BIBBIA
E PREGHIERA
(Pedron
Lino)
Proclamazione
liturgica e "lettura sacra"
È necessario
che tutti... conservino un contatto continuo con le Scritture, mediante la
sacra lettura e lo studio accurato... onde apprendere "la sublime scienza
di Cristo" (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo" (Dv 25). L’accoglienza di questa esortazione condiziona in
gran parte il successo dell’opera di rinnovamento intrapresa dal Concilio.
La riforma
liturgica, senza una parallela catechesi biblica, si risolverà in un insuccesso
sul piano pastorale: avremo dei riti rinnovati, ma non una attiva,
cosciente e piena partecipazione ad essi.
La parola di Dio
deve diventare "buona notizia" accolta con gioia nel cuore
perché "è vano predicatore della parola di Dio all’esterno, colui che
non l’ascolta di dentro" (s. Agostino). La "lettura
sacra" è la fonte a cui attingere il fervore e la piena fecondità
spirituale.
Il cristiano deve
ritrovare l’equilibrio tra preghiera liturgica e preghiera privata: tra di esse
c’è una profonda unità. È su questa linea che vorremmo mettere in luce la
continuità vitale che lega tra loro questi due momenti della vita cristiana:
l’ascolto della Parola nelle celebrazioni ecclesiali e la lettura privata del
testo sacro.
Primato
dell’ascolto ecclesiale.
La proclamazione
liturgica rimane il luogo e il mezzo privilegiato del contatto col testo sacro.
Lì ci viene data nella sua pienezza
Altrettanto si
deve dire per la lettura privata della Bibbia. Il testo deve essere letto con
lo stesso Spirito con cui è stato scritto.
Chiunque vive
nella chiesa prende il messaggio biblico dalle mani di colei che lo possiede
nella sua integrità vivente, è interpellato da una Parola divina in cui Dio
stesso è presente.
Ma questo carattere
vivente della Parola nel seno della chiesa, dovunque la si accosti, non
distrugge la priorità di quell’ascolto che si ha nella liturgia dove la
presenza del Signore raggiunge il suo apice. Ogni lettura personale del testo
sacro trova il suo punto focale nell’ascolto liturgico: come preparazione ad
esso o come prolungamento.
La
"lettura divina" preparazione all’ascolto liturgico.
Come preparazione
anzitutto. Chi ascolta deve comprendere, deve afferrare con fede illuminata il
messaggio che Dio gli trasmette, deve spalancare l’anima a Colui che gli si
dona nella sua Parola. È possibile fare questo per chi non ha mai preso in mano
Lo stesso discorso
vale per il Pane eucaristico. Ricevuto senza preparazione, il "Pane di
vita" non vivifica più: Dio si arresta davanti alle porte chiuse.
Approfondimento
e personalizzazione.
Il testo biblico,
anche se accompagnato dall’omelia, non rivela tutte le sue ricchezze a un primo
ascolto: tanto meno riesce a calarsi vitalmente nel vivo dell’esistenza di
ciascuno. Un ascolto vitale esige un ripiegamento amoroso, calmo, meditato,
personale sul testo. Non basta nutrirsi, bisogna ruminare e assimilare.
La "lettura
divina" è il naturale complemento della proclamazione ecclesiale.
L’approfondimento
deve diventare "personalizzazione". La liturgia è un incontro
comunitario con Dio. A questo deve seguire l’incontro personale con Dio.
Dall’armoniosa fusione dei due elementi nasce l’equilibrio cristiano. La parola
di Dio non sfugge a questa legge. Dio non parla soltanto al popolo: interpella
anche personalmente me. Quello che prima il Signore ha detto a tutti ora lo dice a me.
L’
esperienza di san Gregorio
Magno (+604).
Come papa, ha
spezzato quotidianamente il pane della Parola al suo popolo nelle celebrazioni,
come monaco ha fatto della "lettura divina" uno dei cardini
della sua giornata, come santo ha saputo fondere le due cose in unità perfetta.
Nel momento comunitario egli sente che mentre illumina
Nel momento
personale gli sembra di fare l’esperienza opposta. La lettura segreta e
solitaria lo introduce nei segreti del testo e gli permette di assaporare la
parola di Dio. "Spesso poi, per grazia del Signore onnipotente, nella
sua parola talune cose si comprendono meglio quando essa viene letta
privatamente e l’animo consapevole delle proprie colpe ripensando a ciò che ha
udito, si colpisce con il dardo del dolore, si trafigge con la spada della
compunzione: unico suo conforto sono le lacrime e
lavare le macchie (della coscienza) con un pianto dirotto. Mentre
si trova in questo stato avviene che talora lo spirito si senta rapito alla
contemplazione di realtà più sublimi e per il desiderio di esse si strugge in
un pianto soave".
Si notano alcune
reazioni dominanti dell’anima in ascolto: compunzione per le colpe, rapimento
contemplativo, struggente nostalgia del cielo.
"Lettura
divina": il termine e la sua portata espressiva.
