I
DIECI COMANDAMENTI
Vivere nella libertà di Dio
(Pedron Lino)
INTRODUZIONE
Finalmente un
numero sempre maggiore di uomini sta prendendo
coscienza che il dominio scientifico e tecnico del mondo non basta da solo a
garantire un futuro umanamente degno e migliore.
Se gli uomini di domani non saranno ispirati da una
concezione di vita ricca di valori individuali, comunitari e sociali, ciò che
li attende è il caos.
I cristiani,
insieme con gli altri e più degli altri, sono chiamati a dare il loro
contributo alla preparazione dei tempi nuovi e alla risoluzione dei nuovi
problemi. La comprensione giusta, calibrata e attualizzata dei dieci
comandamenti darà certamente basi sicure e nuovo
slancio alla costruzione di un futuro degno dell’uomo.
Il decalogo (che
significa le dieci parole) non è l’unico testo per fondare tutto il
sistema della morale cristiana. Esiste il grande
comandamento dell’amore, esiste la cosiddetta regola d’oro che tutti conosciamo
in edizione negativa (non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri
facciano a te) e che il vangelo riporta in forma positiva ("tutto quanto
volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è
la legge e i profeti" Mt 7,12).
Per un costume di
vita cristiano il discorso della montagna (Mt 5-7) è tanto importante quanto i
dieci comandamenti. Così pure il discorso di Gesù sul giudizio universale, in
cui egli si identifica con i poveri e indica
nell’amore per essi il criterio di giudizio, rientra in questo contesto (Mt
25,31-46).
I dieci
comandamenti costituiscono un testo importantissimo per tutta l’umanità. Nella
Bibbia il testo ci viene presentato due volte - e con
notevoli differenze - in Es 20,1-17 e Dt 5,1-22. È una specie di programma per aiutare il popolo
di Dio a non perdere nuovamente la libertà dopo la liberazione dalla schiavitù
dell’Egitto e a non ricadere in nuove forme di asservimento.
Il Dio liberatore chiama i liberati a collaborare alla salvaguardia
della loro libertà: non basta accogliere la libertà come un dono; bisogna
custodirla con vigilanza e costanza. Il decalogo è espressione della
sollecitudine amorosa di Dio, il quale vuole che Israele non perda la libertà
donatagli.
I dieci
comandamenti costituiscono la parte fondamentale di tutta la legge: sono la
base della vita degli uomini tra di loro e della vita
del singolo e della comunità davanti a Dio.
Per comprendere i
comandamenti nel modo giusto è necessario considerarli nel
contesto di ciò che
Essi hanno
unicamente questo scopo: espandere, dilatare oltre ogni confine la libertà
donata da Dio al singolo e alla comunità.
Dio è libero e
vuole che l’uomo, fatto a sua immagine, partecipi a questa libertà: in questo
l’uomo trova il proprio sviluppo e la pienezza di vita per sé e per gli altri. Quindi facciamo giustizia nei confronti di Dio: Egli non
guarda con diffidenza alla libertà dell’uomo e non si preoccupa di imporre
nuove catene con una fitta rete di leggi. Se così fosse,
Dio non avrebbe creato l’uomo libero o lo avrebbe privato della libertà dopo i
primi abusi e inconvenienti. No! Dio non guarda con sospetto la libertà
dell’uomo, non teme la concorrenza dell’uomo: al contrario, come ogni padre,
desidera che il figlio cresca nella libertà responsabile.
In questa prima
parte consideriamo i dieci comandamenti come un
complesso unitario. Nella seconda passeremo in rassegna i singoli comandamenti.
Il decalogo
comincia con una frase d’importanza decisiva per la comprensione di tutto il
testo: Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto
uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù (Es 20,1; Dt 5,6). Le singole
direttive che seguono sono una conseguenza dell’azione liberatrice di Dio.
In
altre parole, Dio dice al suo popolo: Io ti ho liberato dalla schiavitù; ora ti
do dieci regole per restare libero e non ricadere in schiavitù: ti do i Dieci
Comandamenti, ti do le dieci leggi della libertà.
Dopo che Dio ha liberato il suo popolo, questo deve comportarsi in
maniera rispondente all’azione divina e non perdere o rovinare di nuovo con la
propria incoerenza la libertà donatagli da Dio.
L’uomo non è
schiavo di Dio e quindi tanto meno può essere schiavo di un altro uomo o delle
cose o delle leggi. Nel nostro caso diciamo subito: Dio non vuole l’uomo
schiavo dei comandamenti, ma libero, innamorato e riconoscente per il dono dei
comandamenti. Di fronte a queste leggi l’uomo credente deve percepire in
maniera molto intensa e con profonda gratitudine la gratuità dell’azione divina
e sentirsi spinto ad agire in maniera simile a Dio, a comportarsi come si
comporta Dio. L’osservanza gioiosa dei dieci comandamenti non nasce da fredde
riflessioni razionali, ma da impulsi molto più
profondi: scaturisce dall’esperienza dell’amore di Dio per l’uomo, dal sentirsi
amati infinitamente da Lui. L’osservanza diventa così frutto ed espressione di
gratitudine. L’agire dell’uomo così ispirato si trova liberato dall’angoscia
del dovere e dall’aridità e dalla noia di un adempimento puramente esteriore di
doveri, e assume un tono di festosità e di gioia. L’uomo non si comporta più da
schiavo ma da figlio perché ha compreso che l’adesione a Dio è la sorgente
straripante di ogni gioia piena e duratura, che
servire a Dio è regnare.
Non vogliamo che
queste parole appaiano entusiasmi puerili di chi ancora non conosce la vita e
le inclinazioni dell’uomo al male. L’osservanza dei comandamenti non scaturisce
immediatamente. Dapprima i comandamenti non vengono
accolti con entusiasmo spontaneo come se ci venisse fatto un dono che ci
procura una grande gioia, soprattutto se quanto ci richiedono i comandamenti
non coincide con le nostre inclinazioni e i nostri interessi immediati. L’uomo,
in forza delle sue disposizioni naturali tende a contraddire le norme che gli vengono imposte e a resistere. Solo se l’uomo percepisce che
i comandamenti sono un dono prezioso di Dio e ne sperimenta i risultati entusiasmanti che derivano dalla loro osservanza, esprimerà
la propria gratitudine a Dio con un comportamento corrispondente, convinto e
gioioso.
L’osservanza dei
comandamenti è un atto di amore a Dio che ci ama.
Tutto quello che non è fatto per amore non è
osservanza vera, è non osservanza, è peccato. L’osservanza dei comandamenti è
la nostra collaborazione con l’azione liberante di Dio: diamo una mano a Dio
che ci libera, gli permettiamo, con i fatti, di liberarci dal male. Il
comportamento richiestoci da Dio attraverso i comandamenti è quello della fede
(in questo caso: credere che i comandamenti sono per il nostro vero bene),
della relazione entusiasta, amorosa e vivace con Lui. Si tratta di cooperare
consapevolmente con l’azione di Dio. I comandamenti mirano a far sì che l’uomo
credente impari a camminare con Dio (Mi 6,8), a percorrere con Lui una
via comune. Per questo il decalogo viene definito nel Sal 25 come la via di Dio.
Le singole
prescrizioni del decalogo sono semplicemente una concretizzazione
del primo comandamento. Senza la fede in Dio, senza la base della relazione
viva, adorante e grata con il Dio liberatore tutti gli altri comandamenti
rimangono sospesi per aria. In altre parole Dio dice: Se hai realmente capito
che cosa ho fatto per te guidandoti alla libertà, non andrai più dietro ad
altri dèi, né calpesterai i diritti del tuo prossimo.
Il decalogo, quindi, non è una legge concepita in termini giuridici, ma una
direttiva per la vita, una parola che ispira e orienta, che aiuta a risolvere i
problemi dell’esistenza.
L’Antico
Testamento è pervaso di tanta gioia per i comandamenti di Dio. Nel Sal 19 la legge viene cantata
così: La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima. La testimonianza
del Signore è verace, rende saggio il semplice. Gli
ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore; i comandi del Signore
sono limpidi, danno luce agli occhi... I giudizi del Signore sono più preziosi
dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele (Sal
19,8-11).
Il Sal 119, che è il salmo più lungo, è tutto un elogio della
legge divina. Quanta differenza tra il Sal 112 che
recita: Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande
gioia nei suoi comandamenti, e la reazione negativa, annoiata o stizzosa degli
uomini di fronte alla legge di Dio. Forse, andando al catechismo da piccoli o a
dottrina da grandi, avevamo capito tutto il contrario.
Leggere
C’è una bella
differenza tra una presentazione intellettualistica dei comandamenti e un
influsso che prende e mette in moto le forze spirituali più profonde dell’uomo.
Quello che interessa e soddisfa sommamente l’intelletto può spesso addirittura
paralizzare e uccidere le energie spirituali che dovrebbero mettere in moto la
volontà. L’uomo, data la sua naturale pigrizia e pusillanimità, ha bisogno di
forti motivazioni per attuare effettivamente quello che riconosce come bene. La
pedagogia morale deve ricorrere in larga misura a
elementi narrativi e anche estetici per esaltare la bellezza del bene con
racconti illuminanti e pieni di fascino: gli esempi trascinano.
Il fine del
decalogo, lo scopo che Dio si propone dando i dieci comandamenti agli uomini è uno solo: la libertà; vuole che gli uomini siano
liberi.
Dice il Concilio
Vaticano II: Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della
libertà e intanto sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica (GS
4).
Che cos’è la libertà? Ce lo
chiediamo perché esiste una concezione deleteria della libertà, che in ultima
analisi produce l’opposto di quello che persegue e propaganda. E nel mondo d’oggi va diffondendosi una libertà distruttiva
e irresponsabile, capace di scuotere le fondamenta della società umana.
Dio è libero e
vuole che l’uomo, sua immagine, partecipi alla sua libertà. L’uomo, immagine di
Dio, deve poter vivere nella libertà di Dio. Il Dio della Bibbia non vuole che
la libertà sia coartata da altri uomini o dalle forze del male e del peccato:
l’uomo per essere uomo deve essere libero. Il decalogo si riferisce a quelle
forme sbagliate di comportamento che mettono a repentaglio la libertà dell’uomo:
le smaschera e le combatte.
Molti continuano a
pensare, sbagliando, che la libertà dell’uno ostacoli e impedisca
la libertà dell’altro. Invece bisogna affermare con forza che la libertà intesa
nel senso della Bibbia, si realizza solo nella comunicazione: nella
comunicazione dell’uomo con Dio e nella comunicazione degli uomini tra di loro.
