LE BEATITUDINI:
(Pedron
Lino)
Dal Vangelo di Gesù secondo Matteo:
"Vedendo
le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i
suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: "Beati i
poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli
afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli
di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il
regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e,
mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi
ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi"" (5,1-12).
Le beatitudini
parlano innanzitutto di Dio stesso. Gesù sa bene qual è l’origine di quelle
esclamazioni di gioia che scaturiscono dal suo cuore. Non salgono soltanto dal
profondo della sua umanità, ma da qualcosa di più intimo. Quando proclama le
beatitudini, c’è in lui un tale fremito, una tale pienezza, che tutto il suo
essere riconosce la loro sorgente segreta: quel Dio-Amore che egli chiama Abbà, papà.
Leggere le
beatitudini significa leggere anzitutto il cuore di Dio, perché Gesù,
pronunciandole, descriveva il cuore di Dio. Quando parla,
Gesù parla innanzitutto del Padre. Quando propone le beatitudini alle folle,
Gesù svela loro il suo segreto, ciò che ha ricevuto di più prezioso: il cuore
stesso di Dio. Le beatitudini parlano innanzitutto di Dio, rivelando che egli è
povero, mite. Bisogna cominciare da qui, se non vogliamo fare delle beatitudini
quello che non sono: una cantilena romantica o un programma morale. È vero che
esse toccano il nostro cuore e la nostra sensibilità, come è vero che ci
invitano a cambiare il nostro modo di vivere, ma solo in un secondo momento,
cioè dopo che avremo riconosciuto che parlano anzitutto di Dio e dopo che
avremo esaminato onestamente tutte le qualità che esse attribuiscono a Dio.
Attraverso le beatitudini possiamo capire qual è il Dio che Gesù ci presenta,
vederne la vera immagine.
Il fatto di
credere in Dio non è un comune denominatore: bisogna vedere in quale Dio si
crede. Ci sono dei cristiani che hanno chiaramente compreso che il Dio di Gesù
Cristo è un Dio di fraternità, di mitezza e di bontà, come Francesco d’Assisi
ha lasciato trasparire in tutta la sua vita. Altri cristiani si dichiarano tali
e tuttavia con il loro comportamento si creano un Dio a propria immagine, che
non ha quasi più nulla a che vedere con il Dio di Gesù Cristo. Quello che
vogliamo osservare qui è il volto di Dio come Gesù ce lo dipinge nelle
beatitudini, e non quei ritratti sfigurati di Dio che troppo spesso siamo noi
cristiani.
Le beatitudini
parlano innanzitutto di Dio e ci dicono che egli è felice, e indicano la
ragione della sua felicità nei suoi modi di essere: egli è povero, è mite.
Il volto del
Padre, che Gesù mostra ai suoi contemporanei come togliendo un velo, è del
tutto diverso da quello che gli uomini avevano fino allora immaginato, e i suoi
ascoltatori l’hanno capito bene: gli uni per riconoscerlo con meravigliato
stupore, gli altri per rifiutarlo gridando alla bestemmia. L’Abbà è colui a cui ci si può affidare, con cui si respira e
a cui si può dire tutto: non smetterà mai di amarci, di comprenderci, di
aspettarci, senza mai forzare la nostra volontà, come il padre del figlio
prodigo che scruta l’orizzonte, ma non manda nessuno a cercare il figlio e
quando questi ritorna gli fa festa, voltando pagina sul suo passato. Non è
questione di padre o di madre, nel senso del carattere maschile o femminile:
questo Abbà è l’uno e l’altra nello stesso tempo. Non
è una madre che tiene legato affettivamente il figlio, ma una madre che lo mette
al mondo inviandolo verso la vita; non è un padre che vuole imporre il suo
nome, la sua immagine, la sua autorità, ma un padre che indica vie di libertà
al figlio e desidera che egli viva la propria avventura. Questo Abbà non vuole legami di dipendenza, ma rapporti liberi che
spingano continuamente il figlio a diventare autonomo e adulto. Quando si
insiste su una relazione con Dio che si richiama continuamente a obblighi e
doveri, si dà a Dio un volto diverso da quello che ci è stato mostrato da Gesù.
Dio Padre, che è amore, ha un solo desiderio: che gli esseri umani costruiscano
la propria vita e diventino anch’essi "amore", ciascuno a suo modo.
Dobbiamo dunque
rifiutare le immagini di un Dio-Padre che non corrispondono a quelle che Gesù
ci ha rivelato. Il Dio di Gesù è papà, è amore, è accoglienza.
Gesù ci rivela chi
è Dio e ci dice che Dio è felice di essere ciò che è: papà, amore, accoglienza.
E questo è il senso primo delle beatitudini e il loro messaggio fondamentale.
Qual è il
significato di Dio, della sua esistenza? È la sua felicità di essere in se stesso comunicazione e diffusione di amore; la sua felicità
di vedere altri esseri felici allo stesso modo. Non si possono affrontare le
beatitudini senza cominciare dal principio: Dio è la sorgente della felicità.