L’espressione "lettura
divina" o "lettura sacra" trova un largo uso negli
scritti dei Padri del IV e del V secolo, in massime luminose e incisive, come
le seguenti: "L’animo si nutra quotidianamente della divina
lettura" (s. Girolamo). "Perché tu possa nutrire il timore di
Dio con la divina lettura e il colloquio serio" (s. Agostino).
"Attendiamo dunque alla divina lettura" (s. Ilario).
La loro dottrina
riguardo alla "lettura divina" è guidata da una
idea-forza ripetuta con insistenza martellante: se nella preghiera
l’uomo parla a Dio, prima ancora nella lettura Dio parla all’uomo: "Gli
parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli
divini" (s. Ambrogio). "Preghi?
Sei tu che parli allo Sposo. Leggi? È lui che ti parla" (s. Girolamo).
Guigo il Certosino definiva così la "lettura
divina": "Scrutare accuratamente le Scritture con piena
attenzione dell’animo". E un autore moderno: "La "lettura
divina" è una lettura pregata" (Leclercq).
Bouyer ne ha tentato una descrizione più dettagliata:
"È una lettura personale della parola di Dio, durante la quale ci si
sforza di assimilare la sostanza; una lettura nella fede, in spirito di
preghiera, credendo alla presenza attuale di Dio che parla nel testo sacro,
mentre il credente si sforza di essere egli stesso presente, in uno spirito di
obbedienza, di completo abbandono alle promesse e alle esigenze divine".
La "lettura divina" ci rende familiari le cose di Dio e
travasa in noi i pensieri e la mentalità di Dio. Non è speculazione astratta e
fredda, non è curiosità, non è studio fine a se stesso. È ricerca seria,
approfondita e perseverante della Verità. È preghiera ed è tenerezza. Questa
lettura è detta "divina" non solo perché è lettura del libro
di Dio, ma anche perché lettura fatta a cuore a cuore con Dio, gustando le cose
di Dio, realizzando un contatto personale con Dio. Si esperimenta così la
verità enunciata dal salmo 34: "Gustate e vedete quanto è buono il
Signore".
Accanto al lavoro
intellettuale, che pure è necessario, bisogna porre quello affettivo: e al di
sopra di essi la luce della fede che li trasfigura entrambi e permette
all’anima di penetrare nell’universo divino.
Data la serietà e
l’impegno che caratterizzano questa lettura, non ci sorprende più l’enorme
fiducia nella sua efficacia spirituale che gli antichi le attribuivano. "L’esperienza della lettura sacra acuisce la sensibilità del
lettore, aumenta la capacità di comprenderla, scuote dal torpore, allontana
l’ozio, dà ordine all’esistenza, corregge le cattive abitudini, provoca un
pianto che fa bene e trae dal cuore compunto le lacrime... frena le chiacchiere
e le banalità, accende il desiderio di Cristo e della patria celeste. La
lettura sacra deve sempre accompagnarsi all’orazione ed esserle intimamente
unita, perché dall’orazione siamo purificati e dalla lettura
istruiti. Così chi vuole essere sempre con Dio deve pregare di frequente
e di frequente leggere: quando preghiamo infatti siamo
noi che parliamo con Lui e quando leggiamo è Lui che parla con noi. Chiunque
cerca la perfezione deve progredire nella lettura, nella preghiera e nella
meditazione. Leggendo si impara ciò che non si conosce, meditando riteniamo ciò
che abbiamo imparato, con la preghiera otteniamo di vivere ciò che abbiamo
ritenuto. La lettura delle Sacre Scritture ci offre un duplice dono: rende più
perspicace la comprensione dell’animo e conduce l’uomo, dopo averlo strappato
alle vanità del mondo, all’amore di Dio..." (Smaragdo).
Le idee-forza
che guidano la lettura.
È il pensiero che
guida la vita; sono le concezioni di fondo che comandano le applicazioni
pratiche. Si tratta di cogliere quelle grandi visuali di fede in cui gli
antichi hanno colto il messaggio che Dio ha consegnato alle Scritture.
a) La maestà
della Scrittura.
Cos’è per gli
antichi
Non si tratta di
scienza speculativa, ma di scienza della salvezza: è una conoscenza ordinata
alla vita, capace di trasformare tutto l’uomo interiore, di rifare le forze del
nostro cuore. "Tutta
Qualunque
linguaggio umano impallidisce davanti alla trascendenza della Parola, davanti
alla "Maestà delle Scritture" (Ruperto).
b) Un bacio di
eternità.
Rabano Mauro non esita a dire che
Meditando le
Scritture lo sguardo di fede si applica a scoprire lo stesso Verbo e nella
contemplazione lo raggiungiamo. "La mente è sollevata da uno spirito di
eternità a contemplare i divini misteri come attraverso delle fessure" (Ambrogio
Autperto). Lo spirito è sollevato talmente al di
sopra di sé "da essere rapito sino alla casa del Padre" (Pietro
Lombardo). È un itinerario affascinante che introduce già l’anima in una zona
divina, ma che ha il suo punto di partenza nella lettura dei libri sacri. Ruperto dice che noi, che abbiamo tra le mani
c) Libro
vivente.
