LA
FAMIGLIA CRISTIANA
(Pedron Lino)
I genitori
cristiani sono preoccupati, alcuni persino ossessionati e scoraggiati,
dall’evoluzione religiosa dei loro figli. Non occorre insistere molto sui fatti.
In molte famiglie cristianissime i figli incominciano assai presto a
manifestare il proprio distacco dalle tradizioni religiose, anche quando
l’educazione su questo punto è stata condotta con intelligenza e amore.
Da prima si tratta
di un rifiuto progressivo della pratica sia a livello comunitario che
personale. "I nostri figli più grandi non vogliono più venire a messa con
noi, e così anche i più piccoli cominciano a porsi delle domande e ad
accompagnarci con riluttanza. Non vediamo come si possa rispettare la libertà
degli uni costringendo gli altri". "Finora eravamo stati fedeli alla
preghiera serale in famiglia: adesso è impossibile perché alcuni figli la
rifiutano".
Dal momento che il
rifiuto della pratica denuncia una crisi di fede, si deve concludere
che è compromessa l’unanimità religiosa della famiglia. Col pretesto che il
battesimo è stato loro imposto, i giovani mettono in questione la propria
appartenenza alla Chiesa; dicono che stanno cercando, se addirittura non fanno
aperta professione di ateismo. Sul piano morale la
volontà sistematica di rifiutare i tabù e di fare liberamente la propria
esperienza li porta assai spesso a comportamenti contrari alle più fondamentali
leggi dell’agire cristiano. D’improvviso certi genitori
desolati vengono a sapere che la loro figlia si sposa civilmente e
rifiuta il sacramento del matrimonio; che il figlio maggiore milita in un
movimento estremista. Più di rado, grazie a Dio, scoppiano veri drammi in
ambienti dove nulla li lasciava prevedere: droga, violenza, fughe avventurose
vengono a sconvolgere l’esistenza di famiglie pacifiche e,
tutto sommato, esemplari. Queste tragedie avvengono senza che sia
possibile instaurare un dialogo tra le parti; o se il dialogo c’è, è tutto a
base di espressioni ironiche, di dichiarazioni folli e
di scontri passionali. Molti anni fa il figlio di un mio amico, un liceale di
16 anni, aveva appeso in camera sua il ritratto di Mao.
La mamma, contrariata, chiede con fermezza e con insistenza di togliere
"quell’orrore". Il figlio rispose con freddezza e in atteggiamento di
sfida: "No! e se lo tocchi vado a strappare il
crocifisso che è sopra il tuo letto".
Moltiplicare
queste osservazioni rischia evidentemente di portare a false generalizzazioni
e a giudizi avventati sulla gioventù. Lo sappiamo tutti che ci sono dei giovani
la cui vita di fede è solida e raggiante, la cui sanità morale fa gola a non
pochi buoni cristiani adulti, e che nei loro impegni danno prova di tale
sincerità e generosità che meravigliano ed edificano.
Qui si tratta semplicemente di constatare un fatto:
l’esplosione che minaccia le famiglie più solide e la divergenza che si
manifesta tra genitori autenticamente credenti e i loro figli.
Perché, a lungo andare, questa costatazione
possa riuscire benefica, nonostante la sofferenza che procura, è necessario
affrontarla senza timori e senza scoraggiamenti.
È evidente che il
panico genera reazioni estreme che aggravano il male: niente di peggio di
un’autorità che si irrigidisce per il fallimento dei
metodi di libertà usati in precedenza. C’è un altro pericolo: sotto la
pressione dell’opinione pubblica (che raramente tralascia l’occasione di
mettere in ridicolo la famiglia o almeno di presentare i problemi in forma
semplicistica, con presunzione e leggerezza) molti genitori vivono con un senso
di colpa. Quando questi drammi succedono, concludono
con l’espressione fallimentare: "Non siamo stati capaci di allevare ed
educare i nostri figli" e rischiano di fare naufragio non solo come
genitori, ma anche coma coppia perché inizia tra loro il palleggio delle colpe
(quasi mai si sente dire: "è colpa mia", quasi sempre: "è colpa
tua"). Ora, anche se la loro capacità e il loro impegno si fossero
effettivamente dimostrati mancanti, non hanno il diritto di incolpare solo se stessi; tutti i membri di questa nostra società hanno la
propria parte di responsabilità in questa faccenda: gli uomini di Chiesa, i
politici, gli uomini della stampa e dello spettacolo (non ultimi i cantanti che
propongono musiche sgangherate e messaggi dissacranti e diabolici), senza
tralasciare gli educatori propriamente detti (professori e apparato scolastico
nel suo insieme).