La libertà di Dio
non è libertà di scelta tra il bene e il male (Dio non è tentato dal male)
bensì libertà in ordine a un amore infinito. Dio è colui che è libero nel suo amore e ama nella sua libertà.
Gli uomini devono partecipare a questa libertà divina che non è arbitrio: la
libertà donata loro da Dio è la libertà di amare, la
libertà di cooperare a ciò che Dio ha cominciato e sta portando a termine con
la sua azione liberatrice. La libertà divina e quella umana
non sono rivali tra loro: al contrario la libertà di Dio è condizione
fondamentale della libertà dell’uomo che si sperimenta come libertà donata e
dovuta ad altri. Scegliere la libertà come fondamento supremo della realtà
significa credere in Dio. Il vero credente è rispettosissimo della
libertà altrui e gelosissimo della sua. Nelle società atee la libertà
degli uomini viene sempre gravemente lesa, nonostante tutte le assicurazioni in
contrario.
Caratteristica
della sovranità di Dio è che essa non opprime gli uomini, ma li rende liberi.
Coloro che accolgono il regno di Dio cominciano a
vivere in maniera nuova, cioè senza angoscia, pieni di fiducia e di
consolazione, sani e salvi: in una parola, liberi.
La libertà così
intesa non si attua solo nella comunicazione con Dio, ma anche nella
comunicazione degli uomini tra loro. Libertà significa sovranità di fronte a
tutte le ossessioni che incatenano la volontà, di fronte all’ossessione
dell’attività, della mancanza di riguardo, dell’incapsulamento nel proprio io.
L’uomo può fare l’esperienza beatificante di una simile libertà solo nella
comunione, nella unione con Dio e con gli altri, e
quando ha fatto questa esperienza si sente spinto a comunicarla agli altri con
convinzione e con insistenza; e l’altro, gli altri, non sono un limite, come
l’individualismo occidentale ha sempre pensato, ma la condizione della mia
libertà. Dobbiamo combattere una concezione sbagliata, secondo la quale la
libertà e l’autonomia sarebbero inconciliabili con
l’amore del prossimo o addirittura con l’obbedienza. Bisogna anzi affermare il
contrario: noi amiamo tanto quanto siamo liberi; noi obbediamo (nel senso vero
del termine) tanto quanto siamo liberi. L’altruista è
l’uomo libero da tutti i condizionamenti e per questo può amare con tutto se
stesso. L’egoista, al contrario, è schiavo di sé e imprigionato dalle sue cose,
e di conseguenza incapace di amare.
Voi capite allora
che la trasgressione dei comandamenti è peccato perché
il peccato è allontanamento dallo spirito liberatore di Dio e quindi una caduta
nella mancanza di libertà. Secondo l’insegnamento della Bibbia
il regno del peccato è un regno di crescente mancanza di libertà.
L’abuso di libertà non rende più liberi, ma lede la libertà e l’uomo che ne abusa.
Quindi una libertà mal intesa esalta l’egoismo e il
libertinaggio, non rende liberi ma aumenta piuttosto la solitudine e la
mancanza di relazioni degli uomini tra loro e con Dio. Se i cristiani parlano
di colpa e di peccato non lo fanno per limitare o
impedire la libertà propria e altrui, ma per aiutare a scoprirla e a
salvaguardarla. La libertà donata e resa possibile da Dio è sempre in pericolo;
il Dio della Bibbia si rivela come un Dio costantemente intento a restaurare e
ad ampliare tale libertà.
L’uomo si condanna
da solo alla perdizione quando rifiuta Dio. Non è propriamente Dio a punire, ma
è l’uomo a punire se stesso quando volta le spalle a Dio.
La conversione, il
girarsi nuovamente verso Dio, è un atto che ci riporta alla libertà.
Il testo del
decalogo comincia sempre con il ricordo dell’azione liberante e redentrice
compiuta da Dio in occasione dell’uscita dall’Egitto: Io sono il Signore,
Dio tuo, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto,
dalla condizione di schiavitù (Es 20,2; Dt 5,6). Solo unitamente alla liberazione dell’Esodo il
decalogo acquista il suo vero senso e solo in questo contesto
si capisce che i comandamenti non sono propriamente delle leggi o dei comandi
di un Dio autoritario e tirannico, bensì istruzioni di vita. Se
si lascia da parte il preambolo, si priva letteralmente il decalogo del suo
significato più alto e del suo fondamento. Purtroppo, questo preambolo, così
decisivo per la comprensione di tutto il decalogo venne
trascurato per secoli, cosa che diede origine a una morale legalistica, che
sottolineava esclusivamente le esigenze imposte da Dio agli uomini. Era quindi
inevitabile che uomini sempre più numerosi prendessero sempre più le distanze
da una simile morale legalistica. Occorre dunque restituire al decalogo il peso
e il senso che gli attribuisce la parola di Dio: è una legge d’amore, è una
legge di liberazione e di libertà.
Il decalogo è un
invito a rendere operante la libertà donata da Dio. Egli ha sollevato Israele
dal fango; ora i liberati devono impegnarsi a cooperare con Dio e a trarre, in
suo onore, anche altri fuori da questa condizione.
Il tema principale
di tutti e dieci i comandamenti può essere definito
così: essi invitano i credenti a cooperare con l’azione liberatrice che Dio ha
cominciato, affinché tutti gli uomini, immagine di Dio, vedano riconosciuti i
loro diritti e possano vivere liberi. I dieci comandamenti indicano i punti più
importanti, in cui la libertà donata da Dio risulta
particolarmente vulnerabile. I credenti, dunque, non devono solo rispettare il
diritto, la libertà e lo sviluppo degli altri, ma ricercarli attivamente. Il
Decalogo, quale documento della libertà donata e resa possibile da Dio, invita
a cooperare con la storia della liberazione che Dio ha messo in moto in questo
nostro mondo con l’esodo d’Israele dall’Egitto e con l’esodo di Gesù dalla
potenza della morte e del peccato attraverso la sua morte e la sua
risurrezione.
I dieci
comandamenti sono altrettante direttive preziose e liberanti. Sono istruzioni
per un giusto comportamento con il mondo, con se stessi, con il prossimo e con
Dio.
Il decalogo è il
libretto di istruzione per l’uso relativo al
comportamento in questo mondo. Bisogna leggerlo e attenersi a quanto dice se
non vogliamo rovinare o distruggere noi stessi, gli altri e l’ambiente in cui viviamo.
Prima di prendere
in considerazione i singoli comandamenti, facciamo (per la terza volta!) una
forte sottolineatura al preambolo dei comandamenti. Ambedue le redazioni
bibliche del decalogo cominciano ricordando che il Signore è il Dio salvatore
del suo popolo: Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho
fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù (Es 20,2; Dt 5,6). Solo nel contesto del ricordo della salvezza, della liberazione
dall’Egitto, i singoli comandamenti acquistano il loro vero senso di direttive
per la vita. Essi servono a illustrare in maniera
esemplare una precisa verità: gli uomini che si sono lasciati salvare dal
Signore, sono chiamati a non perdere di nuovo il dono della libertà, ma a
incrementarlo per diventare sempre più liberi come il loro Dio.
Nella misura in
cui gli uomini osservano i comandamenti di Dio essi
diventano immagine di Dio.
Primo comandamento
NON AVRAI ALTRO DIO DI FRONTE A ME
Il testo biblico
completo del primo comandamento suona così: Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di
ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è
nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai.
Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che
punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione,
per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille
generazioni, per quelli che m’amano e osservano i miei comandamenti (Es 20,3-6).
In breve, il
comandamento ordina: Non adorerai alcun Dio in contrapposizione a me. Allora
avrai capito che gli altri dèi ti riducono solo in schiavitù.
Visto così, il
comandamento è una logica conseguenza dell’evento dell’esodo.
Ma, diciamolo
subito, la gente di tutte le epoche preferisce una
schiavitù comoda a una libertà faticosa. Il popolo d’Israele ha appena
assaporato la libertà che già comincia a dubitare se valga
la pena di accollarsene le fatiche. Non appena la libertà comincia a diventare
faticosa, esso manifesta tutta la sua nostalgia per le pentole di carne
dell’Egitto e muove aspri rimproveri a Mosè ed
anche al Signore.
Chi sono gli altri
dèi o gli idoli?
Gli idoli sono esagerazioni
e assolutizzazioni di quello che è importante per
gli uomini. A seconda delle situazioni e delle epoche
essi possono essere diversi. In fondo tutte le
idolatrie si concentrano su tre oggetti: il potere, il possesso e il piacere.
La loro caratteristica è di presentarsi con la pretesa dell’esclusività.
La loro adorazione si accompagna all’intolleranza e al fanatismo.
Gesù dice che
mammona (ciò che possediamo) è l’idolo più pericoloso (Mt 6,24). Gli idoli sono
presenti dovunque non c’è un rapporto giusto con Dio. Un rapporto sbagliato o interrotto
con Dio è la radice di molti comportamenti erronei che danneggiano o
distruggono la libertà e la dignità dell’uomo. Questo spiega perché
L’adorazione del
vero Dio, amico degli uomini, è benefica, liberante e necessaria. Dove si
adorano i falsi dèi si attribuisce una potenza divina
a uomini o ad altre creature, e l’esperienza ci insegna che ciò rende schiavi.
Dove invece si adora il Dio con noi, lì ogni potere esercitato dall’uomo
sull’uomo viene messo in questione di continuo e
radicalmente, per vedere se esso serve realmente alla libertà e alla dignità
degli uomini. In questa prospettiva si muovono la critica dei profeti
dell’Antico Testamento all’esercizio della regalità in
Israele (1Sam 8,1-18) e l’ammonimento di Gesù ai discepoli affinché si guardino
dall’adottare comportamenti autoritari. Gesù, dopo aver ricordato che i sovrani
di questo mondo opprimono, spesso, i sudditi, raccomanda
ai suoi cristiani: Per voi però non sia così (Lc
22,25).
Ovunque imperano
le ideologie, lì al centro dell’attenzione non c’è più
il Signore, ma qualcosa creato dall’uomo, un idolo. Gli idoli riducono
sistematicamente l’umanità dei loro adoratori e la distruggono. In parole più
chiare, gli idoli rendono i loro adoratori sempre meno umani fino a far perdere
loro totalmente l’umanità.
I documenti della
Chiesa ci esortano a non aderire alle ideologie di
nessun genere perché sono troppo misere e impoveriscono l’uomo fino ad
alienarlo totalmente da se stesso. Le ideologie tendono a porre come valori
assoluti gli interessi che esse propongono. Non vi è nulla di divino al di
fuori di Dio. L’uomo cade nella schiavitù quando
divinizza o assolutizza la ricchezza, il potere, lo
stato, il sesso, il piacere o qualsiasi creatura di Dio. È Dio la fonte della
liberazione totale e radicale da ogni forma di idolatria.
