LE BEATITUDINI
(Mt 5,1-12) (Pedron
Lino)
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi
a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li
ammaestrava dicendo:
Beati i poveri
in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi
quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di
male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la
vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno
perseguitato i profeti prima di voi.
LE BEATITUDINI: LEGGE FONDAMENTALE DEL CRISTIANESIMO
Le beatitudini
sono il codice della vita cristiana, la sintesi del messaggio rivoluzionario
che Cristo ha portato al mondo: un messaggio di felicità.
Gesù proclama e
realizza un cambiamento più sorprendente di quello di Cana
(Gv 2,1-11): la povertà diventa ricchezza, le lacrime gioia.
Egli non segue le
vie battute dagli uomini, né suggerisce nuovi mezzi perché la loro affannosa
ricerca trovi finalmente la meta. Prende atto del loro bisogno di gioia, lo
approva, perché lo ha installato Dio creatore nel loro cuore, ma cambia la
segnaletica del percorso, muta radicalmente il valore delle cose, ribalta la
mentalità del mondo.
Non si tratta di
leggere lo straordinario messaggio delle beatitudini per suscitare in noi uno
sterile entusiasmo estetico o un’illusione di facile consolazione. È parola di Dio: È la voce di Dio fatto uomo che si propaga nel
mondo e arriva alle anime, ad ogni singola anima... La prima nota che si
avverte è un grido quasi polemico, contraddittorio: non indica quel concetto
piuttosto comune di ritenere il vangelo come un balsamo lenitivo di ogni
afflizione... È ben altro. Ha sì tutta la
dolcezza e la capacità di confortarci: ma il vangelo è fuoco, il vangelo è
ardimento, è la forza di Dio... Il vangelo ci dice cose che sembrano irreali:
Beati i poveri, beati i piangenti, beati i perseguitati, beati quelli che
rinunciano alla vendetta, all’uso della forza... Ecco come il vangelo sgombra
dai nostri cuori la congerie dei falsi fondamenti delle nostre speranze terrene (Paolo VI).
Quelli che
vogliono seguire Gesù Cristo devono essere forti, impegnati, liberi, leali: non
possono servire a due padroni, a Dio e a mammona (Mt 6,24).
La vecchia
obiezione contro il messaggio del vangelo, secondo cui il cristianesimo sarebbe
la religione della rinuncia e della tristezza, nemica della vita e dell’impegno
sulla terra, la religione dell’alienazione che impedirebbe ai suoi seguaci la
compromissione con i problemi umani e il contributo fattivo alla loro
soluzione, è una ben misera obiezione. Coloro che accusano il cristianesimo di
alienazione non sanno capire nulla al di fuori del gioco delle passioni e degli
interessi, non sanno vedere una spanna più in là dei loro contrasti temporali.
Si tratta di un’incomprensione e di un rifiuto aprioristici al cui fondo sta il
timore di essere posti in discussione, di venire costretti ad un esame poco
lusinghiero per il loro orgoglio, ad un possibile superamento dei loro
interessi.
Il vangelo non è
contro l’uomo, anzi ne mette in luce la parte migliore, ne esalta le
aspirazioni e lo spinge ad una crescita reale e operosa per il miglioramento
della sua stessa condizione terrestre. Il vangelo non rende tristi e non
toglie le speranze di una perfezione nella vita. Tutt’altro: esso non solo non
spegne la felicità, ma la proclama. Tutte le ripresentate voci di Cristo incominciano con la grande
parola "Beati", cioè essere felici; avere gioia e pienezza
dell’essere. Il vangelo garantisce la felicità. Ma con due clausole. La prima è
che esso cambia la natura della felicità. Questa consiste non nei beni
effimeri, ma nel regno di Dio. Quindi: Cercate prima il regno di Dio... e tutte
queste cose vi saranno aggiunte. La seconda novità introdotta da Gesù è quella
che cambia i modi per raggiungere la felicità. Niente bramosia di ricchezze,
niente egoismo, odio, cupidigie.
Bisogna invece
contraddire queste tendenze o passioni, istinti, tentazioni. Si deve andare
contro corrente, incominciando a rendere degno, paziente e sacro il dolore...