Parola viva, Libro
vivente: esso è Cristo Gesù, oggetto di tutte le Scritture. Ma la tradizione
considera come vivente lo stesso testo scritto della Bibbia. Questa profonda
intuizione di fede sgorga dal concetto di "ispirazione". I
Padri considerano il fatto dell’ispirazione non soltanto come qualcosa che ha
agito un giorno sugli agiografi dando origine ai testi ispirati; ma anche come
un influsso perenne e sempre attuale che agisce all’interno degli stessi Libri,
i quali sono e rimangono ispirati. Quello Spirito che un giorno ha dettato
Parola vivente,
Certo, gli
strumenti di cui lo Spirito si è servito, da Mosè a Giovanni, sono morti; il
loro compito è terminato. Ma non è terminato quello del Verbo di Dio e del suo
Spirito. È Lui, presente in ogni pagina che ci parla ancora dispiegando la sua
forza, toccando il fondo delle nostre anime.
Lo Spirito è
contemporaneamente presente nella Bibbia e in chi la legge. "Come lo
Spirito di vita tocca l’animo del profeta, così tocca l’animo del lettore"
(s. Gregorio Magno).
Il Concilio
Vaticano II nella DV 8 dice che per mezzo dello Spirito la voce del vangelo
continua a risuonare viva nella Chiesa. Non è una Parola che appartiene al
passato: "Dio che ha parlato in passato, non cessa di parlare".
d) Forza divina
di salvezza.
Appunto perché
continuamente vivificata dalla presenza dello Spirito,
La parola di Dio
nella Bibbia si presenta carica di forza creatrice. Le creature rispondono al
suo appello collocandosi al loro posto nel cosmo (Gen 1). Ha una forza
irresistibile perché è connessa con il soffio - spirito di Dio: "Io
sono Colui che dice all’oceano: prosciugati; Io inaridisco i fiumi" (Is 44, 27). I vangeli ci presentano Gesù che comanda ai
venti e alle acque, alla febbre e ai demoni, e il suo imperativo è potente,
irresistibile.
Sulla bocca di
Gesù questa potenza raggiunge il suo culmine. La sua Parola ha un potere che
ridona la vita a Lazzaro (Gv 11, 44), che rinnova in un istante le carni
disfatte di un lebbroso (Lc 5, 13), che
ricostruisce un’esistenza e rinnova l’intimo di un uomo con la sua parola
efficace di perdono: "Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (Lc 5, 20). Egli ha percorso le vie della Palestina e "fu
profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo"
(Lc 24, 19).
Cristo risorto
continua a vivere nella sua Chiesa e con lui rimane la sua parola che è oggi la
parola del Cristo glorificato. La sua parola non è debilitata, ma al contrario
è incrementata perché "è stato costituito Figlio di Dio con potenza
secondo lo Spirito di santificazione, mediante la risurrezione dai morti" (Rm 1, 4). Sotto l’influsso dello Spirito,
Viva, efficace,
tagliente, penetrante: l’incalzare di questi aggettivi conferisce al ritmo
stesso della frase una forza impressionante, fedele riflesso dell’energia della
parola che salva. Essa è il seme incorruttibile da cui rinascono i figli di Dio
(
"Sacre
veramente queste lettere (
Non è il suono
materiale delle sillabe che immette in noi questa forza divina di salvezza: non
è una formula magica come le parole delle fattucchiere.
e) Mistero
inesauribile.
"Stupenda
profondità delle tue parole... Stupenda profondità, mio Dio, stupenda
profondità" (s. Agostino. Confessioni XII. 14, 17).
Miracolosamente fecondata dalla presenza dello Spirito,
"La
sacra Scrittura è ispirata da Dio e per questo è di tanto superiore alle
intelligenze più dotate di quanto queste sono inferiori a Dio: esse scoprono
della sua spirituale profondità solo quello che la divina bontà si compiace di
manifestare loro. Pertanto nessuno è così perfetto nella conoscenza della Scrittura
da non poter progredire ulteriormente perché ogni progresso dell’uomo rimane
sempre al di sotto dell’altezza della divinità che ispira" (s. Gregorio Magno).
Questa
constatazione mette l’uomo in un atteggiamento di profonda umiltà di fronte
alla Parola, ma non scoraggia la sua ricerca. Al contrario la stimola. Ad ogni
lettura te la ritrovi davanti come un universo nuovo da scoprire. "In
qualche modo
Non bisogna
pensare che l’agente della crescita sia l’uomo col suo sforzo soggettivo di
penetrazione. L’agente della crescita è lo Spirito di Cristo
"per mezzo del quale la viva voce del vangelo risuona nella Chiesa, e
per mezzo di questa nel mondo. È Lui che
introduce i credenti a tutta intera la verità e fa abitare in essi
abbondantemente la parola di Cristo" (DV
8). Solo lo Spirito può spalancare gli occhi dell’uomo
interiore. "Non possiamo arrivare a comprendere
"La chiesa
ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del
Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del
pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del corpo di Cristo, e di
porgerlo ai fedeli" (DV 21). Ai discepoli di Emmaus Gesù "spiegò
loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui... Quando fu a tavola con
loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò, e lo diede a loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero" (Lc 24, 27-31). Solo l’operazione sovrana
della sua grazia può produrre questa intelligenza: non sono in gioco l’abilità
dell’esegeta, l’acume del suo ingegno o la profondità della sua cultura, ma
l’atto onnipotente di Cristo che "parla al nostro cuore e ci introduce
in tutta la verità per mezzo del suo Spirito" (Ruperto).