Leggendo ad una ad una le beatitudini, dovremo sempre
ricordare il fremito di gioia che invade Gesù quando le pronuncia, la gioia di
parlare del suo Abbà. E dietro ad ogni beatitudine
dovremo sempre vedere, come in filigrana, il vero volto di Gesù Cristo.
Il problema è
tutto qui: non dalla parte di Dio che ama, ma da parte dell’uomo che esita a
lasciarsi amare, che non vuole fidarsi subito, d’istinto, del suo papà. La
parabola del figlio prodigo è, in sostanza, la parabola del figlio che non
voleva essere amato dal padre. Lasciarsi amare da Dio, ritornare bambini (Mt
18,3; Mc 10,15; Gv 3,3) di fronte all’Abbà richiede
una morte totale a se stessi, che Nicodemo, come il giovane ricco, non ha
voluto affrontare. "Quando un bambino si sente amato
da Dio, accetta ogni cosa, perché la sua gioia è nell’amicizia di Dio.
Non cerca complicazioni inutili, e non lo dice a nessuno
perché è il suo segreto" (Patrice de
Ai cristiani è
stato instillato il terrore della morte e l’ansia di acquistare meriti per
riuscire a superare bene quel passaggio, presentato come spaventoso. Vediamo in quale prospettiva l’affronta il p. Augusto Valensin in una meditazione dell’11 settembre 1937: "Andrò
da lui e gli dirò: non faccio affidamento su nulla, se non nell’aver creduto
alla tua bontà. È questa infatti la mia propria
forza, tutta la mia forza, l’unica mia forza. Se essa mi abbandonasse, sarebbe
la fine perché non ritengo di valere soprannaturalmente
qualcosa; e se bisogna essere degni della felicità per ottenerla, non c’è che
da rinunciarvi. Ma più vado avanti, più mi accorgo che ho ragione a
rappresentarmi il mio Padre come l’indulgenza
infinita. I maestri di vita spirituale possono dire quello che vogliono,
possono parlare di giustizia, di esigenze, di timori: il mio giudice è colui
che tutti i giorni saliva sulla torre e scrutava l’orizzonte per vedere se il
figlio prodigo stava ritornando a lui. Chi non vorrebbe essere giudicato da
questo giudice? San Giovanni ha scritto: "Chi teme non è perfetto
nell’amore" (1Gv 4,18). Io non ho paura di Dio, non tanto perché lo
amo, quanto perché so di essere amato da lui. E non sento il bisogno di
chiedermi perché il Padre mi ama o che cosa ama in me. Del resto, avrei molta
difficoltà a rispondere; anzi sono del tutto incapace di farlo. Mi ama perché è
l’Amore; e basta che io accetti di essere amato da lui per esserlo realmente.
Ma bisogna che io compia questo gesto personale di accettazione. È la mia
dignità, è la bellezza stessa dell’amore che lo esige. L’amore non si impone,
si offre. Padre, grazie perché mi ami! Non sarò io a gridarti che sono indegno.
In ogni caso, amare me così come sono è sicuramente
degno di te, degno dell’amore essenzialmente gratuito. Questo
pensiero mi affascina e mi mette al riparo dagli scrupoli, dalla falsa umiltà
che porta allo scoraggiamento, dalla tristezza spirituale".
Ciò che conta,
nella vita di ogni persona, è questa morte positiva, questo abbandono in cui ci
si rimette all’Abbà. Nessuno può essere libero al
nostro posto; nessuno può abbandonarsi al Padre al nostro posto. Ma ognuno può
fare della sua morte un gesto di apertura all’Abbà,
una consegna ardente di sé, nella fiducia. E il segreto ultimo di ciascuno è il
suo modo di fare il passo, giorno per giorno durante la vita; il suo modo di
farsi avanti nell’ultimo giorno, di precipitarsi verso l’Abbà
con una fiducia decisiva, con il coraggio di dire "sì".
Tutto questo
richiede un’audacia appassionata. L’essere umano è stato spesso svigorito dalla
società che l’ha distratto, l’ha distolto il più possibile dalla morte, e ne ha
presentato un’immagine spaventosa o del tutto insignificante, al punto che è
diventato difficile morire da uomini, perché tutto porta
ad evitare di guardare in faccia la morte e di entrarvi liberamente. Il nostro
mondo invecchia non tanto perché la percentuale degli anziani, sul nostro
pianeta, è in continuo aumento, quanto perché ha perso quella capacità
dell’infanzia spirituale che consiste nell’accettare il reale, la vita e la
morte.
Possiamo
percorrere questa via dell’infanzia guardando all’Abbà
che, certo, è padre; ma nella vulnerabilità del suo amore è anche un bambino. L’ "eterna innocenza di Dio", di cui parla Claudel, lo rende simile a un bambino. Dio, se è possibile
dargli un volto, non può assomigliare che a un bambino.
L’
Abbà a cui ci si dona non è tutto zucchero e miele: è un
fuoco. "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra" ha detto
Gesù (Lc 12,49). È il fuoco di Dio quello che Gesù ha
acceso sulla terra. Spesso i mistici si sono paragonati a un legno incendiato
dal fuoco di Dio.