Nel rileggere e meditare il discorso delle beatitudini si comprenderà come esso
sia il codice della vita cristiana, il principio per dimostrarsi autentici,
veramente fedeli, effettivi seguaci di Cristo (Paolo VI).
Le beatitudini non
sono un testo da declamare quando si ha voglia di belle frasi: devono penetrare
nell’intelletto e nella volontà e trasformare l’esistenza. Viviamo in un mondo
dove la povertà non è certo in onore; dove il pianto degli afflitti, la
mitezza, la misericordia, la purezza di cuore e cose simili sono ritenute prerogativa degli scemi.
Cristo ha
insegnato ad alzare lo sguardo al di là dei limiti del presente. I poveri in
spirito oggi possono godere del dono della pace e domani saranno padroni del
regno di Dio. Perciò non debbono sentirsi abbandonati e infelici: devono sapere
di essere beati. Così gli afflitti, quelli che piangono... Le lacrime non sono
lontane da nessuno: il dolore accompagna la vita di ogni uomo. Così ogni uomo
può conoscere oggi la beatitudine e la speranza della consolazione che scenderà
sul suo cuore tribolato come una carezza della mano di Dio. Piangere è già
una beatitudine... Ai suoi poveri, la consolazione Cristo la semina già
nell’ora dei singhiozzi, quando il dolore brucia in cima come una candela e
l’anima cola in gocce. Il piangere - solo il piangere - ci fa poi
misericordiosi, ci fa provare pietà di noi stessi e degli altri; e quando siamo
misericordia, finalmente tra Dio e noi non c’è più confine, la nostra acqua si
mescola alla sua... E se di Dio vorremo essere chiamati figli, allora arruoliamoci
nella schiera dei pacifici: che è una durissima milizia e tutto vuol dire fuor
che vivere in pace e disertare la lotta, ma battersi per la madre più
minacciata e tremante, la pace (Luigi Santucci).
LE
BEATITUDINI NELLA VITA DI GESÙ
Quello che Gesù
insegnava ai suoi discepoli lo viveva lui per primo.
Egli viveva
distaccato da ogni bene materiale e da ogni comodità. Nato povero, visse ancora
più povero e morì poverissimo. Le volpi e gli uccelli sono proprietari, lui
nullatenente: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro
nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (Mt 8,20). Lui, il
padrone di tutte le cose fa una scelta di povertà e di distacco assoluto. S.
Paolo scriveva ai Corinzi: Voi conoscete la grazia
del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi,
perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà (2 Cor 8,9). Gesù è un povero che vuol arricchire
spiritualmente gli altri. È felice della sua povertà purché l’umanità possa
acquistare più ricchezza d’anima.
Gesù è mite e si
attribuisce espressamente questa qualità: Imparate da me che sono mite e
umile di cuore (Mt 11,29). Egli non è come gli scribi e i farisei che legano
pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono
muoverli neppure con un dito (Mt 23,4). Presentando il suo messaggio sotto
forma di beatitudini, manifesta la sua intenzione di attirare gli uditori alla
sua dottrina, piuttosto che opprimerli con prescrizioni da osservare.
Mite e umile di
cuore durante la sua vita, conserva la sua dolcezza sulla croce. Oltraggiato
non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva
la sua causa a colui che giudica con giustizia (1Pt 2,23). Implora perdono
per i responsabili della sua morte, invocando per essi le circostanze
attenuanti: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34).
Sulla croce
realizza in modo impressionante la beatitudine degli assetati: Ho sete
(Gv 19,28). Egli ha sete fisicamente, ma soprattutto ha sete di maggior
giustizia e d’amore nel mondo. Come aveva fame della volontà del Padre (Gv
4,34) così aveva sete di questo regno di grazia che avrebbe trasformato
l’umanità. Con la sua fame e la sua sete Gesù ha aperto la via ai nostri buoni
desideri, ai desideri di un mondo migliore.
Gesù è puro di
cuore. Nel suo cuore non v’è alcuna passione avvilente. La sola passione era di
far amare il Padre e di salvare gli uomini.