Spinti da questo
senso di colpa i migliori cercano presso gli specialisti elementi di analisi e soprattutto consigli pratici per sradicare il
male e riportare la situazione a livelli almeno vivibili.
Il più delle volte tale consultazioni si rivelano deludenti: né i
preti, né i professori, né gli psicologi sono concordi e coerenti nella
diagnosi e negli orientamenti pedagogici (tante teste, tanti pareri); quando
poi i genitori sono in grado di orientarsi in questa massa contraddittoria di
notizie per applicare un metodo più o meno sistematizzato,
i risultati si dimostrano minimi, se non praticamente nulli.
Per eliminare
totalmente i danni della paura del complesso di colpa
o della facile ricerca di soluzioni immediate occorre un atteggiamento più
fondamentale: vedere le cose dall’alto; riflettere sulla situazione reale della
famiglia nella società e nella Chiesa. Questa riflessione, questo ritorno al
centro del problema, all’essenziale, relativizzerà certe nozioni applicate
troppo frettolosamente e faciliterà l’assimilazione e l’attuazione delle
scoperte in campo psicologico, alla luce di una visione di fede rinnovata. È un
lavoro lungo di cui si possono indicare soltanto le linee direttrici senza la
pretesa di svilupparne tutte le conseguenze e di coglierne tutte le ricchezze.
L’esperienza sta a dimostrare che questo lavoro libera
le coscienze, le rigenera e sblocca energie creative. Secondo il nostro punto
di vista questa riflessione deve svolgersi in due direzioni convergenti:
1) cogliere il
nuovo ruolo della famiglia nell’umanità di oggi;
2) trarre tutte le
conseguenze dalla bella espressione della tradizione
cristiana: la famiglia è una piccola chiesa domestica.
1) La famiglia
nel mondo
Tutti coloro che progettano di dare vita a una famiglia cristiana
hanno in mente un’immagine particolare della famiglia ideale. Senza scendere
nei dettagli ci sembra di poter evidenziare quattro elementi che rientrano in
questa concezione tramandataci dagli avi:
1)
la famiglia è uno spazio protetto;
2)
in essa i genitori hanno un influsso preponderante;
3)
nella famiglia i genitori hanno un autorità di
controllo e di impulsi;
4)
la tradizione è garanzia di stabilità dell’istituzione familiare.
1) D’istinto ci
sembra che la famiglia non possa esistere se non come uno spazio ben protetto. La si sogna volentieri in una di quelle costruzioni della
zona residenziale, col giardino cintato e la costruzione fatta su misura,
indipendente dalle interferenze di ogni genere. In essa
i genitori hanno la missione di filtrare le influenze esterne, con prudente
liberalità, fino al giorno in cui i figli potranno volare con le proprie ali
senza pericolo e fondare a loro volta un nuovo focolare divenendo così essi
stessi un centro di luce e di calore per un gruppo umano di cui saranno i
procreatori responsabili.
2) In questo
spazio protetto l’influsso dei genitori vuole essere almeno privilegiato,
se non unico. In esso tutte le influenze esercitate
dall’insieme dei rapporti extra-familiari: chiesa, scuola, professione,
relazioni di amici o di tempo libero si trovano rafforzate o anche purificate
dal dialogo fiducioso, dalle debite precisazioni o dalla critica. Si mantiene
così "uno spirito di famiglia" che si esprime in una
unanime adesione alle opinioni e alle convinzioni del padre e della
madre, eredi essi stessi di tutta una tradizione. Il margine del pluralismo dev’essere ridotto al massimo: sui principi essenziali
rimane di regola l’unanimità.
3) I genitori per
mantenere questo influsso esigono un’autorità morale e
disciplinare che richiama "il potere delle chiavi" delle antiche
città; in concreto, infatti, si traduce in una serie di misure che consistono
nell’aprire o chiudere le uscite esterne: "Stasera non esci",
"Rientra prima della tal ora", "Non andare con quel tale",
"Quel libro non deve entrare in casa". Questa autorità, per quanto pervasa di tenerezza e di amore, viene concepita
come una forza al servizio della crescita dei figli; è esercitata grazie a un
potere che, come tutti i poteri, comporta un elemento legislativo, giudiziario
ed esecutivo di cui i genitori sono gli unici depositari. Essi applicano un
codice di famiglia che contiene i grandi principi umani o cristiani come pure
gli usi e costumi di un ambiente o di una dinastia. In base a
questo codice si giudicherà il comportamento dei figli e, all’occorrenza, verrà
corretto con la repressione per preservarli dalle deformazioni.