Solo Lui può spezzare l’involucro esterno della sua Parola. E quando il mistero
si svela è Cristo che si rivela. Il passaggio all’intelligenza della Scrittura
è un passaggio alla vita nel Cristo. Quando si apre
f) Questo unico
libro è Cristo
L’
Antico Testamento è un pedagogo
che conduce al Cristo (Gal 3,24), una storia che trova in Lui la sua peripezia
decisiva, una Parola che si condensa in Lui diventando persona, una rivelazione
che attinge in Lui la sua chiarezza definitiva.
Leggere
Ma
Cristo "compie"
le Scritture, ricapitola la storia sacra e condensa in sé
Cristo ci offre
"tutta
Tutto questo è
gravido di conseguenze per la lettura della Bibbia. Non si tratta di leggere un
libro, ma di cercare Qualcuno: "
"La sacra
Scrittura è il petto di Gesù" (Goffredo d’Admont):
come Giovanni nell’ultima cena ha posato il capo sul cuore di Cristo, così gode
dello stesso privilegio chi trova il senso di Cristo nelle Scritture. "L’anima
assetata prolunga volentieri il contatto con le Scritture, perché è certa di
trovarvi Colui di cui ha sete" (s. Bernardo).
Certo,
l’esperienza di Cristo nella Bibbia non è continua. L’anima conosce alternanze
di luce e di ombra, di gioia e di angoscia: "Il Verbo ora va e ora
viene" (s. Bernardo). Quando egli si assenta, si attende con paziente
desiderio che ritorni. È un’alternanza che accompagna del resto ogni autentica
esperienza religiosa.
Le disposizioni
concrete che animano la lettura.
Se
Prima di dedicare
a ognuno di questi aggettivi un paragrafo a parte, è bene fare un cenno alle
disposizioni ascetiche che preparano remotamente alla lettura.
a) Attitudini
ascetiche che dispongono alla lettura.
1) Purezza di
cuore.
È un termine
sintetico: indica l’assenza di ogni affetto delle creature che distolga
dall’amore di Dio e dal senso della sua presenza. Sono le disposizioni morali
che rendono il soggetto un terreno accogliente e recettivo alla Parola, sulla
linea della parabola evangelica del seminatore (Lc 8,
4-15). È libertà totale in vista di una dedizione totale all’amore di Dio.
"La verità non si manifesta all’impuro,
2) Fede e
umiltà
L’intelligenza,
illuminata dalla fede e investita dai doni dello Spirito Santo, soprattutto da
quelli dell’intelletto e della sapienza, giunge a una conoscenza vitale. Vitale
perché è uno sguardo capace di riconoscere nelle Scritture il Cristo. E chi
conosce Lui entra nella vita.
Occorrerà
soprattutto pregare. "La cosa più importante è pregare per
comprendere" (s. Agostino). È essenzialmente un’attività
contemplativa: "Cercare sé in Dio e Dio in sé" (Pietro della
Cella).
C’è poi l’esigenza
di una "pia umiltà" (Alcuino) o
dell’umiltà del cuore. È troppo grande la parola di Dio e noi siamo troppo
piccoli perché si possa accostare con una qualunque pretesa o orgoglio
intellettuale. È eloquente a questo proposito l’esperienza di
sant’Agostino: "Stabilii di applicarmi allo studio della Scrittura per
vedere che cosa fosse. Ed ecco che vi trovo una dottrina non
comprensibile per i superbi, né chiara per i fanciulli, ma all’inizio umile,
poi sublime e velata di misteri. Io non ero in grado di penetrare in essi, o di
piegare la fronte dietro i suoi passi. Quando infatti
mi applicai alla Scrittura, non la pensavo come ora; perciò mi parve indegna di
essere paragonata con la dignità tulliana. Il mio orgoglio rifuggiva da quella
maniera di esprimersi e il mio acume non penetrava nel suo intimo. Essa era tale da crescere assieme ai piccoli, ma io, gonfio di
superbia, mi volevo credere grande, sdegnando di essere ancora bambino" (Confessioni. III 5, 9).
Lo stesso
Agostino, altrove, condensa la medesima esperienza in una sola espressione: "Da
superbo osavo cercare ciò che solo l’umile può trovare" (Serm. 53).