Aveva una
dirittura totale nella condotta, non deviava e non si lasciava fuorviare da
alcuna ambizione personale. Viveva nella chiarezza della verità. In lui non è
mai penetrata l’ombra della menzogna o la complicità col male. Tuttavia questa
rettitudine assoluta non è mai stata durezza, non si è mai tradotta in severità
per gli altri.
Gesù è stato
misericordioso. Aveva una sincera e profonda pietà per i peccatori: i suoi
avversari l’hanno accusato di essere l’amico dei peccatori e di mangiare con
loro (Lc 15,2). Egli stesso ci spiega perché questa
simpatia per loro era così viva in lui: Il Figlio dell’uomo è venuto a
cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc
19,10).
Molti episodi del
vangelo testimoniano questo amore misericordioso: la samaritana (Gv 4), la
donna adultera (Gv 8), la prostituta pentita (Lc 7),
il pubblicano Zaccheo (Lc
19)...
Gesù è operatore
di pace. Anzi, Egli è la nostra pace (Ef 2,14). Riconciliando gli uomini
con Dio, li riconcilia tra loro. Stabilisce la pace nelle relazioni umane.
Fornisce il principio di soluzione di tutti i conflitti: l’amore universale,
senza limiti, un amore che non si stanca mai di perdonare e che tenta tutte le
strade per riconciliare quelli che sono divisi. Nel suo Natale porta la pace
agli uomini (Lc 2,14) e la pace sarà nuovamente il
dono della sua Pasqua di risurrezione (Gv 20,19-21). Non la pace degli
armistizi, dei trattati e dei tira molla della
politica, ma la sua pace: Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la
dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate
timore (Gv 14,27). La pace che egli dona l’ha conquistata con il suo
sacrificio sulla croce.
Gesù è stato
afflitto e perseguitato. È lui l’uomo dei dolori annunciato da Isaia (Is 52,13-53,12). Tanto si è occupato di alleviare quelli
che soffrivano e di guarire i malati e gli infermi, altrettanto ha accolto le
sofferenze fisiche e morali che il Padre gli aveva destinato. La vita di Gesù
non è mai stata facile: Tutta la vita di Cristo è stata croce e martirio
(Imitazione di Cristo. Libro II Cap. XII,7). Fin dal
suo nascere e in tutto il corso della sua esistenza terrena è stato cercato a
morte e molestato dagli avversari. Trovò la sua gioia nell’eseguire la volontà
del Padre, percorrendo la via della sofferenza.
Tutte le
beatitudini hanno trovato in Gesù un modello perfetto. La felicità nascosta
nella sua vita terrena si è rivelata in modo definitivo nel trionfo della sua
risurrezione.
Egli ci ha
mostrato così che la felicità della beatitudine comincia nella vita presente e
si svilupperà in pienezza nella vita del mondo che verrà.
Dio ha creato
l’uomo per la felicità. Le beatitudini, insegnandoci la via della felicità, ci
fanno comprendere che essa viene dall’alto, che è un dono di Dio. L’uomo deve
aprirsi a questo dono. Se pretende di conquistare da solo la felicità, si
chiude al dono divino e si mette nell’impossibilità di essere felice.
Molti partono alla
conquista della felicità, cercano di assicurarsi tutti i mezzi che possono
procurare gioia e soddisfazione, si costruiscono sogni incantevoli e sopportano
spesso pesanti sacrifici per raggiungere la felicità che intravedono. Ma questa
felicità indietreggia sempre davanti alla mano che tenta di afferrarla. E
finalmente cadono le illusioni, i miraggi scompaiono: chi si credeva sulla via
della felicità si ritrova infelice con un pesante fardello di delusioni e di
amarezza. Le costruzioni puramente umane della felicità crollano sempre prima o
poi.
L’uomo creato per
essere felice, non può conquistare la felicità con le proprie forze perché ha
in sé un orientamento verso Dio, è fatto su misura per Dio, non può essere
felice che raggiungendo e possedendo Dio. È Dio la felicità dell’uomo. Lui solo
può colmargli il cuore. Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore
non trova riposo finché non riposa in te (s. Agostino. Confessioni I,1).