4) Il modello
familiare descritto deve in effetti perpetuarsi nel
tempo secondo quel dato tipo e con le minori alterazioni possibili: ogni
generazione infatti nonostante particolari modifiche deve riconoscersi sia
negli antenati come nei discendenti.
Perciò la comunione familiare sarà tanto più riuscita quanto
più larga manterra la coesione tra i suoi membri, non
soltanto nel campo della fede religiosa, ma anche in quello dello spirito,
degli impegni sociali e persino nelle scelte della professione.
Nel tratteggiare questa immagine della famiglia abbiamo avuto la
preoccupazione di non caricare le tinte.
Molti di noi hanno
la bella sensazione di aver vissuto l’avventura di queste grandi e belle
famiglie: ne hanno assimilato i valori al punto che quell’ideale sembra l’unico
degno di mobilitare oggi le loro energie per perpetuarlo contro tutte le
difficoltà e i cambiamenti in atto.
E se nonostante
tutti gli sforzi di impegno, di fede e di perseveranza
non riescono a realizzarlo, provano quel doloroso sconcerto di cui parlavamo
all’inizio: si sentono dei falliti.
Nel mondo attuale
la realtà viene a sconvolgere questa immagine fino a
rendere irrealizzabile il progetto. Chiusure e recinzioni sono travolte: le
voci dell’universo invadono la casa anche quando sono chiuse porte e finestre.
I figli non
crescono più in un giardino, ma all’aria aperta, per non dire nella tempesta;
non si tratta più di filtrare le influenze, di regolare le compagnie, di
sorvegliare le letture o di seguire l’illusoria segnalazione dell’annunciatrice
della TV.
Dappertutto regna
la contestazione: al liceo come al catechismo. Come possono i genitori
esercitare ancora la loro autorità? L’umanità si sfalda: pubblicita,
filosofia, politica, commercio, opinione pubblica hanno trasformato la famiglia
in una piazza, in un luogo di dibattito pubblico.
Sembrano così
annientati i quattro elementi che, secondo noi caratterizzano l’ideale
familiare: non c’è più uno spazio protetto; l’influenza dei genitori viene sommersa dal flusso discordante delle interferenze
esterne; l’autorità in quanto fa appello alle nozioni di impulsi indirizzati,
di arbitraggio supremo, di imposizioni costrittive gradualmente aperte verso
l’autonomia dei figli è rifiutata, disprezzata come una forma di oppressione.
Dobbiamo fare il
funerale della famiglia? Molti lo pensano sconsolati, altri
lo auspicano apertamente. Si sbagliano gli uni e gli altri. Non
confondiamo la fine di un mondo con la fine del mondo. Le nuove condizioni
della vita sociale ci spingono senz’altro a cambiare una concezione e a
ricostruirne un altra - che non sarà né perfetta né
definitiva - per un migliore approccio al mistero della famiglia che deve
continuare ad esistere.
Tentiamo di
costruire questa nuova immagine con elementi purificati, sperimentati e
collaudati con le prove della vita.
Attraversata da
parte a parte, stretta nella rete di una crescente socializzazione, la famiglia
perde il suo spazio riservato, ma può e deve conservare la propria irriducibile
personalità, almeno fino al giorno in cui l’uomo saprà
dominare il controllo delta sua potenza in materia biologica e genetica.
A questo punto
dell’orizzonte si situa l’unica minaccia per nulla fantomatica, dove l’uomo
rischia una disintegrazione ben peggiore di quella che l’energia nucleare tiene
sospesa sulle nostre teste da quasi mezzo secolo.
Se questa minaccia
verrà scongiurata dalla coalizione unanime di tutta
l’umanità, la famiglia rimarrà quell’unico luogo dove si vivono relazioni
interpersonali irriducibili: paternità, maternità, filiazione, fraternità. Per
quanto diverse siano le fisionomie che queste
relazioni possono assumere, si radicano su un dato irrevocabile. I ripari che
proteggono la famiglia non stanno al di fuori delle persone che la compongono.
È all’interno di
ciascuna di esse che si conserva e si sviluppa il dinamismo
familiare - nella misura in cui esso si esplica veramente - costruendo delle
personalità. Vanificata l’immagine di uno spazio protetto
ecco trovata la nozione di uno spazio interiore. È nel più intimo di se
stesso che un uomo si ritrova figlio, fratello, padre o madre.