Come davanti a
Gesù di Nazaret, che si rende solidale con la nostra condizione umana, non
dimentichiamo la grandezza del Dio vivente di cui egli è sacramento, così di
fronte alla povertà del linguaggio umano in cui egli ha umiliato la sua
Sapienza, non dimentichiamo la trascendenza e la santità della Parola divina
che vi si è incarnata perché la potessimo comprendere. "Nella
sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio,
si manifesta l’ammirabile condiscendenza dell’eterna Sapienza affinché
apprendiamo l’ineffabile benignità di Dio e quanto egli, sollecito e provvido
nei riguardi della nostra natura, abbia contemperato il suo parlare.
Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane,
si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell’eterno
Padre, avendo assunto le debolezze della natura umana, si fece simile agli
uomini" (DV 13). Ammirando la condiscendenza di Dio che si abbassa
appunto perché è l’Altissimo, assieme alla riconoscenza sentiamo crescere nel
cuore l’umiltà.
3) Pacato
sforzo di raccoglimento.
Per mettersi in
religioso ascolto occorre un clima di silenzio e di calma interiore. Occorre
essere presenti con tutto se stessi davanti a Colui che ci parla. L’attenzione
totale si traduce in una adesione piena e in un
abbandono totale non a un testo, ma a una Persona. Si capitola senza condizioni
davanti a Dio che parla.
b) Lettura
assidua.
"Ecco
verranno giorni - dice il Signore - in cui manderò la fame nel paese, non fame
di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore"
(Am 8, 11). L’uomo spirituale è un affamato e un assetato: e solo la parola di
Dio può saziare questa brama. La fame della Parola è un’esigenza dell’amore;
l’arsura che accende questa sete è l’ardore della carità. La mancanza di
lettura è digiuno insopportabile che debilita la vita dello spirito. L’uomo
reca in sé un bisogno incoercibile di conoscere. Tutto ciò che si riferisce
alla persona amata riveste un interesse vivo e diventa oggetto di appassionata
ricerca. "O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la vita ad
ascoltarti... per imparare tutto da te... fissarti sempre e starmene sotto il
tuo grande splendore" (suor Elisabetta della Trinità). Il
Concilio ci esorta: "Conservino un contatto assiduo con le Scritture,
mediante la sacra lettura assidua e lo studio accurato" (DV
25).
Il dottore della
"lettura", san Girolamo, condensa la sua esperienza nella
celebre esortazione: "Ti sorprenda il sonno mentre tieni in mano il
volume, la pagina santa accolga il tuo viso cadente". Si prende il
sonno con il rimpianto di non poter leggere ancora.
Se il cuore è
inondato di amarezza, basterà una pagina sacra per dissiparla.
E tutto ciò non è
appannaggio esclusivo delle vergini consacrate o dei monaci: è un ideale per
tutti. È a un laico, al medico dell’imperatore, che san
Gregorio Magno rivolge, con una lettera giustamente famosa, questo invito:
"Cerca dunque di meditare ogni giorno le parole del tuo Creatore.
Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio,
perché tu possa desiderare più ardentemente i beni eterni e con maggior
desiderio la tua anima si accenda dei beni del cielo" (Epist.
IV. 31, 54).
L’assiduità della
lettura conduce alla familiarità con Dio. Non ci si può avventurare nella
Bibbia da turisti: bisogna diventare abitanti, viverci dentro. È una comunione
permanente con
c) Lettura
sapienziale.
Il contenuto
globale del Libro sacro è il mistero della salvezza.
Lo studio è il
frutto di una tecnica umana di ricerca che sfocia in una "scienza";
la "lettura" è un dono della grazia, accolto in un clima di
preghiera, che sfocia in una "esperienza". Le due cose non si
oppongono: esigono al contrario di integrarsi. Ma la prima è finalizzata alla
seconda.
L’intelligenza
delle Scritture è un dono dello Spirito Santo, un dono che Dio accorda di
preferenza ai puri e ai semplici di cuore: "La semplicità penetra Dio e
lo capisce" (Imitazione di Cristo).
La sapienza delle
Scritture è il gusto sperimentale, l’assaporare la divina Parola, il godimento
della bontà di Dio: "Gustate e vedete quanto è buono il Signore"
(Sal 34, 9).
È lo Spirito di
intelligenza e di sapienza che crea in noi questo"gusto", questa
esperienza. "Ci sono delle cose in cui l’intelligenza non
capisce nulla se manca di una collaterale esperienza" (s. Bernardo).
E
d) Lettura
dialogica.
La "lettura
divina" è una lettura fatta a due. Quando leggo è Lui che mi parla,
quando prego sono io che gli rispondo. Dio non si accontenta di lasciarsi
cercare dall’uomo: è Lui che ha il primato di ogni iniziativa. Non è stato
Israele a scegliere Dio, ma Dio a scegliere Israele (Dt
4, 34), non siamo stati noi a scegliere Cristo, ma è lui che ha scelto noi (Gv
15, 16): "Egli ci ha amati per primo" (1 Gv 4, 19). Il poeta persiano Eddin Attar esprime così la sua esperienza religiosa: "Per
trent’anni camminai alla ricerca di Dio. Quando
alla fine di quegli anni aprii gli occhi, mi accorsi che era Lui che mi
cercava". Lo stesso va detto di quella realtà primordiale che è
Da ciò deriva
l’attitudine fondamentale dell’ebreo e del cristiano: ascoltare.