Dio non attende lo
stato celeste per donarsi all’uomo; offre già il suo amore a coloro che vivono
in terra e si dona ad essi nella misura in cui si aprono al suo amore e
acconsentono liberamente di riceverlo.
La felicità
discende da Dio; non vi è altra sorgente. Questa sorgente è sempre zampillante,
la felicità è sempre offerta. Tocca all’uomo accoglierla e non rifiutarla.
La felicità è un
dono divino ed è molto differente da ciò che avremmo pensato e desiderato noi.
Le beatitudini proclamate da Gesù ci presentano condizioni di felicità che non
avremmo mai immaginate. Dio è tutt’altro!: I miei pensieri non sono i vostri
pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto il
cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei
pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is
55,8-9).
Le beatitudini
evangeliche promettono la felicità ai poveri e agli umili, a quelli che
soffrono e subiscono persecuzioni: sembrano così poco reali!
La carta della
felicità che ci offre il mondo e che governa la condotta di molti uomini e
donne è molto diversa, esattamente tutto il contrario:
Beati quelli che
guadagnano molto denaro.
Beati quelli che possono appagare le loro passioni.
Beati quelli che non hanno sofferenze e a cui tutto riesce nella vita.
Beati quelli che arrivano ad imporsi, a dominare gli altri.
Beati quelli che fanno quello che vogliono senza ammettere altra regola che la
propria volontà.
Beati quelli che afferrano il più possibile di tutto quanto esiste nel mondo.
Beati quelli che mietono successi e sono ammirati, quelli che fanno carriera e
diventano delle celebrità.
Beati...
Gesù mostra la
falsità di queste beatitudini. Egli proclama quelle vere e invita l’umanità a
riflettere e a provare.
Non è vero che la
ricchezza procura la felicità. Non è vero che l’asservimento alle passioni
rende l’uomo felice. Non è vero che la felicità è riservata a chi ha solo
soddisfazioni e nessuna sofferenza. Il dolore c’è per tutti; e nel dolore la
felicità può esistere solo per coloro che lo sanno orientare verso Dio.
Non è vero che
l’orgoglioso, l’egoista e chi cerca di dominare gli altri con l’astuzia o la
violenza, trovano in queste cose la felicità che cercano.
Quelli che si
lasciano sedurre da false beatitudini hanno un concetto superficiale della
felicità: una ubriacatura momentanea che lascia un
malessere prolungato.
La felicità che
promette Gesù è di un altro genere. È la vera felicità, quella che si radica
nel fondo dell’anima. Tra le false beatitudini e quelle vere non vi è solo una
differenza nelle vie d’accesso, ma nella stessa natura della felicità.
Il vangelo è una
buona notizia che rende felici, ma giustamente questa felicità è offerta a
coloro che desiderano Dio e non pongono l’ideale della loro esistenza nelle
molteplici gioie terrene.
Le beatitudini
sono indirizzate a tutti perché Gesù ha voluto offrire a tutti la felicità,
quella vera, quella più alta, quella che il mondo non può intaccare né rapire.
Nella misura in
cui gli uomini si aprono alla grazia che è loro data dall’alto possono
comprendere il senso delle beatitudini annunciate da Cristo e dedurre
conseguenze politiche per la loro vita. I cristiani sono invitati ad ascoltare
la parola di Cristo. Potremmo dire che la prima beatitudine consiste
nell’ascoltare le beatitudini, per poi viverle realmente: Beati coloro che
ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica! (Lc
11,28).
La via della
felicità non è espressa solo in queste beatitudini, ma in tutto il vangelo:
queste ci forniscono le indicazioni essenziali.
Inoltre non
dobbiamo dimenticare che sono enunciate altre beatitudini. Le troviamo in
ordine sparso nel vangelo: Beato colui che non si scandalizza di me (Mt
11,6); Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono
(Mt 13,16); Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire
così! (Mt 24,46); Quando dài un banchetto,
invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da
ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla
risurrezione dei giusti (Lc 14,13-14)...
Dopo aver lavato i
piedi agli apostoli e averne spiegato il significato, Gesù aggiunge: Sapendo
queste cose, sarete beati se le metterete in pratica (Gv 13,17).
