre
Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme
si trovò incinta per opera dello Spirito santo. Giuseppe suo sposo, che era
giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in
sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non
temere di prendere con te Maria, tua
sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa
partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti
salverà il suo popolo dai suoi peccati". Tutto questo avvenne perché si
adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la
vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele,
che significa Dio con noi» (Mt 1,18-23).
"Quando
venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna" (Gal 4,4).
Sant’Ignazio d’Antiochia (+107) scrive: "Siate dunque sordi quando
qualcuno vi faccia discorsi che non vi parlano di Gesù Cristo, disceso dalla
stirpe di Davide, figlio di Maria, che realmente nacque, mangiò e bevve, fu
realmente perseguitato sotto Ponzio Pilato, fu
realmente crocifisso e morì... che realmente risuscitò dai morti; e lo
risuscitò il Padre suo, che risusciterà similmente anche noi che crediamo in
lui, per virtù di Gesù Cristo, senza il quale noi non possediamo la vera
vita" (Lettera ai Tralliani).
"La
vera fede è credere e proclamare che nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio
è Dio e uomo. È Dio, eternamente generato dalla sostanza del Padre; è uomo, nato
nel tempo dalla sostanza di sua madre. Perfettamente Dio; perfettamente uomo;
composto da un’anima razionale e da un corpo umano. Uguale al Padre secondo la
divinità; meno grande del Padre secondo l’umanità. Anche se è Dio e uomo non ci
sono tuttavia due Cristo ma uno solo. Uno solo non perché la divinità sia stata
trasformata in carne, ma perché l’umanità è stata presa da Dio. Uno solo
assolutamente, non per confusione dell’umano e del divino, ma per l’unità della
persona. Infatti, come l’anima razionale e il corpo sono un
solo uomo, così Dio e l’uomo sono un solo Cristo" (Dal Simbolo detto "di sant’Atanasio"
+373).
Gesù vero Dio e
vero uomo ha Dio solo per Padre. Lo Spirito Santo non è un padre supplente, ma
la potenza creatrice del Padre, "la potenza dell’Altissimo" (Lc 1,55) che porta la creazione al momento massimo della
perfezione: l’uomo Cristo Gesù.
Un saggio indù ha
detto che l’Europa ha capito soltanto metà del messaggio di Cristo. Essa ha
capito che Cristo e Dio sono un tutt’uno; deve però ancora scoprire l’altra
metà, che cioè Cristo e l’uomo sono un tutt’uno, che l’uomo, ogni uomo, anche
il più piccolo degli uomini è suo (di Cristo).
L’incarnazione
scandalizza i giudei: essa abbassa l’Altissimo, macchia il Santo con l’impurità
della nascita, del sangue, della morte.
L’incarnazione è
stoltezza per i greci (pensatori e filosofi): essa pone l’Eterno nel tempo, lo
spirito nella materia, l’uno nel molteplice, l’universale nel particolare. Essa
è esattamente il cammino inverso dell’idealismo greco che cerca la salvezza
nella disincarnazione.
Ma soprattutto
l’incarnazione sconvolge e supera noi cristiani di ieri e di oggi. Tutte le
grandi eresie indicano la nostra resistenza a tale vertiginoso ideale, a questo
avvicinamento sconvolgente e inquietante: l’unione reale dell’uomo con Dio.
Anche oggi ci sono
eresie sommerse ma pericolose come mine vaganti inesplose. Il cristiano mal
istruito crede che Gesù si è manifestato in un corpo
senz’anima umana e considera la parola "carne" esclusivamente
in senso materiale, come la bistecca, mentre significa "uomo".
"Il Verbo si è fatto carne" (Gv 1,14) significa "si è
fatto uomo".
Il cristiano
troppo dotto rappresenta Cristo come qualcuno che ha il ciclomotore, ma fa finta
di pedalare su una comune bicicletta per incoraggiare i ciclisti (noi uomini).
Finge di affaticarsi sui pedali, ogni tanto sospira per dare l’impressione che
è stanco, si asciuga il sudore perché gli altri sudano. Ma con
tutto ciò va sul ciclomotore. In altre parole, Cristo ha risolto i suoi
problemi di uomo con il motore della sua divinità e non pigiando faticosamente
sui pedali della sua umanità.
Qualcuno ci disse
che Gesù non pregava per necessità, ma per darci il buon esempio. Faceva finta!
Anche Bossuet ci lascia di stucco quando commenta la
frase del vangelo "Gesù cresceva in sapienza, statura e grazia davanti
a Dio e agli uomini" Lc 2,52). Dice: "Gesù possedeva tutta la perfezione fin dal
principio, ma la lascia trasparire progressivamente per rassomigliare a un vero
bambino" (Bossuet, Elévations
sur les Mystères).
Ha fatto finta di crescere, ha fatto finta di essere un bambino!
Qualcuno crede che
Gesù è stato uomo, ma non lo è più e che in eterno è
soltanto Dio.
Altri allontanano
Cristo dal mondo, lo confinano in cielo, lo incensano, lo esiliano totalmente e
rendono la carità fraterna, al massimo, un comando, una occasione
di merito e non quale essa è: un atto di amore a Cristo che si identifica con
l’uomo: "Ogni volta che avete fatto tutte queste cose a uno solo di
questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me" (Mt 25,40).
Occorre essere Dio
per riuscire ad amare gli uomini. Occorre che l’uomo sia Dio per avere un
motivo sufficiente per amare l’altro, perché ci sia una ragione proporzionata
ai sacrifici inauditi che un simile amore esige e alle delusioni che esso
procura. L’unico mezzo per amare gli uomini è credere che Dio è uomo.
L’incarnazione non
si conclude con l’ascensione di Cristo. Gesù è rimasto uomo, un uomo assiso
alla destra del Padre onnipotente.
Il fariseo è colui
che tenta di fare delle buone relazioni con Dio una scusa alle cattive
relazioni con il prossimo (cfr. Lc 18,9-14), che
escogita il modo per non pagare il sussidio alimentare ai genitori votando i
suoi beni a Dio (cf. Mt 15,5). I conti in regola con
Dio gli danno la possibilità di sentirsi la coscienza tranquilla nei confronti
degli altri.
Cristo ha
rovesciato simili ragionamenti. Egli ci ha detto: hai gli stessi doveri verso
Dio e verso il prossimo: tu non sei più vicino a Dio di quanto tu non lo sia al prossimo; l’unica prova decisiva che tu ami
Dio è che tu ami il fratello: «Se uno dicesse: "Io amo Dio" e
odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non
ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il
comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio ami anche suo fratello» (1Gv 4,20-21).
L’eresia più
pericolosa consiste nel disincarnare Cristo, nel liberare Dio dal corpo, nel
rimetterlo in cielo. Se Dio se ne stesse in cielo io potrei odiare
tranquillamente il mio prossimo o, peggio ancora, potrei ignorarlo, starmene a casa mia tranquillo, con la mia povera religione della
domenica. Potrei onorare Dio, e, durante la settimana, servirmi del fratello
anziché servire il fratello.
La religione
dell’incarnazione è scomoda e mette continuamente in discussione la nostra
quiete: Dio è sempre presente. "Io, Cristo, ho fame, ho sete, sono
forestiero, nudo, malato, carcerato" (cfr. Mt 25,31-46).
Tutte le strutture
della società sono anticristiane: capitalismo, proletariato, privilegi di
classe, di denaro, di razza e di colore, di educazione e di cultura; ovunque
privilegi e barriere e quindi oppressione. E Cristo non è tra i privilegiati!
Cristo è in terra
e si tratta di una presenza terribile. Gli avversari dell’incarnazione vogliono
una religione comoda: per questo esiliano Cristo, separano Dio dall’uomo.
Ognuno sistema le sue faccende come vuole e tutto è più facile quando Dio non
interviene a complicare le cose.
Alla fine del
mondo risuonerà la stessa parola che risuonò in principio: "Caino,
dov’è tuo fratello Abele?" (cfr. Gen 4,9).
8
PATÌ SOTTO PONZIO PILATO
Dopo la concezione
di Gesù e la sua nascita, il Credo passa direttamente
alla sua morte, saltando a piè pari la sua vita. I nomi di Maria e di Pilato
sono citati uno dopo l’altro in una prossimità che colpisce. Maria e Pilato,
una dissonanza ardita. Mediante loro due il Figlio di Dio si è veramente
incorporato alla nostra umanità: alla nostra razza umana mediante la sua madre
umana, Maria; alla nostra storia umana, civile e politica, mediante Ponzio Pilato.
Maria ... Pilato:
l’amore che fa vivere Gesù, l’egoismo che lo fa morire; la madre di Dio,
l’assassino di Dio; l’umanità, la migliore e la peggiore: noi tutti.
Patì. Cristo non
ha cercato la croce, non ha torturato se stesso. Anzi di fronte alla passione
ha sudato sangue, ha gridato la sua paura, ha supplicato di essere liberato
dalla morte (cfr. Mt 26,36-42; Lc 22,39-44). "Nei
giorni della sua vita terrena egli (Cristo) offrì preghiere e suppliche con
forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per
la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che
patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che
gli obbediscono" (Eb 5,7-9)
Patì. È forse
questa la risposta di Dio al mistero della sofferenza degli uomini? Ogni uomo
cozza duramente contro la sofferenza, non se ne sa dare una ragione e non ne
vede l’utilità per nessuno: né per sé, né per gli altri, né tanto meno per Dio.
Allora perché? Per chi?
Trecento anni
prima di Cristo, Epicuro faceva questo ragionamento: "O Dio vuol
sopprimere il male e non può, e allora è impotente... Oppure non vuole e non
può, e allora è un niente... Oppure può sopprimere il male e non vuole, e
allora è maligno... O, infine, può e vuole, e allora dov’è questo Dio e da dove
viene il male?...".
I filosofi
cristiani, pagani e atei hanno tentato delle spiegazioni: è il loro mestiere.
Cristo, il giusto, non tenta nessuna giustificazione della sofferenza e della
morte. Le combatte per distruggerle definitivamente. La ribellione degli uomini
è anche la sua. Guarisce i malati, risuscita i morti, lotta
per gli umiliati, perdona ai peccatori... A tutti insegna: "Amate i
vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi
maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva
il mantello, non rifiutare la tunica... Siate misericordiosi... Non
giudicate... Non condannate... Perdonate"
(Lc 6,27-37). E di tutto quanto ha
insegnato ne dà l’esempio levando alto il suo grido di "vendetta"
contro i suoi carnefici: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che
fanno" (Lc 23,34).
Anche i discepoli
di Cristo cercarono spiegazioni davanti al cieco nato. Gesù non dà spiegazioni:
lo guarisce (cfr. Gv 9,1-7).
Di fronte a ogni
sofferenza si possono prendere vari atteggiamenti, reagire in svariate maniere,
ma tutto può ridursi a due comportamenti fondamentali: fare o filosofare.
Cristo ha scelto il primo e lo ha comandato anche a noi. Sui fatti verterà il
suo giudizio nei confronti del mondo e di noi stessi alla fine dei tempi: sulla
nostra preoccupazione effettiva di porre fine alle sofferenze degli affamati,
degli assetati, di chi non ha vestiti, degli stranieri, degli ammalati, dei
prigionieri (cfr. Mt 25,31-46).
Per i filosofi il
male è un problema; per Cristo e per i cristiani è un nemico, uno scandalo, una
provocazione; ed esige una protesta, una mobilitazione, una rivolta. Non si
spiega il male, lo si combatte!
Dobbiamo renderci
conto che Dio vede la sofferenza in modo diverso dal nostro. Dio ha una
concezione molto positiva sulla sofferenza come mezzo, al punto che egli
accoglie per se stesso il dolore come strada necessaria. Ai discepoli di Emmaus Gesù spiega: "Non bisognava che il Cristo
sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" (Lc 24,26). E agli apostoli: "In verità, in verità,
vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece
muore, produce molto frutto" (Gv 12,24).
Secondo il modo di
vedere di Dio e nell’esperienza di Gesù, la sofferenza della passione sfocia
nella gloria della risurrezione, la morte di uno è la vita di tutti.
L’uomo non sa
assolutamente liberarsi dal suo egoismo di grano sterile e pensa di trovare la
vita conservandola per sé. Gesù insegna: "Chi avrà
trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita, per causa mia,
la troverà" (Mt 10,39).
La sofferenza
dell’uomo e del mondo è un radicale mutamento, una spinta urgente verso una
vita diversa e migliore. Per questo è lacerazione, sbriciolamento, trauma,
morte. È una legge generale. Morte della crisalide che diventa farfalla,
annientamento dell’uovo che diventa pulcino, marcire del chicco che diventa
spiga e messe, sgomberare il terreno dalla baracca per costruirvi un
grattacielo. Dice il prefazio della liturgia eucaristica funebre "Ai
tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta ma trasformata: e mentre si
distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata una abitazione eterna nel cielo".
Il mistero
pasquale è il passaggio (Pasqua significa passaggio!) da una vita all’altra. La
vita terrena deve essere necessariamente snidata dalla sua tranquillità,
sottoposta a un passaggio, segnato dal sangue, verso la morte, ultima tappa
prima della vita eterna. Il cristiano sa che questi dolori sono le doglie del
parto per la nascita di un mondo nuovo: "Io ritengo, infatti, che le
sofferenze del momento presente non sono paragonabili
alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi... Sappiamo bene infatti
che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa
non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo
interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro
corpo" (Rm 8, 18-23).
La
madre vuole i dolori del parto; li vorrebbe anche il figlio se sapesse che
rappresentano la condizione perché da embrione diventi un uomo: "La
donna, quando partorisce, è afflitta perché è giunta la sua ora; ma quando ha
dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione, per la gioia che
è venuto al mondo un uomo.
Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro
cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla" (Gv 16,21-23).
L’uomo si supera
solo attraverso la sofferenza.
Vivere è amare;
amare è morire. Amare significa uscire da se stessi, dimenticarsi,
sacrificarsi, cancellarsi, negarsi, per gli altri. La morte rappresenta
l’annullamento completo di sé; se è accettata, è il vertice dell’amore. La
morte per gli altri è la sola testimonianza irrefutabile d’un amore senza
egoismo. Dio muore per amore verso gli uomini; l’uomo è chiamato a morire per amore
verso Dio e verso i fratelli. È questo l’amore infinito perché "nessuno
ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv
15,13).
Sfortunatamente il
nostro amore non è infinito, non è libero dall’egoismo, non è puro. La
sofferenza è il solo mezzo per la nostra purificazione, il mezzo per ridurre in
noi stessi l’egoismo e generarvi l’amore. La sofferenza non è qualcosa di
accidentale o di incidentale, ma è la via. Per il credente, la sofferenza non è
assolutamente un’assenza di Dio, ma una presenza d’amore. L’autore della "Imitazione
di Cristo" dice: "Senza dolore non si vive nell’amore".
"Come
nessuno ama Dio senza soffrire, così nessuno vede Dio senza morire... Nessuna
volontà è buona se non è uscita da sé per lasciare tutto lo spazio
all’invasione di quella di Dio"
(Maurice Blondel).
Gesù non ha subìto
una morte qualsiasi per motivi indefiniti. Fu arrestato, giudicato, condannato
e ucciso per motivi precisi e da poteri ben determinati.
Il conflitto fra
Gesù e i capi del popolo scoppia violento fin dai primi incontri (Mc 1,6-12;
3,1-6) e diventerà sempre più insanabile, fino all’uccisione di Gesù. Il
complotto degli uomini contro Gesù prende tutto il vangelo e sfocia in due
processi lungamente particolareggiati. Gesù crocifisso non è altro che Gesù
condannato dai poteri civili e religiosi.
Gesù perde il
processo religioso davanti alla sua chiesa: è un falso profeta. Il Dio che egli
rivela, il Dio che egli è o pretende di essere, non è il Dio della sua chiesa
ebraica.