"La
lettura... va accompagnata dalla preghiera affinché possa svolgersi il
colloquio tra Dio e l’uomo, perché quando preghiamo parliamo con Lui; Lui
ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini" (DV 25). Lettura e preghiera sono così i due momenti
correlativi di un unico atto, le due componenti del dialogo. Da sempre si
afferma che la preghiera è un dialogo, ma spesso, nella pratica, diventa un
monologo: ci preghiamo addosso. Se poi i dialoganti sono molto diversi per
condizione e dignità, spetta al più degno introdurre e allacciare la
conversazione. L’iniziativa non può essere che di Dio. Ciò che maggiormente
conta è quanto dice Lui. Pregare è dunque, anzitutto, ascoltare: ascoltare Lui
che parla nella Scrittura. Per questo è inconcepibile una preghiera cristiana
che non abbia nella Bibbia il punto di partenza. Ed è altrettanto inconcepibile
una lettura della Bibbia che non sfoci in ultima istanza nella preghiera.
Ciò presuppone due
condizioni: cogliere la presenza di Dio nella sua Parola; e che
Nella vita di s.Ilarione, Girolamo scrive: "Dopo le orazioni e il
canto dei salmi, recitava le Scritture, che conosceva a memoria, come se avesse
visto Dio innanzi".
Quando prendiamo
tra le mani il Libro sacro, l’interlocutore è presente innanzi a noi come un
"Tu" divino, pronuncia per noi in quel momento quelle parole,
per intessere un dialogo d’amore, per afferrare la nostra vita e inserirla
nella sua.
Il vangelo ci
presenta il modello più suggestivo di questo ascolto (Lc 10, 39): Maria seduta ai piedi del Signore. Beve avidamente
e) Lettura
impegnata.
Lettura assidua
alimentata da una fame che si innesta sull’amore, conoscenza sapida gustata in
un’esperienza interiore, dialogo col Dio vivente che prorompe in preghiera:
così è apparsa la lettura nei paragrafi precedenti. Ma ne manca ancora uno, forse il più decisivo. La preghiera non esaurisce la
risposta dell’uomo al Dio che gli parla. Non bastano le parole e neppure gli
affetti. Ci vuole la concretezza degli atti. Si risponde con tutta la vita.
Dio parla: l’uomo
ascolta e gli risponde. È la preghiera.
Dio si rivela:
l’uomo accoglie la sua luce e impegna tutta la vita nella scoperta progressiva
del suo volto. È la fede.
Dio insegna:
l’uomo modella su quella Verità tutto il suo universo mentale. È "fare
la verità" (Gv 3, 21).
Dio, parlando,
liberamente si dona: l’uomo accogliendo il dono entra in comunione con Lui. È
l’amore.
Dio pone delle
norme: l’uomo modella su quello stampo tutta la sua esistenza. E quindi è in
gioco tutta la vita.
È
proprio questa la meta ultima dell’ascolto: l’"udire" diventa
"ubbidire": è la sottomissione totale alla Parola. L’accettazione della Parola si traduce in impegno che
afferra la vita.
Cristo entra nel
mondo col proposito dichiarato di fare "ciò che è scritto nel
rotolo del Libro a suo riguardo": "Ecco, io vengo - perché di me sta
scritto nel rotolo del Libro - per fare, o Dio, la tua volontà" (Eb
10, 7). Là si trova il programma che il Padre ha tracciato per Lui. Farà tutto
e solo quello, dando a quelle parole tutto il loro contenuto: con la vita. Vive
e agisce "perché si adempiano le Scritture". L’ultima parola: "Ho
sete" uscirà dalle sue labbra "per adempiere
"Cristo
morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il
terzo giorno secondo le Scritture"
(1 Cor 15, 3-4). Tutto il progetto della sua vita,
morte e risurrezione è scritto in quel Libro divino: "tutto questo è avvenuto perché si adempissero le
Scritture" (Mt 26, 56). La vicenda di Cristo diventa norma per il
cristiano. È dalla Scrittura che attinge il progetto della sua vita. Anch’egli,
come il Maestro, vive secondo le Scritture, per adempiere le Scritture, per
fare la volontà del Padre (Mt 6, 10).
Un giorno
Francesco d’Assisi entra in una chiesa con messer Bernardo. Aprono il vangelo e
vi leggono successivamente tre inviti convergenti del Signore. "Vendi
quello che hai... Non portare nessuna cosa per via... Rinnega te stesso e
prendi la tua croce". Francesco conclude la lettura
con queste parole: "Ecco il consiglio che Cristo ci dà: va’ dunque e
fa’ compiutamente quello che tu hai udito" (Dai Fioretti, cap. II).
E lo fanno senza commento, perché è inutile conoscere i sacri versetti, se poi
non si passa all’azione. Francesco si autoproclamava "idiota",
privo di ogni preparazione scientifica, eppure hanno scritto di lui: "Là
dove la scienza professorale non riusciva ad entrare, penetrava invece la
sensibilità dell’innamorato" (s. Bonaventura.