Ha proclamato
beati quelli che, pur non avendo visto, avrebbero creduto (Gv 20,29).
Maria, sua madre,
è beata perché ha creduto (Lc 1,45), perché ha
ascoltato la parola di Dio, e l’ha messa in pratica (Lc
11,27-28).
Vi è ancora una
beatitudine pronunciata da Gesù, ma che non si trova tale e quale nei testi
evangelici. Ce l’ha conservata il libro degli Atti degli
apostoli in un discorso di Paolo: In tutte le maniere vi ho dimostrato che
lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del
Signore Gesù, che disse: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!"
(At 20,35).
La beatitudine è
veramente la caratteristica di tutto l’insegnamento di Gesù, che incoraggia gli
uditori al dono di se stessi. Colui che dà gratuitamente, prova una gioia
profonda e impagabile, più che se donasse assicurandosi un contraccambio.
Le beatitudini
proclamate da Gesù sono reali: la felicità che esse promettono non è lontana;
si realizza immediatamente, in ogni situazione in cui si verificano le
condizioni stabilite dal Maestro.
Nella Bibbia
vengono chiamati poveri non solamente quelli che si trovano in una precaria
situazione economica e sociale, ma anche quelli che rivelano uno speciale
atteggiamento religioso in rapporto a Dio e al prossimo. Il discorso della
povertà, nella Bibbia, è in stretto rapporto con le condizioni economiche e
politiche del popolo d’Israele ed è condizionato dalla credenza, o meno, nella
ricompensa ultraterrena che non sempre è stata avvertita nell’AT.
All’epoca dei
patriarchi, nel periodo monarchico e, dopo l’esilio, in alcuni circoli
sapienziali i beni di questo mondo, in quanto creati da Dio, venivano
considerati come supremo valore della vita umana.
Ignorando la
retribuzione ultraterrena, i giusti dovevano ricevere la ricompensa delle loro
virtù su questa terra. La vita felice consisteva nel godimento dei beni della
terra, identificati nella numerosa figliolanza, nell’abbondanza dei greggi e
dei prodotti agricoli e nella celebrità popolare.
In quest’ordine di
idee, la povertà appare come uno scandalo, giacché essa mette in questione la
virtù di colui che è privo di beni. Se la ricchezza è la normale ricompensa
della pietà e della fedeltà a Dio, la povertà è una giusta punizione
dell’infedeltà verso Dio, cioè del peccato.
Esiste la povertà,
o meglio, la miseria dovuta all’empietà, all’incuria personale e all’indolenza:
La mano pigra fa impoverire, la mano operosa arricchisce (Pr 10,4); L’ubriacone
e il ghiottone impoveriranno e il dormiglione si vestirà di stracci (Pr
23,21). Ma vi sono poveri che sono tali senza loro colpa, per il fatto che sono
vittime dell’ingiustizia degli uomini e di un iniquo ordinamento sociale.
Quando le tribù
d’Israele divennero sedentarie in Palestina e furono coinvolte nella civiltà
urbana, soprattutto al tempo della monarchia, si accentuarono tra i membri
dello stesso popolo le disuguaglianze sociali; fu instaurato il sistema del
latifondo ed apparve il proletariato rurale; i piccoli dovevano sostenere le
spese del lusso e del prestigio del re, mentre ministri, funzionari,
commercianti e grandi proprietari accumulavano ingenti fortune.
La legislazione
d’Israele cercò di provvedere agli inconvenienti della povertà mediante l’anno
della remissione in favore dei debitori e a vantaggio degli schiavi ebrei, la
proibizione del prestito ad interesse e l’insistenza relativa al pagamento
quotidiano degli operai.
Leggiamo nel libro
del Deuteronomio: Dài generosamente al tuo
fratello bisognoso e, quando gli darai, il tuo cuore non si rattristi; perché
proprio per questo il Signore Dio tuo ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa
a cui avrai messo mano. Poiché i bisognosi non mancheranno mai nel paese;
perciò io ti do questo comando e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo
fratello povero e bisognoso nel tuo paese (Dt
15,10-11).