Dio è un pericolo,
è un incendio: allora ci facciamo un cuore non infiammabile, prendiamo tutte le
precauzioni perché il fuoco non riesca a introdursi in casa. Dio è fuoco perché
è l’Abbà a cui stanno profondamente a cuore la
persona e la libertà dell’uomo. Dio vuole attraversare il pesante schermo della
resistenza che noi opponiamo al suo amore; e soltanto il fuoco può compiere
questa morte-risurrezione, questa trasformazione profonda. Dio non solo si
rivela all’uomo di sua iniziativa ed è sempre il primo ad amare; Dio non solo
guarda l’uomo, scruta e conosce il suo essere, ma scende su di lui come
l’Amore, un amore appassionato, che è fuoco che penetra e invade il cuore.
Questa invasione
non ha nulla a che vedere con i nostri modi umani di conquistare e di vincere.
Questo fuoco è di una dolcezza sconcertante, ma è fuoco; è di una discrezione
straordinaria, ma è fuoco; è di una tenerezza meravigliosa, ma è fuoco; è di
una pace sconvolgente, ma è fuoco.
Dio non si rivela
ai sapienti e agli intelligenti, ma a i piccoli e ai
poveri (Mt 11,25); non si rivela ai virtuosi e ai farisei, ma alle prostitute e
ai pubblicani; non si rivela ai potenti, ma agli umili, ai bambini. Il Dio di
Gesù Cristo non rispetta le nostre regole, non dà a ciascuno secondo i suoi
meriti: "Egli fa sorgere il suo sole sui buoni e sui malvagi, fa
piovere sui giusti e sugli ingiusti" (Mt 5,45). Questo per noi non è
giusto.
Secondo i nostri
criteri di giustizia, Dio è ingiusto. Non fa una selezione preliminare, ma
lascia crescere il grano e la zizzania insieme, dando loro la sua pioggia e il
suo sole. Gesù insiste su questa specie di arbitrio di Dio per invitare gli
uomini a fare come lui, ad essere ingiusti come lui: "Amate i vostri
nemici, pregate per i vostri persecutori" (Mt 5,44).
Il Dio di Gesù
Cristo non è un Dio giusto. Se risparmiasse i buoni e distruggesse
immediatamente i cattivi, ci darebbe l’opportunità di giudicare, di essere con
lui nello scegliere alcuni e nel rifiutare altri.
Per noi questo
sarebbe più facile da attuare e, come i discepoli di fronte al cieco nato,
sapremmo come fare per giustificare Dio: potremmo dire che le sventure hanno
una causa, che sono state meritate dalla colpa di un uomo o di un gruppo. Ma
agli occhi di Gesù nessuna sofferenza, nessuna morte reca il segno della mano
punitrice di Dio. Le ingiustizie naturali devono essere ridotte alle nostre
mani di uomini. Di fronte a qualsiasi situazione c’è sempre qualcosa da fare.
Gesù non ci presenta un Dio che fornisce spiegazioni per i mali dell’umanità;
il Dio di Gesù sa che cosa c’è nel cuore degli uomini, sa che alcuni sono più
buoni e altri più malvagi; ma ogni essere umano è giusto e ingiusto nello
stesso tempo, in un intreccio inestricabile di cattiveria e di dolcezza. Dio
non si ferma a sottilizzare su quella realtà composita che è l’uomo; il suo
sole e la sua pioggia, la sua fecondità, non vengono distribuite su misura; il
dono del suo amore è globale, senza distinzioni; l’ha profuso una volta per
tutte nella creazione e nell’esistenza degli uomini che ha fatto liberi e
responsabili.
Da sempre egli
distribuisce tutto il suo amore; lo riversa in maniera sovrabbondante sulla
nostra fede e sulla nostra incredulità, sulla nostra generosità e sul nostro
egoismo. Di fronte al ferito, il samaritano non si ferma a chiedersi se è stato
aggredito per colpa sua o no; non pensa che forse se l’è
meritato; lo aiuta e basta.
Dal momento che l’Abbà non fa distinzioni, dice Gesù agli uomini religiosi
del suo tempo, siate anche voi come lui: "Siate perfetti come il Padre
vostro celeste" (Mt 5,48). E la sua perfezione consiste nell’essere
perfettamente libero nella gratuità dei suoi doni, quindi non giustificabile,
perché il buon raccolto dei malvagi manifesta l’Abbà
tanto quanto il buon raccolto dei giusti. L’atteggiamento dell’Abbà è dunque assurdo? Agli occhi degli uomini sì. Ma Gesù
ci propone di amare come ama l’Abbà, in maniera
assurda, cioè senza una selezione preliminare, con una gratuità senza limiti. Attraverso questo modo di essere, che va perfettamente contro
corrente, noi raggiungiamo una vita più alta: quando superiamo la nostra
mentalità di ragionieri dello spirito, quando arriviamo a dare senza attendere
nulla in cambio, a perdonare senza pretendere riparazione, abbiamo la
consapevolezza di varcare una soglia, passiamo dal modo umano al modo divino di
comportarsi, e sperimentiamo una gioia tutta particolare: la gioia di Dio.