Gesù guarda l’uomo,
i suoi interessi, la sua salvezza. Per i suoi avversari invece sono importanti
la legge, la tradizione, la burocrazia, le scartoffie... I suoi avversari non
si preoccupano affatto dei peccatori, dei poveri, ma solo della legge e della
sua applicazione. Gesù proclama: "Il sabato è fatto per l’uomo e non
l’uomo per il sabato!" (Mc 2,27). L’uomo religioso di allora faceva di
Dio il nemico dell’uomo. La rivolta di Gesù contro i padroni della legge
(scribi, farisei, sadducei, classi dominanti) è una rivolta in favore dei
piccoli, oppressi da un giogo insopportabile. Le sette lamentazioni rivolte
agli scribi e ai farisei: "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti"
(Mt 23,13-32) con le motivazioni addotte, sono un ottimo quadro riassuntivo
della situazione di allora.
Gesù perde il
processo civile davanti all’autorità politica. Pilato dichiara ben tre volte: "Io
non trovo in lui nessuna colpa" (Gv 18,38; 19,4.6), ma "ebbe
paura crescente" (Gv 19,8) "e lo consegnò loro perché fosse
crocifisso" (Gv 19,16).
Dio è condannato
dai poteri. Condannato perché vuole essere libero e liberatore. Il peccato del
mondo è soprattutto il potere che schiaccia il debole e condanna l’innocente;
il potere pubblico o privato che domina invece di servire, che sfrutta invece
di amare.
Fu
chiesto a Raoul Follereau: "Quando scriveste
a Krusciov e a Eisenhower, che, se avessero
rinunciato a un apparecchio da bombardamento ciascuno, si sarebbero potuti
curare tutti i lebbrosi del mondo, avete avuto risposta? Rispose: No... Nella potenza e
nella ricchezza esiste un confine oltre il quale non si è più né americani né
russi, né cristiani né atei: si è potenti, si è ricchi; si è
disumanizzati".
Pilato, davanti a
Gesù, si richiama alla sua autorità: "Non sai che io ho il potere di
metterti in libertà e il potere di metterti in croce?" (Gv 19,10). Ma
Gesù rifiuta l’assoluto di questa autorità, ne subisce le inique conseguenze
senza ribellarsi e s’incammina verso il Calvario portando la sua croce.
L’insegnamento
di Cristo è inequivocabile: "Io vi dico di non opporvi al malvagio;
anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi
ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il
mantello. E se uno ti
costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due..." (Mt 5,39-41).
Secondo Cristo il
rimedio contro le forme di oppressione e contro l’arroganza dei poteri politici
e religiosi non è la lotta, ma la debolezza e l’umiltà dell’amore, la debolezza
e l’umiltà di Dio. Il solo rimedio è uccidere l’odio, prima di tutto nel
proprio cuore.
Su
questa linea è l’insegnamento della Chiesa: "Oggi gli uomini
aspirano a liberarsi dal bisogno e dalla dipendenza. Ma questa liberazione s’inizia con la libertà
interiore che essi devono ricuperare dinanzi ai loro beni e ai loro poteri;
essi mai vi riusciranno se non tramite un amore che trascenda l’uomo e, di
conseguenza, tramite una effettiva disponibilità al
servizio. Altrimenti, e lo si vede fin troppo, anche le più
rivoluzionarie ideologie otterranno soltanto un cambio di padroni: insediati a
loro volta al potere, i nuovi padroni si circondano di privilegi, limitano le
libertà e permettono che si instaurino altre forme di ingiustizia" (Paolo VI, Octogesima adveniens, 45; 14
maggio 1971).
«
"La
liberazione che proclama e prepara l’evangelizzazione è quella che Cristo ha
annunziato e donato all’uomo mediante il suo sacrificio" (Paolo VI; EN. 38).
La passione e
morte di Cristo ci vengono presentate dalla Bibbia come sacrificio, riscatto,
redenzione, salvezza, remissione dei peccati ecc.
Il prezzo di
questo riscatto e di questo acquisto è stato il sangue di Cristo.
"Abbiamo la redenzione mediante il suo sangue" (Ef 1,7). "Cristo
Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1Tm 2,6). "Tu
(Cristo) sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini
di ogni tribù, lingua, popolo e nazione" (Ap
5,9). "Siete stati comprati a caro prezzo" (1Cor 6,20; 7,23).
Nella messa ci
viene ripresentato il corpo di Cristo "offerto in sacrificio"
per noi e il sangue di Cristo "versato per tutti in remissione dei
peccati".
Il sangue (= la
vita) di Cristo non è stato versato come riscatto al diavolo: non si tratta di
una transazione commerciale per l’acquisto dell’umanità, per il passaggio di
proprietà da satana a Dio. Non è neppure un prezzo pagato a Dio per "soddisfare"
la sua giustizia o la sua collera. Dio non è un giustiziere sanguinario, un
usuraio rapace a cui non interessa la provenienza del riscatto, che sacrifica
l’innocente (Cristo) al posto del colpevole (l’umanità) purché qualcuno paghi e
gli restituisca il suo avere. Se "Dio è amore" (1Gv 4,8)
dobbiamo eliminare dal mistero cristiano tutto quanto non è amore, tutti i
residui delle idee pagane che stentano a morire in noi.
«Quasi tutte le religioni gravitano attorno al problema
dell’espiazione; esse si radicano nella coscienza che l’uomo ha della propria
colpevolezza davanti a Dio e rappresentano un tentativo di placare il senso di
colpa, per vincere il peccato (e la paura) con azioni espiatorie da presentare
a Dio. Nel Nuovo Testamento invece la situazione è quasi esattamente capovolta.
Non è l’uomo che si accosta a Dio per presentargli un’offerta riparatrice, ma è
Dio che si avvicina all’uomo per accordargli un dono. Per iniziativa stessa
della sua potenza amorosa, egli restaura il diritto leso, giustificando l’uomo
colpevole mediante la sua misericordia creatrice e richiamando alla vita colui che
era morto. La sua giustizia è grazia... Qui ci troviamo davvero di fronte alla
svolta portata dal cristianesimo nella storia delle religioni: il Nuovo
Testamento non dice che gli uomini si riconcilino con Dio, come del resto
dovremmo attenderci, perché sono essi che hanno sbagliato, non Dio. Ci dice
invece: "È stato Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo" (2Cor
5,19)» (Joseph
Ratzinger).
Il capitolo 15 di
Luca ci dice che non è l’uomo che cerca Dio, ma Dio che cerca l’uomo, lo porta
sulle sue spalle e lo accoglie nuovamente nella sua casa: è Dio che si assume
il gravoso impegno della reintegrazione del figlio prodigo e della pietà
onerosa del samaritano (Lc 10, 29-37). "Dio
ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio
unigenito" (Gv 3,16). Dio si fa uomo, diventa membro a pieno diritto
di questa umanità, ne è addirittura il capo, la testa, e in lui l’umanità
intera offre a Dio un sacrificio d’amore: l’obbedienza assoluta a Dio,
l’adesione a Dio fino alla morte.
9
FU CROCEFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO
La vita di Cristo
uomo-Dio è confrontata con quella di "un tale chiamato Barabba che si
trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un
omicidio" (Mc 15,7) e il piatto della bilancia pende in favore di
Barabba. Dio prenderà su di sé la croce che spettava all’assassino, morendo
innocente al posto del colpevole. Non è un caso, non è un errore giudiziario.
Gesù è crocifisso
tra due malfattori. Ufficialmente sono tre malfattori. Gesù è "messo
fra i malfattori" (Mc 15,28) e nemmeno questo è un caso: è una scelta
d’amore, una scelta di campo. Cristo si identifica sempre con le vittime, mai
con i carnefici. E siccome, vittime e carnefici "senza distinzione,
tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, sono giustificati
gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo
Gesù" (Rm 3, 22-24). "Cristo è morto
una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurci a
Dio" (1Pt 3,18).
Noi peccatori,
nella nostra vita, abbiamo più bisogno di pentimenti che di belle pagine, ci
nutriamo più di perdono e di misericordia che di belle parole. Prima di morire
Gesù pronuncia una preghiera la cui eco non si spegnerà mai nei secoli: "Padre,
perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc
23,34).
Per accertarsi che
Gesù fosse veramente morto, "uno dei soldati gli colpì il fianco con la
lancia e subito ne uscì sangue ed acqua" (Gv 19,34). Da quel momento
l’unica legge è quella del cuore aperto che versa tutto il sangue per gli
altri. Come Dio è Padre-Amore tutto per noi (1Gv 4,7.21) così anche il Figlio è
Amore tutto per noi. "Per noi uomini e per la nostra
salvezza discese dal cielo... fu crocifisso per noi. Questo è il mio corpo offerto per voi... il calice del mio sangue
versato per voi e per tutti".
Gesù, rifiutando
l’egoismo di chi si chiude in se stesso si è svuotato per gli altri e crea una immagine nuova dell’uomo: l’uomo nuovo è l’uomo-per-gli-altri. "Gesù,
essendo pienamente per gli altri, è pienamente se stesso, è modello della vera
umanità. Diventare cristiani significa diventare uomini,
concretizzando il vero essere umano che è "essere-per-gli-altri" ed "essere-per-Dio"
(Joseph Ratzinger).
Morire è amare
fino all’ultimo: e questo è vivere. "Noi sappiamo che siamo passati
dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli" (1Gv 3,14).
È stato detto che
si muore soli. Nulla di più falso. Solo Gesù è morto solo; noi moriamo con lui.
Meglio, non moriamo, passiamo con lui alla Vita. La morte non ha più lo stesso
volto, da quando Cristo vi è entrato e l’ha fatta sua. Prima la morte era solo
morte, scomparsa, cancellazione, ora la morte non è più la soglia gelida della
solitudine e del nulla; è la "porta stretta e la via angusta che
conduce alla vita" (Mt 7,13) dietro la quale Cristo ci attende con le
braccia aperte e con il cuore aperto. La morte non è più l’inferno; l’inferno è
vinto da quando l’Amore e
Per Gesù morire
significò "passare da questo mondo al Padre" (Gv 13,1); per il
cristiano significa "essere sciolto dal corpo per essere con
Cristo" (Fil 1,23). Nel momento supremo "Gesù,
gridando a gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio
spirito" (Lc 23,46); il cristiano, come
Stefano, prega: "Signore Gesù, accogli il mio spirito" (At
7,59).
Fu sepolto. Era proprio necessario introdurre questa espressione
in un simbolo della fede già così riassuntivo che aveva tralasciato
completamente i fatti importanti della vita di Gesù, come la predicazione, i
miracoli, ecc.?
La sepoltura,
sotto la pietra della sua apparente banalità, nasconde la sua parte di mistero.
Essa sottolinea una realtà fondamentale: Gesù fu veramente uomo come gli altri;
aveva un corpo vero. Il seppellimento è il fatto più eloquente che ci fa dire d’un
essere: è stato un uomo in carne e ossa. Non si possono seppellire uno spirito,
un angelo, un demonio, un’idea, un’apparenza ecc. Cristo fu sepolto, come un
uomo qualsiasi.
Il Signore è stato
sepolto in circostanze ben precise. I vangeli le riferiscono minuziosamente. "Giuseppe d’Arimatea... chiese a
Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse... Vi
andò anche Nicodemo... e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento
libbre (ossia Kg. 32,700). Essi
presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con oli
aromatici, com’è usanza seppellire per i giudei" (Gv 19,38-40).
"Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un
candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova che si era fatta scavare
nella roccia: rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro se ne
andò... Il giorno dopo, che era Parasceve (venerdì, giorno in cui si facevano i
preparativi per il sabato), si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i
farisei dicendo: "Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore
disse, mentre era vivo: dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque
che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi
discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così
quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima! Pilato disse loro: Avete
la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete. Ed
essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la
guardia" (Mt 27,59-66).
Dopo la feroce
flagellazione, la crocifissione, il colpo di lancia al cuore, il rapporto
ufficiale fatto dal centurione a Pilato, con una quantità di aromi capaci di
asfissiare, nel piccolo spazio di una tomba chiusa, anche un sano, era evidente
che Gesù giaceva morto, senza possibilità di ritornare in vita. Sigillando la
pietra e mettendovi la guardia, non poteva nemmeno essere sottratto dai
discepoli. La profezia di Gesù: "Dopo tre giorni risusciterò"
era quindi, umanamente parlando, assolutamente impossibile.
10
DISCESE AGLI INFERI
La spiegazione di
questo articolo del credo non è facile. Tuttavia non possiamo snobbarlo o svuotarlo del suo contenuto, affermando che tale
immagine esprime solamente la realtà della morte. Il credo ha già proclamato la
realtà della morte di Gesù: "Fu crocifisso, morì e fu sepolto".
Qui fa un passo avanti e ci vuol dire qualche altra cosa. La discesa di Cristo
agli inferi fa parte della sostanza della buona novella.
Prima di Cristo,
tutti i popoli avevano una vaga idea (speranza o timore), di continuare a
vivere dopo la morte e tentavano di "localizzare", di "materializzare"
quello che doveva essere un modo di vivere, di esistere nel regno dei morti: sheòl per i giudei, ade o tartaro
per i greci, inferi per i latini. Lasciando da parte ogni "localizzazione
sotterranea", gli inferi erano l’incontro di tutti i defunti, lo stato
(non il luogo) in cui ciascuno entrava quando raggiungeva i suoi antenati, come
i fiumi vanno al mare. Sono questi gli inferi in cui Gesù Cristo, appena
spirato, raggiunse gli spiriti, le anime di tutti gli uomini morti prima di lui
e che aspettavano la salvezza.
Cosa vi andò a
fare? "Andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che
attendevano in prigione" (1Pt 3,19): "infatti
è stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subìto,
perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano
secondo Dio nello Spirito" (1Pt 4,6).
Gesù è venuto a
salvare tutta l’umanità perché "Dio, nostro salvatore, vuole che tutti
gli uomini siano salvati" (1Tm 2,4). Quando si dice tutti non si
intende solo i contemporanei di Cristo e noi che siamo venuti dopo, ma anche
quelli che erano esistiti prima. Questi ultimi Gesù li ha cercati, trovati e
salvati dove erano: negli inferi.
"Disceso
da solo agli inferi, Cristo ne è risalito con una moltitudine" (S. Ignazio di Antiochia).
Verso
il 1550, i giapponesi si lamentavano con s. Francesco Saverio: "Se Dio
è buono, perché non si è rivelato ai giapponesi prima del tuo arrivo? Perché ha tradito i nostri padri, nascondendo loro
la conoscenza della verità? Se Dio vuole salvare tutti gli
uomini per mezzo di Gesù Cristo perché ha tardato così a lungo a
rivelarcelo?".
Nel
1919, il principe ereditario del Giappone Hiro-Hito,
volle incontrare il card. Mercier e gli disse: "Ho
letto nel vangelo, che Cristo ha comandato ai suoi discepoli di diffondere la
sua dottrina in tutto il mondo.
Perché allora i discepoli di Gesù non hanno eseguito il suo ordine? Esistono nel mio paese 80 milioni di abitanti, che non hanno mai
inteso parlare della vostra religione".
Oggi esistono
oltre quattro miliardi di non cristiani. Ad essi aggiungiamo tutti gli uomini
esistiti dall’inizio (milioni di anni fa) fino ad oggi e tutti quelli che
esisteranno fino alla fine dell’umanità e non diventeranno mai cristiani.
Che ne sarà di
questa moltitudine immensa di uomini, che avranno vissuto e saranno morti "fuori
della Chiesa"? Come si realizza concretamente la volontà di Dio,
nostro salvatore, che vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla
conoscenza della verità. (cfr 1Tm 2,4)?