La caduta degli idoli restituisce all’uomo il campo della sua libertà. Dio,
liberissimo, vuole entrare in dialogo con l’uomo libero, responsabile, nel
pieno possesso della sua dignità.
Nel nostro mondo
occidentale c’è un Dio onorario (il Dio trino) e un dio effettivo (il dio
quattrino) che è la crescita economica, materiale: la religione di questo dio-denaro-progresso-benessere
materiale è la religione più potente del mondo. La sua
liturgia è la pubblicità; i suoi seguaci militano tanto nella destra che nella
sinistra politica; alla crescita economica essa sacrifica gli uomini, la natura
e il futuro del mondo; solo una fede più forte è in grado di fermarla nella sua
corsa disastrosa.
Altri idoli del
nostro tempo, ai quali viene sacrificata tanta
felicità umana, sono il successo esterno, la carriera professionale, le
conquiste tecniche che non sono finalizzate al vero bene dell’uomo. Per molti è
il denaro, in questa o in quella forma, il bene veramente supremo e
affascinante che dà senso e contenuto alla vita. Ma
dove si assolutizza l’avere lì si distrugge l’essere
umano.
L’adorazione
all’idolo denaro conduce a varie forme di sfruttamento dei più deboli.
Tuttavia pur
mettendo giustamente in guardia contro i vari idoli, non bisogna mai spingersi
fino a demonizzare i valori creati, il denaro, il progresso.
Il creato è
importante e prezioso. Però, solo se vediamo i suoi limiti e il suo riferimento
a Dio, gli impediamo di affascinarci fino a renderci
schiavi. Perciò evitiamo gli estremi ugualmente
sbagliati e pericolosi: il deprezzamento dei valori creati o la loro
divinizzazione.
Secondo comandamento
NON PRONUNCIARE INVANO IL NOME DEL
SIGNORE TUO DIO
Il testo
dell’Esodo aggiunge a questa proposizione: Perché il Signore non lascerà
impunito chi pronuncia il suo nome invano (Es
20,7). Nel Deuteronomio il comandamento si limita a
proibire lo spergiuro: Non ti servirai del nome del Signore tuo Dio per
giurare il falso, poiché il Signore non lascia impunito chi si serve del suo
nome per giurare il falso (Dt 5,11).
Il Signore Dio di Israele, si distingue nettamente da tutti i
nomi che le popolazioni circostanti davano abitualmente a Dio. Per il popolo
d’Israele, Dio si rivela come colui che è presente: Io
sono qui.
Il divieto di
abusare del nome di Dio è diretto in primo luogo
contro la magia, allora molto diffusa in Oriente. Nell’impiego delle formule
magiche si riteneva che la cosa più importante consistesse nel conoscere il
vero nome della divinità per poterla mettere, con la pronuncia del nome, al
proprio servizio.
Inoltre il divieto
è rivolto in modo speciale a coloro che invocavano Dio
come testimone della verità di un’affermazione falsa.
Questo
comandamento è diretto contro una falsa invocazione del nome di Dio per strumentalizzarlo contro la libertà dell’uomo.
L’uso sbagliato
del nome di Dio cerca di insidiare, in nome di Dio, la
vita e la libertà dell’uomo: cosa che può avvenire in molteplici modi.
Nel nome di Dio si
sono condotte guerre terrificanti e pronunciate sentenze spaventose. Si pensi
solo alle crociate e ai roghi delle streghe, allo sterminio degli ebrei o di altri popoli. In questo modo il nome di Dio è stato
infangato moltissime volte nel corso della storia.
Si è abusato del
nome di Dio tutte le volte che lo si è usato come
copertura dei propri interessi poco pii. Così ci si è appellati a lui per difendere
come volute da Dio le differenze esistenti tra schiavi e liberi, tra ricchi e
poveri... e per legittimare le ingiustizie e le infamità
dei poteri.
Neppure
La
tendenza ad abusare di Dio come del realizzatore dei propri desideri è un
fenomeno quotidiano, soprattutto nella preghiera. Nella misura in cui le mie suppliche e i miei
desideri diventano dei comandi, io faccio della preghiera una pratica di magia.
Il non soddisfacimento dei desideri diventa per molti un motivo per licenziare
Dio. Essi si comportano come i primitivi che picchiano e gettano via il proprio
feticcio quando non si verifica quello che ci si era
atteso da lui.
Usare nel modo
giusto il nome di Dio significa: impegnarsi nel suo nome a promuovere la
dignità dell’uomo sua immagine. Richiamarsi al nome di Dio significa:
richiamarsi a lui come garante della vita e della libertà. Santifica il nome di
Dio colui che cerca di conoscere e di fare la volontà
divina. Non per nulla le due domande del Padre nostro: Sia santificato il
tuo nome e Sia fatta la tua volontà vanno
strettamente unite.
Terzo comandamento
RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE
Questo
comandamento viene motivato nei due testi biblici
fondamentali in maniera sorprendentemente diversa. Il libro dell’Esodo ricorda
che ogni uomo, anche lo schiavo e lo straniero, sono immagini di Dio e quindi è
opportuno che riposino in giorno di sabato. Come il Creatore
si riposò il settimo giorno, così deve fare l’uomo (Gen 2,2): Ricordati del
giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo
lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non
farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né
la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te.
Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò
il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro (Es 20,8-11).
Ben diversamente
il terzo comandamento è motivato dal Deuteronomio. Il
Signore ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, di conseguenza tutti i
membri del popolo, anche gli schiavi e gli stranieri al suo servizio, devono
riposare il giorno di sabato come uomini liberi: Osserva il giorno di sabato
per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha
comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno,
né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né
il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che
sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come
te. Ricordati che sei stato schiavo del paese d’Egitto e che
il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso;
perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato (Dt 5,12-15).
I testi biblici
citati lasciano trasparire chiaramente l’intenzione di questo comandamento:
ogni settimo giorno gli uomini liberati da Dio devono prendere coscienza della
libertà loro donata; devono partecipare al riposo di Dio creatore e rinnovarsi
così costantemente nella loro qualità di immagini
divine.
Ambedue le
redazioni sottolineano con forza l’aspetto sociale.
Gli ebrei, che sono degli ex schiavi, e tutti coloro
che sono stati liberati dalla schiavitù, non devono dimenticare che il dono
della libertà fatto ad essi, vieta radicalmente loro di ridurre altri in
schiavitù. Il comandamento presuppone certamente ancora l’esistenza di schiavi,
ma si appresta a scalzare le basi di una società schiavista, perché rifiuta
appunto di riservare il lavoro e il riposo a gruppi diversi di
uomini. Anzi fa ancora di più: fa balenare la
liberazione degli schiavi. Ogni uomo deve avere la sua dose benefica di
lavoro e di riposo.
Il terzo
comandamento mira molto chiaramente a un’importante
esperienza di libertà. Eppure nessun altro
comandamento è stato così profanato per comprimere l’uomo sia nella realtà del
sabato giudaico sia in quella della domenica cristiana.
Al tempo di Gesù
il giudaismo cercava di regolare minuziosamente il sabato con prescrizioni
complicate. Gesù si ribella intenzionalmente contro queste costrizioni, viola
ostentatamente le prescrizioni umane riguardanti il
precetto del sabato e afferma: Il sabato è stato fatto per l’uomo e non
l’uomo per il sabato (Mc 2,27). Le sue
affermazioni sul sabato sono giustamente considerate ardite e provocanti perché
rappresentano una chiara ribellione contro le idee religiose dominanti in quel
tempo. Egli mette in risalto la virtù liberante di questo giorno di riposo.
Anche nel
cristianesimo comparvero continuamente tendenze legalistiche
o oppressive che ebbero spesso il risultato di svisare
la domenica come festa della libertà.
Oggi il tempo
libero, il fine settimana è appannaggio di tutti, spesso i poveri lavorano meno
dei ricchi, e i liberi professionisti ritengono di dover assolutamente lavorare
anche di domenica e muoiono in buona percentuale prematuramente per eccesso di
lavoro. Quindi lavoro a tutti i livelli della scala sociale e
riposo assicurato per tutti quelli che lo vogliono. Ma il fine settimana molte volte e in molti casi non si lascia
alle spalle uomini riposati, liberi e felici. Esistono la febbre del sabato
sera, la nevrosi della domenica e l’esaurimento del lunedì.
Tante persone
trovano il senso della loro esistenza solo nel lavoro, nell’attività
professionale. Ma quando tale frenesia viene
interrotta dalle feste o dalle ferie, emergono opprimenti e disperanti il vuoto
dell’esistenza e la sua povertà di contenuti.
Perché la domenica
riveli in maniera convincente il suo effetto positivo
sull’uomo non basta che egli si astenga dal lavoro, ma deve vivere
positivamente altri due momenti importanti: la santificazione e la
comunione con altri uomini liberati. L’esperienza della domenica deve aiutare
l’uomo a prendere le distanze da se stesso, affinché le sue tante e molteplici
occupazioni non finiscano per sequestrarlo e inghiottirlo in maniera
pericolosa. Santificare le feste significa allontanare la propria vita da
orizzonti ristretti e inserirla in orizzonti più vasti e divini.
Santificare,
celebrare e ringraziare sono tre atti che vanno strettamente uniti. Essi sono
elementi fondamentali del nostro rapporto con Dio.
Una
attività intensa e ininterrotta
può, a lungo andare, esaurire l’uomo nella sua dimensione interiore e provocare
in lui un vuoto inquietante.
L’uomo non
conquista la sua identità solo mediante il lavoro. La sua esistenza non è
giustificata solo da ciò che egli fa, ma anche e soprattutto da quanto riceve
come dono di Dio. Da qui il grande significato della
celebrazione e del ringraziamento: dell’eucaristia.
I cristiani
ringraziano perché sono stati liberati dalla schiavitù per mezzo della morte e
della risurrezione di Cristo. Tale azione liberatrice ha un valore così grande
che non si finirà mai di celebrarla. La messa, che è la celebrazione del
memoriale della morte e della risurrezione del Signore, tende necessariamente
alla liberazione dell’uomo se viene celebrata come si
deve. La possibilità di celebrare, libera l’uomo, e senza questa capacità la
vita diventa, poco per volta, deserta, sconsolata e squallida.
E siccome questo è molto importante per la nostra libertà interiore ed
esteriore, Dio ce lo impone con un comandamento specifico.
Per noi cristiani cattolici la messa della domenica è la celebrazione della
festa della liberazione che ci è stata donata da
Cristo mediante il suo sacrificio di morte e risurrezione.