Legenda maior, XI, 1).
Bisogna ripetere
che in questo impegno di penetrazione hanno un ruolo preponderante le facoltà
soprannaturali. Nel cristiano non c’è solo un’anima e un corpo: c’è lo Spirito
di Cristo. "È necessaria la grazia di Dio che
previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova
il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti la
dolcezza nel consentire e nel credere alla verità. Affinché poi l’intelligenza della rivelazione diventi sempre più
profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo
dei suoi doni" (DV 5).
Ognuno di noi è
una realtà unica, assolutamente originale ed irripetibile: "Il pensiero
creatore di Dio non si ripete mai" (Leclerq).
Il Maestro divino
dunque rivolge a ciascuno di noi un messaggio personale ed unico ma ce lo
trasmette attraverso il messaggio universale della Bibbia. "La rivelazione
pubblica, oggettiva, di Dio nella storia è anche la rivelazione delle sue vie
verso ciascuno di noi" (Dodd).
Il mistero di
Cristo si prolunga a due livelli: nella Chiesa intera, che è il Cristo
continuato nel tempo, e in ogni singola anima "piccolo microcosmo della
Chiesa perfetta" (Origene), ove palpita
tutta la vita del grande Corpo di Cristo diffuso nel mondo. "Tutto ciò
che accade alla Chiesa, accade anche a ciascun cristiano in particolare" (Pascal).
La cellula vive della vita del corpo; ogni esistenza cristiana attinge alla
fecondità del Corpo che è
Cristo,
Non sono due
realtà eterogenee: sono fatte per integrarsi l’una nell’altra.
La parola è uno
specchio che riflette la nostra immagine. È lo strumento per una spietata
analisi della nostra vita. Ci dà la chiave per decifrare la nostra esperienza.
Questa chiave è il volto di Cristo che ogni pagina della Bibbia ci riflette.
Egli è "l’immagine del Dio invisibile" (Col 1, 15), ma è nello
stesso tempo la nostra immagine perché Dio "ci ha predestinati ad essere
conformi all’immagine del Figlio suo" (Rm 8,
29). Quando leggo
Ma
"La parola
di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio: essa
penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i
pensieri del cuore" (Eb 4, 12).
L’immagine è di rara efficacia.
Una lettura in cui
Una
Parola intimamente sofferta, che va a trafiggere il cuore degli altri dopo aver
trapassato il mio: "Parlerò, si parlerò... perché la spada della
Parola di Dio anche per mezzo mio giunga a trapassare il cuore del prossimo. Parlerò, ma
Gli atti in cui
si articola la "lettura
divina".
"Mentre
leggo prego, e mentre prego contemplo" (Ugo
di Mortagne). La lettura fruttifica solo nella
preghiera contemplativa. E questa ha bisogno di radicarsi nella lettura per non
perdersi in fantasie inconsistenti o in un vano sentimentalismo. Come si
articolano i quattro momenti di cui diremo subito di seguito e come si situano
l’uno in rapporto all’altro? "È come se la lettura offrisse alla
bocca un cibo ancora solido, la meditazione lo masticasse e lo spezzasse, la
preghiera lo gustasse: la contemplazione poi si identifica con una dolcezza
che infonde gioia e ristoro" (Guigo II abate
+ 1188). L’immagine della manducazione esprime bene
qual è l’obiettivo che comanda tutto l’insieme: accogliere in sé
a) La lettura.
Il punto di
partenza è la lettura. Con essa mi metto in ascolto: è Dio che mi parla. È il
momento in cui ho la gioia di ascoltare la voce autentica di Dio. Occorre una
lettura attenta, calma, contemplativa. L’uomo moderno quando legge il più delle
volte è affrettato e quindi superficiale. La curiosità che genera la fretta è
uno dei maggiori ostacoli alla lettura della Scrittura. Leggere con calma: è
una condizione essenziale perché la lettura sfoci nella preghiera. La preghiera
è una di quelle cose che non si possono fare in fretta. Gli antichi
trascrivevano i codici a mano. I moderni trovano il libro già stampato. Loro si
tuffavano nel testo, noi facciamo sci acquatico.
b) Meditazione.
È un paziente
lavoro di analisi e di approfondimento. È una eco
intima della Parola, che continua a risuonare in fondo all’anima con dolce
insistenza. La meditazione è paragonata alla assimilazione
del cibo. Il cuore è la bocca in cui il testo viene masticato e ruminato. Si
soppesa ogni parola per capirla, imprimerla nella memoria e gustarne la
dolcezza, e trovarvi la gioia e il nutrimento dello spirito. San Francesco si
comportava così: "La memoria era il suo libro, perché l’amore ruminava
con continuo impegno ciò che non invano aveva udito una sola volta"
(Tommaso da Celano. Vita II, n° 102).