Dalla riuscita di
queste relazioni originali insite nella biologia dipende la vitalita
della comunità familiare e, in fondo, di tutte le altre comunità. Partendo da
questa costatazione oggettiva e sperimentale, le condizioni ottimali di una tale esistenza interiore si
possono descrivere in modo differente secondo le scelte di ciascuno.
È logico che qui
lo facciamo tenendo presenteta nostra cultura europea
e la nostra fede cristiana.
Diremo anzitutto
che la famiglia e frutto di una costruzione continua
dell’amore coniugale. Nasce dall’incontro di una coppia e non può sussistere se
non in quanto permane l’amore che lega la coppia. La
chiave di volta dell’edificio familiare non si può cercare che là, dove il
cuore di un uomo e di una donna fanno l’esperienza di una donazione mutua,
totale e senza pentimenti, vale a dire, assunta quotidianamente come il primo
giorno del loro amore.
È lì che lo spazio
familiare trova la sua sicurezza e solidità di fronte a tutte le minacce
esterne. I figli si sentono voluti, accettati, rispettati in profondità, quando
costatano che papà e mamma oggi come ieri si scelgono, s’accettano e si
rispettano fino al dono di sé.
I genitori che
possono darsi la mutua testimonianza di aver vissuto il meglio possibile il
loro amore coniugale non hanno il diritto di
abbandonarsi alla paura o alla disperazione, comunque possano essere i
cambiamenti o le delusioni causate dal comportamento dei figli.
Il loro amore ha
trasmesso una forza che nulla riuscirà a distruggere completamente e un appello
la cui eco non sarà mai soffocata. Essi devono costruire il loro progetto
educativo sulla roccia di questa certezza: ogni difficoltà, ogni prova, ogni
riuscita li riporterà a se stessi come una provocazione a
un vicendevole amore sempre più vivo perché continuamente purificato e
migliorato.
Molte crisi della
famiglia provengono oggi dal fatto che non è stata sufficientemente conosciuta
l’importanza centrale dell’amore coniugale nell’opera dell’educazione e nella
costruzione dinamica della cellula familiare.
L’armonia della
coppia nelle sue componenti carnali, affettive,
culturali e spirituali rimane la sorgente indispensabile di tutti gli altri
equilibri nei rapporti familiari e extra-familiari.
È a questo livello
che si gioca il destino familiare Le grandi calamità che si abbattono
sulla famiglia derivano tutte dalle debolezze e dagli insuccessi della coppia.
Trascurata questa verità fondamentale è impossibile impostare in modo giusto il
problema del matrimonio, della sua preparazione e delle sue crisi di crescita.
Quando si separa
ciò che è inseparabile (amore coniugale - amore familiare), si giunge a
suggerire soluzioni disastrose sia per la coppia che per i figli: divorzio,
libere unioni, matrimonio di prova, ecc. È invece nella
prospettiva di un amore totale (cioè di un amore coniugale che includa
la fecondità come uno dei suoi valori intrinseci) che i conflitti, tranne
evidentemente i casi patologici, possono essere superati.
Nata dall’amore e
sussistente in questo stesso amore come nel suo ambiente fecondo, la famiglia
sentirà la necessità di tempi forti di intimità che
permettano a ciascuno dei membri di verificare, criticare e approfondire
l’insieme dei rapporti interpersonali rispetto a tutti gli altri gruppi nei
quali la famiglia stessa si deve inserire.
Essa favorirà
l’apertura ai diversi mondi dove ciascuno dei suoi membri compie la propria
vocazione personale e servirà di costante riferimento per giudicare la sanità
di tali rapporti: è infatti nel seno della famiglia che
viene vissuto nella sua forma primaria e piena, il valore fondamentale
dell’amore che dà senso all’esistenza.
Questa nuova
concezione della famiglia ci porta a scoprire un nuovo volto dell’autorità dei
genitori. La sua funzione rimane essenzialmente identica: rendere anzitutto il
figlio capace di unificare la propria personalità, integrando le pulsioni dei
dinamismi vitali per raggiungere lo stato di uomo
libero; in secondo luogo assicurare una coesistenza armoniosa dell’insieme di
quelle libertà personali all’interno di questo piccolo gruppo sociale.
Parlare di autorità richiama subito l’idea di potere, di governo, di
giudizio e di costrizione e non ci si accorge che in questo modo viene mutilata
una realtà assai più ampia.