Scriveva
Jean-Jacques Rousseau nel 1762: "Milioni e milioni di uomini non hanno
mai udito parlare di Gesù Cristo!... Ma lo si nega e
si sostiene che i nostri missionari vanno ovunque. Si fa presto a dirlo... Voi
mi annunciate un Dio nato e morto duemila anni fa, all’altra estremità della
terra, in una cittadina sconosciuta, e mi dite che chi non avrà creduto a
questo mistero sarà dannato... Una mano sulla coscienza, e mettetevi al mio
posto: debbo io credere, sulla sola vostra testimonianza,
a tutte le cose incredibili che voi proclamate?... Se il figlio di un cristiano
fa bene a seguire, senza un esame profondo e imparziale, la religione di suo
padre, perché il figlio di un turco farà male a seguire parimenti la religione
del suo? Sfido tutti gli intolleranti a rispondere a queste domande qualcosa
che non contrasti col buon senso. Sotto la pressione di queste ragioni, alcuni
preferiscono fare ingiusto Dio e punire gli innocenti per il peccato dei loro
padri, piuttosto che rinunciare al loro barbaro dogma. Altri si tolgono
dall’impiccio inviando necessariamente un angelo a istruire chiunque trovandosi
in un’ignoranza invincibile, avesse vissuto moralmente bene. Oh, è proprio una
bella invenzione un angelo siffatto..."
(Da: Profession de foi du vicaire savoyard,
II parte, cap. 6).
La parola di Dio
ci insegna che esiste "un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di
tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti" (Ef. 4,6). Il Verbo è "la luce vera, quella che illumina
ogni uomo" (Gv 1,9).
"La
presenza invisibile del Verbo è sparsa ovunque... Per mezzo di lui, tutto è
sotto l’influsso dell’economia redentrice... Il Figlio di Dio ha tracciato il
segno di croce sopra ogni cosa" (S.
Ireneo +200 circa).
"Fuori
della Chiesa nessuna salvezza",
non ha altro significato che la parola di san Paolo: "Senza la fede è
impossibile piacere a Dio"; ossia non esiste salvezza per chi resiste
alla verità conosciuta. È interessante quanto scrive W. Pannemberg, professore protestante di Monaco nel suo libro "Il
credo e la fede d’oggi": "Se Dio si è rivelato appena in Gesù, se
solo in lui è apparsa la salvezza per l’umanità, che ne sarà allora di tutti
gli uomini che vissero prima che apparisse Cristo, e che avverrà dei molti che
non vennero mai a contatto col messaggio cristiano? Che ne sarà
infine degli uomini che udirono sì parlare del messaggio di Cristo ma - forse
per colpa dei cristiani stessi incaricati della predicazione - non hanno mai
incontrato la verità di esso? Tutti questi uomini sono incorsi nella
perdizione? Rimangono esclusi per sempre dall’intimità con Dio, che è stata
aperta all’umanità da Cristo? A questi interrogativi la fede cristiana risponde
no. Questo è il senso della formula della discesa di Cristo agli inferi nella
professione di fede. Essa reca in sé questo senso: ciò che in Cristo è stato compiuto per
l’umanità, vale anche per gli uomini che non sono mai venuti a contatto con
Gesù e col suo messaggio, o che non sono mai riusciti realmente a scorgere la
verità della sua figura e della sua storia".
L’umanità e ogni
singolo uomo, nel momento stesso della loro suprema degradazione, sono
raggiunti da Cristo salvatore. C’è un’evangelizzazione radicale, esistenziale,
universale di tutti gli uomini da parte dello stesso Cristo che annuncia la
buona novella e offre realmente la sua meravigliosa salvezza non solamente ai
suoi contemporanei, non solo agli innumerevoli uomini che l’incontrano nella
Chiesa visibile nel corso dei secoli, ma a ciascuno e a tutti gli uomini,
quando e dove vivono, soprattutto nel momento della morte. Gesù è veramente il
salvatore di tutti gli uomini. Solo così si avvera in modo pieno e totale
quanto ha detto Cristo: "Io, quando sarò elevato da terra,
attirerò tutti a me" (Gv 12,32).
11
IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE
Cosa significa: "Il
terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture"? Quali Scritture?
Dove sta scritto?
Si
è d’accordo nel vedere il punto di partenza di questa formula nel libro del
profeta Osea: "Venite, ritorniamo al Signore:
egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo giorno ci farà
rialzare e noi vivremo alla sua presenza"
(Os 6,1-2).
Il targum (traduzione-attualizzazione-commento
in aramaico della Scrittura) interpreta così questo testo: "Ci farà
vivere nel giorno delle consolazioni che devono venire; nel giorno in cui farà
rivivere i morti, ci farà risorgere e noi vivremo davanti a lui".
Un
commento rabbinico su Gen 22,4 ("Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi
e da lontano vide quel luogo") afferma: "Il terzo giorno, cioè
quello nel quale la vita viene restituita ai morti, secondo quanto è scritto in
Osea: Il terzo giorno ci farà risorgere e noi vivremo
davanti a lui".
All’epoca di
Cristo quando si parlava del "terzo giorno secondo le Scritture"
non si voleva dunque intendere una semplice annotazione cronologica (il
posdomani), ma un contenuto teologico "il giorno della risurrezione
generale" alla fine dei tempi.
Dicendo che Gesù è
risorto "il terzo giorno secondo le Scritture", i discepoli
non intendono dare una data, ma proclamare la loro fede: il giorno della
risurrezione generale (il terzo giorno) è già venuto con la risurrezione di
Cristo, la nostra risurrezione è già realizzata in Gesù.
Fatta questa
doverosa spiegazione, accostiamoci all’evento pasquale seguendo tre tappe.
1) I discepoli di
Gesù gridano la loro fede: il kerygma;
2) I discepoli di
Gesù celebrano la loro fede: credo e cantici;
3) I discepoli di
Gesù raccontano la fede: i racconti evangelici.
1) Il kerygma. Negli Atti degli Apostoli sono riportati molti
discorsi: otto di Pietro, nove di Paolo e sette di altre persone. Leggendo
questi discorsi possiamo vedere come i primi cristiani proclamavano la loro
fede. La maggior parte di questi discorsi sono rivolti ai giudei o ai pagani
per indurli alla conversione. È qui che cercheremo di scoprire il messaggio
essenziale: il kerygma. Ne proponiamo cinque, in cui
partendo da situazioni diverse, Pietro, Paolo e Giovanni dicono solennemente le
stesse tre cose:
Questi documenti
rappresentano quanto di più antico abbiamo nella letteratura cristiana. Il loro
contenuto assolutamente simile, il loro linguaggio arcaico infarcito con modi
di dire aramaici, ci portano necessariamente ad ammettere che tali discorsi non
furono "ricomposti" da san Luca quando redasse gli Atti (verso
l’anno 80), ma furono ripresi e tradotti da documenti aramaici, trasmessi dalla
Chiesa delle origini.
2) Credo e
cantici. Verso l’anno 45, s’inizia nella Chiesa a mettere per scritto i ricordi
e l’insegnamento orale degli apostoli. A questo materiale scritto attingeranno
gli evangelisti e san Paolo. I testi più antichi del Nuovo Testamento sono
appunto le lettere di s. Paolo, a partire dal 50. Il primo dei nostri vangeli
(Marco) sarà redatto all’epoca della morte di Paolo, nel 67.
Per quanto
riguarda la risurrezione del Signore, limitiamoci alle cose più tipiche.
Paolo aveva
fondato
"Vi ho
trasmesso": Paolo continua una "tradizione"
già fissata in un credo battesimale che l’apostolo ha
lui stesso ricevuto a Damasco in occasione della sua conversione verso il
34-35.
Né gli Atti degli
apostoli né Paolo descrivono la risurrezione. L’affermano come un fatto,
attuale, incontestabile, di cui vivono, per il quale muoiono e di cui
proclamano il significato partendo dalle Scritture. Per
Nelle lettere
degli apostoli, nei vangeli e nell’Apocalisse si trovano cantici composti dalle
prime comunità nei quali è chiaramente cantata la fede
nella risurrezione di Cristo. Ne riportiamo due. "Abbiate
in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo
di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma
spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli
uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla
morte e alla morte di croce. Per questo Dio
l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto
terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio
Padre" (Fil 2,5-11).
"Possa
egli (il Padre) davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi
comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude
la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua
potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza che egli
manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua
destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e
dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo
presente ma anche in quello futuro.
Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su
tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di
colui che si realizza interamente in tutte le cose" (Ef 1,18-23).
3) I racconti
evangelici. Abbiamo udito i discepoli annunciare la loro fede ai non credenti
(il kerygma) e celebrarla nelle loro comunità (credo,
cantici). Il centro di questa fede è sempre uguale: Dio ha
risuscitato, glorificato, fatto Signore, questo Gesù che era stato
crocifisso.
La stessa fede
viene espressa anche nei racconti evangelici. Qui non si afferma la fede in
brevi formule, ma la si racconta, la si fa vedere. Il racconto evangelico
corrisponde al bisogno di una comunità già costituita che vuole saperne di più
sul significato dell’evento.
I racconti non
dicono sugli avvenimenti più di quanto già sapevamo dalle brevi formule del kerygma; essi lo dicono solamente in un altro modo e ne
sviluppano il significato.
I quattro vangeli
seguono, in ordine di tempo, immediatamente le lettere di Paolo. Il vangelo di
Marco è composto negli anni 67/70, quello di Luca tra il 70 e
1’80, quello di Matteo verso gli anni 80, quello di Giovanni negli
ultimi anni del primo secolo.
Nei vangeli non
c’è un racconto della risurrezione e questa assenza del racconto della
risurrezione è la migliore garanzia che i vangeli non sono opera di falsari.
Gli apocrifi ci avrebbero sommersi con un’infinità di particolari. In se
stessa, dunque, la risurrezione non ebbe testimoni.
Alcune persone
andarono al sepolcro di Gesù il mattino di Pasqua e lo trovarono vuoto. È
questo il solo racconto comune ai quattro vangeli. La tomba vuota non prova
niente, non spiega niente, ma rinvia al mistero, a una rivelazione angelica: "Non
è qui" (Mt 28,6).
Se ci fosse stato
solo il sepolcro vuoto, non avremmo mai avuto una fede pasquale. Quest’ultima
nasce perché ci furono le apparizioni di Cristo. Ma se la tomba non fosse stata
vuota, le apparizioni non sarebbero state credibili.
Gli apostoli e i
discepoli non hanno visto uno spirito evanescente, disincarnato, un fantasma,
ma lui realmente vivo. Gesù stesso li assicura: "Guardate
le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi
e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho" (Lc 24,39).
Invita Tommaso a fare la ricognizione delle sue cicatrici (Gv 20,27). Condivide
il loro cibo (Gv 21,12). È veramente presente nell’evidenza della sua realtà
fisica.
La risurrezione è
tutto il contrario di un avvenimento inventato dai discepoli. Tale avvenimento
si è imposto loro dall’esterno, li ha convinti nonostante la loro incredulità: "Ancora
non credevano ed erano stupefatti" (Lc
24,41). Tommaso rimarrà famoso fino alla fine dei secoli per la sua
incredulità; solo l’evidenza palpabile del fatto lo costringerà ad arrendersi.
Paolo sulla strada di Damasco ha tutto fuorché la fede quando il Signore lo
atterra: era un non credente militante che si prodigava a perseguitare i
credenti. Gesù ha imposto l’evidenza della sua risurrezione a persone che non credevano
e che vedendolo davanti a loro, cominciarono a dubitare della stessa evidenza
(cfr Mt 28,17; Mc 16,14).
Gesù Cristo è
risorto e noi ne siamo testimoni, noi cristiani, noi Chiesa. La morte è stata
vinta e noi ne siamo testimoni. Vinta con una vittoria reale, universale,
definitiva. Cristo ha vinto la morte del mondo!
Noi cristiani
conosciamo un fatto che interessa tutti gli uomini perché si oppone alla morte
di tutti: Gesù Cristo ha vinto la morte degli uomini.
La nostra fede è
un fatto di portata mondiale. Tutti gli uomini sono sottoposti alla morte e a
tutti fa piacere che uno, Cristo Gesù, abbia trovato
il rimedio, l’antidoto per tutti contro la morte.
Gesù le disse:
"Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore,
vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno" (Gv 11,25-26). "Siano rese grazie a Dio che
ci dà la vittoria (sulla morte) per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!"
(1Cor 15,57).
Se giunge alle
orecchie degli uomini la notizia che la morte è vinta, allora il rischio non è
più un rischio, il sacrificio non è più un suicidio, l’invecchiamento non è più
una catastrofe, la vita non è più una prigionia in attesa della forca. Come per
Cristo anche per il cristiano e per ogni uomo di buona volontà che cerca Dio con
cuore sincero, la morte è "l’ora di passare da questo mondo al
Padre" (Gv 13,1), dalla vita alla Vita.
12
SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI
DIO PADRE ONNIPOTENTE
Parlare di "discesa
agli inferi" e di "salita al cielo" significa
collocarci nell’universo a tre dimensioni, che è quello dell’esperienza
immediata che noi viviamo.
Noi continuiamo a
usare queste immagini nel linguaggio corrente, senza però esserne schiavi. Le
nozioni di alto e basso sono relative alla posizione dell’osservatore, ma non
hanno alcun valore in se stesse. Milano è a nord per chi sta a Roma e a sud per
chi vive in Svizzera. Lo stesso dicasi del cielo;
quello sotto cui viviamo è in alto, quello degli antipodi è in basso rispetto a
noi. Di conseguenza Dio non è né in alto né in basso: è ovunque e al di là di
tutto.
Solo due vangeli,
Marco e Luca, ricordano il fatto visibile dell’ascensione di Gesù: "Il
Signore, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra
di Dio" (Mc 16,19); "Mentre li benediceva, si staccò da loro e
fu portato verso il cielo" (Lc 24,51).
Quando diciamo e
crediamo che Cristo glorioso è asceso al cielo dove
siede alla destra del Padre, intendiamo dire che è entrato per sempre nel mondo
spirituale nuovo, definitivo; inaccessibile ai nostri sensi e alla nostra
immaginazione, ma reale, molto più reale del nostro mondo attuale.
S. Pietro, il
mattino di Pentecoste, aveva espresso in sintesi la fede pasquale: "Questo
Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo
testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver
ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso come
voi stessi potete vedere e udire" (At
2,32-33).
Pietro e gli
apostoli davanti al sinedrio affermano: "Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo alla
croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e
salvatore per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei
peccati" (At 5,30-31).
Paolo scrive agli
Efesini: "Il Dio della gloria... risuscitò (Cristo) dai morti e lo fece
sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità..." (Ef 1,17-23).
Gesù di Nazaret
abbandona la nostra condizione umana, terrena e mortale, per assumere, in
qualità di uomo, la condizione divina e diventare simile a Dio. L’"elevazione"
di Cristo consiste innanzitutto in questo: un uomo è assiso alla destra del
Padre in piena uguaglianza con lui ed è Signore come lui.
Per Gesù risorto
non esistono più limiti di tempo, di spazio, ecc.: un uomo della nostra razza,
sottoposto a tutte le condizioni della nostra umanità, con il suo trionfo sulla
morte acquista le incalcolabili dimensioni dell’universo, la pienezza
inesauribile e senza limiti di Dio. Ripieno di Dio riempie tutte le cose.
Gesù non rifiuta
il suo corpo, ma lo trasfigura e lo divinizza in pienezza. In tal modo diventa
infinitamente libero ed è presente ovunque. La risurrezione-ascensione lo rende
realmente presente a tutti gli uomini suoi fratelli.
Il Signore quindi fu liberato non dalla materia, ma dai suoi limiti terreni.
Ciò che è accaduto
a Cristo, accadrà a tutta l’umanità. La sua risurrezione-ascensione è annuncio
e anticipazione della nostra. "Dio ricco di misericordia, per il grande
amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti
rivivere in Cristo: per grazia infatti siete stati
salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti
sedere nei cieli in Cristo Gesù" (Ef 2,4-9).
L’ascensione non è
evasione dai drammi vissuti dai nostri fratelli; non è contemplazione dei bei
panorami teologici fine a se stessi. Questo "Cristo universale"
è in me e chiede il mio cuore e le mie braccia per servire e salvare. I cristiani
devono essere i testimoni di una promessa che fa nascere cose nuove nella
storia. Testimoni significa operatori: non nascerà niente di nuovo se non
attraverso l’impegno temporale e politico degli uomini in favore della
giustizia e della pace. L’ascensione ci rinvia quasi brutalmente alla terra e
ai suoi urgenti bisogni: "Perché state a guardare il cielo?"