Questo metodo di lettura era stimato da Francesco più utile che percorrere
migliaia di trattati. S. Bonaventura ne dà la
motivazione: "Le parole della Scrittura vanno sempre ruminate per
poterle gustare con ardente applicazione dell’animo". Questa è la
condizione perché l’alimento della Parola sia assimilato e diventi cibo
dell’anima.
S.Girolamo descrive un tratto essenziale della sua esperienza
quando costata che "tutto ciò che aveva raccolto in sé con un lungo
studio, era diventato per lui una seconda natura, grazie a questa meditazione
quotidiana delle Scritture" (Epist, 127, 7).
La parola così assimilata, diventa una componente di noi stessi, modellando
pensieri, sentimenti e vita. E identificarsi con
La lingua batte
dove il dente duole. Alle labbra vengono spontaneamente i motivi delle
canzonette in voga, le parolacce e le bestemmie udite nei vari ambienti di vita.
Perché i salmi, che il popolo cristiano torna a cantare nelle assemblee, le
belle preghiere e le parole sante, non potrebbero fiorire durante il lavoro
sulle labbra di qualche contadino, artigiano, operaio, professionista? I testi
ritornano spontaneamente sulle labbra di chi li porta nel cuore e si premura di
fissarli ogni giorno più nell’intimo. Riaffacciandosi alla mente durante il
giorno si traducono in preghiera. Spesso un’improvvisa illuminazione proietta
su quelle parole una luce nuova e se ne percepisce il senso con una chiarezza
mai prima intravista. Non è la monotona ripetizione di testi ormai triti e
ritriti: è la gioiosa scoperta di una Parola sempre fresca e nuova.
c) Preghiera.
La lettura
meditata sfocia spontaneamente nella preghiera: anzi, è preghiera essa stessa.
La preghiera è
d)
Contemplazione.
C’è una
contemplazione che è alla portata di tutti e che è il coronamento naturale di
un cristianesimo vissuto seriamente. Contemplare è entrare in un rapporto di
fede con Dio che in Cristo ci ha rivelato il suo volto (Gv 14, 9). Ogni pagina
della Bibbia ci svela il volto di Dio. Essa è il libro dell’ammirazione e della
contemplazione perché spalanca davanti ai nostri occhi increduli le grandi
meraviglie di Dio. Contemplare è un atto semplice e spontaneo, ma ricco di connotazioni
religiose: stupore, ammirazione, riconoscenza, adesione, canto, lode... "Si
prova gusto a parlare con Te, ad ascoltarti... a ragionare con altri di
Te" (Giovanni di Fècamp).
Diamo
un quadro riassuntivo della contemplazione attraverso le pennellate di Giovanni
di Fècamp: "Molti sono i generi di contemplazione
mediante i quali, o Cristo, l’anima che si è votata a Te trova la sua gioia e
il suo progresso. Tuttavia
in nessuno di essi il mio spirito gode come in quello che, allontanando ogni
cosa, alza verso di Te, solo Dio, lo sguardo semplice di un cuore puro. Oh che
pace, che riposo e che gioia gode
allora l’anima tesa verso di Te! Mentre il mio spirito anela alla visione
divina e, secondo le sue possibilità, medita e proclama la tua gloria, il fardello
stesso della carne si fa meno opprimente, il tumulto dei pensieri si placa, il
peso della nostra condizione mortale e delle nostre miserie non rende più
ottuse come al solito le nostre facoltà. Tutto tace, tutto è calmo, il cuore
arde d’amore... L’anima è riboccante di gioia, la memoria di forza,
l’intelligenza di luce. E lo spirito intero, infiammato dal desiderio di vedere
la tua bellezza, si vede rapito nell’amore delle realtà invisibili.
Giunti a questo
punto non c’è altra tappa da superare: siamo alle soglie della visione. Siamo
all’ultima tappa di questo itinerario che parte dalla "lettura" e
giunge a questa stupenda intimità con Dio, al di là della quale c’è solo quella
contemplazione senza veli, oltre le parole e i simboli, che riempirà il giorno
eterno.
Nel concludere
vorremmo cedere ancora una volta la parola a s. Gregorio Magno, che in queste
pagine ha avuto il ruolo di protagonista. C’è nel suo epistolario una lettera,
diretta a Teodoro, medico dell’imperatore, che è un gioiello e merita di essere
riletta oggi: non come un documento del secolo VI, ma
come un messaggio che il grande papa fa giungere a ciascuno di noi, in questo
momento ricco e travagliato della storia della Chiesa, non senza analogie con
quello in cui egli è vissuto. Eccone la parte centrale:
"Poiché chi più ama più osa, ho un rimprovero da fare al mio
illustrissimo figlio Teodoro. Egli infatti
ha ricevuto dalla SS. Trinità il dono dell’ingegno, del benessere, della
misericordia e della carità ma si fa soffocare senza posa dalle questioni
profane, dai continui andirivieni e trascura così di leggere ogni giorno le
parole del suo Redentore. Cos’è
Ognuno di noi è
interpellato personalmente da questo richiamo.
"Ascoltate
oggi la sua voce: Non indurite il cuore" (Sal 95, 8).
"Sta
scritto: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca
di Dio" (Mt 4, 4).