Lo stesso
significato della parola ci insegna che l’autorità è
l’esplicazione di una forza al servizio della crescita altrui. Il significato di autorità non va cercato in una situazione di potenza o di
superiorità, ma in uno slancio d’amore.
Ogni autorità
viene da Dio e deve quindi assumere il volto divino di un amore creatore che si
rivela e rivelandosi libera l’uomo. La signoria di Dio in Gesù Cristo si è
manifestata sotto questo triplice aspetto.
Nella famiglia che
vuole essere cristiana l’autorità dei genitori non si
esprimerà altrimenti: essa dovrà comprendere necessariamente un appello
creatore, un dialogo rivelatore, un’azione liberatrice.
1) Il primo modo
in cui i genitori devono manifestare la loro autorità consiste nella
testimonianza del proprio amore coniugale. Quell’amore che hanno
voluto creatore chiamando all’esistenza i figli. Questo appello deve continuare
per tutta la vita con lo spettacolo quotidiano della mutua donazione.
Tale testimonianza
non sarà mai orgogliosa e provocante: i genitori non hanno da nascondere le loro
ricerche, i passi falsi, le insufficienze. Non si tratta di presentare ai figli
una maschera di virtu che non corrisponderebbe alla
realtà.
Gli sposi che non
mascherano i propri limiti ma osano confessare le
proprie impotenze, gli sposi che sanno amarsi fino al perdono, gli sposi che
senza mai deporre le armi continuano il combattimento dell’amore nella piena
consapevolezza della propria condizione di peccatori, gli sposi che vivono il
loro amore in tutta umiltà senza la pretesa di dare l’esempio, danno
testimonianza con la trasparenza del loro cuore.
Con la loro
semplice esistenza essi denunciano e rifiutano un’autorità basata sull’inganno
e sull’ipocrisia. Prima di spiegarsi nel dialogo o di imporsi, essi vivono
nella povertà quanto devono trasmettere ai figli.
2) Questa
testimonianza - così semplice e difficile - risveglia di regola un bisogno di
spiegazione. La seconda funzione dell’autorità consiste nel far nascere una
permanente volontà di dialogo in tutte le direzioni: tra sposi, tra genitori e
figli, tra i figli stessi, tra i figli e i loro amici e educatori, tra genitori
e genitori.
Nella famiglia
questo dialogo permanente tende a creare un clima di sincerità e di affiatamento. Ma perché non si riduca a semplice scambio di idee o di confidenze sentimentali esso dovrà intervenire
soprattutto ogni volta che si dovranno prendere decisioni comunitarie.
Fino a quando i
figli sono ancora piccoli, questo dialogo avrà
soprattutto un carattere giustificativo delle decisioni prese o da prendere
dagli adulti. Ma all’apparire dell’adolescenza
occorrerà procedere oltre: scambiare pareri e consigli, fare insieme progetti,
determinare linee di condotta, confrontare a lungo i punti di vista divergenti,
accettare anche tali divergenze pur cercando di superarle.
Il dialogo non è
per nulla una benevola concessione che sminuisca
l’autorità; ne è, anzi, una espressione necessaria. Per i giovani infatti non si tratta di ricevere una sintesi già bella e
fatta, ma di elaborarla con la collaborazione delle generazioni precedenti in
funzione delle nuove esigenze del mondo di cui essi sono gli artefici.
3) Può darsi che
il dialogo non ottenga il suo effetto. Ci sono delle materie in cui i genitori
non possono ammettere il pluralismo di scelte o di comportamenti senza cadere
nella falsità rispetto al proprio amore e senza compromettere l’autenticità
della propria testimonianza.
L’autorità deve
arrivare alla costrizione? La risposta e senz’altro
affermativa. Si può e si deve usare la costrizione a condizione che,
almeno confusamente, possa essere ricevuta dal figlio come un invito al
superamento. Se è ispirata a una chiara tenerezza, se
è dettata da un giusto apprezzamento delle condizioni psicologiche del
soggetto, se è diretta dalla preoccupazione di liberazione, la costrizione è
necessaria e anche benefica.
In educazione
l’annullamento sistematico della costrizione non è soltanto debolezza, ma
errore.
Nella vita
dell’adulto l’accettazione della necessità sarà sempre la forma più alta
dell’esercizio della libertà. Chi non ammette i limiti, i condizionamenti, le
sofferenze non potrà mai dominarli. Nelle precise
condizioni che abbiamo appena enumerato, la costrizione fa parte dell’autorità
dei genitori; anziché mutilare o soffocare il ragazzo o l’adolescente li
orienta verso la piena integrazione della personalità.