(At 1,11).
Gesù il
glorificato diventa il difensore efficace di qualunque uomo oppresso.
Liberatore degli
oppressi, Dio invita il suo popolo a imitarlo. Le pratiche religiose e il culto
sono cose secondarie (cfr Is 1,10-20). "Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere
le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e
spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con
l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che
vedi nudo...?" (Is
58,6-10).
Gesù inaugura la
sua missione proclamando: "Lo Spirito del Signore è sopra di me... e mi
ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai
prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli
oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19).
Egli ha messo mano
a questa lotta di liberazione contro l’oppressione dei poteri e in primo luogo
contro la malvagità dei nostri cuori. Molti di noi sono ancora affetti da
cecità: non vedono negli avvenimenti di liberazione dell’uomo la mano di Gesù
Cristo liberatore. Gesù, Figlio di Dio incarnato, ha condotto
questa battaglia senza staccarsi dal contesto umano e storico in cui si è
trovato a vivere: ha guarito i malati, ha nutrito gli affamati, ha lottato
contro un mondo molto concreto di oppressori: lui stesso conobbe la sofferenza,
l’ostilità e la morte.
Gesù ha lottato
per spezzare la spirale infernale dell’odio: ha invitato al perdono e
all’amore. Nella lotta per l’uomo, il perdono e l’amore sono le uniche armi che
Cristo ha messo in mano ai suoi soldati. Essi devono lottare fino allo stremo
delle forze, ma senza odio. L’odio genera odio. Se l’odio vince, si ricomincia
da capo: gli oppressi di ieri diventano gli oppressori di oggi. La clessidra
viene ribaltata, ma nessuno viene liberato, salvato, amato.
Gesù non è venuto
a innalzare barricate, ma a distruggerle. "Egli è la nostra pace, colui
che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era
frammezzo, cioè l’inimicizia ..." (Ef
2,14-18).
Non vuole spade: "Rimetti
la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada, periranno
di spada!" (Mt 26,57). Non vuole nemmeno legioni di angeli (cfr Mt
26,53). Scopo del suo grido contro la schiavitù dei poveri e l’oppressione dei
potenti non è quello di ottenere che la potenza di Dio spazzi via tutti i
profittatori e tutti i malvagi dalla faccia della terra: la posta in gioco
della sua vita e della sua morte è che l’uomo sfruttato o sfruttatore, vittima
o carnefice, sia liberato dal proprio odio. Ora, nessuna violenza, nessuna
dimostrazione di potenza libera l’uomo dall’odio. Al contrario!
Un Dio non
incarnato non poteva perdonare agli sfruttatori delle lacrime e dei sudori
degli uomini: doveva punire e vendicare. Il vero Dio però è diverso. Appartiene
al numero degli schiacciati dalla società; è il loro Signore. Per questo può
perdonare e aprire la via della riconciliazione e della pace. Gesù non ha
perdonato in astratto. Solo colui che è stato torturato può perdonare al
torturatore. Solo colui che fu oggetto di odio può manifestare l’impotenza e la
sconfitta dell’odio perdonando. Il perdono dato da Gesù nel momento della sua
morte: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34) è un perdono carico di tutta la storia dello
stesso Gesù. Egli era stato perseguitato, calunniato, percosso, disprezzato,
ridicolizzato, condannato ingiustamente e moriva come un criminale e un
bestemmiatore. Dio Padre fa proprio questo perdono e costituisce Gesù come
Signore e giudice: giudice secondo le sue categorie (amore e perdono)
naturalmente! Solo il perdono apre sul futuro, sia per chi è perdonato sia per
chi perdona: un futuro comune all’uno e all’altro.
L’uomo che si
chiude nell’odio vuole distruggere colui che odia, vuole eliminarlo. Solamente
il perdono si contrappone alla logica della guerra.
Nel momento del
perdono scaturisce la speranza che chi viene perdonato capisca la sterilità
della propria logica di morte. Gesù non prega Dio perché stermini i suoi
nemici, ma inaugura un futuro luminoso per lo stesso peccatore-nemico perché
dimostra con il suo perdono che nessuno è chiuso definitivamente nella morte.
Dio non può più
diventare una pezza giustificativa degli odi di parte, di razza, di classe e
nemmeno può essere preso come garante d’una giustizia implacabile. Dio può
essere invocato solo quando il perdono è stato concesso in misura piena, definitiva
e senza condizioni.
"Cristo
patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme; egli non
commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; oltraggiato, non
rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la
sua causa a colui che giudica con giustizia" (
La
risurrezione-ascensione è la ratifica di Dio attraverso la quale abbiamo la
certezza che l’amore e il perdono sono la via giusta, l’arma vincente. Solo
l’amore avrà l’ultima parola perché Dio è amore.
13
DI LÀ VERRÀ A GIUDICARE I VIVI
E I MORTI
Il cristianesimo
non è una faccenda privata fra Dio e il singolo. La parabola vera del giudizio
(Mt 25,31-46) ci insegna l’identità tra la causa degli uomini e quella di Gesù:
tutto avviene nel contesto di un confronto generale.
La parabola del
ricco cattivo e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31) e la
promessa fatta da Gesù al buon ladrone: "In verità ti dico oggi sarai
con me in paradiso" (Lc 23,43) ci portano
però a credere che c’è una retribuzione prima del
giudizio finale. In tale senso si è espressa anche la dottrina della Chiesa.
Il nostro incontro
con Dio non avrà nulla a che vedere con una procedura d’accusa, di difesa, di
sentenza; né con un particolareggiato rendiconto di chi deve presentare un
bilancio. Non ci troveremo a faccia a faccia con un Dio irritato,
scrupolosamente documentato sui nostri misfatti per poterceli gettare
violentemente in faccia senza dimenticarne alcuno. Tutto quanto non è amore non
ha nulla a che vedere con Dio. Quindi questo "giudizio" va
inteso come un attesissimo incontro tra due amici; non ha nulla di terribile e
ha tutto di stupendamente bello; è l’incontro con l’Amore in persona, con la
tenerezza assoluta; è l’immersione totale nell’"ampiezza, lunghezza,
altezza e profondità dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza e
ci ricolma di tutta la pienezza di Dio" (cfr Ef 3,18-19).
Certamente esiste
anche il giudizio di condanna per coloro che rifiutano l’amore: Dio rispetta la
libertà dell’uomo proprio perché lo ama.
13.1 Il
purgatorio
Il
Concilio Vaticano II nella Lumen gentium afferma
semplicemente che "
Mettiamo dunque
una pietra sopra un purgatorio tutto fuoco e fiamme. Fino al secolo XII "purgatorio"
era un aggettivo. Si parlava di pene purgatorie
cioè di pene che purificano. Fu uno sbaglio non solo grammaticale cambiare
l’aggettivo in sostantivo. Ne venne fuori un luogo, una prigione con tutti gli
orrori di "alme gementi fra vindici ardor".
Il purgatorio è un
mistero di maturazione pasquale. E’ un’"incubatrice" dove ci è dato
di portare a compimento quella crescita nella vita divina che non abbiamo
realizzato nella vita presente; è l’ultimo tocco estetico prima di entrare
nella vita eterna. Le anime sante del purgatorio stanno decisamente meglio di
noi. "Non credo che dopo la felicità dei santi in paradiso, possa
esistere una gioia paragonabile a quella delle anime del purgatorio"
(s. Caterina da Genova +1510. Trattato del purgatorio, cap. 2).
"Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun
tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti
parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da
noi una rovina, ma essi sono nella pace... la loro speranza è piena di
immortalità... Coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore
perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti" (Sap 3,1-9).
13.2 Il giudizio universale
Gli uomini saranno
giudicati da un fratello, da un uomo. "Il Padre, infatti, non giudica
nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio
come onorano il Padre" (Gv 5, 22-23). Venuta gloriosa di Gesù e
giudizio universale saranno un solo avvenimento, l’ultimo della storia, il
compimento totale e definitivo della divinizzazione dell’uomo. Sarà il giorno
della "grande ricompensa" (Mt 5,12). "Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo,
ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute, finché era nel corpo,
sia in bene che in male" (2Cor 5,10). "Dio renderà a ciascuno
secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di
bene cercano gloria, onore e incorruttibilità; sdegno ed ira contro coloro che per ribellione resistono alla verità e
obbediscono all’ingiustizia" (Rm 2, 6-8). "Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio... Quindi
ciascuno renderà conto a Dio di se stesso" (Rm
14,10-12).
Risulta chiaro che
saremo giudicati sulle opere alla luce del comandamento di Dio. "Questo
è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci
amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato" (1Gv
3,23). Credere in Gesù Cristo e amare i fratelli sono "le opere che ci
seguono" (cfr. Ap 14,13) e secondo le quali
ciascuno sarà retribuito. Ne consegue che il primo peccato che ci porta alla
condanna è il rifiuto ostinato di credere. È il peccato contro lo Spirito
Santo, il peccato che non può essere perdonato in quanto l’orgoglio dell’uomo si
allinea con quello di satana e gli impedisce il pentimento. A coloro che
chiedevano: "Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?"
Gesù rispose: "Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato" (Gv 6,28-29).
"Dio
ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede
in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare
il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi
crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché
non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio" (Gv 3,16-18).
"In
verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al
giudizio, ma è passato dalla morte alla vita... Verrà l’ora in cui tutti coloro
che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene
per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di
condanna" (Gv 5, 24-29).
In quale situazione
si trovano davanti a Dio l’ignorante, il pagano, il non credente, l’ateo in
buona fede e tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di credere?
"Dio
stesso non è lontano dagli altri che cercano un Dio ignoto nelle ombre e nelle
immagini... e come salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati (cfr 1Tm
2,4). Infatti
quelli che senza colpa ignorano il vangelo di Cristo e la sua Chiesa e tuttavia
cercano sinceramente Dio e con l’aiuto della grazia si sforzano di compiere con
le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza,
possono conseguire la salvezza eterna"
(Concilio Vaticano II. LG, 16).
Tutti gli uomini
di buona volontà, cristiani e non, sono così riportati e allineati al medesimo
punto di partenza per la seconda prova dell’ultimo giudizio: l’amore reciproco.
"Alla sera
della vita, saremo giudicati sull’amore" (s. Teresa di Lisieux). Sull’amore concreto,
quello alla portata di tutti: dare da mangiare, da bere, alloggiare, vestire,
visitare, assistere, prendersi cura: l’amore che avremo prodigato o rifiutato
all’uomo (Mt 25). Cristo stesso ci avverte che al momento del giudizio
molti tireranno fuori le loro tessere di praticanti. "Molti
mi diranno in quel giorno (quello del giudizio): Signore, Signore, non abbiamo
noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti
miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi
ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità" (Mt 7,22-23).
La vera religione
è quella che ci lega a questo Dio in incognito che si identifica con ogni uomo
sofferente. A nulla servono i sette sacramenti se non portano a celebrare il "sacramento
del fratello", a incontrare Dio nell’uomo. Pochi uomini hanno
incontrato Cristo e lo hanno conosciuto, ma tutti hanno incontrato dei fratelli
bisognosi d’aiuto, dei nemici da perdonare e tutti costoro "ero io,
l’avete fatto a me, non l’avete fatto a me" (Mt 25) dirà Cristo. Dove
c’è un uomo, lì c’è Cristo. E non è la stessa cosa per Cristo che una nazione
soffochi l’altra o l’aiuti, che faccia la guerra o lavori per la pace, che
equilibri la bilancia dei pagamenti esportando grano o vendendo armi...
Tutti noi saremo
giudicati sull’amore. I sistemi economici saranno giudicati sull’amore. I
partiti politici saranno giudicati sull’amore. Il vangelo non è neutrale.
Cristo non è neutrale. Sta dalla parte del povero. Anche
Pietro in casa di
Cornelio a Cesarea proclama: "(Gesù Cristo) ci
ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei
vivi e dei morti costituito da Dio" (At 10,42).
I vivi sono coloro
che saranno in vita al momento della venuta finale di Cristo; i morti, coloro
che, già defunti, allora risusciteranno per il giudizio.
Dobbiamo fare una
precisazione. Gesù nel vangelo (Mt 22,32) nega che si possa fare distinzione
tra vivi e morti: esistono solo dei vivi. La morte non produce dei morti, ma è
solo un passaggio verso un’altra vita. I defunti (defunctus
= colui che si è liberato da un obbligo gravoso e spiacevole, colui che ha
smesso le sue "funzioni" in questa vita) non sono dei morti,
ma dei vivi. Quindi possiamo parlare abitualmente di vivi e di morti per
distinguere i nostri compagni di vita "presenti" da quelli "scomparsi".
A noi, figli dei
grandi inquisitori, allucinati dai roghi e dalle torture medievali, l’idea del
giudizio fa tremare le vene e i polsi. La comunità cristiana primitiva, invece,
illuminata dalla fede degli apostoli, interpretò il ritorno di Cristo come un
avvenimento carico di speranza e di gioia, come il ritorno dello Sposo per la
sposa. Dobbiamo trovare la dolcezza e l’ottimismo di questa espressione
rivelata: "Verrà a giudicare i vivi e i morti" (2Tm 4,1).
Affermare: "Il giudice è Gesù" è molto più rassicurante e
consolante che se dicessimo: "Il giudice è la mia mamma" , perché Gesù ci ama tutti infinitamente di più delle
nostre mamme. Il giudizio, quindi, è perdono e premio per i vivi e per i morti.
Dalla festa eterna saranno esclusi solo quelli che ostinatamente si saranno
rifiutati di credere, di amare e di lasciarsi amare.
"Se
Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo
ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi
accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è
morto, anzi, è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci
separerà dunque dall’amore di Cristo?... Io sono
infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né
avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura, potrà
mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8, 31-39).
Beati coloro che
credono a questo amore!
Beati
coloro che vivono lo stupendo dialogo, che chiude l’Apocalisse: "Sì,
verrò presto! Amen! Vieni Signore Gesù!" (Ap 22,20).
14
CREDO NELLO SPIRITO SANTO
Questa terza parte
del Simbolo è la rivelazione dell’opera dello Spirito negli uomini.
Gesù dice: "Lo
Spirito di verità... voi lo conoscete perché dimora presso di voi e sarà
in voi" (Gv 14,17). "Avrete forza dallo Spirito Santo che
scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta
In questa parte
del Credo non trattiamo dello Spirito santo in quanto persona divina, ma in
quanto dono di Dio agli uomini. Infatti noi conosciamo
Dio solo mediante i suoi rapporti con noi. Non è facile parlare dello Spirito
santo. Ci riesce meno difficile immaginarci il Padre e il Figlio, non fosse
altro che per il loro nome: la terra è piena di padri e di figli e questo ci dà
la possibilità di trovare una rassomiglianza nel nostro mondo visibile.
Invece il nome
Spirito non ci evoca nessun volto umano, si presenta così astratto che si fa
fatica a capire che lo Spirito santo è una persona viva con la quale è
possibile instaurare dei rapporti.
Cerchiamo di
conoscere lo Spirito soprattutto attraverso il suo agire. Invisibile in sé,
diventa visibile negli effetti che produce.
È precisamente
attraverso gli effetti della sua azione che lo Spirito santo si è fatto
conoscere e continua a manifestarsi.
Spirito vuol dire
soffio, vento. Ora provate a disegnare il vento. Il vento non si disegna, non è
possibile: si avverte, se ne intuiscono gli effetti. Se voi vedete un filo
orizzontale carico di biancheria gonfia e tutta rivolta verso la stessa
direzione o le cime degli alberi che si muovono, dite: "Soffia il vento
e soffia in quella determinata direzione". Così è dello Spirito santo.