A questo punto
dobbiamo chiederci se abbiamo capito che cos’è il perdono di Dio. Il fuoco di
Dio è tale da bruciare in anticipo tutte le offese che possono essergli fatte,
le ribellioni contro di lui, le bestemmie di ogni genere. Come potrebbe
ricordarsi di queste colpe? Il padre del figlio prodigo non vedeva che la
miseria a cui il figlio condannava se stesso; non ha mostrato risentimenti per
il modo con cui il figlio si era comportato con lui, pretendendo l’eredità,
andandosene da casa e sperperando tutti i suoi beni. Il figlio aveva preparato
una confessione precisa; avrebbe imbastito tutto un discorso per farsi assumere
almeno come servo, convinto ormai di aver perso irrimediabilmente il suo posto
di figlio. E il motivo del ritorno non è molto nobile; non ritorna per amore o
perché sente la mancanza del padre, ma perché muore di fame. Il padre non è un
ingenuo, sa bene come stanno le cose e tuttavia non gli lascia dire neanche una
parola; egli ha perdonato tutto da sempre e ora gli impedisce di confessare le
sue colpe.
Quando eravamo
bambini ci hanno insegnato a fare di tutto per sentirci in colpa di fronte a
Dio: ho messo le dita nel naso, ho rubato lo zucchero alla mamma... Questo tipo
di educazione ci metteva di fronte a un Dio contabile che andava in collera per
la più piccola mancanza, che aveva mandato suo Figlio a morire sulla croce
perché noi avevamo messo le dita nel naso o avevamo rubato (!) lo zucchero alla
mamma. Ma la cosa più imperdonabile è che ci facevano credere che l’Abbà ci avrebbe abbandonato se non avessimo cambiato. Sono
ben note le conseguenze disastrose della nevrosi dell’abbandono, cioè di quella
malattia psichica che deriva dal sentimento di non essere stati amati o di
essere stati rifiutati dai propri genitori; una malattia che porta anche a una
notevole aggressività verso gli altri. Sarebbe stato molto più vero e molto più
intelligente se ci avessero insegnato che l’Abbà non
abbandona mai i suoi figli e non smette mai di amarli. L’Abbà
è un Dio che non si preoccupa della zizzania; un Dio che non ha una memoria
astiosa e meschina come la nostra, ma è un fuoco che brucia tutti i nostri
peccati, un fuoco di amore, un fuoco di gioia.
Il calo della fede
tra i nostri contemporanei deriva prima di tutto e soprattutto dalla falsa
predicazione del vangelo compiuta da tanti predicatori della paura nei
confronti di Dio: messi di fronte a tanti motivi di paura e a così pochi motivi
di gioia e di speranza, gli uomini hanno rinunciato a una fede che getta
nell’angoscia e hanno cercato altre ragioni per vivere.
Con le
beatitudini, Gesù non propone una via che possono riuscire a percorrere
soltanto i superuomini o i campioni della virtù. La grazia (in greco "chàris") è imparentata con la gioia (in greco "chàra"): Dio stesso è grazia, inesauribile sorgente di
amore per gli uomini. Come è possibile che questo Dio di amore voglia nutrire i
suoi figli di leggi dure come pietre (cfr. Mt 7,9; Lc
11,11)? Eppure le beatitudini sono state presentate spesso come virtù
indispensabili che bisognava imporre, colpevolizzando ulteriormente ascoltatori
già colpevolizzati al massimo. Scrive Marcel Morè: "La grazia di cui parla il Nuovo Testamento è
una "grazia di virtù"? Se così fosse, il cristianesimo
sarebbe una dottrina della disperazione. Infatti basta
essere vissuti in mezzo ai cristiani per rendersi conto che moltissimi di loro
hanno implorato fin dall’infanzia la grazia del Signore per rimanere virtuosi,
e non sono rimasti tali. Possiamo chiederci invece se la
grazia non è piuttosto una "grazia d’amore" che permette, quando si è
in peccato, di non odiare, come troppo spesso avviene, gli altri peccatori, ma
di avere un’infinita compassione per i nostri fratelli e di lanciare verso Dio
un grido d’amore".
Gesù ci dà fiducia
e concede a tutti la possibilità di realizzare le beatitudini, che egli
presenta come qualcosa di naturale, di semplicissimo, in linea con la vita di
tutti i giorni.
Non dobbiamo
dimenticare quante volte Gesù ha messo in guardia i cristiani contro i metodi
degli scribi, dei farisei e dei dottori della legge. Questi avvertimenti
valgono per tutti i tempi. Il legalismo è duro a morire, e ancor oggi è ben
lungi dall’essere tramontato.
Gesù dice che nel
profondo di noi stessi siamo amati dall’Abbà, siamo
degni di essere amati da lui (perché nulla può distruggere la parte vergine del
nostro cuore: nessuno è mai totalmente cattivo), e che dobbiamo innanzitutto
accettare con gioia noi stessi perché egli ci accetta con gioia.