Tuttavia né il
riposo dal lavoro né il culto bastano a soddisfare pienamente
il comandamento di santificare le feste. La sua osservanza include anche
l’esperienza della comunione di uomini liberati.
L’amore traboccante di Dio vuole promuovere gli uomini mediante la comunione
con lui e la loro comunione reciproca. Nei giorni di festa perciò bisogna
coltivare in modo particolare le relazioni personali che sono tanto importanti
per la piena espansione del nostro essere. La capacità di saper passare il
tempo libero in maniera non utilitaristica è espressione di libertà e di umanità. Educare a questo è un compito importante della
Chiesa. La domenica deve diventare il giorno in cui ci si disintossica
spiritualmente e fisicamente per poter riprendere la vita con gioia.
Quarto comandamento
ONORA TUO PADRE E TUA MADRE
Leggiamo nel libro
del Deuteronomio: Onora tuo padre e tua madre,
come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua
vita sia lunga e tu sia felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà (Dt 5,16).
Il vero
destinatario di questo comandamento, come di tutti gli altri, è l’israelita
adulto e libero. A lui viene ricordato il dovere di
provvedere ai genitori anziani, di provvedere, cioè, alla generazione non più
capace di lavorare. Il comandamento non è quindi diretto in primo luogo ai
figli piccoli, ai più deboli, affinché obbediscano agli adulti, ai potenti, ma
è diretto piuttosto agli adulti e ai potenti affinché non mettano da parte i
genitori anziani e malfermi. Questo spiega perché nella tradizione giudaica il
quarto comandamento sia spesso indicato come il più difficile del decalogo. Infatti la cura dei genitori anziani può diventare un
pesante e spesso lungo aggravio economico e un lunghissimo esercizio di ogni
virtù, non ultima la pazienza.
Questo
comandamento non mira all’obbedienza verso i genitori, ma al rispetto dei
genitori: dice di onorarli, non dice di obbedirli.
Anche i testi
successivi dell’Antico Testamento sottolineano in
questo senso il dovere dei figli adulti verso i genitori.
Leggiamo nel libro
del Siracide:
Il Signore
vuole che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre
sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati; chi riverisce la madre è come
chi accumula tesori.
Chi onora il
padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua
preghiera. Chi riverisce il padre vivrà a lungo; chi
obbedisce al Signore dà consolazione alla madre. Chi teme il Signore rispetta
il padre e serve come padroni i genitori. Onora tuo padre a fatti e a parole,
perché scenda su di te la sua benedizione. La benedizione del padre consolida le case dei figli, la maledizione della madre ne scalza
le fondamenta. Non vantarti del disonore di tuo padre, perché il disonore del
padre non è gloria per te; la gloria di un uomo dipende dall’onore del padre,
vergogna per i figli è una madre nel disonore.
Figlio,
soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche
se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo,
mentre sei nel pieno vigore. Poiché la pietà verso il
padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati. Chi
abbandona il padre è come un bestemmiatore, chi insulta la madre è maledetto
dal Signore (Sir
3,2-16).
Anche Gesù, quando parla del quarto comandamento, ha
chiaramente davanti agli occhi il comportamento dei figli adulti verso i genitori.
Leggiamo nel vangelo secondo Matteo: Ed egli rispose loro:
Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione?
Dio ha detto: "Onora il padre e la madre" e
inoltre: "Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte".
Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare
suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della
vostra tradizione (Mt 15,3-6).
Nel corso della
storia della Chiesa il quarto comandamento fu spesso utilizzato per sostenere
le autorità costituite, oltre che i genitori. Lo si
riferì tranquillamente a ogni governante e padrone, al sovrano del paese come
al capo-ufficio nella vita professionale. In nome del quarto comandamento si
sono commessi parecchi abusi di potere e non poche ingiustizie palesi.
L’obbedienza in
senso biblico consiste anzitutto nell’ascolto di Dio e nella pratica dei suoi
comandamenti.
Dio è la vera
autorità. Perciò bisogna attendersi l’obbedienza
anzitutto dai superiori, prima di poterla esigere dai sudditi. Solo così si può
essere sicuri che si tratta di una richiesta di obbedienza
che promuove gli uomini nella loro libertà e dignità.
I comandamenti
vogliono indicare delle vie verso una libertà che non favorisce l’arbitrio e
l’egoismo, ma che corrisponde alla libertà di Dio.
Quinto comandamento
NON UCCIDERE
Le tre
formulazioni più brevi del decalogo suonano: Non uccidere - Non commettere
adulterio - Non rubare (Es 20,13-15). Sono
considerati i tre comandamenti più antichi. Ognuno di essi
tutela un bene fondamentale della società umana. Questi comandamenti proteggono
la vita, il matrimonio e la proprietà.
Il quinto
comandamento è forse quello che oggi riscuote un riconoscimento sociale anche in ordine a situazioni e problemi quanto mai vari: tortura,
pena di morte, guerra, obiezione di coscienza, suicidio, eutanasia, energia
atomica, inquinamento dell’ambiente, danni alla salute procurati dalla droga,
dall’alcool e dal fumo, aborto, fine del mondo, ecc.
A volte si assiste
allo strano spettacolo di persone che si scagliano con veemenza contro la
guerra, gli armamenti e la pena di morte e contemporaneamente fanno
dimostrazioni in favore dell’interruzione della gravidanza e perorano la causa
dell’uccisione su richiesta. Non è possibile separare
i vari campi in cui è in gioco il rispetto della vita umana, né tantomeno contrapporli.
Il comandamento si
oppone in primo luogo alla giustizia fatta da sé. Nessuno può di propria
iniziativa versare sangue umano per affermare il proprio presunto diritto. Le
violazioni di questo comandamento sono punite con il massimo rigore possibile: Chi
sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché a sua
immagine Dio ha fatto l’uomo (Gen 9,6).
Oggi fatichiamo a
capire che la trasgressione di questo comandamento venga
punita con altro spargimento di sangue. Ma appunto questo dimostra la grande serietà originaria di questo comandamento.
Il divieto
dell’omicidio indica nello stesso tempo in maniera particolarmente chiara la
differenza tra uomo e animale. L’esistenza umana non è più automaticamente
regolata dagli istinti, ma dalla morale e, dove questa non basta, dalla
costrizione giuridica, che nelle sue forme concrete ha conosciuto ovviamente
tanti cambiamenti già all’interno della stessa Bibbia.
Inizialmente in
Israele la vendetta di sangue era tollerata. In caso di omicidio,
i parenti dell’ucciso sono autorizzati a vendicare l’assassinio (cf Nm 27,10s; Gdc
8,18-21; 2Sam 14,7-11). Ma per impedire le esagerazioni, la vendetta del sangue
venne limitata col principio successivamente spesso
frainteso: Occhio per occhio, dente per dente (Es
21,24; cf Mt 5,38-42). Queste parole bibliche, che
oggi vengono volentieri citate come segno d’una
particolare sete di vendetta, sono in realtà, secondo la vera intenzione,
un’arma protettiva molto efficace contro una escalation degli atti di vendetta.
Con il passare del
tempo, in Israele venne limitato lo spazio lasciato
alla vendetta di sangue e, dopo la formazione di un ordinamento giuridico, esso
venne sottoposto al controllo dell’autorità (Es
21,18-25; Dt 19,15-21).
Un altro passo
avanti è rappresentato dalla prescrizione (Dt 24,16),
secondo la quale la vendetta di sangue può colpire solo il colpevole e non
anche i membri della sua famiglia. Più avanti ancora leggiamo: Non ti
vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il
tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore (Lv
19,18). Mia sarà la vendetta (Dt
32,35; cf Rm 12,19; Eb
10,30).
Per i profeti l’uccisione, oltre al suo significato originario,
può anche avere questi sensi: sfruttare economicamente gli individui in maniera
grave, opprimerli socialmente e giuridicamente, tarparne le possibilità di
realizzazione. I profeti definiscono continuamente un simile comportamento con
il vocabolo duro e accusatorio di assassinio (Os 4,2; Is 1,15.17 ecc.). Michea descrive questo tipo di uccisione
in maniera particolarmente drastica, tacciando i ricchi che sfruttano i poveri
di cannibalismo: Divorano la carne del mio popolo e gli strappano la pelle
di dosso, ne rompono le ossa e le fanno a pezzi come carne in una pentola
(Mi 3,3).
Infine il Nuovo
Testamento approfondisce ancora una volta il quinto comandamento. Gesù osserva
che la manifestazione esterna di ostilità molto spesso è solo
l’ultima esplosione di un odio a lungo covato: Avete inteso che fu detto
agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: Chiunque si adira col proprio fratello, sarà
sottoposto a giudizio (Mt 5,22).
Nel catechismo di
Lutero leggiamo: Se lasci andar via un nudo, che potresti vestire, lo hai
fatto morire di freddo; se non dai da mangiare a un
affamato, lo uccidi.
I molti e
difficili problemi posti oggi dal tema della protezione della vita
mostrano con chiarezza i limiti della pedagogia religiosa.
Già avremmo
ottenuto molto se la nostra società si rendesse chiaramente conto che si può
uccidere un uomo anche sottraendogli la possibilità di vivere.
Forse il problema
fondamentale della nostra società mondiale suona oggi così: La nostra
economia mondiale tende seriamente a favorire la possibilità di vita di tutti
gli uomini? Oppure è comandata dall’avidità delle nazioni ricche, che vivono a spese di popoli poveri e riducono sistematicamente le loro
possibilità di vita mediante "l’ordinamento economico mondiale?".
Se questa ipotesi fosse vera, noi saremmo - nella
prospettiva dei profeti - degli assassini. Tale dura parola non è purtroppo
mitigabile. Tutto ciò che sottrae all’altro le possibilità di
esistenza è, in fondo, equivalente a un’uccisione. Non possiamo più
accettare che miliardi di uomini siano
sottoalimentati, che il 25-30% dei bambini muoia prima dei cinque anni. Nello
spirito del quinto comandamento dobbiamo riconoscere che l’umanità è un tutt’uno e che i beni di questo mondo appartengono a tutti.
Una razionalizzazione di consumi permetterebbe
all’Occidente di risolvere il problema della sottoalimentazione del Terzo Mondo
e di migliorare la propria salute.
Tuttavia, per una
giusta valutazione, bisogna aggiungere:
1° - Non esiste
solo il contrasto tra società industriali ricche e paesi poveri in via di
sviluppo; quasi tutti i paesi sottosviluppati sono anche oppressi da una
piccola classe dominante, incapace e ladra che nutre la propria gente di
chiacchiere ideologiche più che di pane. Ciò non costituisce certo una scusante
per noi, tuttavia va tenuto presente.