Il volto dello
Spirito è impercettibile. Solo prestando attenzione alle sue manifestazioni e
aprendosi alle sue meraviglie si vede lo Spirito. Egli si manifesta nei suoi
doni, nei suoi carismi, nelle sue opere, nel mondo e dentro di noi.
Lo Spirito è
l’anima della Chiesa, la sorgente di tutto il suo dinamismo. Gesù manda gli
apostoli a predicare (Mt 28,19-20; Mc 16,15-20), ma è lo Spirito che parla
attraverso di loro: "Non siete infatti voi a
parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi" (Mt
10,20).
"Senza lo
Spirito santo, Dio è lontano; Cristo resta nel passato, il vangelo è una
lettera morta,
L’intelligenza
umana penetrata dallo Spirito ribalta la scala tradizionale dei valori. Quanto
il mondo stima al di sopra di tutto (denaro, salute, cultura, posizione
sociale, reputazione, ecc.) diventa veramente relativo per chi ha compreso che
solo Dio può colmare il cuore e dargli beatitudine. È lo Spirito che introduce
nelle beatitudini. Le beatitudini (Mt 5,1-12; Lc
6,20-24) non sono affatto un insegnamento per pochi privilegiati, ma per tutti
i battezzati; sono un’esperienza di vita proposta a ogni discepolo: sono la
magna charta, il manifesto cristiano.
Il cristiano che
vive le beatitudini è un pazzo, ma non è il solo: è folle come il suo Dio.
Lo Spirito è la
fonte della libertà cristiana. "Libertà è poter fare ciò che si
deve fare" (Montesquieu). Siamo liberi
esattamente nella misura in cui possiamo amare gli altri. "Bisognerebbe
fare in modo che nemmeno una volta nella vita si abbiano a compiere i propri
doveri religiosi, perché costretti o per obbedire a pure convenienze"
(Lacordaire).
La legge è cristiana solo se è interiorizzata nel cuore. Solo l’amore
giustifica la legge. Senza l’amore la legge uccide. "Ama e fa’ quello
che vuoi" (s. Agostino). "La cosa più importante nella legge
del Nuovo Testamento, nella quale consiste ogni virtù, è la
grazia dello Spirito Santo, data con la fede in Cristo. Quindi la legge nuova consiste principalmente in questa stessa
grazia dello Spirito santo concessa ai fedeli di Cristo" (s. Tommaso. Summa I-II q.
Libertà non è
libertinaggio, ma servizio e amore a Dio e al prossimo. "Voi infatti siete stati chiamati a libertà. Purché questa
libertà non diventi un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la
carità siate al servizio gli uni degli altri. Tutta la legge, infatti, trova la
sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso... Il
frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà,
fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge. Ora quelli
che sono in Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i
suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo
anche secondo lo Spirito" (Gal 5,13-25).
La vita dello
Spirito d’amore in noi ci fa diventare più uomini, risana le nostre coscienze e
i rapporti umani, ristabilisce un clima fraterno ovunque ci troviamo.
Nello Spirito
Santo, la morale diventa la legge di Cristo, la vita di figli di Dio, perché "tutti
quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio"
(Rm 8,14). Nello Spirito i nostri rapporti con gli
altri sono trasformati: siamo fratelli. Lo Spirito santo ci insegna a non
cercare solamente la nostra felicità perché sarebbe il modo migliore per non
trovarla. Saremo felici solo quando gli altri saranno
felici con noi. Lo Spirito è venuto sulla terra per rimettere in sesto
l’umanità disfatta, il nostro mondo in cui gli uomini non si comprendevano più
(cfr. Gen 11,1-9).
Le condizioni in
cui lo Spirito santo si dà e opera, sono essenzialmente comunitarie. Lo Spirito
è dato alla Chiesa. "Quando ricevettero la forza e la luce dall’alto, i
capi e i membri della Chiesa nascente non erano separati e dispersi, erano
invece riuniti in un medesimo luogo e uniti come un cuore solo e formavano
un’unica assemblea di fratelli... Così ogni fratello fu colmato dei doni
celesti in quanto formava un’unità morale con tutti gli altri discepoli"
(Möhler).
Lo Spirito Santo
ci mette tutti insieme. Fa lavorare all’unico disegno
di Dio uomini di ogni estrazione che non s’erano mai incontrati prima di
allora. È il grande regista degli incontri umani.
Lo Spirito Santo è
il grande missionario e con lui sono missionari tutti coloro che si lasciano
invadere da lui. Nella comunità primitiva, quando si voleva affidare un compito
a qualcuno, si cercava chi fosse maggiormente pieno di Spirito Santo come nel
caso della elezione dei sette: "Cercate,
dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione pieni di Spirito
Santo e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico... ed elessero Stefano,
uomo pieno di fede e di Spirito Santo..." (At 6,3-5).
Ogni cristiano ha
ricevuto lo Spirito ed è inviato in missione a tutti gli uomini
indistintamente. La classificazione degli uomini in buoni e cattivi è
semplicistica e ingiusta. Naturalmente i buoni saremmo noi e i cattivi gli
altri. Spesso questi "cattivi" sono cancellati dai programmi
delle nostre attività pastorali e dal nostro orizzonte missionario. Noi
possiamo essere missionari verso ogni uomo solo se
siamo persuasi che lo Spirito Santo lavora in ogni coscienza.
"La
terra è una grossa bestia. Ci si affatica, ci si avvilisce, ci si prostituisce, ci si uccide,
e ci si fa l’abitudine" (Victor Hugo. I miserabili). Ci si
fa l’abitudine e ci si dichiara sconfitti in partenza. Solo lo Spirito ci fa
capire e credere che il regno di Dio non è al di là,
un altro mondo, ma esattamente questo nostro mondo che deve diventare diverso,
altro.
Il nostro mondo
continua a essere costruito sull’odio mentre lo Spirito vuole ricostruirlo
sull’amore. La fraternità umana è possibile. Possiamo fare uscire il nostro
mondo dalla sua logica fratricida e da quella triade diabolica che si chiama
uccidere, mentire e giudicare. I cristiani devono essere in prima fila fra
coloro che ricostruiscono il mondo sull’amore, il cui vero nome è Spirito
Santo.
15
Il simbolo degli
apostoli ci fa dire: "Credo in Dio Padre... in Gesù Cristo... nello
Spirito santo"; e poi "credo la santa Chiesa".
Dio non si vede:
lo si crede o lo si nega. Possiamo negare Dio, Cristo, lo Spirito, ma non si
può negare
Sulla Chiesa
piove. Sulla chiesa piovono critiche dall’esterno e dall’interno.
- La chiesa è un
ostacolo alla libertà e all’inventiva. In essa è già tutto fatto, tutto
scritto; non c’è più nulla da scoprire o da fare.
- È troppo madre. Ci tratta da neonati, da minorenni, o peggio,
da minorati.
- È una istituzione d’altri tempi (idee, linguaggio, riti,
paludamenti... da medioevo) troppo lontana dal nostro modo di pensare, di
sentire, di pregare, di amare.
- È triste e
paurosa.
- È giuridica,
moralistica, autoritaria, pignola. Cristo ha detto: "Da questo tutti
sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri"
(Gv 13,35) ma io non trovo questo amore nella mia chiesa.
- Si parla molto
di Chiesa dei poveri. Sono parole.
- Pretende di
avere tutta la verità in esclusiva, di sapere tutto e
di fare da maestra a tutti. È infallibile come una vecchia zitella che ha
sempre ragione.
- Come credere a
una comunità i cui appartenenti si combattono reciprocamente proprio in nome
della loro fede e della pratica che ne consegue?
- Ecc.
Scrive Gilbert Cesbron: "Parliamo della Chiesa!" quasi alla
stregua di come diciamo "la gente" dimenticandoci che siamo anche noi
Chiesa. Se la vogliamo mettere sotto accusa, che sui banchi degli accusati non
siedano solo vescovi, teologi e liturgisti, ma anche tutti quei
"fedeli" che sono così poco fedeli... Dobbiamo ammettere d’aver
indotto il mondo a credere che le nostre mani giunte erano il
contrario di quelle aperte, di quelle attive, tese.
Se i cristiani
avessero tenuto conto del terribile avvertimento di Paolo: "Con Dio non si
scherza!", se non avessero così a lungo trescato col denaro, col potere,
sarebbero meno contestati, e Cristo con loro. Il fatto che oggi la mappa della
cristianità coincida con quella dei paesi opulenti è una prova lampante che
l’occidente è fatto per il regno della terra, non per l’altro. Quale
umiliazione!.
Tutte le critiche
anche asprissime, purché vere, sono
una grazia perché invitano
Cos’è
Ciò che Cristo ha
voluto, sostanzialmente, quando ha fondato
Dio è amore. È in
se stesso comunità di persone che si amano al punto da
costituire un solo Dio. Per questo non dobbiamo cercare la radice della Chiesa
in Gesù Cristo, ma ancora più in profondità: nella natura stessa di Dio.
Colui che riunisce
nell’unità questa umanità dispersa e la lega a sé con un amore sponsale è il
Figlio diventato uomo, Cristo Gesù. In questo modo "
Se vogliamo andare
all’essenziale, alla Chiesa come l’ha voluta Cristo, dobbiamo vederla come
l’insieme degli uomini che credono in Gesù Cristo, che sperano la salvezza
promessa, che si amano al punto da voler formare una comunità di fratelli, a
immagine e somiglianza della Trinità.
È certamente
questa
Dalle pagine degli
Atti appena citate, gli apostoli appaiono come i responsabili della comunità:
testimoni privilegiati della risurrezione, maestri qualificati
dell’evangelizzazione e della catechesi.
Ma non c’erano
solo loro quando lo Spirito si posò su ciascuno di loro e tutti furono ripieni
di Spirito santo: erano circa centoventi, erano una comunità di fratelli (cfr
At 1,15).
Cristo è il centro
invisibile di questa comunità e tutti noi siamo "uno" in
Cristo Gesù (cfr Gal 3,28). Lui è l’unica vite di cui noi siamo i tralci (cfr.
Gv 15). Veramente "
E questo ci porta
a comprendere
Dio è più
realistico di quanto possiamo credere. "Il Padre lo ha costituito su
tutte le cose a capo della Chiesa, la quale, è il suo corpo" (Ef
1,22). La testa e le membra costituiscono certamente un solo corpo e tuttavia
la testa è distinta dal corpo e superiore al corpo, pur facendone parte.
Non si tratta di
un corpo morale o giuridico come "il corpo diplomatico", ma di
un corpo realmente unificato in Gesù Cristo, il corpo personale, reale, fisico,
di Cristo (cfr 1Cor 12,12-31).
Come è possibile
che
Risponde
Paolo: "Il calice di benedizione che noi benediciamo (nell’eucaristia)
non è forse comunione col sangue di Cristo. E il pane che noi spezziamo (nell’eucaristia) non è
forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur
essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti
partecipiamo dell’unico pane"
(1Cor 10,16-17).
Essenza
dell’eucaristia è "incorporarci" realmente in Cristo e fra di noi.
Le nostre messe
valgono tanto quanto la nostra unità in Cristo e nei fratelli.
Unità non è
uniformità; è consonanza non monotonia. Dobbiamo accettare l’altro diverso, non
solamente tollerarlo diverso; dobbiamo amarlo diverso. Dialogo sempre;
contraddizione a volte; intolleranza mai. "Ciò che mi ha traumatizzato,
e profondamente, non è d’essermi imbattuto nel contrasto che accetto sempre, ma
nell’odio" (p. Congar).
"Noi
crediamo che
Gesù ha istituito
Cattolico vuol
dire universale. Chiesa cattolica vuol dire "assemblea universale",
comunità di tutti gli uomini in Cristo.
Oggi tocca a noi.
Abbiamo Cristo, pizzico di lievito, capace di fermentare tutta la pasta umana
(Mt 13,33). Anche il più scalcinato dei cristiani ha una ghianda in mano. Se la
semina, capirà che portava con sé una foresta.
Tu sarai veramente
cattolico quando sentirai il mondo intero battere nel tuo cuore di cristiano.
16
Dio ha creato solo
fratelli senza frontiere, su un pianeta senza frontiere. Tutta l’umanità è
un’immensa e unica foresta dove tutti gli alberi hanno la loro radice nel cuore
di Dio Trinità.
La comunione dei
santi è la ripresa in termini diversi della "santa Chiesa", ma
con lo scopo di sottolineare i rapporti che intercorrono fra le membra dell’unico
corpo e i tralci dell’unica vite.
La comunione dei
santi non è altro che il mistero del corpo totale di Cristo, ma per mettere in
risalto i rapporti delle membra fra di loro:
condivisione dello stesso nutrimento, complementarietà dei servizi, benessere
comune, comune sofferenza, gloria comune. È il principio dei vasi comunicanti. Inseriti tutti in Cristo, per suo mezzo siamo collegati al Padre e
collegati per mezzo dello Spirito a tutti i nostri fratelli secondo la
preghiera di Gesù: "Tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te... Perché siano come noi una
cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti
nell’unità" (Gv 17,21-23).
Il termine santo
significa "che appartiene a Dio".
Possiamo dire
dov’è
Nella Chiesa c’è
comunione di beni. Tutti i cristiani partecipano ai beni di Gesù Cristo, ai
beni dei fratelli e a tutto il bene che si compie nel mondo.
Questa comunione
si opera mediante i sacramenti della Chiesa che conferiscono la grazia.
Nell’antica tradizione della Chiesa, la comunione dei santi, prima di essere la
condivisione delle preghiere e delle buone opere delle "sante
persone", è la partecipazione alle "cose sante" che
si trovano nella Chiesa, a cominciare dai sacramenti.
Come a figli attorno
al tavolo di famiglia, i sacramenti spartiscono il "tesoro
comune", la presenza attiva del Cristo risorto nelle diverse
situazioni del nostro viaggio terreno.
Fanno parte di
questo tesoro i sacramenti, la parola di Dio, la liturgia, la preghiera pubblica
e personale, le tradizioni dei Padri, gli esempi dei santi e tutto il bene che
Dio ha operato in tutti.
Sia ben chiaro:
tutto quanto siamo, tutto quanto abbiamo sono cose sante; di esse non siamo
proprietari ma "amministratori della multiforme grazia di Dio"
(cfr 1Cor 4,1).
Il disegno di Dio
creatore per gli uomini è "l’esistenza per gli altri" come la
vive ciascuna delle Persone divine. Solo "l’uomo per gli altri"
è a immagine e somiglianza di Dio.
Essendo
E chi di noi può
dire di non essere, in certi momenti, un mendicante e una passività sul
bilancio della comunità?
Nella santità
nascosta della Chiesa esiste una ricchezza continuamente traboccante, alla
quale possono attingere tutti i poveri quali siamo noi.
Non possiamo
passare sotto silenzio la comunione con i nostri fratelli che ci hanno
preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace. "
17
Questo articolo
del credo ci rinvia subito e direttamente a un sacramento. La remissione dei
peccati rinvia non tanto alla penitenza, alla confessione-assoluzione, quanto
al battesimo.
Il credo della
messa precisa bene questo punto, facendoci proclamare: Professo un solo
battesimo per il perdono dei peccati.
Il dono pasquale
di Gesù al mondo, la missione costitutiva deIla
Chiesa risiedono dunque nella remissione dei peccati: un’effusione dello
Spirito che fa della comunità dei credenti il luogo e lo strumento della
remissione dei peccati, della vita nuova, della vita divina negli uomini
redenti; la culla della nuova nascita dell’umanità e del mondo.
"Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno
rimessi" (Gv 20,22).
Il battesimo è il
punto di partenza della conversione di tutta la vita. Il battesimo rimane il
segno costitutivo della vita cristiana. È al battesimo che rinvia
immediatamente la nostra fede nella "remissione dei peccati".
Il sacramento della confessione-penitenza viene solo come supplenza, come un
secondo battesimo, che rinvia al nostro stato di battezzati per consolidarlo,
potenziarlo e rinnovarlo.