Quello che dice
Gesù nel vangelo noi siamo pienamente capaci di viverlo. Non è riservato ai
monaci o alle claustrali, agli asceti o alle persone straordinarie. Quello che
dice Gesù è per le persone qualsiasi come noi. Noi siamo capaci di comprendere
e di vivere le beatitudini.
Il vangelo
presenta Gesù come un uomo mite che non spegne nessun lucignolo fumigante (Mt
12,20). Gesù non introduce nel mondo la psicosi della fine; al contrario egli
vuole che il mondo viva, che i peccatori abbiano tempo
per convertirsi ed essere salvati (2Pt 3,9) e non annuncia nessun fuoco
vendicatore (Lc 9,51-56).
Nelle beatitudini,
Gesù non usa maniere forti; ricordiamo quanto abbiamo detto nel capitolo
precedente: non è possibile cogliere il significato delle beatitudini se non si
comprende che in esse Gesù parla prima di tutto e soprattutto di Dio, che è
povero, mite. Le beatitudini diventano del tutto semplici e naturali quando si
comprende che Dio è l’Abbà, buono e pieno di
tenerezza, quando si smette, grazie a quello che ci ha detto Gesù, di
immaginare Dio che ci spia, che ci attende al varco, che fa scattare la sua
trappola al più piccolo passo falso. Le beatitudini diventano semplici e
possibili quando si spera vivamente di essere invitati da questo Abbà a condividere la sua gioia di amare, e sulla sua
parola si crede di esserne capaci. Molti nostri contemporanei sono diventati
non credenti perché è stato presentato loro un Dio nemico della vita, nemico
della loro gioia di vivere, nemico del loro desiderio di realizzazione e di
creatività. Le beatitudini invece cominciano col
presentarci un Dio della vita e della gioia, un Dio di cui non si ha motivo di
diffidare: non ci imbroglierà, sarà sempre dalla parte della vita. Sotto i suoi
occhi ci si può dunque muovere senza paura e senza preoccupazioni, in pace,
come bambini sotto lo sguardo vigile e pieno di amore di un padre e di una
madre. Di fronte a lui non si sta come sudditi o servi, ma si è come figli,
come i prediletti, quelli che fanno intenerire il cuore dei genitori: i
piccoli.
Se non si capisce
lo statuto regale che Gesù dà all’uomo di fronte a Dio (l’uomo è un
bambino-re), non si possono comprendere le beatitudini. Di conseguenza sbaglia
di grosso chi pensa che Dio chieda l’impossibile agli uomini. E sbaglia
radicalmente chi traduce e interpreta come chiamata a un perfezionismo
logorante e distruttore la parola che segue le beatitudini: "Siate voi
dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48).
Qual è la perfezione di questo Padre? È la perfezione del cuore, dell’amore. Il
Dio di Gesù si lascia perfettamente sconvolgere dall’essere umano, è
perfettamente preso da lui, entusiasmato da lui; l’umanità gli ha trafitto il
cuore per sempre. È stato totalmente afferrato da donarle il proprio Figlio, il
cuore del proprio essere (Gv 3,16-17; Rm 8,31-39).
Nel vangelo Gesù
propone all’uomo una nuova nascita (Gv 3): nascere da Dio, e così diventare un
uomo nuovo. Il Dio da cui siamo nati nel battesimo non è un Dio vendicatore che
fa pagare all’uomo le sue mediocrità e le sue vigliaccherie: se così fosse
avrebbe dei figli sottomessi e pieni di paura, o dei figli ribelli
irriducibili. In entrambi i casi degli scontenti.
La fede cristiana
invece o nasce dalla felicità interiore o non è fede cristiana. Per il
cristiano esiste una sola tristezza: quella di non possedere del tutto la
persona del suo Abbà che ama e dal quale è
infinitamente e cordialmente amato.
Tutti i mediocri
vogliono leggi chiare e misure precise per poter dire a se stessi: ho fatto
tutto quello che dovevo fare. Per il cristiano vero tutto questo è assurdo
perché ha compreso che il comandamento della sua vita è quello di amare Dio con
tutto se stesso (Mc 12,29-30; Dt 6,4-5) e il prossimo
come Cristo ci ha amati (Gv 15,12). E Dio ci ama infinitamente, al di là di
ogni misura. Per questo "la misura dell’amore è di amare senza misura"
(s. Basilio).
Il regno: questo
termine risuona molte volte nella Scrittura per indicare la sovranità di Dio o
il regno che è donato da Dio agli uomini. I giudei del tempo di Gesù attendono
l’uomo provvidenziale, l’uomo di Dio, il messia annunciato dai profeti, perché
compia la liberazione di Israele. Bisogna prendere le armi, dicono gli zeloti;
bisogna pregare intensamente perché Dio mandi il fuoco dal cielo e faccia
perire tutti i "figli delle tenebre", dicono gli esseni. Sulla mèta
sono tutti d’accordo: instaurare un regime nuovo, il regno di Dio sulla terra.