2° - La mortale
riduzione delle possibilità di vita degli altri non si
riscontra solo nel rapporto tra Primo e Terzo Mondo; anche nella nostra società
esiste una concorrenza spietata e assassina che oggi si fa strada già nella
scuola e produce alla fine dei gruppi marginali. Quanto più il nostro
sistema sociale diventa perfetto, esigente e affaticante, tanto più produce
uomini incapaci di reggere a questo stress e che vengono
sospinti ai margini. Alcuni di questi gruppi non hanno lobby (gruppi che
tentano di influenzare il legislatore), a differenza, per esempio, dei
lavoratori e dei loro sindacati; non possono minacciare scioperi e ottengono
quindi poco o nulla.
Il quinto
comandamento non proibisce solo l’uccisione vera e propria, ma anche le forme
mascherate di uccisione quali la calunnia grave o la
critica pungente che distrugge moralmente il prossimo o lo rende insicuro di
sé.
Infine diciamo due
parole sulla guerra. All’ombra del decalogo l’Antico Testamento risulta piuttosto bellicoso. Ma già
con i profeti comincia ad affiorare il disagio per la guerra e si esalta più
insistentemente la pace nel suo senso personale e sociale. La visione di un
mondo senza guerra gioca un ruolo importante nei testi dell’Antico Testamento (cf. Is 2,4; 9,6; 32,17; ecc.).
Gesù sostiene il
principio della non violenza e lo mette in pratica nel suo modo d’agire. Al
posto delle varie forme di lotta contro gli altri egli esalta la
riconciliazione col nemico e il lavoro per la pace: Beati gli operatori di
pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9; cf
5,24).
La storia
dell’etica cristiana è punteggiata di tentativi per far accettare l’idea
biblica della pace. Pure la tanto malvista dottrina della
guerra giusta, oggi non più capita da tanti, può essere vista in questa
prospettiva. Certo essa fu continuamente sfruttata in maniera cinica per
giustificare lotte politiche quanto mai discutibili e spedire in suo nome
migliaia di uomini all’altro mondo. Ma la dottrina
della guerra giusta va vista nella cornice degli sforzi per umanizzare nei
limiti del possibile il sinistro fenomeno della guerra, per arginare i suoi
eccessi e salvare un po’ di umanità.
Di fronte alla
situazione odierna la dottrina tradizionale della guerra giusta va ripensata a
fondo. La tradizione pacifista cristiana guadagna sempre più terreno. Anche
Sesto comandamento
NON COMMETTERE ADULTERIO
Una volta anche il
sesto comandamento era saldamente integrato nell’ordinamento giuridico statale.
Oggi esso conosce una crescente liberalizzazione sia
nell’ordinamento giuridico sia nella mentalità generale. L’adulterio ha perso
il carattere di delitto punibile. Assassinio e furto sono temi seri
anche nei romanzi polizieschi, l’adulterio invece viene
introdotto in funzione di salsa piccante per rendere più appetibile il libro o
il film.
Il divorzio oggi è
diventato una cosa ovvia per tanti, un mezzo per autorealizzarsi.
Tuttavia la facilitazione del divorzio non ha proprio giovato a umanizzare i rapporti. Il valore del matrimonio
indissolubile ha perso molti punti agli occhi di tante persone, anche di coloro
che si dicono credenti e praticanti. Noi diciamo, senza esitazione e ambiguità,
che una prassi lassista del matrimonio non giova a nessuno.
Il sesto
comandamento tende di natura sua a proteggere il bene del matrimonio e, quindi,
della famiglia. Tutta
Però esso non guarda solo alla comunione personale dei due
coniugi.
Perlomeno
altrettanto rilevante è l’importanza della famiglia per i figli, cosa che la
psicologia e la pedagogia oggi sottolineano con forza.
I bambini, per
crescere e svilupparsi come uomini liberi, hanno bisogno di molti stimoli, per
espandersi hanno bisogno di protezione e di amore.
In questo senso il
nido della famiglia è ancora e sempre il presupposto migliore della
maturazione di un uomo.
Viceversa viene esaltata la fedeltà permanente di Dio verso il suo
popolo (cf. Sal 117,2; Rm 3,3). L’esperienza della fedeltà di Dio all’alleanza
spinge a sua volta a essere fedeli, solidali e uniti
nella società umana. Evidentemente l’alleanza del Signore con il suo popolo non
pregiudica la libertà. La stessa cosa va detta del matrimonio, in cui i due
coniugi sono pervenuti alla maturazione personale perché la vera liberazione
arriva per l’uomo e per la donna soltanto nella fedeltà al fine che si sono proposto. L’esperienza lo
conferma in molteplici modi: è realmente possibile avventurarsi in un
matrimonio così concepito e viverlo guardando con fiducia alla fedele promessa
di Dio. Dio vuole uomini liberi, che si aiutano reciprocamente a espandere la loro libertà. Promozione
della libertà e promozione delle relazioni personali vanno perciò
strettamente unite. Non stupisce quindi che
L’amore umano e
divino non contrastano tra di loro, ma si illuminano e
si favoriscono a vicenda.
In questo contesto possiamo vedere il matrimonio anche come
sacramento, cioè segno efficace ed eloquente della salvezza non solo per i due
sposi e i loro figli, ma per molti altri. Gli sposi sono
un segno eloquente ed efficace dell’immenso amore di Dio. Guardando a loro la
gente può vedere quanto è bello che gli uomini si amino, credendo in Dio che
ama gli uomini.
Il sesto
comandamento mira a preservare dalla dissoluzione dell’egoismo la comunione
dell’uomo e della donna, che dev’essere un’immagine
della fedeltà di Dio.
Nell’odierna vita
ecclesiale si mette anzitutto e giustamente in luce il grande
valore positivo della sessualità umana. Non si tratta solo di questioni relative al comportamento sessuale; tutto l’uomo, maschio o
femmina, è sessualmente caratterizzato, e per il giovane è cosa importante
accettare tale sua qualità sessuale.
In questo contesto gioca un grande ruolo la questione della
possibilità della fedeltà. La fedeltà coniugale, così come la concepisce
È chiaro che non è
possibile presupporla come una cosa ovvia, e che essa ha bisogno del supporto
di una decisione rinnovata e approfondita nella luce della fede. Non dobbiamo
nascondere né ai fidanzati né agli sposati che la via della giusta maturazione
sessuale e umana rimane faticosa e si prolunga a volte per tutta la vita.
Se
bisogna affermare l’indole sessuale di tutto l’uomo, bisogna nello stesso tempo
guardarsi da una sopravvalutazione della sessualità. La sessualità umana va inserita nella totalità della
persona e del suo riferimento trascendentale; essa ha a che fare con
l’orientamento dell’uomo verso il coniuge e verso Dio ed è perciò molto più di
un mezzo privato di soddisfacimento dell’istinto. Non
è adeguata neppure l’esaltazione della sessualità come semplice forza vitale,
oggi tanto di moda. Essa sfocia in una visione superficiale dell’uomo e del suo
comportamento. L’accentuazione isolata della sessualità non conduce alla
maturazione, alla libertà e alla pienezza dell’uomo, ma piuttosto al caos.
Settimo comandamento
NON RUBARE
Molto diffusa è
l’opinione che con questo comandamento Dio si metta
dalla parte dei proprietari e si schieri contro i diseredati, che vorrebbero
invece condividere la loro ricchezza. Per questo risulta
a prima vista difficile vedere come il settimo comandamento serva la libertà
degli uomini, soprattutto la libertà dei piccoli e dei poveri.
Per vederci più
chiaro è opportuno studiare l’intenzione originaria del comandamento. Questo
comandamento va fin dall’inizio in due direzioni: il ratto delle persone e il
furto di cose materiali.
Questo
comandamento vieta in primo luogo il ratto e il commercio di uomini.
Così Es 21,16: Colui che
rapisce un uomo e lo vende sarà messo a morte. E in maniera molto simile Dt 24,7: Quando si troverà un uomo che abbia rapito
qualcuno dei suoi fratelli tra gli israeliti, l’abbia
sfruttato come schiavo o l’abbia venduto, quel ladro sarà messo a morte;
così estirperai il male da te.
Il comandamento
tutela quindi in primo luogo la libertà del prossimo. Proviamo subito a mettere
in luce l’intima unità tematica della cosiddetta
seconda tavola del decalogo. Sempre si tratta dell’uomo: della tutela della
generazione anziana (quarto comandamento), della vita (quinto comandamento),
del matrimonio e della famiglia (sesto comandamento), della libertà (settimo
comandamento), dell’onore personale di uomini liberi
(ottavo comandamento) e della salvaguardia del loro matrimonio e dei loro beni
dall’avidità disordinata di altri (nono e decimo comandamento).
L’Antico
Testamento tiene conto dell’esistenza di per sé incoerente della schiavitù in
seno a Israele, ma tende già a superarla. Neppure il
Nuovo Testamento combatte formalmente la schiavitù, cosa per la quale la
posizione sociale delle giovani comunità sarebbe stata del resto troppo debole,
però la elimina dall’interno. Questo risulta chiaro da
tutta la lettera a Filemone, nonché, ad esempio, da questa frase della lettera
ai Galati 3,28: Non c’è più schiavo né libero.
Le giovani
comunità cercarono in tutti i modi di realizzare una comunione genuina di uomini di varia provenienza, ivi inclusi gli schiavi.
Quanto ciò fosse difficile nella pratica lo mostrano
soprattutto la prima lettera ai Corinzi e la lettera di Giacomo, che condannano
con parole dure il disprezzo dei poveri (1Cor 11,22) e il trattamento di
riguardo riservato ai ricchi nelle comunità (Gc
2,1-9).
Il settimo
comandamento si occupa in primo luogo e in modo particolare del ratto di
persone, ma vieta indubbiamente anche il furto di cose.
Pure sotto questo aspetto esso va visto in relazione agli uomini, alla
loro libertà, dignità e promozione, soprattutto alla promozione dei piccoli,
dei poveri, altrimenti lo si capisce in maniera sbagliata. Non si tratta
primariamente della protezione dei ricchi e dei proprietari contro i
nullatenenti, ma anzitutto del presupposto della libera espansione personale
per ognuno.
Nell’Antico
Testamento la proprietà privata non è mai inviolabile e sacrosanta. Essa viene considerata in linea di principio come un prestito che
Dio, il donatore autentico della terra promessa, ha affidato al popolo. Quanto questa concezione della proprietà sia presa
seriamente risulta chiaro dalle norme dell’anno giubilare (cf.