Notiamo subito
però che questi tre modi di esercitare l’autorità sono
tra loro inscindibili. Le crisi attuali provengono dal fatto che vengono usati in maniera indipendente o anarchica. Una
testimonianza silenziosa si degrada rapidamente; un dialogo puramente verbale,
non testimoniato da una vita conforme alle convinzioni espresse, diventa un
gioco pericoloso e una tattica senza anima. Dal canto suo la costrizione senza
la testimonianza dell’amore coniugale e senza la volontà di dialogo verrà rifiutata con ragione come un addestramento e causerà
la ribellione.
È evidentemente
impossibile descrivere, se non a grandi linee, il dosaggio di queste tre componenti dell’autorità.
Se la testimonianza dev’essere
costante e sempre più luminosa, il dialogo conoscerà dei tempi forti e dei
momenti di discrezione, secondo le tappe della vita; la costrizione poi seguirà
logicamente una curva decrescente fino a scomparire.
2) La
famiglia nella Chiesa
Si è soliti
definire la famiglia come "cellula di Chiesa" o anche come diceva san
Giovanni Crisostomo alla fine del secolo IV, "piccola Chiesa".
L’espressione sottolinea felicemente il legame vitale che esiste tra le
due realtà. Il volto e la missione della famiglia cristiana non si possono
concepire rettamente se non in rapporto al mistero della Chiesa.
La famiglia
cristiana è quella parte di umanità che crede in Gesù
Cristo e lo testimonia davanti agli uomini, cominciando dai propri figli e dai
vicini.
È impossibile
parlare della famiglia cristiana in astratto. Per evitare le generalizzazioni
abusive distingueremo nella sua storia tre tappe.
1) La prima tappa
si situa alla nascita stessa della coppia, allorquando un uomo e una donna,
ambedue cristiani, riconoscono che il loro amore li spinge a
una donazione totale e irrevocabile.
Il matrimonio è
sacramento in un duplice senso: ciascuno dei coniugi è consacrato, per l’altro,
segno e mezzo dell’unione con Dio; inoltre il loro mutuo amore, in tutte le sue
manifestazioni ed esigenze, diviene agli occhi degli uomini la viva immagine
dei rapporti di Dio con l’umanità.
In Gesù Cristo infatti Dio ha sposato l’umanità: si è donato ad essa per
strapparla dalla solitudine e comunicarle la sua intimità. Nella misura in cui
corrisponde a questo dono l’umanità realizza la sua
vocazione divina e nello stesso tempo anche il suo sviluppo. Ogni coppia
cristiana testimonia così, con la sua semplice esistenza, l’alleanza che Dio in
Cristo ha stipulato con l’umanità.
Da questo punto di
vista il progetto familiare si trova falsato se non integra la dimensione
missionaria.
Un
tempo molti giovani fidanzati
concepivano il loro focolare come una cappella intima e fervida: una specie di
santuario di cui essi sarebbero stati i sacerdoti e i figli i chierichetti. Era
un sogno incompleto e pericoloso nella misura in cui questa intimità
diventava fine a se stessa.
Essi dimenticavano
che il matrimonio in Cristo implica una mutua
donazione in vista di una donazione comune. Gli sposi si danno l’uno all’altro
per potersi donare insieme: il loro amore si nutre della loro missione; e
questa consiste nel rivelare l’Amore attraverso la maniera in cui si amano.
Se i primi mesi di
matrimonio sono vissuti come una solitudine a due, sia
pure con la volontà di tenersi sotto lo sguardo di Cristo nella sua Chiesa, c’è
da temere che gli sposi si avventurino per un vicolo cieco.
Anche durante il
periodo di apprendimento psicologico e spirituale
della nuova vita in comune, che esige molti momenti di intimità, essi avranno
cura di non rompere i legami che li uniscono alle comunità più vaste. I
rapporti con le famiglie, gli amici, i colleghi restano una necessità per
costruire la propria famiglia. Non potranno costruirla senza continuare a
partecipare alla costruzione del mondo; non potranno costruire questa
"piccola chiesa" senza partecipare allo sforzo missionario del grande corpo ecclesiale.
La preparazione
immediata al loro compito educativo passa per questa costante volontà di apertura e di impegno apostolico.
La qualità dei
rapporti della coppia con il mondo è garanzia di quella che si stabilirà tra la
coppia e i figli.