Anche Giovanni
Battista si colloca sulla stessa linea degli esseni e degli zeloti, annunciando
Dio come giudice giusto che viene con la forza purificatrice del fuoco (Mt
3,7-12). Tutti fanno a gara ad invocare le peggiori calamità sui nemici di Dio.
Non è di questa liberazione attraverso il sangue e il fuoco che parla Gesù. E
Giovanni Battista ne rimane deluso (Mt 11,2-6). Dal carcere in cui è rinchiuso,
invia a Gesù due dei suoi discepoli perché gli chiedano: "Sei tu colui
che viene o dobbiamo aspettare un altro?" (Lc
7,19).
Gesù non annuncia
una venuta folgorante di Dio e una trasformazione violenta, ma semplici atti di
liberazione per la gente comune, schiacciata ogni giorno dai suoi problemi. E questo è lo stesso messaggio che Gesù propone all’inizio della
sua vita itinerante, quando si alza a leggere nella sinagoga di Nazaret, e nel
volume delle Scritture sceglie l’oracolo di Isaia: "Lo Spirito del
Signore è sopra di me. Mi ha consacrato e mi ha
inviato per annunziare ai poveri la buona notizia; ai prigionieri la
liberazione; ai ciechi la vista; agli oppressi la libertà". Gesù arrotola il volume e
dice semplicemente: "Questa Scrittura si è adempiuta oggi per voi"
(Lc 4,16-21).
Gesù non annuncia
dunque un regno di sangue e di fuoco, ma il regno della tenerezza di Dio; e non
lo proietta nel futuro, ma lo dichiara già presente e realizzato nell’oggi. Su quest’ "oggi" Gesù insisterà sempre, persino
nell’ora della sua morte; al ladrone che attende la venuta del regno di Dio nel
futuro e gli dice: "Ricordati di me quando arriverai nel tuo regno",
Gesù risponde: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,42-43). Quando Gesù ringrazia il Padre, lo fa per
qualcosa di già attuato: "Padre, tu hai nascosto queste cose ai
sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25).
I "piccoli" sono coloro che hanno il senso dell’Abbà;
"queste cose" sono i segreti del regno di Dio. La presenza del regno
è compresa dai piccoli, che hanno coscienza di non essere capaci di conoscere
Dio.
Trattandosi del
regno di Dio, bisogna ricordare che soltanto Dio può far conoscere, rivelare Dio.
È questo il significato delle parole che seguono nel vangelo di Matteo: "Nessuno
conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non Figlio e
colui al quale il Figlio lo voglia rivelare"
(Mt 11,27).
Siamo all’opposto
di ciò che si intende ordinariamente con la parola "regno": il regno
di Dio non ha nulla a che vedere con i regni di questo mondo. Dio si rivela
come Abbà in Gesù attraverso una vita, una povertà,
una crocifissione, una risurrezione; la sua verità, il suo progetto, si palesa
attraverso i gesti e le parole di un’esistenza semplice e quotidiana, umiliata
e alla fine distrutta, quella di Gesù che ormai è l’unica "via, verità
e vita" (Gv 14,6). L’originalità di questo Abbà
sta in questo suo rivelarsi attraverso il povero, il rifiutato, l’incompreso,
l’innocente che è Gesù.
Così facendo, l’Abbà - e Gesù con lui - si pone su una linea decisamente
opposta a quella degli imperi umani e delle strategie del potere: egli dichiara
che il debole, colui che ama e quindi è vulnerabile, colui che è disarmato,
senza corazza, col cuor aperto, possiede fin d’ora la vita vera, la vita
eterna. Si tratta di sradicare nel proprio cuore ogni volontà di potere e di
possesso, di riconoscere l’altro, di considerarsi uno fra gli altri, amando e
facendosi amare, nel non vedere mai nell’altro un avversario o uno straniero,
ma un fratello e un altro se stesso. L’amore è sempre vittorioso, anche della
morte, perché Dio si rivela come l’onnipotenza dell’amore.
Questo è il
"regno": un germe posto in ciascuno, la facoltà di amare e di essere
amati, un rapporto nuovo tra gli uomini, e la relazione fra ogni essere umano e
l’Abbà.
A tutti coloro che
ha incontrato sulla terra, a tutti noi, oggi, Gesù dichiara, dimostrandolo
nella sua vita, che al di là di tutte le miserie e sofferenze, al di là di
tutta la povertà e di tutta la disperazione, ciascuno può dire a se stesso di
avere una facoltà che nulla e nessuno può togliergli: l’impulso dell’amore
ricevuto dall’Abbà attraverso Gesù di Nazaret.
L’Abbà desidera che noi ci comportiamo con gli uomini come
lui si comporta, con quel genere di amore irragionevole che non conosce le
distinzioni che fanno i benpensanti tra buoni e cattivi.
L’Abbà dunque non ha un criterio di discernimento? Al
contrario! Per tutta la sua vita Gesù si adopera per rivelare ai suoi
ascoltatori i criteri dell’Abbà, che spesso appaiono
loro del tutto fuori dal comune buon senso umano se non addirittura blasfemi.