Lv 25,23-55). Esse mostrano quanto il concetto di
proprietà fosse relativo in Israele perlomeno in linea
di principio anche se non sempre in pratica. Quando un israelita, costretto
dalla necessità, vendeva la sua terra, ne rientrava in possesso personalmente o
attraverso i suoi eredi ogni 50 anni, cioè nell’anno
giubilare.
I profeti usano parole
roventi contro l’accumulazione della ricchezza da parte dei ricchi a spese dei poveri. La loro critica sociale mette in chiaro una
cosa: si abusa della proprietà là dove essa non è più un mezzo per la propria
sicurezza e il proprio sviluppo, ma diventa strumento di potere per dominare
gli altri. Ove i potenti sfruttano l’indigenza dei poveri, là è in pericolo
quella libertà che Dio ha donato al suo popolo e che questi deve continuamente
realizzare in concreto. Il Siracide dice in maniera
lapidaria: Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è
commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento,
versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio (Sir
34,21-22).
Il diritto di
proprietà dei padroni e le loro rivendicazioni trovano il loro chiaro confine
là dove entrano in gioco le necessità elementari degli altri. Pertanto leggiamo
nel libro del Deuteronomio (Cap. 24): Quando
presti qualcosa a un altro e ne ricevi un pegno, se
quell’uomo è povero, non andrai a dormire con il suo pegno. Dovrai
assolutamente restituirgli il pegno prima del tramonto
del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello e benedirti; questo ti
sarà contato come una cosa giusta agli occhi del Signore tuo Dio (v.
I doveri sociali
della proprietà vengono alla luce anche nella
prescrizione di non raccogliere accuratamente tutto nei campi, nelle vigne e
negli uliveti, ma di lasciare la possibilità ai poveri di racimolare quel che
resta (cf. Dt 24,19-21; Lv 19,9s; 23,22).
1 - Dio è il
creatore e il sostenitore di tutte le cose, per cui ne
è anche il primo proprietario; l’uomo è solo l’amministratore dei beni terreni.
Questi gli sono stati dati in prestito ed egli dovrà rendere conto a Dio di
come li ha usati. Dio fa dire con estrema chiarezza: Le terre non si
potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come
forestieri e inquilini (Lv 25,33).
2 - In linea di
principio i beni della terra sono destinati a tutti gli uomini. Ciò risulta,
per esempio, dal fatto che in caso di estrema
necessità tutto è comune. Nell’Antico Testamento questo principio rimane
comprensibile limitato a Israele. Dio non ha dato la
terra promessa al singolo, ma a Israele come comunità.
Di conseguenza in questo paese ci deve essere posto per tutti. I profeti
pronunciano parole molto dure contro coloro che
speculano sui terreni e sulle case, contravvenendo a questa direttiva (cf Mi 2,1-3; Is 5,8; ecc.). Il re
stesso cade sotto questo verdetto, quando non si comporta bene (cf. Ger 22,13-19).
3 - Non possiamo
dire che la proprietà degli altri non ci interessa,
perché ne siamo corresponsabili. Di conseguenza dobbiamo
stare attenti a non procurare danni al prossimo. Così leggiamo in Dt 22,1-3: Se vedi smarriti un bue o una pecora di tuo
fratello, non devi fingere di non averli scorti, ma avrai cura di ricondurli a
tuo fratello... Lo stesso farai del suo asino, lo
stesso della sua veste, lo stesso di qualunque altro oggetto che tuo fratello
abbia perduto e che tu ritrovi; tu non fingerai di non averli scorti.
Accanto a questi
chiari obblighi sociali della proprietà viene con altrettanta chiarezza vietato
il furto. È però opportuno distinguere tra furto dall’alto e furto
dal basso. Allora risulta ancora più chiaro come
Il furto dall’alto
è quello dei potenti che sfruttano la situazione di quelli che sono caduti in
miseria e in questo modo viene minacciata quella
libertà che Dio ha donato al suo popolo. Un esempio eloquente in tal senso è la
storia di Nabot, un modesto contadino, che aveva una
vigna accanto al palazzo del re (1Re 21). Il re Acab e sua moglie Gezabele non si
danno pace finché Nabot non viene
ucciso in maniera apparentemente legale, e il re si appropria del suo pezzo di
terra. Il profeta Elia, mandato da Dio si presenta davanti al re e predice a
lui e a tutta la sua casa la fine come castigo di
questo crimine.
Certo anche il
furto dal basso, quello perpetrato dai poveri, è proibito dal comandamento. Il
settimo comandamento pone la proprietà personale dell’uomo sotto la protezione
di Dio perché la proprietà serve a promuovere la libertà personale. Una certa
misura di proprietà dischiude delle possibilità, mette a disposizione uno
spazio per agire ed è un importante presupposto per la cultura. Questo
comandamento vuole garantire le possibilità di tutti gli uomini e favorire il
loro sviluppo.
Degno di nota è il fatto che l’antico Israele che conosceva la pena di
morte per molti delitti (per es. per l’idolatria, l’adulterio e il ratto di
persone), non ha mai punito con la pena di morte il furto di beni materiali.
Possiamo addirittura dire che nella Bibbia il furto della povera gente viene giudicato con molta comprensione. Si pensi, ad
esempio, a come il racconto dell’Esodo (3,21s) narri con una certa maligna
soddisfazione che gli schiavi ebrei in fuga dall’Egitto si impossessano
di oggetti di valore dei loro padroni egiziani, cosa che procurò sempre una
qualche difficoltà ai moralisti nel corso dei secoli. L’esegesi tradizionale
spiega che questo furto è una occulta compensazione
del salario non percepito.
Nella tradizione cristiana
l’aspetto del settimo comandamento riferito al ratto delle persone talvolta fu
messo in ombra. Il rapimento e il commercio di persone umane fu
continuamente praticato anche in paesi influenzati dalla fede cristiana. Una
forma diffusa di ratto fu la pirateria: essa fu un flagello internazionale per
secoli. Ricordiamo la cattura di ostaggi e la loro
uccisione, in tempo di guerra e... in tempo di pace: è una grave piaga del
nostro tempo (sequestri di persona). Ricordiamo il mercato degli schiavi neri
che furono trasportati a milioni dall’Africa alle
Americhe dai cattolicissimi regni di Spagna e Portogallo, dall’Inghilterra e da
altri stati... cristiani. Queste vicende atroci e umilianti pongono ancor oggi
il mondo di fronte a gravi problemi come quello dei meticci in America latina e
della gente di colore negli U.S.A.
La schiavitù non è
finita neppure oggi e neppure nella forma più grossolana. L’ Anti - slavery society che ha sede a Londra riferiva nel 1979 che il commercio degli
schiavi viene tuttora praticato in circa 40 paesi della terra. Il rapporto
parla di 5 milioni di schiavi tutt’oggi esistenti.
Tale commercio è alimentato soprattutto negli stati allineati ai margini del
Sahara: Ciad, Sudan, Niger e Mali; ma anche nella Sierra Leone, nel Ghana e
nella Guinea equatoriale si riducono con la forza neri
in schiavitù. I preferiti dai commercianti sono giovani e ragazze dai dodici ai
vent’anni. I mercanti ne ricavano un utile di circa
tre milioni (anno 1979) per ogni capo. Per tenerli buoni durante il trasporto
li stordiscono con la droga. I compratori risiedono soprattutto nella penisola
arabica. In diversi paesi islamici il commercio degli schiavi non è considerato
una violazione della legge e della morale per cui è
spesso difficile interdire questa attività.
Inoltre, sempre
secondo questo rapporto, la schiavitù è tuttora diffusa anche in vari paesi
dell’Asia e dell’America Latina. Nella giungla del Paraguay,
per esempio, si organizzano regolarmente cacce agli indios,
che poi vengono costretti a lavorare in stabilimenti per la lavorazione del
legno e nelle fattorie. Chi cerca di fuggire, viene
ucciso senza tante formalità.
Anche l’odierno impiego, abbastanza diffuso anche in
Italia, di lavoratori stranieri illegali va visto come una forma di moderno commercio
di carne umana.
Un’ultima parola
sul furto dei beni. A tutti e a ciascuno compete il diritto primario e
fondamentale, assolutamente inviolabile, di usare dei beni di
natura nella misura necessaria per una realizzazione degna della persona umana.
Tutti gli altri diritti, anche quello di proprietà e di libero commercio, gli
sono subordinati.
Oggi riconosciamo
sempre più, anche nella nostra società occidentale, che nella struttura sociale
esistono numerosi elementi ladreschi.
Ogni forma di
sfruttamento del bisogno altrui è uno di questi elementi.
Anche se questo sfruttamento è legale, può essere nello
stesso tempo profondamente immorale, come quando si richiedono affitti esosi,
interessi da usurai o si specula sui terreni.
Dio ama tutti
senza eccezioni, ma non ama tutti allo stesso modo; egli non può amare allo
stesso modo il carnefice e le sue vittime, lo sfruttatore e gli sfruttati.
Dobbiamo prendere
con chiarezza ed effettivamente le distanze dall’ingiusta ricchezza e vivere
nella misura massima possibile il vangelo della povertà. Siamo
Chiesa. La credibilità di quanto annunciamo
viene notevolmente incrinata se non amministriamo i nostri beni in modo da
poter annunciare senza arrossire il vangelo ai poveri. Se, al contrario,
Oggi il furto dall’alto
viene praticato soprattutto nei rapporti tra nazioni
industrializzate e ricche e paesi in via di sviluppo: lo sfruttamento dei
poveri è favorito dalla cosiddetta libera economia di mercato.
La ricchezza assolutizzata è un ostacolo alla vera libertà. I crudeli
contrasti di lusso e di estrema povertà, aggravati
inoltre dalla corruzione che invade la vita pubblica e professionale,
manifestano fino a che punto i nostri paesi si trovano sotto il dominio
dell’idolo della ricchezza. Capitalismo e marxismo sono forme di ingiustizia istituzionalizzata. Dobbiamo perseguire la civiltà
dell’amore come ci ha detto Paolo VI a conclusione dell’Anno santo 1975.
Quanto abbiamo detto non deve ovviamente minimizzare il furto
dal basso. Esso si manifesta, per esempio, anche nella vita professionale
con l’uso sbagliato e negligente di macchine e impianti. Furto è anche l’abuso
delle istituzioni dello stato sociale. C’è chi con tutta tranquillità prende il
sussidio di disoccupazione e rifiuta offerte di lavoro, c’è chi fa il finto
malato e usufruisce lautamente dell’assistenza pubblica...
Infine dobbiamo
ancora menzionare il rispetto della proprietà comune.