17.1 Peccato - Peccatore
Leggendo il
vangelo di Giovanni (Gv 8,1-11) possiamo cogliere l’atteggiamento di Gesù verso
il peccato e verso il peccatore. Gesù puntò il dito verso terra per non alzarlo
né contro l’accusata né contro i suoi implacabili accusatori. Gesù li ama
tutti, intensamente, singolarmente. E tutto finì con una confessione generale e
con un perdono generale. Parliamo dunque di amore.
Dio-Amore vuole
vivere con il suo popolo un profondo rapporto d’amore. Il peccato consiste
nello spezzare, coscientemente, volutamente, malvagiamente, questo profondo
rapporto d’amore. Il peccato è un adulterio, il tradimento di un patto d’amore
(cfr Ez 16).
È un rifiuto del
Padre, della sua amicizia, della sua familiarità, della dipendenza necessaria
che lega i figli al padre (cfr Gen 3).
Vero Padre, Dio ha
creato l’uomo per amore, facendolo, come ogni genitore, a sua "immagine
e somiglianza". Gli ha comunicato tutti i suoi beni, compresa la vita divina. Il peccato è la pretesa di rompere
questo rapporto filiale, di mangiare "dell’albero della conoscenza del
bene e del male" (Gen 2,17), cioè la pretesa di non avere nessuno al
di sopra di se stesso, d’essere legge a se stesso, di decidere come si vuole su
quanto è bene e su quanto è male, allorché il Padre sa di che cosa abbiamo
bisogno (cf. Mt 6,32).
Questa legge del
Padre non ha nulla che faccia pensare a un imperativo esteriore o a una
proibizione arbitraria. È un rapporto d’amore più che di signoria: una legge di
amore filiale. È una pazzia separarsi da colui dal quale ci viene ogni cosa. Il
peccato è il rifiuto della condizione filiale e della dipendenza di vita e
d’amore.
Ed ecco come
conseguenza immediata e sommamente deludente la paura di Dio, l’angoscia della
colpevolezza. "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura... e
mi sono nascosto" (Gen 3,10). Risultato ancora più lacerante e
drammatico, la morte; ci si sente tagliati dall’albero della vita.
La rottura nei
confronti del Padre trascina con sé, come in una reazione a catena, la rottura
coi fratelli. Spezzata la catena, tutte le perle si sparpagliano e si
disperdono.
- È finita la
famiglia coniugale: "La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato
dell’albero e io ne ho mangiato" (Gen 3,12);
- È finita la
famiglia fraterna: "Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo
uccise" (Gen 4,8);
-
È finita la famiglia sociale: "Ho ucciso un uomo per una mia
scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino
ma Lamech settantasette" (Gen 4,23-24);
- È finita la
famiglia umana (Gen 11, 1-9. La torre di Babele).
Rileggiamo i primi
undici capitoli della Genesi: è la triste epopea del "peccato del
mondo", d’un mondo in cui l’egoismo degli individui e dei gruppi ha
sostituito la legge dell’amore.
Chi pretende di
costruire se stesso indipendentemente da Dio, si metterà contro gli altri,
strumentalizzerà gli altri, soprattutto i piccoli e i deboli. Il "peccato
del mondo" è il peccato di chi abusa della sua forza (religiosa,
politica, economica, culturale, fisica, ecc.) per occupare un posto vantaggioso
sulle rovine, l’oppressione e lo sfruttamento dei deboli. È questo il peccato
che ha ucciso Dio in Gesù Cristo. Tale è il peccato nella rivelazione
dell’Antico Testamento: dramma dell’amore, dramma coniugale fra sposi (Dio e il
suo popolo), dramma familiare fra Padre e figli.
Gesù dirà la
stessa cosa con altre immagini e altri termini. Il peccatore è colui che si
soffoca nelle ricchezze, negli affari, nei piaceri di questo mondo al punto di
essere attirato più da questi idoli che dagli appelli di Dio (cfr Lc 14,16-20).
Gli invitati al
banchetto adducono la scusa d’un terreno da vedere, di buoi da provare, d’una
donna da non lasciare sola per una sera.
Falciare un prato,
aggiogare un paio di buoi, sposarsi, tutto questo non è cattivo o proibito da
nessun comandamento. Il peccato è mettere Dio all’ultimo posto, dopo tutto il
resto, anche se vado a messa tutte le domeniche.
Il peccato non è
l’agire quotidiano, ma il dimenticare la presenza sconvolgente dell’amore al
centro di questa quotidianità; il costruire la nostra vita come se Dio non ci
fosse.
La vita di una
settimana non è formata da tre quarti d’ora dedicati, in qualche modo, alla
messa.
Il peccato è
questa mancanza d’attenzione quotidiana all’essenziale, è l’indifferenza alla
continua presenza di Dio, è la preferenza accordata a persone e cose che non
sono Dio o sono viste fuori dalla visione di Dio e del suo amore. Questa è una
vita da adulteri!
Il peccato è anche
rifiuto della condizione filiale (cfr Lc 15,11-32).
Alla larga dal Padre. E quindi, alla larga anche dal fratello, il più possibile
(cfr Lc 16,19-31). Il ricco della parabola, avvolto
nella sua porpora e nel suo lusso, si rimpinza, mentre Lazzaro guarda invano
alle briciole. Il sacerdote e il levita escono dal tempio e pensano di essere a
posto; non è faccenda loro se il ferito sta morendo sul ciglio della strada (cf. Lc 10,30-37).
Dobbiamo rileggere
tutto il cap. 7 di Marco. I farisei attribuiscono enorme importanza alle
pratiche esteriori, alle tradizioni degli antichi e agli usi legali. Il Signore invece vede la legge e quindi il peccato, nel cuore
dell’uomo, nei comportamenti dell’uomo verso i propri fratelli: "Ciò
che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono
le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie,
malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte
queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e
contaminano l’uomo" (Mc 7,20-23).
Infine Gesù
annuncia che saremo giudicati sull’amore (cf. Mt
25,31-46).
Concludendo,
possiamo dire che non troviamo nel vangelo leggi o proibizioni scritte
solamente sulle tavole di pietra o in codici, e imposte dall’esterno. Il
peccato è la vioIazione
libera e voluta della legge dell’amore iscritta nei cuori, infinitamente più
penetrante e più esigente di tutti i codici.
Dio è nemico del
peccato, ma non è nemico dei peccatori. Anzi! Gesù ci comanda di amare i nostri
nemici perché l’ha fatto lui per primo. I contemporanei di Gesù aspettavano un
messia vendicatore di Dio (cfr Mt 3,5-10), ma Giovanni Battista avrà la stessa
amara sorpresa di Giona (Gn
4,1-11). Dopo quaranta giorni non fu distrutta Ninive
ma Giona!
Gesù venne fra i
peccatori, anzi come un peccatore fra gli altri (cfr Mt 3,13-17) e si fece
battezzare assieme a loro. Fu questo il primo gesto pubblico del Figlio di Dio:
un atteggiamento da peccatore, che lo identifica coi peccatori. Lui e i peccatori
sono dalla stessa parte; è con loro, per loro, uno di loro, il primo di loro,
perché si assume la responsabilità dei peccati di tutti: ne
"risponderà" sulla croce. È lui l’agnello di Dio che toglie il
peccato del mondo (cfr Gv 1,29). Non è venuto per chiamare i giusti, ma i
peccatori (cfr Mc 2,17).
Ormai in ogni
uomo, in ogni gruppo umano dal quale salirà a Dio il grido del peccato, avremo
una speciale presenza di Gesù Cristo per far salire più forte e più alto il
grido dell’amore. Per questo il nostro mondo di peccato non scoppia, né mai
scoppierà sotto la collera di Dio. Invece dell’ira divina è arrivato Gesù, e
Gesù vuol dire "Dio salva".
Gesù ama i
peccatori, "riceve i peccatori e mangia con loro" (Lc 15,2). "Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani
e i peccatori per ascoltarlo" (Lc 15,1). Li
cerca, li trova, e ci invita a far festa e a rallegrarci con lui perché "ci
sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti
che non hanno bisogno di conversione" (cf. Lc 15).
"Dio non
ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si
salvi per mezzo di lui" (Gv
3,17).
È questo
l’insegnamento della commovente parabola del fico sterile (Lc
13,6-9). Il fico sarà tagliato o no? Sarà l’albero a decidere. Adesso è il
tempo dell’amore del vignaiolo per quest’albero inutile. È il tempo della
pazienza e della speranza del padrone.
Il vignaiolo Gesù
raddoppierà sforzi e grazie. Il Signore "usa pazienza verso di voi, non
volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (
Il tempo della
vita e della storia è un tempo di tregua in cui Dio cerca tutti i modi per
conquistarsi il cuore dell’uomo. Dio non salva l’uomo senza di lui e tanto meno
contro di lui. Il perdono dei peccati non è un gesto di forza, ma un gesto
d’amore liberamente accolto.
La remissione dei
peccati non risponde a un pentimento dell’uomo; viene prima. Il figlio è
completamente perdonato da sempre, ancora prima di aver abbandonato la casa
paterna. In principio c’è il perdono di Dio, senza condizioni. "In
questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi
e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione
per i nostri peccati" (1 Gv 4,10).
"Dite
di lui quello che volete, ma io conosco i mancamenti di mio figlio. Non è affatto perché è bravo che io l’amo, ma perché
è il mio bambino. Che sapete della tenerezza che può ispirare, voi che avete la
pretesa di fare il conto esatto delle sue qualità e dei suoi difetti? Proprio
quando lo debbo punire, egli fa una cosa sola con me
stesso. Quando lo faccio piangere, il mio cuore piange
con lui. Solo io lo posso rimproverare e punire, perché solo
chi ama ha il diritto di castigare"
(Tagore).
Quindi "credo
la remissione dei peccati" gratuita, data in anticipo, definitivamente
e non come risposta a un gesto del peccatore.
"Cristo
morì per gli empi... Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché, mentre
eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,6-8).
Ci eravamo
fabbricati un falso Dio incapace di fare per primo quello che ci chiede:
presentare l’altra guancia, perdonare ai nemici, amare senza essere amato,
perdonare "settanta volte sette" cioè sempre. Gesù ci grida: "Amate i vostri nemici, fate del bene e
prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli
dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro..."
(cfr Lc 6,27-38).
Dunque "credo
la remissione dei peccati" data prima di ogni mio pentimento,
incondizionatamente. Credo che i peccati sono perdonati.
Per perdonare
basta Dio: egli è Amore. Ma per riconciliarsi bisogna essere in due. Il Padre
potrà abbracciare il figlio, soltanto se questi torna a lui liberamente.
Chi ama di vero
amore sa trovare molte strade per arrivare al cuore della persona amata.
L’ostinazione di Dio nell’amare e nel perdonare non si
lascia battere dall’amore umano, fosse pure grandissimo. "Dio vuole che
tutti gli uomini siano salvati" (1Tm 2,4); "Dio ha tanto amato
il mondo... perché il mondo sia salvato" (Gv 3,16-17). Queste e altre
parole di Dio sparse abbondantemente nel libro sacro dovrebbero martellarci la
mente e cantarci dentro il cuore giorno e notte. Non incapsuliamo Gesù Cristo,
la potenza del suo sangue "versato per tutti" e la forza
divinizzante della sua risurrezione nei nostri misurini di praticanti gretti.
Il male dell’uomo è uno solo: non sa amare. Permettiamo al buon Dio di essere
il buon Dio! Non siamo invidiosi perché lui è buono! La sua bontà va oltre la giustizia
senza tuttavia ledere la giustizia (cfr Mt 20,1-16).
I sacramenti del
battesimo e della riconciliazione sono i mezzi privilegiati della remissione
dei peccati. L’unzione degli infermi è un sacramento per la remissione dei
peccati (Gc 5,15).
L’eucarestia - a
condizione che vi si acceda in buona fede e non in situazione di sacrilegio -
rimette i peccati: la comunione è il culmine della riconciliazione con Dio e
con la comunità.
Ogni bene che è
vissuto nella Chiesa è remissione dei peccati: l’amore e il servizio, la
preghiera e il lavoro, il sorriso e le lacrime, la sofferenza e la vecchiaia,
la giustizia e la carità, la penitenza e l’azione di grazie, la vita e la
morte, tutto.
17.2 Credo la remissione quotidiana delle
colpe quotidiane, nella Chiesa
I sacramenti sono
mezzi privilegiati per la remissione dei peccati, ma non sono gli unici! Ogni
bene vissuto nella Chiesa è remissione dei peccati:
- La carità: "La carità copre una
moltitudine di peccati" (1Pt 4,8).
- L’elemosina: "L’elemosina espia i
peccati". (Sir 3,33).
- Le lacrime: "Una
donna si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime..." (cf. Lc 7,36-50).
-
La manifestazione delle colpe a Dio: "Ti ho manifestato il mio peccato,
non ho tenuto nascosto il mio errore. Ho detto: ‘Confesserò al
Signore le mie colpe’ e tu hai rimesso la malizia del mio peccato" (Sal 32,5).
- L’afflizione del
cuore e del corpo: "Vedi la mia miseria e la mia pena e perdona tutti i
miei peccati" (Sal 25,18).
-
L’emendamento della vita: "Lavatevi, purificatevi, togliete il male
delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il
bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia
all’orfano, difendete la causa della vedova". "Su, venite e discutiamo" dice il
Signore. "Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno
bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora,
diventeranno come lana" (Is 1,16-18).
- L’intercessione
dei santi (i fratelli cristiani): "Se uno vede il
proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte,
preghi, e Dio gli darà la vita" (1Gv 5,16). "La preghiera
fatta con fede salverà il malato: Il Signore lo rialzerà e, se ha commesso
peccati, gli saranno perdonati" (Gc 5,15).
La santa madre Chiesa ci insegna a pregare così: "Supplico... voi,
fratelli, di pregare per me il Signore Dio nostro".
- Il perdono delle
colpe: "Se voi infatti perdonerete agli uomini
le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi" (Mt
6,14).
- La conversione
di un peccatore: "Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore,
salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati"
(Gc 5,20).
Ciò che diciamo
per i cristiani, dentro
17.3 Le indulgenze
Le indulgenze sono
un’applicazione della comunione dei santi alla remissione dei peccati.
Nella Chiesa
primitiva, le persecuzioni provocarono l’apostasia dei deboli, che, davanti
alla tortura, rinnegarono Cristo. Questi apostati (cui furono aggiunti presto
gli omicidi e gli adulteri) erano "scomunicati" e sottomessi,
per tutta la vita, a pubblica penitenza: un cilicio come vestito, capelli
tagliati, astinenza perpetua dalla carne, e, se sposati, dai rapporti
coniugali; proibizione del servizio militare, di funzioni pubbliche, d’ogni
commercio, ecc.
Avveniva allora
che certi martiri, mentre attendevano in prigione la loro esecuzione, o certi
confessori della fede sopravvissuti alla tortura, dessero agli apostati pentiti
delle "lettere di pace", dove si intercedeva presso il vescovo
perché, tenuto conto delle sofferenze dei martiri, se ne cedesse il "merito"
agli apostati pentiti, scontando la loro penitenza. Scrive s. Cipriano vescovo
di Cartagine e martire (+14 settembre 258): "Crediamo
che i meriti dei martiri abbiano un grande potere presso il giudice sovrano...
Egli può ratificare quanto i martiri hanno domandato e i
vescovi fatto".
La penitenza
pubblica cadde in disuso fin dal IV secolo.
Nel VII secolo i
monaci irlandesi reintrodussero la penitenza sacramentale, nella forma di
"penitenza tariffata". I peccati gravi danno luogo a una penitenza
fissata da una tariffa ufficiale (ad esempio: 100 giorni, 1 anno, 7 anni, 7
quarantene (= quaresime)... di digiuno a pane e acqua).