2) Con la nascita
dei figli si aprirà un secondo periodo. È chiaro che allora i genitori dovranno
mettere in opera il meglio di se stessi per trasmettere ai figli l’annuncio di
Cristo. Anzitutto, come già è stato detto, con la propria
testimonianza dell’amore coniugale vissuto secondo il vangelo.
Il battesimo
domandato per i figli sarà una prima forma di questa testimonianza perché
esprimerà il desiderio (che è pure il desiderio del Padre) di diventare nella
fede fratelli di coloro che essi hanno generato. Questo primo passo riguarda
visibilmente la volontà di considerarsi i primi missionari responsabili della
propria famiglia.
Ma questo passo assumerà valore soltanto nella misura in
cui l’amore coniugale esprimerà in trasparenza la sollecitudine e la tenerezza
di Dio stesso per questi piccoli.
Alla testimonianza
si aggiungerà ben presto la sollecitudine di progressive informazioni con un
linguaggio che tenga presenti non soltanto i figli ma anche il mondo in cui sono immersi e le innumerevoli influenze che li raggiungono.
I genitori saranno
perciò attenti alle attuali ricerche della catechesi della Chiesa, diffidando
soprattutto della tentazione di riprodurre l’insegnamento che essi hanno
ricevuto in altri tempi. Rientra nella loro missione collaborare con i
catechisti abituali (preti, religiosi, laici).
Si daranno premura
di presentare assai presto la vita cristiana con le sue esigenze apostoliche. Parleranno molto del rispetto che Dio nutre per la libertà degli
uomini; abitueranno i figli a non considerare i non credenti come degli
inferiori o degli anormali; cercheranno con loro le tracce dell’azione divina
nel mondo per coglierne le lezioni e renderne grazie.
L’informazione non
sarà mai disgiunta dalla formazione all’esercizio della libertà,
all’accettazione della parola divina con fede viva sostenuta dall’Eucaristia e
dagli altri sacramenti.
Il clima
spirituale e morale della casa sarà tutto orientato a
questo fine. Quando i figli sono ancora piccoli (fino ai 10/12 anni) le cose
sono relativamente facili: il bisogno di sicurezza e d’imitazione,
l’ammirazione spontanea, il risveglio dell’intelligenza danno
ai piccoli una malleabilità, una docilità e una capacità di accettazione
ammirevoli.
Tutti sanno che
queste condizioni favorevoli non dureranno a lungo; grande è perciò la
tentazione di sfruttarle al massimo.
Non è forse il
tempo di insegnare quante più verità è possibile? di
inculcare principi morali indelebili? Gli educatori che ragionano così
deformano, senza volerlo, il loro comportamento partendo da una
intuizione esatta: proiettano sui figli i propri programmi di vita
cristiana per modellarli a propria somiglianza, senza tener conto
dell’adolescenza che domani sboccerà e rifiuterà tutto quanto non è stato
assimilato vitalmente.
Verrà il giorno in
cui l’esperienza religiosa dell’infanzia sarà messa alla prova e criticata per
vedere se può essere assunta o scartata. Fin da oggi perciò non si deve dire
nulla al ragazzo che non sia compatibile con la sua
intelligenza di uomo: si deve trasmettere l’essenziale del Vangelo senza
mescolarvi ingenuità meravigliose o giustificazioni semplicistiche: domani
rischierebbe di riderne o di disfarsene.
Anche per questo
si esige che l’appello alla fede sia scevro da ogni forma di oppressione
e di dominio. L’uomo di domani non si lamenterà di essere stato costretto a
superare i propri capricci o la pigrizia, se per lui l’obbedienza è stata una
risposta di fiducia di cui adesso sa che non si è abusato; ma le decisioni
brutali o inspiegabili, i ricatti sentimentali, le piccole astuzie diplomatiche
gli lasciano l’impressione di non essere stato trattato secondo la sua dignità.
Come può comprendere che una fede reale (quella dei genitori) possa ispirare
tali comportamenti disdicevoli?
3) Quando il
figlio maggiore entra nella preadolescenza o nella adolescenza, la famiglia accede alla terza tappa della
sua evoluzione. Molti drammi provengono dal fatto che l’avvenimento non è stato
previsto né desiderato comunitariamente (o
addirittura è stato confusamente temuto e rifiutato) o, ancora, dal fatto che
la famiglia (attraverso la coscienza dei genitori) non accetta di modificare il
proprio stile e continua a vivere come se l’avvenimento non dovesse avere
alcuna risonanza collettiva. Si trova così sottolineata
l’impressione di marginalità che il ragazzo prova, dovuta alla lenta scoperta
di se stesso.