Anche qui troviamo
una vasta gamma di abusi che vanno dalla demolizione
intenzionale di cabine telefoniche e di impianti pubblici... fino allo spreco
del pubblico denaro e allo sfruttamento delle limitate risorse di materie
prime.
La ricchezza
infine può facilitare l’insorgere e il permanere delle varie forme di esercizio irriguardoso e brutale del potere.
Dio con i suoi
comandamenti si interessa di tutto, ma non per
opprimere l’uomo, bensì per favorire benefiche relazioni umane.
Oggi ancora è
compito importante della pedagogia morale inculcare il rispetto della proprietà
altrui. Dobbiamo imparare tutti e insegnare agli altri a non allungare la mano
su ciò che non ci appartiene. Ma la pedagogia morale
non può limitarsi a questo. Deve ampliare i nostri orizzonti includendovi
problemi più grandi e risvegliare e rinvigorire la nostra determinazione di cooperare nei limiti del possibile alla loro soluzione.
Ottavo comandamento
NON PRONUNZIARE FALSA TESTIMONIANZA
Il senso letterale
originario di questo comandamento riguarda una situazione ben precisa: la
testimonianza in tribunale. In Israele, date le limitate possibilità che la
giustizia aveva a sua disposizione, le corrette informazioni dei testimoni
avevano un’importanza particolarmente grande. A volte la falsa testimonianza di
due testimoni davanti al giudice poteva provocare addirittura la condanna a
morte di una persona.
Dati i pericoli
che una falsa testimonianza può comportare per il prossimo, ogni israelita viene invitato a guardarsi da essa o da una testimonianza
velenosa, dettata dall’odio: Non testimoniare alla leggera contro il tuo
prossimo e non ingannare con le labbra. Non dire: Come ha fatto a me così io farò a lui... (Pr
24,28s).
Israele non riuscì
propriamente mai ad avere un potere giudiziario indipendente dal governo e
dall’amministrazione. Ciò fece sì che gli interessi dei potenti, sia
politicamente, sia socialmente, influenzassero assai l’amministrazione della
giustizia. I profeti usano parole particolarmente dure contro i giudici
ingiusti.
Isaia accusa i
potenti in Israele: I tuoi capi sono ribelli e complici di ladri; tutti sono
bramosi di regali, ricevono mance, non rendono giustizia all’orfano e la causa
della vedova fino a loro non giunge (1,23). Lo stesso profeta esclama: Guai
a coloro che assolvono per regali un colpevole e
privano del suo diritto l’innocente (5,23s). Parole simili usa Amos nei confronti di quei giudici che si arricchiscono
con false sentenze: Essi sono oppressori del giusto, incettatori di
ricompense e respingono i poveri nel tribunale (Am
5,12; cf. 5,7-15). Il Deuteronomio
esorta i giudici: Non temete alcun uomo, perché il giudizio appartiene a Dio
(Dt 1,17). Richiamandosi al Dio con noi i
giudici devono salvaguardare la loro indipendenza anche verso i potenti.
Leggiamo
nella lettera di Paolo agli Efesini: Perciò bando
alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo, perché siamo membra
gli uni degli altri (4,25). La
verità consiste in primo luogo in un comportamento che favorisce la convivenza
umana. La reciproca appartenenza umana non va distrutta dalla menzogna, che
semina diffidenza e rende impossibile la convivenza dei membri del corpo di Cristo.
Pertanto, se
vogliamo tenere conto nel modo giusto del senso fondamentale di questo
comandamento, dobbiamo anzitutto sottolineare
l’importanza della verità per la libertà dell’uomo. Gesù ce
lo dice in termini estremamente chiari: La verità vi farà liberi
(Gv 8,32). Verità, veracità e quindi reciproca fiducia sono
elementi vitali indispensabili per la libera espansione dell’uomo. Dove invece
la diffidenza mina le relazioni, lì l’umanità degli uomini intristisce.
Prendere seriamente
l’ottavo comandamento significa per i credenti: impegnarsi per un ordinamento e
un’amministrazione corretta della giustizia, un ordinamento e
un’amministrazione che pongano la ricerca della verità al di
sopra di ogni altro interesse e cerchino di impedire e di escludere ogni
manipolazione del diritto. Un vivo interesse per queste cose rientra nella
corresponsabilità politica dei credenti, specialmente quando oggi pensiamo agli
abituali processi farsa e ai processi spettacolari dei regimi totalitari di ogni colore.
La sfera
dell’ottavo comandamento non abbraccia solo la semplice bugia e neppure solo la
sala del tribunale, ma ingloba tutte le situazioni in cui, sulla
base di affermazioni altrui, si prende di mira un individuo. Tali
situazioni si verificano anche nel campo
dell’informazione e dell’elaborazione e conservazione dei dati. Nella sua
odierna attualizzazione il comandamento riguarda
anche il modo in cui si rilasciano certificati, nonché
l’intenzione con cui i giornalisti mettono in pubblico la vita privata degli
altri.
Ogni giorno,
attraverso la stampa, la radio e la televisione, la scena pubblica della nostra
vita diventa un tribunale. Non di rado il giornalista vi svolge il ruolo di
pubblico ministero, accusa, adduce testimoni e
richiede la pena. Una volta si diceva: È cosa terribile cadere nelle mani
del Dio vivente (Eb 10,31). Oggi molti siamo quotidianamente costretti a
sperimentare quanto sia spaventoso cadere nelle mani
degli uomini. Non è fuori posto dunque mettere l’ottavo comandamento anche in relazione al rispetto che gli strumenti di comunicazione
sociale devono avere della sfera privata e personale degli individui. Il
richiamo alla verità non autorizza a danneggiare in qualunque modo la vita,
l’onore, la professione e la libertà di un uomo, fintanto che il bene comune
non lo richiede.
Non tutto ciò che
è vero va manifestato, fintanto che esso non pregiudica la libertà altrui. Quel
che diciamo deve essere vero, ma non abbiamo l’obbligo di dire tutto quello che
è vero.
Alcuni fanatici della
verità vanno fieri di sé perché dicono in faccia a tutti quel
che pensano di male sul loro conto. Certo, a volte è necessario parlare con
coraggio.
Un uso della
verità che ha nell’amore il criterio supremo, richiede molto tatto. Bisogna
fare in modo che la verità, anche quando fa male, in ultima analisi edifichi e
non distrugga, che infonda coraggio e non deprima. Tutto questo ha un’elevata rilevanza pedagogico-morale.
L’ottavo
comandamento - visto nel contesto di tutta
Proprio sotto questo aspetto può essere utile richiamare l’avvertimento di
Gesù: Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio con cui
giudicate, sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete
misurati (Mt 7,2s). La prospettiva escatologica è evidente: Come tu fai agli altri Dio farà a te. Viceversa dobbiamo dire: Come
Dio fa a me, così io faccio a te. Dio mi ha perdonato, è stato magnanimo
con me, perciò sarò anch’io magnanimo nel perdonare gli altri. Perdonatevi a vicenda come Dio ha perdonato a voi
in Cristo (Ef 4,32). Ovviamente non possiamo dire tutto questo finché non
abbiamo smesso di danneggiare gli altri.
Nono e Decimo comandamento
NON DESIDERARE
Il tema comune del
nono e decimo comandamento è la condanna del desiderio disordinato. Il male non
comincia con l’azione, ma nel cuore. In termini più precisi: i due comandamenti
non vietano solo il desiderio interiore, ma anche quei misfatti che non possono
essere perseguiti giuridicamente e che pure danneggiano chiaramente gli altri.
Il desiderio è un
fenomeno umano fondamentale, che fa parte dell’istinto di conservazione. È
normale che l’uomo desideri il cibo, la bevanda, l’indumento che scalda e fa
belli, nonché la casa che rappresenta un rifugio.
Un’esistenza umana
sana ha una sete profonda e quasi insaziabile di vita, e gli individui che si
dicono prematuramente contenti di quel che sono, hanno
rinunciato in pratica ad espandersi. Il desiderio di amore
e il desiderio d’una congrua proprietà sono di importanza fondamentale per la
maturazione umana, così come il desiderio di successo e di prestigio. Può
compiere cose grandi solo chi desidera appassionatamente. Temere in partenza i
desideri può avere effetti deleteri per l’uomo, perché può spingerlo troppo
facilmente ad essere rinunciatario.
L’Antico
Testamento descrive uomini con forti passioni, e lo stesso Nuovo Testamento non
manifesta alcuna simpatia per gli individui insensibili e freddi. Ricordiamo le parole dell’Apocalisse: Conosco le tue opere: tu
non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi
freddo o caldo. Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né
freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (3,15s). Gesù esorta
espressamente a desiderare: Tutto quello che domandate nella preghiera,
abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato (Mc
11,24). Quanto più grandi sono i nostri desideri, tanto più sicuramente la cosa
desiderata viene concessa. Viceversa gli uomini che
hanno scarsa fiducia in Dio vengono biasimati (cf. Mt 7,7-11; 21,22; Gv 14,13s; 15,7).
Anche la tradizione spirituale conosce il motivo del
desiderio divino di gratificare gli uomini. Ma questi
nella maggior parte dei casi non sono ricettivi nei confronti di ciò che Dio
vuole loro dare. Dio, essendo grande, dà di preferenza doni grandi; peccato che
noi poveri uomini abbiamo cuori così piccoli!
L’inno per la
festa dell’Ascensione canta: Aiutaci a bramare con santo
desiderio ciò che è là dove sei tu, Signore e Salvatore. I santi invitano
continuamente a coltivare desideri arditi. S. Agostino scrive: Chi non ha
desideri è muto davanti a Dio, per quanto alta risuoni la sua voce agli orecchi
degli uomini. Chi ha desideri canta in cuor suo, anche se la lingua tace.
Solo se l’uomo è un essere che desidera può espandersi pienamente.
Riconoscere
che l’uomo deve desiderare, bramare e aspirare in misura adeguata per potersi
sviluppare in maniera piena non significa ovviamente che egli debba
accondiscendere a qualsiasi specie di desiderio. Infatti il desiderio
disordinato sotto forma di avidità, ambizione, gelosia e sete di piaceri ha
effetti sinistri e deleteri. Dobbiamo perciò mettere in conto un’ambivalenza di
desideri; essi possono essere benefici o distruttivi.
Secondo il
racconto della Genesi il peccato originale dell’uomo
fu provocato dalla sua insoddisfazione e dal conseguente desiderio disordinato.
Gesù stesso
ricorda che non solo le cattive azioni contaminano l’uomo, ma anche il
desiderio disordinato che sta alla loro base (Mc
7,18.20-23).
La lettera di
Giacomo indica con chiarezza la capacità deleteria del desiderio disordinato: Da
che cosa derivano le guerre e le liti che sono in
mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle
vostre membra? (Gc 4,1).