In mancanza delle "lettere
di pace" dei martiri, si possono dare delle lettere di credito per la
costruzione di Chiese, di monasteri, di ospedali, di ponti, delle dighe in
Olanda, o per la redenzione degli schiavi. Si apriva così la porta alle buone
opere, ma anche al commercio e alle speculazioni. Ciò accadde non di rado dal X
al XVI secolo: speculazione dei potenti e superstizione della povera gente. Nel
1561 il Concilio di Trento soppresse i collettori delle offerte indulgenziate. Nel 1569 Pio V stabilì la gratuità delle
indulgenze: l’elemosina fu sostituita da una preghiera, da una visita in chiesa
o da altro.
Il 1° gennaio 1967
Paolo VI riformò le indulgenze. Sono questi i due
punti essenziali:
- È abolito il
tariffario delle indulgenze parziali.
- Per ricevere
l’indulgenza plenaria, oltre alla confessione, alla comunione e alla preghiera
secondo le intenzioni del papa, è necessario "che sia escluso ogni
attaccamento a qualsiasi peccato anche veniale".
18
La fine del
simbolo ci invita a fissare il nostro sguardo nel futuro dell’uomo e del mondo.
Che cosa attende l’uomo e il mondo? Dove li conduce Dio? Quale sorpresa ci
riserva Dio? Qual è la nostra speranza?
La seconda parte
del Credo ci aveva già fornito un inizio di risposta: Credo in Gesù Cristo...
risorto da morte, salito al cielo da dove verrà a giudicare.
Questa terza parte
del Credo si radica sulla seconda. La nostra speranza cristiana si fonda
sull’avventura di Gesù: come lui così anche noi.
La terza parte del
simbolo potrebbe essere sintetizzata così: Credo nello Spirito Santo, dentro la
santa Chiesa, per la risurrezione della carne.
18.1 Non dimentichiamo lo Spirito Santo
Tocchiamo a questo
punto il culmine dell’opera dello Spirito Santo nella santa Chiesa cattolica: "Se
lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti
abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai
vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,11).
Ora che Gesù è
risorto e salito al cielo, l’umanità presente è entrata nel futuro attraverso
questo nostro fratello con cui siamo uno. Non sarebbe esatto affermare che i
precedenti articoli del Credo parlavano di questo mondo, di questa vita, mentre
gli ultimi due ci parlerebbero dell’altro mondo, dell’altra vita. Non ci sono
due mondi o due vite. Non c’è da una parte il tempo, che scorre, passa e si degrada;
e dall’altra, l’eternità, stabile e di valore infinito e definitivo. C’è solo
un mondo, che sta diventando diverso sotto la signoria di Gesù risorto. C’è una
sola vita, che sta diventando diversa mediante la fede e il battesimo; non c’è
un’altra vita. L’uomo adulto non è una persona distinta dal bambino che era: è
diverso da prima, ma è sempre lui.
Risurrezione, vita
eterna, mondo nuovo sono realtà fin d’ora già delineate e tuttavia rimangono
per noi profondamente misteriose. Di fronte al nostro futuro eterno siamo come
il bambino ancora nel grembo materno: non può farsi la minima idea della sua
vita di domani quando vedrà la luce, camminerà, crescerà, parlerà, occuperà un
posto nel mondo.
Il nostro futuro
eterno è, di per sé, indefinibile. "Quelle cose che
occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo, queste ha
preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi
Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito"
(1Cor 2,9-10).
L’ignoranza sull’al di là è enorme ora; immaginiamoci quanto lo fosse
prima di Cristo. Non dobbiamo quindi meravigliarci per l’accento posto dai
salmisti, dai patriarchi, dai profeti sui valori temporali: ricchezza
materiale, longevità, fecondità, numerosa discendenza, sopravvivenza della fama
e della gloria, vendetta immediata. Non si aspettavano ricompensa o castigo
dopo la morte. Sembra far eccezione il libro di Giobbe (V
secolo prima di Cristo): "Io lo so che il mio vendicatore è vivo e che,
ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà
distrutta, senza carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e
i miei occhi lo contempleranno non da straniero" (Gb 19,25-27).
Ma questa
intuizione vaga e fugace viene contraddetta più volte. Ne
ricordiamo una, per esempio: "Anche per l’albero c’è speranza: se viene
tagliato, ancora ributta e i suoi germogli non cessano di crescere... L’uomo
invece, se muore giace inerte, quando il mortale spira, dov’è? Potranno sparire le acque del mare e i fiumi prosciugarsi e
disseccarsi, ma l’uomo che giace più non si sveglierà, né più si desterà dal
suo sonno" (Gb 14,7-12).
Nel 331 prima di
Cristo, Alessandro Magno introdusse in Palestina la cultura greca. Così la
filosofia greca colorò gli ultimi libri della Bibbia, specialmente il libro
della Sapienza. L’autore di questo libro visse ad Alessandria d’Egitto, una
cinquantina d’anni prima di Cristo. È tutto impregnato di pensiero greco. Questo libro ispirato ci dà una chiara e nuova rivelazione della
sopravvivenza: "Dicono tra loro sragionando: Non si conosce nessuno che
liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo
saremo come se non fossimo stati... Il corpo diventerà cenere e lo spirito si
dissiperà come aria leggera... Non conoscono i segreti di Dio... Sì, Dio ha
creato l’uomo per l’immortalità" (Sap 2,1-23). "I
giusti vivono per sempre, la loro ricompensa è presso il Signore e
l’Altissimo ha cura di loro. Per questo
riceveranno una magnifica corona regale, un bel diadema dalla mano del
Signore" (Sap
5,15-16).
Lo Spirito Santo
quindi afferma la sopravvivenza, l’immortalità e l’eternità beata.
Nell’Antico
Testamento l’idea di risurrezione è tardiva quasi come quella di immortalità. Essa è espressa chiaramente per la prima volta solo due secoli
prima di Cristo al cap. 12 del libro di Daniele: "Molti di quelli che
dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e
gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna... Tu vai pure alla tua fine e
riposa: ti alzerai per la tua sorte alla fine dei giorni" (Dn 12,2 e 13).
Dopo Daniele viene
la testimonianza del secondo libro dei Maccabei al
cap. 7. Siamo in un periodo di violente persecuzioni scatenate contro i giudei
da Antioco Epifane. Ecco alcune frasi significative: "Il
re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita
nuova ed eterna... Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo,
ma da lui spero di riaverle di nuovo... È bello morire a causa degli uomini,
per attendere da Dio l’adempimento delle speranze d’essere da lui di nuovo
risuscitati... Senza dubbio il creatore del mondo... per la sua misericordia vi
restituirà di nuovo lo spirito e la vita..."
(2Mac 7).
Questa è la
speranza-certezza dei perseguitati d’Israele nei due secoli che precedettero la
venuta di Gesù.
Nel Nuovo
Testamento è affermato chiaramente: "Colui che ha
risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm
8,11). Il nostro soffio vitale si esaurisce su questa riva della vita. È
necessario che lo Spirito Santo venga a sostituire il nostro principio vitale
umano e, quindi, mortale, in modo che lo Spirito diventi veramente il nostro
soffio vitale personale e definitivo. Cristo è "il primogenito di
coloro che risuscitano dai morti" (Col 1,18), il "primo fra i
risorti da morte" (At 26,23) "l’autore della vita"
(At 3,15). "Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita
in Cristo" (1Cor 15,22).
Risurrezione della
carne significa risurrezione dell’uomo: nella Bibbia carne significa la persona
umana nella sua condizione terrena. La risurrezione della carne è il risorgere
dell’essere umano pieno, né solo materia senza
spirito, né solo spirito senza materia.
La "risurrezione"
richiede che lo stesso essere, la stessa carne animata, lo stesso corpo vivente
che è "sorto" una prima volta nascendo alla vita presente,
risorga in una vita rinnovata. È una verità di fede: "Tutti
risorgeranno con gli stessi corpi che hanno ora" (Concilio ecumenico
Lateranense IV, anno 1215). "Crediamo alla vera risurrezione di questa
carne che ora è la nostra" (Concilio II di Lione, anno1274). La morte
non ha nulla della manovra dei banditi che abbandonano l’auto usata per la
rapina e trasbordano su un’altra per far perdere le tracce.
Leggendo i
racconti evangelici della risurrezione di Cristo ci colpisce un dato
innegabile. Il corpo di Gesù risorto è veramente il corpo che egli aveva prima
di morire, con il segno dei chiodi e del colpo di lancia al cuore (cf. Gv 20,20-28). Certamente si trova in un’altra
condizione, capace di muoversi come vuole, senza nessun limite di spazio e di
peso. Ma non è il corpo di un fantasma; esiste una continuità fra il suo stato
attuale e quello di prima. Gesù rimane lo stesso. Ci tiene a dimostrare che non
è cambiato, che non ha solamente un corpo che si può toccare, ma anche i gesti
familiari di prima: "Essi riferirono come l’avevano riconosciuto nello
spezzare il pane" (Lc 24,35). Gesù rimane
l’uomo che era.
Per
questo Gesù risorto può dire ai suoi discepoli: «"Guardate le mie mani
e i miei piedi: sono proprio io!
Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come
vedete che io ho". Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse:
"Avete qui qualche cosa da mangiare?". Gli offrirono una porzione di
pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro»(Lc
24,39-42).
Un tempo i teologi
sudavano invano per risolvere il problema della risurrezione di coloro che
erano stati mangiati dai cannibali o dai pesci che a loro volta erano mangiati
dagli uomini. Le scienze biologiche moderne ci insegnano che l’identità del
corpo non è legata a queste o a quelle parti di materia. L’organismo rinnova
continuamente il suo materiale molecolare. Si pensa che bastino sei anni circa,
perché tutte le cellule del corpo umano, anche quelle delle ossa, siano
sostituite. Le molecole passano, la materia viene sostituita come le acque del
fiume; ma il mio corpo rimane, come il Tevere o il Po.
La risurrezione
della carne, che noi attendiamo, sarà una trasformazione misteriosa di tutto
l’uomo, facendo dischiudere una realtà diversa dal suo corpo terreno, quanto il
fiore o il frutto è diverso dal seme; sarà tuttavia il compimento, in pienezza,
di tutto quanto egli è stato. «Qualcuno
dirà: Come risuscitano i morti? Con quale corpo
verranno?" Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non
muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà... Questo vi dico, o
fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò
che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità. Ecco io vi annunzio un
mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un
istante, in un batter d’occhio, al suono della tromba e i morti risorgeranno
incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti
che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo
mortale si vesta d’immortalità»(1Cor 15,35-53).
"Si semina
un corpo animale, risorge un corpo spirituale" (1Cor 15,44). "Corpo spirituale" non
è una contraddizione in termini! Significa: corpo totalmente al servizio dello
Spirito, liberato dallo spazio, dal tempo, dalla fatica, dal cibo,
dall’invecchiamento, ecc., stupendo strumento di comunione e d’amore totale; il
cui principio vitale non è più biologico, ma è costituito dallo stesso Spirito
Santo.
Quando avverrà
questa risurrezione? Per tutti alla fine del mondo o per ciascuno, subito dopo
la morte?
Gesù colloca la
risurrezione "nell’ultimo giorno" (Gv 6,39- 40.45.54). A chi
pensa che la risurrezione è immediata si potrebbe
obiettare che il "privilegio" di Maria assunta al cielo in
anima e corpo, non può consistere nell’essere stata trattata come tutti! Non
possiamo saltare a piè pari il Credo: "Aspetto la risurrezione della
carne". Aspetteremo gli altri, tutti gli altri, perché la salvezza è
collettiva (cfr 1Ts 4,13-18).
S. Paolo afferma
che colui che è unito a Cristo è già risorto con lui e assiso con lui nei
cieli: "Con lui infatti siete stati sepolti
insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede
nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti" (Col 2,12).
"Con lui
ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli
in Cristo Gesù" (Ef 2,8). Ma
questa vita si manifesterà solo alla venuta finale di Cristo: "Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con
Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita,
allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria" (Col 3,3-4).
La
nostra partecipazione alla risurrezione di Cristo passa attraverso tre tappe:
iniziata nel battesimo, compie un grande passo al momento della morte, ma sarà
pienamente manifestata solo alla fine: "Verrà l’ora in cui tutti coloro
che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene
per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di
condanna" (Gv 5,28-29).
In attesa che la
realtà della risurrezione finale risolva gli enigmi biblici e teologici, premuriamoci di vivere in modo degno per trovarci collocati "alla
sua destra" (Mt 25,33) "per una risurrezione di vita"
(Gv 5,29).
19
I tre quarti dei
non credenti, per quanto saggi e sapienti, pensano alla morte come la fine di
tutto. Né scienziati né filosofi possono affermare la vita eterna. Ma il
cristiano lo può, partendo dalla fede in Dio e in Gesù Cristo.
Il nostro Dio è il
Dio vivente perché la vera vita è amore e "Dio è amore" (1Gv
4,8). Il Dio vivente è "fonte della vita" (Sal
36,10). Ogni essere e ogni vita scaturiscono da lui nella continua successione
degli istanti, come il fiume dalla sua sorgente (Sal
104,10-15). Ma Dio trasmette la vita all’uomo con un soffio personalissimo, per
farne un vivente a sua immagine e somiglianza (Gen 2,7). Dio "non gode
della morte di chi muore" (Ez 18,32);
proibisce l’omicidio, anche quello di Caino, l’assassino del proprio fratello
(Gen 4,11-15). La morte infatti è l’eliminazione di
tutto. Attraverso tutto l’Antico Testamento viene proclamata questa volontà di
vita come fiamma di Dio nel cuore dell’uomo. Il giudeo credeva ingenuamente che
il giusto vivesse più a lungo del peccatore (Pr 3,1-2). Un secolo e mezzo prima
di Cristo incomincia ad affermarsi la speranza della vita eterna.
Questa vita eterna
risiede in Gesù Cristo. "Dio ci ha dato la sua vita
eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la
vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo vi
ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel
nome del Figlio di Dio" (1Gv 5,11-13).
Gesù ha detto: "Io
sono la vita" (Gv 14,6); "Io sono la risurrezione e la vita;
chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà
in eterno" (Gv 11,25-26).
Infatti da sempre "In lui era la vita, e la vita era
la luce degli uomini" (Gv 1,4) ed è venuto perché gli uomini "abbiano
la vita e l’abbiano in abbondanza" (Gv 10,10) e dà loro la vita eterna
e non andranno mai perduti e nessuno li rapirà dalla sua mano (cf. Gv 10,28).
Gesù è "il
Verbo della vita" (1Gv 1,1), "l’albero della vita" (Ap 22,2), "il pane della vita" (Gv 6,35), "la
luce della vita" (Gv 8,12).
"Sappiamo
che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero
Dio. E
noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la
vita eterna" (1Gv 5,20).
La vita eterna non
è una vita biologica, com’era prima della morte, con le sue
funzioni respiratoria, circolatoria, ecc. "Questa è la vita
eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù
Cristo" (Gv 17,3).
"Che
conoscano te". Non pensiamo a
una pura conoscenza intellettuale fatta di nozioni o di termini scientifici. Si
tratta di una intimità d’amore in cui due esseri ne
formano uno solo, come nel ferro incandescente, il ferro e il fuoco formano una
sola cosa. Balbettii su un mistero!
"Noi
fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si
sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli
è" (1Gv 3,2).
Ciò significa che "la
vita eterna" è già cominciata: "Noi fin d’ora siamo figli di
Dio". La vita eterna cammina sulle nostre strade, nel nostro mondo,
nutrita di Eucaristia: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha
la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno" (Gv 6,54).
Notiamo che il
vangelo dice ha, non avrà.
La vita eterna in
noi è precisamente il nostro rapporto con questo Dio vivente. Per sempre siamo
figli di Dio, per sempre siamo con lui; lui in noi e noi in lui, divinizzati:
dinamismo, gioia eternamente crescente, festa immensa e senza fine, vita umana
e divina potenziate all’infinito. "Come abbiamo portato l’immagine
dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste" (1Cor
15,49), di Gesù, in modo da poter dire con Paolo: "Per me il vivere è
Cristo" (Fil 1,21).