Gli apostoli stessi fanno molta fatica ad accettarli.
La storia del samaritano
è singolare in primo luogo perché mette in scena un personaggio che agli occhi
degli ascoltatori di Gesù è un perfetto "miscredente". Per i giudei,
i samaritani sono traditori del popolo di Dio, infedeli ed empi. Ai tempi di
Gesù, dire "samaritano" era un insulto. I samaritani erano
disprezzati e odiati dai giudei. Come potevano essere amati da Dio? Come
avrebbero potuto fare il bene? Gesù vuol mettere in evidenza prima di tutto che
l’Abbà non considera le persone in base al gruppo a
cui aderiscono o alla loro appartenenza religiosa e culturale. Ciò che
interessa all’Abbà è che noi siamo come lui: presi da
profonda compassione per le miserie degli altri. Non c’è bisogno che uno sia
battezzato, credente o devoto; basta che sia un uomo degno di questo nome, un
essere che si lascia afferrare nel profondo di sé dalla situazione dell’altro.
La parabola conclude con queste parole di Gesù: ""Chi
di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei
briganti?" Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di
lui". Gesù disse: "Va’, e anche tu fa’ lo
stesso" " (Lc
10,36-37).
L’Abbà non desidera che noi ci torturiamo chiedendoci
continuamente che cosa potremmo fare per aiutare i poveri; desidera soltanto
che apriamo gli occhi lungo le strade che percorriamo abitualmente e che là ci
lasciamo prendere dalla compassione. L’essenziale è reagire bene di fronte alle
situazioni che si presentano.
E per reagire bene
di fronte all’incontro imprevisto bisogna avere una grande disponibilità
all’accoglienza: bisogna stracciare i certificati di buona o di cattiva
condotta, distruggere i nostri archivi mentali nei quali abbiamo registrato,
anticipandolo, il giudizio universale. Bisogna sbarazzarsi di queste schedature
se vogliamo lasciarci prendere dalla compassione e aiutare indistintamente
tutti i feriti della strada. Il giudizio finale si colloca sulla stessa linea
del samaritano. Come lui, quelli che sono accolti da Gesù nel suo regno hanno
compiuto gesti di vera e semplice compassione verso persone in stato di bisogno
(Mt 25,31-46). Nel giudizio finale, il giusto e l’ingiusto vedono il Signore in
piena luce e lo riconoscono nella sua gloria. Ma avranno una sorte differente
perché il primo, come il samaritano, lo ha riconosciuto anche qui in terra nel
fratello bisognoso e si è lasciato prendere dalla compassione; il secondo, come
il sacerdote e il levita, ha visto il ferito, ma non è stato preso da
compassione.
Per Gesù il
prossimo non è colui che riceve l’aiuto, ma colui che si avvicina, colui che dà
l’aiuto. Agli occhi di Gesù, la distinzione tra il prossimo e il non prossimo è
la distinzione tra chi vedendo una persona in stato di bisogno si avvicina e
chi invece si allontana.
L’Abbà che non smette mai di avvicinarsi a quegli esseri
pieni di ferite che sono gli esseri umani, desidera che gli uomini siano come
lui, in movimento verso tutti coloro che incontrano e sono in necessità. Ogni
uomo, ogni donna di questo mondo è un essere ferito, segnato da qualche
debolezza, incapace di mettersi in cammino senza l’aiuto dell’altro. Gesù è
venuto a dirci che siamo tutti ugualmente feriti, che possiamo senza vergogna
amarci gli uni gli altri, farci aiutare, lasciarci amare. Ma nello stesso tempo
ci dice che dobbiamo farci avanti, guardando all’altro nella sua condizione di
ferito a cui è urgente avvicinarsi. E non dobbiamo meravigliarci delle ferite
altrui: sono identiche alle nostre. Bruno Bettelheim,
che ha conosciuto di persona i campi di concentramento nazista, analizza la
situazione delle vittime di questi campi e arriva a concludere che coloro che
hanno resistito meglio e che hanno retto più a lungo sono coloro che sono
riusciti a pensare: "Questi carnefici che distruggono delle vite sono
ancora esseri umani, sono uomini come me; avrei potuto essere ciò che essi sono
e fare ciò che essi fanno". Anche se l’altro è un criminale e non
dimostra di avere il minimo senso di responsabilità nei confronti dei suoi
simili, non dobbiamo giudicarlo, vale a dire non dobbiamo dichiararlo fuori
dalla condizione umana: rimane un fratello. Deve essere riconosciuto nella sua
qualità di uomo, senza per questo approvare le sue perversioni. Il "non
giudicate" di Gesù è una parola rivoluzionaria: significa che nessuno può
essere identificato con le azioni che commette o con l’ideologia che segue
ciecamente. Dobbiamo distinguere tra l’errore e l’errante: bisogna odiare
l’errore e amare l’errante, come il medico odia la malattia, ma ama il malato. Gesù non ha condannato i suoi carnefici: ha pregato per loro e li
ha scusati: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno"
(Lc 23,34). E notiamo un fatto, che dovrebbe
spazzar via tutte le nostre scuse e le indisposizioni: attaccato alla croce e
privo di tutto, Gesù trova ancora qualcosa da fare, sente compassione per
qualcuno. Al suo compagno di supplizio che lo prega: "Gesù,
ricordati di me quando entrerai nel tuo regno", egli risponde: "In
verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso" (Lc
23,42-43).