La
rimessa in questione che si sta operando in questa fragilissima libertà, dev’essere discretamente ma realmente assunta da tutta la
famiglia. Può avere perfino delle
conseguenze sugli avvenimenti esterni degli sposi e, certamente, più ancora
sullo stile di vita della comunità familiare.
Fermiamoci un po’
sul punto della preghiera in famiglia. Essa è una normale forma di espressione necessaria del nucleo familiare cristiano.
L’immagine più concreta è quella espressa dalla
presenza del padre, della madre e dei figli raccolti nello stesso tempo e nello
stesso luogo a recitare la stessa formula. Questa immagine non corrisponde a
tutte le tappe della preghiera familiare: all’origine può essere soltanto la
preghiera del padre e della madre accanto a una culla.
In seguito assumerà un’altra forma secondo la differente età dei figli e la
loro differente psicologia. L’importante non è ottenere una preghiera familiare
stereotipata, preoccupandosi che bene o male le preghiere siano state dette
come un dovere da compiere con le buone o con le cattive. L’importante è che i
singoli e la comunità familiare si incontrino
amorosamente con Dio secondo le loro esigenze e il loro grado di crescita; e
questo esige spesso orari differenziati e formule diverse.
Gli adolescenti
hanno esigenze nuove: alcuni accaparrano i genitori per dialoghi interminabili;
altri si fanno muti, lontani, violenti o imprevedibili nelle loro reazioni.
Occorre accettare queste manifestazioni di ricerca inquieta: e un compito
preciso di tutta la famiglia, ma soprattutto dei genitori. La
ricerca intellettuale, i nuovi stimoli del corpo, l’apparire di una personalita che ancora non sa esprimersi se non
opponendosi: tutto questo irrompe nella famiglia, la trasforma e la invita a
progredire. L’autorita nella sua triplice
forma di testimonianza, dialogo e costrizione deve essere esercitata in un clima nuovo verso tutti i figli, anche i più piccoli.
Tutto questo è più
facile dirlo che viverlo quotidianamente.
Concludendo vorrei insistere su una considerazione capitale. In
materia di educazione cristiana non si può giudicare
il valore degli sforzi compiuti in base ai risultati visibili e immediati. La
missione educativa della famiglia cristiana è quella di favorire l’incontro
della generazione che cresce con il Cristo; ma non può pretendere di più.
L’impegno della fede è frutto della libera iniziativa di Dio e della libera
risposta che viene dalla coscienza dei singoli. Perché
chiamare catastrofe irreparabile ciò che alla luce della speranza teologale è
soltanto un incidente sul cammino verso una luce più grande? La
speranza teologale: ecco senza dubbio la nozione chiave che dobbiamo scoprire.
La preoccupazione maggiore degli educatori non può essere quella di riuscire:
la ricerca della riuscita nasconde assai spesso l’ambizione di vedere la
generazione che cresce riprodurre idealmente ciò che gli stessi educatori hanno
vissuto o avrebbero voluto vivere; nasconde inoltre una buona dose di affettività possessiva. La vera domanda che merita un
buon esame di coscienza sembra essere questa: siamo per i figli testimoni
sinceri dell’amore che il Padre manifesta in Gesù Cristo?
Questa speranza
assumerà per alcuni il volto di una grande pazienza
nella lotta quotidiana contro la disperazione. Dovranno vivere la parabola del
figlio prodigo e rendere visibile in mezzo al mondo quella pazienza di Dio di
cui ogni uomo è beneficiario: e questa sarà una delle loro maggiori attività
missionarie in questo mondo che ha tanta sete di misericordia. Questa pazienza
sarà anche comunione alla croce di Cristo per la salvezza del mondo di oggi. Per questo i genitori non si adombreranno nella
rinuncia rassegnata o collerica, ma resteranno fiduciosi nella capacità di
risurrezione racchiusa in ogni atomo d’amore.
Altri invece,
presto o tardi, gusteranno la gioia del ritrovarsi in una piena comunione di
fede con quelli che hanno educato. Tuttavia non
grideranno vittoria: questo trionfo non è loro, ma della grazia divina e della
libertà umana. Essi assaporeranno riconoscenti la fortuna di essere stati dei
"servi inutili" e tuttavia necessari. Gli uni e gli altri avendo
rinunciato alle categorie troppo umane della riuscita o dell’insuccesso
sperimenteranno la gioia cristiana descritta da san Paolo: "E la pace di
Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri
pensieri in Cristo Gesù" (Fil 4, 7).