Questa vita eterna
ora la viviamo allo stato embrionale, come "vita nascosta con Cristo in
Dio" (cfr Col 3,3). Quando si manifesterà Cristo, la nostra vita,
allora anche noi saremo manifestati con lui nella gloria (cfr Col 3,4).
19.1 Il cielo
Tornando
da un funerale spesso si dicono cose sublimi e verità indiscutibili sul conto
del morto: "Ora sta meglio di noi! Se n’è andato in un mondo
migliore!". Ma nessuno
vorrebbe essere al suo posto; nessuno ha fretta di entrare in questo mondo
cosiddetto migliore. Figuratevi! Il caro estinto ha perso tutto, è sotto il
torchio del giudizio terribile di Dio, forse si trova già all’inferno,
sicuramente dovrà fare un lungo purgatorio, chissà quando arriverà in cielo, in
un cielo dove nessuno ha veramente voglia di andare! Quale cielo ci è stato
presentato fin dall’infanzia? Cielo di troni fissi di fronte all’immutabile
triangolo della Trinità; cielo di santi che cantano inni, con il loro piatto
(aureola) che sta ben dritto dietro alla testa; cielo di angeli alati; cielo di
anime disincarnate, ecc... Insomma un cielo di gente veramente annoiata e
noiosa, che ci fa amare di più la nostra bella "valle di lacrime"
nelle quali, oltretutto, sappiamo nuotare egregiamente
e... stare a galla.
Quale meraviglia,
allora, se i cristiani vivono in questo mondo come coloro che non hanno
speranza? Certo è difficile raffigurarci il cielo; ma questa è una ragione in
più per riprendere continuamente i dati biblici che Dio ci ha rivelato e
rispolverare le idee e le immagini.
Il nostro Dio non
è il Dio della paura ma della gioia, il Dio dell’amore! Il vangelo è la "buona
novella" della felicità.
Il cielo non sarà
la negazione dell’uomo terreno, ma il suo compimento; non sopprimerà la gioia
umana, ma la perfezionerà superandola divinamente. Presentarci un cielo che non
rispondesse ai nostri desideri reali, sarebbe come presentare a un cane un
capolavoro letterario o una salsiccia di plastica.
Per questa ragione
molti cristiani non comprendono e non condividono l’impazienza di Paolo: "Per
me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che
cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti
tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per
essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è necessario per
voi che io rimanga nella carne" (Fil 1,21-24).
"Essere
con Cristo". "Essere
con" è il sogno dell’amore: speranza degli esiliati, impazienza dei
fidanzati, gioia profonda di ogni ritorno. Ma è necessario essere presi da
amore e da grande amicizia. San Paolo era stato conquistato da Cristo. Per
questo era impaziente di correre incontro a Cristo per non esserne più separato.
Il cielo di san Paolo è il cielo dell’amore di Cristo, dell’amore appagato.
Ma Gesù non può
far dimenticare il Padre e lo Spirito Santo. Paolo parlando
di Dio Trinità dice: "Vedremo a faccia a faccia" (1Cor 13,12),
e san Giovanni aggiunge: "Lo vedremo così come egli è" (1Gv
3,2).
Noi sappiamo che
questo volto è innanzitutto il volto dell’amore. Morendo cadremo nelle braccia
del Padre, del Fratello e dell’Amico. Lo conosceremo così come egli è
attraverso un possesso reciproco totale! Lo conosceremo come il ferro conosce
il fuoco che lo penetra, come la spugna conosce l’acqua nell’immensità di un
oceano senza limiti. L’uomo non potrà mai stancarsi di Dio e della sua intimità
ineffabile.
La vita eterna è
paragonata a un banchetto d’amicizia (Lc 12,37), a
una festa di nozze (Mt 22,1-14). Sarà il trionfo eterno di una moltitudine
eterna di salvati (Ap 7). Sarà la definitiva presa di
possesso del regno preparato per noi fin dalla fondazione del mondo (Mt
25,31-46; Ap 5,10; 22,5; 2Tm 2,12). Regno che appartiene
a coloro che vivono secondo lo spirito delle beatitudini (Mt 5.6.7; Lc 6,20-49). "E poi, secondo la promessa, noi
aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova nei quali
avrà stabile dimora la giustizia" (
S. Teresa d’Avila,
a ogni ora che suonava, provava un sussulto di gioia: "Eccoci più
vicini al cielo di un’ora!".
19.2 Le pene eterne
Il nostro Credo
non ha un articolo per affermare: "Credo l’inferno, la morte
eterna", ma "credo la vita eterna". In altri termini:
credo alIa salvezza che ci strappa
dal peccato e dall’inferno, credo alla salvezza che ci fa figli di Dio ed eredi
della vita eterna. Il cielo, e non l’inferno, è voluto da Dio. Perché il cielo
è Dio stesso; mentre l’inferno è l’assenza di Dio.
L’inferno non può
costituire da solo l’argomento di una predica, diversamente rischierà
d’apparire come una creazione dell’uomo, che sarebbe mostruoso imputare a un
Dio di bontà, a un Dio-Amore.
Le immagini
bibliche dell’inferno sono tratte dalla storia o dalla vita quotidiana del
popolo d’Israele
Immagini di
fuoco. La pioggia di zolfo e di fuoco
su Sodoma e Gomorra: terra
maledetta, "terra bruciata" dalla quale sale un fumo "come
il fumo di una fornace" (Gen 19,23-29); oppure "lo stagno di
fuoco ardente di zolfo" (Ap 19,20; 20,10 e
15; 21,8; ecc.).
-
- Il fuoco che
distrugge la paglia, la pula, i rami tagliati, gli alberi sterili, ammassati
sul limitare del campo (Mt 3,10-12; 7,19; 13,40; Lc
3,9; Gv 15,6).
Immagini di
tenebre. Questa contradditorietà
tra fuoco-luce e tenebre ci mette in guardia dal prendere i simboli per realtà
materiali. Sono immagini per descrivere una situazione di distruzione, di
desolazione, di tormento, di solitudine, di morte.
Il vangelo ci
parla di "tenebre esteriori" (Mt 8,12), che stanno fuori dal
regno, ossia fuori dal "paese" in cui l’amore è sovrano, fuori
dall’alleanza e dalla festa, fuori dalle nozze, fuori dalla famiglia e dalla
sua intimità, fuori dall’unico banchetto della vita (Mt 22,1-14).
Questa immagine
raccapricciante di "tenebre esteriori dove sarà pianto e stridore di
denti" costituisce l’opposizione più eloquente alla ricca simbologia
del cielo. Nella casa del Padre abbiamo luci, musica, danze, amore, festa,
incontro, vita esuberante e felice. All’esterno la fredda notte, il vagare
solitario e senza meta, pianti di disperazione e di rabbia, pianti inutili e
rabbia impotente di chi ha rifiutato la luce e l’amore. Cristo è la vite, il
pane della vita, la via, la porta, la luce e il solo volto che ci svela il
Padre, l’alfa e l’omega, il tutto: staccarsi da lui è la perdita assoluta di se
stessi per diventare un grido inutile e un insulto inascoltato. Sembrano
intollerabili e assurde quelle parole pronunciate da Gesù, ma sono divinamente
vere: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per
il diavolo e i suoi angeli" (Mt 25,41).
L’esistenza
dell’inferno è indispensabile. Senza di esso il cielo non sarebbe altro che un
campo di concentramento dove si è obbligati ad andare. Il cielo è il "luogo"
dove si ama e, siccome non esiste amore senza libertà,
in cielo ci si va soltanto liberamente. L’esistenza dell’inferno è l’espressione
del rispetto di Dio per la nostra libertà. Dio non costringerà mai nessuno ad
amarlo. L’inferno è il rifugio del rifiuto.
Sul dogma
dell’inferno
1 - L’inferno
esiste, come situazione "preparata per il diavolo e i suoi angeli"
e nella quale l’uomo può cadere.
2 - L’ipotetico
dannato vi cade subito dopo la morte.
3 - L’inferno è
eterno.
Molti rifiutano
Dio a causa dell’inferno e pongono un dilemma apparentemente insolubile: o un
Dio-Amore che esclude l’inferno o un inferno che esclude Dio. E ancora: se Dio
è amore, l’inferno è impensabile, assurdo. Che significato potrebbe avere, nel
regno di un siffatto Dio, la permanenza eterna di una infelicità
assoluta di uomini risorti? La chiave per la soluzione di questo problema, come
di tutti i problemi della fede, è il dogma principale: "Dio e
amore". Esiste l’inferno solo in questa luce.
I testi della
Scrittura non possono contraddire l’affermazione dell’amore assoluto,
universale e perpetuo di Dio per ogni uomo, senza mandare in pezzi il vangelo,
Cristo e lo stesso Dio.
Dio non vuole
l’inferno. Ma Dio è talmente signore dell’amore che può dare agli angeli e agli
uomini una vera libertà, anche quella di rifiutarlo. L’uomo può ostinarsi a non
amare. L’idea dell’inferno mette in evidenza esattamente questa possibilità. "Il dogma dell’inferno significa che la vita dell’uomo è
sotto la minaccia della possibilità reale d’un fallimento eterno, giacché
l’uomo può disporre liberamente di sé e può quindi rifiutarsi in piena libertà
a Dio. Questa possibilità per l’uomo si concretizza realmente e
in quali proporzioni? Per rispondere a questi interrogativi,
non possiamo appellarci alla rivelazione né alla decisione del magistero della
Chiesa" (Karl Rahner).
Da una parte, la
realtà indiscutibile dell’amore di Dio e della libertà dell’uomo non ci
permette di affermare che non ci sono dei dannati. Dall’altra, l’esistenza
anche di un solo dannato ci appare come uno scandalo, e per Dio più ancora che
per noi. In realtà, fra l’inferno possibile e quello effettivo, Dio s’interpone
con tutta la potenza del suo amore, con la potenza della morte e della
risurrezione di Cristo.
Rileggiamo, più
col cuore che con gli occhi, questi testi del Nuovo Testamento: "Dio
non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo
si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,17); "Non sono venuto per
condannare il mondo, ma per salvare il mondo" (Gv 12,47); "Non
sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mt 9,13); "Mentre
noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi" (Rm 5,6); "Dio dimostra il suo amore per noi perché,
mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8).
Dio ci comanda di
perdonare "settanta volte sette" ossia all’infinito (Mt
18,22), di porgere l’altra guancia (Lc 6,29) perché
egli per primo ha fatto così. Un uomo diventa ateo quando gli viene presentato
un Dio meno buono di lui. E ne ha tutte le ragioni. Dio non cessa di essere
Amore perché, per una inaudita aberrazione, alcune
creature rifiutano che egli sia tale. Dio è amore che infinitamente si dona
anche se l’uomo fa di lui l’amore rinnegato per sempre. Il rifiuto di essere
amati non intacca in Dio il potere di amare; può minare l’amore nei suoi
effetti, ma non nella sua sorgente.
L’inferno, come
rifiuto assoluto d’amare, esiste sempre da una sola parte: dalla parte di chi
lo crea continuamente per se stesso. È divinamente impossibile che Dio possa
minimamente cooperare a questa aberrazione. Se quindi ci può essere un
contraccolpo in Dio dall’esistenza dell’inferno, tale contraccolpo può essere
solo di dolore e di sofferenza infinita e non di compiacimento o di vendetta e
di rivalsa per il suo amore rifiutato e tradito. Il dolore di Dio è qui
insondabile quanto il suo amore.
Il nostro dolore
di fronte all’inferno, non è che un’eco del suo stesso
dolore; il nostro scandalo non è che una pallidissima immagine del suo.
L’inferno è in Dio l’inguaribile ferita che autentica per sempre l’amore
infinito.
19.3 Cieli nuovi e terra nuova
"Io
vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla terra e non prestate fede a
coloro che ci parlano di speranze ultraterrene! Sono avvelenatori, lo sappiano o no. Sono spregiatori della vita, moribondi e avvelenati loro stessi, di
cui la terra è stanca: vadano dove vogliono!"
(F. Nietzsche).
Gli
atei dicono ai credenti: "Con la vostra "vita eterna" voi
smobilitate gli uomini dalle loro lotte per la vita di questo mondo! Invece di occuparvi di una ipotetica
"terra nuova" occupatevi piuttosto della nostra terra reale per
renderla più abitabile!".
Jean-Jacques
Rousseau nell’ultimo capitolo del suo "Contratto sociale" fa
dell’ironia su questo punto: "Il cristianesimo è una religione tutta
spirituale, preoccupata solo delle cose del cielo: la patria del
cristiano non è di questo mondo.
Certo, compie il suo dovere, ma lo compie con una profonda indifferenza sulla
buona riuscita o meno della sua opera. Purché non abbia nulla
da rimproverarsi, non gli importa molto che tutto vada bene o male quaggiù...
La cosa essenziale è d’andare in paradiso; la rassegnazione è un mezzo
ulteriore per raggiungere lo scopo".
Questo
spiritualismo all’acqua di rose non ha nulla a che vedere con Gesù Cristo e il
suo vangelo. Il cristiano vero è colui che si impegna con tutte le sue forze a
rendere più abitabile la terra. Tuttavia dobbiamo dichiarare senza ambiguità
che il mondo sarà totalmente compiuto solo quando sarà completamente sotto la
signoria di Cristo risorto e l’uomo nascerà definitivamente solo quando entrerà
nella risurrezione. Nulla di quanto Dio ha creato sarà distrutto perché "Dio
ha creato tutto per l’esistenza" (Sap 1,14);
non sostituirà i cieli e la terra attuali con altri cieli e un’altra terra; ma
questi cieli e questa terra saranno trasformati. Il nostro mondo materiale,
creato per l’uomo, partecipa al suo destino. Esso, maledetto a causa del
peccato dell’uomo (Gen 3,17), si trova attualmente in una
situazione violenta sottomesso alla caducità e alla schiavitù della
corruzione. Ma come il corpo dell’uomo è destinato alla gloria, così anche il
mondo sarà oggetto di redenzione e parteciperà alla libertà dello stato
glorioso (cfr Rm 8,19-23).
La filosofia greca
voleva liberare lo spirito dalla materia considerata come cattiva; la
risurrezione libera lo spirito e la materia.
L’universo
materiale e l’uomo non sono realtà separabili. L’uomo è nato dal mondo e fa
corpo con esso; è una parte, la migliore, di esso. La vita del cosmo ha il suo
culmine nell’uomo. Il Figlio di Dio fatto uomo attira tutto a sé per portare
tutto al Padre; guida tutto l’universo al suo compimento. Non sappiamo come
sarà il mondo rinnovato e non intendiamo fare della fantateologia.
"Secondo la promessa noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (
L’uomo non
raggiunge Dio uscendo da questo mondo, ma inserendovisi
e collaborando al disegno del Creatore. È questo il disegno del Padre: fare di
Cristo il cuore del mondo.
La
risurrezione di Gesù "è quasi la prima esplosione d’un vulcano, a
indicare come nell’intimo del mondo già arda il fuoco di Dio, che avvolgerà
ogni cosa d’una beata incandescenza nel suo fulgore. Già sono liberate dal centro e dal cuore del mondo,
in cui egli penetra scendendo nella morte, le energie nuove d’una terra
trasfigurata, già nell’intimo più riposto di tutto il reale, la caducità, il
peccato e la morte sono vinti. Occorre ancora solo il breve
intervallo che chiamiamo storia "post Christum natum", perché
universalmente, non solo nel corpo di Cristo, venga a manifestarsi ciò che in
realtà è ormai accaduto" (Karl Rahner).
19.4 Amen
Amen è un termine
ebraico che si è acclimatato ormai in tutte le lingue. È il punto finale del
Credo, la chiusura solenne. È l’adesione piena, il sì deciso a tutto quanto è
stato proclamato. È l’impegno a testimoniare la verità con le parole e con la
vita.
Nel
Nuovo Testamento la parola Amen viene riferita a Cristo come nome proprio a
titolo di testimone vero delle promesse di Dio: "Così parla l’Amen…
(Ap 3,14).
"E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono
divenute "sì". Per questo sempre
attraverso lui sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria" (2Cor 1,20).