Quando Gesù vuol
dare ai suoi un simbolo della sua morte imminente, sceglie dei gesti che
significano il dono che egli fa di se stesso agli altri (l’eucaristia a livello
cultuale, la lavanda dei piedi a livello esistenziale). Si tratta di accogliere
il suo dono come fa il ladrone sulla croce, di accogliere la sua vita; si
tratta di lasciarsi lavare i piedi da lui, di accettare di essere serviti da
lui, e poi comportarsi allo stesso modo con gli altri. L’atteggiamento di Gesù
deve ormai esprimersi attraverso le azioni e i gesti di coloro che vogliono
fare come lui, di coloro che vogliono essere cristiani di fatto.
Gesù è venuto a
instaurare un culto del tutto diverso dai culti antichi, un culto che si
colloca al di là dei libri e dei templi, al di là della legge, al di là di
Gerusalemme o dei vari Garizim; è un culto nuovo, il
culto della persona umana, della comunione fraterna nella quale ciascuno si
avvicina agli altri.
Quando Gesù è
sulla croce, il suo Abbà non è assente: anche in quel
momento egli tiene il suo sguardo e la sua mano su colui che ha annunziato il
suo vero nome a tutti gli uomini suoi fratelli. Nella
risurrezione, l’Abbà farà vedere fino a che punto gli
è vicino. L’Abbà, preso da profonda compassione per
questo innocente messo a morte, inventa una nuova nascita e una nuova creazione
per lui e per mezzo di lui. Gesù ha vinto! Ora egli si identifica con tutti i
piccoli, con tutti quelli che non hanno diritti, con quelli che sono nella
miseria e nell’angoscia e li porta con sé nel suo regno, nella sua nuova vita.
Li ha scelti come compagni lungo la strada del mondo e li vuole come compagni
nella casa del suo Abbà, nel paradiso.
7 - Costruire con successo la propria vita
Il
grido di Gesù: "Beato!" deve essere dunque riferito in primo luogo
all’Abbà: egli è felice in se stesso, perché la sua è
l’onnipotenza dell’amore, della povertà, della mitezza, di tutto ciò che dicono
di lui le beatitudini. E Gesù
vuole essere beato alla maniera del Padre, vuole costruire con successo la
propria vita attraverso la povertà, la mitezza... I vangeli non fanno altro che
mostrarci l’Abbà e Gesù così come sono, nella loro
profonda felicità.
Dobbiamo cercare
di comprendere esattamente le parole evangeliche; e tradurre è sempre un po’
tradire. Cosa vuol dire Gesù quando esclama: "Beato!"? La prospettiva
migliore per comprendere questa esclamazione è quella del giudizio finale così
come ce lo presenta il capitolo 25 di Matteo. È una constatazione che esprime
un assenso gioioso: Bravo! Evviva! Hai ragione! Hai fatto la cosa giusta!
Fortunato te! Ecc. Se il primo e più grande beato è l’Abbà,
i beati sono coloro che assomigliano all’Abbà, che
vivono come lui, che "ascoltano la parola di Dio e la mettono in
pratica" (Lc 8,21). Maria è beata perché ha
creduto nell’adempimento delle parole del Signore (Lc
1,45). La gioia di Gesù non si manifesta solo nel giudizio finale, ma già
durante la sua vita terrena. Se da un lato si commuove di fronte alla folla che
non sa dove trovare felicità, se di fronte a Gerusalemme piange su una città
che non vuol capire, dall’altro lato egli prova una gioia profonda quando vede
un’altra folla, quella di tutti coloro che ascoltano la parola del Padre e
mettono in pratica nella vita di tutti i giorni quello che egli dice. Le
beatitudini constatano un fatto di ieri, di oggi, di domani, di sempre.
Le beatitudini
indicano un risultato. A tutti i discepoli che scelgono la via delle
beatitudini, Gesù dice: "Voi siete il sale della terra... Voi siete la
luce del mondo" (Mt 5,13-14). Gesù vede davanti a sé tutti i poveri, i
miti, i puri di cuore della storia e proclama che sono loro che danno al mondo
il sale e la luce, il sapore e il significato.
Gesù dichiara che
tutti costoro possiedono il segreto della felicità personale e la vera
soluzione della vita collettiva.
Gesù vede con
chiarezza la strada da seguire e la indica agli uomini senza ignorare le
difficoltà. Gesù propone all’uomo di andare oltre l’amore degli amici per
entrare nella via irrazionale dell’amore dei nemici. Gesù sa che non-violenti
non si nasce, ma si diventa e ai suoi tempi