Il desiderio di
una più intensa autorealizzazione e autoespansione può diventare tanto forte
che uno è pronto a superare molti ostacoli e anche a calpestare il diritto e la
felicità altrui.
Più tardi si prende però anche visione della forza distruttrice
del desiderio. Proprio per amore dell’autorealizzazione di tutti nella libertà
ci vogliono dei chiari ordinamenti, e questi comportano necessariamente con sé
dei limiti. Spesso ci vuole molto tempo prima che un
individuo conosca e riconosca tali limiti come benèfici e utili.
Occorre prevenire
certi processi che tendono a diventare incontrollabili, e canalizzare le
passioni in maniera tale che esse rimangano produttive
e non divengano deleterie.
Il desiderio
disordinato mette in pericolo l’alleanza della libertà, l’alleanza con Dio e
l’alleanza col prossimo. Esso infatti è la radice dei
diversi tentativi di mettere fuori gioco o addirittura di liquidare il fratello
rivale o di aumentare le proprie possibilità di libertà a spese degli altri.
Tale desiderio è la radice di molte atrocità. Il primo libro dei Re al cap. 21
ne descrive gli effetti deleteri nella storia di Nabot
di cui già abbiamo parlato spiegando il settimo comandamento. Ricordiamo anche
il peccato di Davide che prese per sé la moglie di Uria
e ne fece assassinare il marito (2Sam 11).
Ciò che occorre
opporre all’azione devastante del desiderio disordinato non
è la rimozione, ma una sollecita cultura, educazione, del desiderio.
La semplice
repressione delle pulsioni ha in ogni caso effetti negativi, che possono
manifestarsi anche sotto forma di individui scontenti
e inibiti. Non si tratta di reprimere, ma di purificare i desideri, non di
rimuoverli, ma di educarli.
I due comandamenti
non mirano a soffocare tutti i moti del desiderio, dell’aspirazione, degli
appetiti, delle passioni. Dio è interessato all’ordine interiore dell’uomo e i
due comandamenti invitano perciò a lavorare in questo senso. Dove
non ci si preoccupa di questa purificazione, lì spuntano uomini senza scrupoli
che, pur di raggiungere l’oggetto dei loro desideri, passano letteralmente sui
cadaveri. È spaventoso vedere quanto in fretta, oggi, tanti uomini ricorrano alla violenza quando qualcosa o qualcuno ostacola
il loro cammino.
Il desiderio può e
deve avere una forte vitalità, ma deve essere umano, cioè
in ordine.
La cultura del
desiderio comincia con il credere seriamente all’importanza del pensiero e del
volere. Bisogna prendere coscienza dell’effetto benefico dei buoni pensieri e
dell’effetto malefico dei cattivi pensieri e praticare una sana igiene della
fantasia e dei pensieri. La prima cosa perciò è l’atteggiamento interiore
dell’uomo.
Quando i testi
biblici parlano del cuore puro (Mt 5,7) non intendono
un cuore che non conosce ancora nulla della concupiscenza sessuale, ma pensano
a un cuore purificato, che è diventato chiaro e trasparente davanti a Dio, a un
cuore più orientato verso la volontà di Dio che verso i propri desideri
egocentrici, a un cuore che ha fatto proprio il desiderio di Dio.
L’ascesi
necessaria alla purificazione del cuore serve al potenziamento dell’io. Chi ha
imparato a resistere a stimoli disordinati sperimenta
un potenziamento della propria autocoscienza perché può dire con tutta
sincerità: non ho bisogno di questo e di quello.
Un’adeguata
educazione in questo senso è quanto mai preziosa. Essa è preziosa per i singoli
individui e il loro ambiente immediato ed è preziosa per la nostra società
libera e democratica perché ne va di mezzo la sua sussistenza. Proprio una
società libera in alto grado, ha bisogno di uomini
sovrani che sanno fare un determinato uso della loro libertà. Dovrebbe esser
chiaro che l’ascesi che qui proponiamo è un autocontrollo sereno, elastico e
veramente libero e liberante.
Teniamo presente
che esso non si costruisce da solo e che per raggiungerlo bisogna sostenere una
lotta impegnativa.
Non desiderare la donna d’altri
Dovrebbe essere
chiaro a questo punto che non è il desiderio in se stesso ad essere proibito.
Il comandamento mette piuttosto in guardia contro la distruzione egoistica del
matrimonio di un altro. Non può essere volontà di Dio che un uomo credente, per
amore della sua fede, si sforzi spasmodicamente di non
trovare bella e desiderabile una bella donna. Però è
importante che egli lasci volentieri che un altro si goda la propria donna, non
perché ne sia proprietario, ma perché è parte di lui stesso, forse, addirittura
la sua migliore metà nel senso letterale dell’espressione.
In discussione non
è solo il desiderio dell’uomo, ma anche quello della donna: il comandamento
vale per ambedue i sessi.
Ricordiamo
quanto ha detto Gesù: Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio;
ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso
adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5,27).
Oltre alla buona educazione, alla buona volontà e a tutte le forze
umane, l’uomo deve affidare il proprio appetito disordinato all’amore salvante
e ordinante di Dio che conosce l’uomo meglio di quanto l’uomo conosca se
stesso.
Non desiderare la roba d’altri
Il decimo comandamento condanna
l’avidità, la volontà disordinata di avere, nonché
l’invidia per quello che gli altri hanno. Il comandamento non vieta il
desiderio di avere qualcosa di bello o l’indignazione perché un altro viene preferito ingiustamente, ma solo il desiderio di
modificare la situazione in modo tale che d’ora in poi gli altri siano poveri e
io sia ricco, io innalzato e gli altri perennemente abbassati e degradati.
La cosa qui vietata è non solo e non in primo luogo il
desiderio dal basso verso l’alto, bensì in primo luogo il desiderio
deleterio o insaziabile dei proprietari e dei ricchi.
Il comandamento
non riguarda coloro che hanno troppo poco e tanto meno
intende vietare la lotta per la giustizia sociale, ma ha chiaramente per
oggetto in primo luogo coloro che non hanno mai abbastanza.
Anche il NT parla
un lunguaggio assai chiaro circa questo
appetito disordinato. In relazione al possesso
dei beni materiali, per esempio, leggiamo nella prima lettera a Tito: L’attaccamento
al denaro è la radice di tutti i mali (6,10). Nella misura in cui i
singoli, i gruppi e le imprese economiche mettono in primo piano la volontà
disordinata di avere, ostacolano la libera espansione
degli uomini fatti a immagine di Dio.
Il decimo
comandamento non protegge solo l’altro dai miei appetiti disordinati, ma
protegge anche me dall’avidità famelica e dall’invidia che rode e consuma fino
a distruggere. L’una e l’altra cosa spesso fanno più male a noi stessi che agli
altri.
La nostra
industria consumistica punta decisamente sugli
appetiti naturali dell’uomo e li stimola intenzionalmente con la pubblicità per
trovare uno sbocco di mercato ai beni prodotti. A questo scopo solletica tutti i desideri possibili, facendo non di rado appello
in forte misura alla concupiscenza sessuale.
Che cosa può fare
un nullatenente, con scarsa capacità di autocontrollo,
quando lo si pone continuamente di fronte a una vasta gamma di beni di consumo
e lo si martella: Non sarai felice, se non avrai questo e quello! ?
Molti delinquenti,
per non dire la maggior parte, non sono vittime di quella campagna di seduzione
sistematicamente condotta, che noi chiamiamo pubblicità? Il cerchio si chiude
quando poi si girano film o si pubblicano libri, che descrivono con voluttà o
con ostentata indignazione morale queste tragedie umane e le rimettono così sul
mercato. Qui tocchiamo con mano alcuni tratti profondamente inumani della
nostra società, che stigmatizza poi in maniera
sorprendente solo le vittime della seduzione e non i seduttori. Si metta questo
comportamento a confronto con le parole di Gesù: Guai al mondo per gli
scandali!... Guai all’uomo per colpa del quale avviene
lo scandalo... Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in
me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da
asino e fosse gettato negli abissi del mare (Mt 18,7.6).
La nostra società
si concepisce sempre più come una pura società del bisogno, come una rete di
bisogni e della loro soddisfazione. Dove però la vita è comandata sempre più da
questa struttura del bisogno, lì diventa sempre più angusta e piccina. Lì c’è
bisogno dell’azione correttiva della fede, perché nella fede si esprime una
nostalgia che supera tutti i nostri bisogni.
Queste idee vanno
tradotte nella moneta spicciola del comportamento quotidiano. Già i
bambini devono imparare che non tutti i loro desideri possono venir soddisfatti. Bisogna insegnar loro a rinunciare a
qualcosa, altrimenti si educano individui smaniosi di soddisfare, seduta
stante, tutti i loro capricci, e questo atteggiamento
distrugge a lungo andare la loro vita e quella altrui. Viceversa, se il bambino
è educato a condividere le proprie cose con gli altri, anche più tardi
sopporterà più facilmente le frustrazioni della vita.
Il miglior rimedio
contro l’invidia e le altre pulsioni disordinate è ancora e sempre la
generosità. Nell’educazione alla generosità non bisogna però esagerare. Non è
bene educare i bambini solo a dare; bisogna anche avviarli a saper disporre dei loro beni nel proprio interesse.
Ma l’importanza del decimo comandamento è ancora una
volta più profonda. Esso si riallaccia in modo particolare al primo. Il
desiderio di possedere può infatti diventare così
violento da trasformarsi in idolo, da occupare il primo posto nel cuore e da
contendere tale posizione a Dio. Ma allora si verifica
quello che abbiamo constatato all’inizio: i surrogati di Dio rendono schiavi,
precipitano l’uomo nell’eterna gara fatta di desiderio e di soddisfacimento del
desiderio. La libertà e la vita esistono in ultima analisi solo presso Dio, che
è più grande di tutto quello che possiamo raggiungere
sulla via dell’avere.
Gli ultimi
comandamenti in fondo ci dicono quindi che non dobbiamo lasciarci avvincere in
maniera assoluta da alcuna realtà mondana. Dio solo può avanzare pretese
assolute.
Vivere insieme
nella libertà di Dio: ecco il programma che ci propongono
i comandamenti.
Preghiamo con il Sal 119: Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie
della tua legge (V. 18). Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché
hai dilatato il mio cuore (V. 32). Mia eredità per sempre sono i tuoi insegnamenti, sono essi la gioia del mio cuore (V.
111). Scaturisca dalle mie labbra la tua lode, poiché mi insegni
i tuoi voleri. La mia lingua canti le tue parole, perché sono giusti tutti i
tuoi comandamenti (VV.. 171-172).