I profeti si
fecero difensori della giustizia sociale lanciando invettive contro i ricchi
del loro tempo e difendendo i miseri e i deboli. Denunciando ogni forma di
oppressione: il commercio fraudolento, l’accaparramento delle terre, la
giustizia venale, la violenza dei capi. Dio ha orrore dei sacrifici e delle
offerte dei ricchi le cui mani grondano sangue sottratto ai poveri (Am 2,6-8; Is 1,15-17; Ger 5,28); la vera
religione consiste nel rendere giustizia ai poveri e agli afflitti, perché Dio
sta dalla loro parte.
In questo contesto
si sviluppa il significato spirituale e religioso della povertà. Il povero,
privo di beni di questo mondo e spesso indifeso, è cosciente della propria
insufficienza ed è portato a porre la sua fiducia in Dio, attendendo da lui la
salvezza. La povertà diventa perciò un atteggiamento religioso di fronte a Dio,
caratterizzato da sentimenti di fede, di umiltà e di fiducia. Il ricco invece,
che confida nei beni terreni ed è cosciente della sua autosufficienza, è
portato all’arroganza e all’orgoglio, e perciò alla dimenticanza di Dio, al
peccato, all’oppressione dei miseri e all’empietà.
Dopo l’esilio si
sviluppa nel popolo ebraico la corrente religiosa degli anawim,
cioè dei poveri del Signore, la cui caratteristica è l’umiltà e la fiducia in
Dio. Il libro dei salmi è tutto impregnato della pietà dei poveri del Signore.
La vita e
l’insegnamento di Gesù si collocano sulla scia della mistica della povertà
materiale e spirituale dell’AT e la portano alla perfezione.
La povertà di Gesù
non significa mancanza del necessario: egli esercita un mestiere remunerato, il
suo gruppo è sostenuto dai sussidi di amici, principalmente dalle donne
facoltose della Galilea (Lc 8,3).
Gesù possedeva un
abbigliamento più che decoroso (Gv 19,23). Tuttavia egli visse in modo modesto
e durante la sua missione apostolica non aveva un luogo stabile dove posare il
capo (Mt 8,20). Gesù si circondò di gente umile, di pescatori e di gabellieri;
si prese cura dei poveri, dei malati, dei peccatori, dei mendicanti e delle
vedove; predicò il vangelo ai poveri, praticò l’elemosina (Gv 13,29), raccomandandola
ai suoi discepoli (Lc 11,41). Insegnò a vedere nei
poveri l’immagine della sua presenza. L’ultimo giudizio sull’uomo avrà come
criterio fondamentale il comportamento avuto nel riguardo dei miseri e dei
bisognosi (Mt 25,31-46).
Entrando in Gerusalemme
seduto sopra un asino, Gesù mostrò di essere il messia povero e umile, quello
annunciato nell’AT; recitando il salmo 22 sulla croce Gesù fece sue le angosce
e le speranze del salmista povero, che si abbandona completamente nelle mani
del Padre.
La povertà di Gesù
equivale a libertà (Mt 8,20), mitezza e umiltà di cuore (Mt 11,29),
disponibilità alla volontà del Padre fino all’accettazione cosciente della
sofferenza e della morte in croce.
Gesù risveglia nei
suoi discepoli lo sforzo di eliminare la sofferenza e l’indigenza attraverso la
pratica della giustizia sociale, la distribuzione della ricchezza e l’aiuto
tangibile ai meno abbienti.
Gesù insegnò che
la ricchezza e gli agi costituiscono un grave pericolo per l’uomo che vuol
rispondere alla chiamata di Dio; la ricchezza infatti
rischia di ingombrare o bloccare l’uomo nel cammino verso il regno di Dio. Gesù
non condanna la ricchezza in se stessa; egli ha avuto degli amici anche tra le
persone agiate, come le donne che lo assistevano con i loro beni (Lc 8,2-4), Zaccheo, Levi e tutti
coloro che lo invitavano a pranzo. Gesù ha goduto dei beni della terra (Mt
9,10-13; Gv 2,1-11), tanto che il suo comportamento fu contrapposto a quello
ascetico di Giovanni Battista (Mt 11,18-19).
Gesù condanna la
ricchezza quando essa impedisce l’apertura dell’animo umano verso Dio. La
povertà rende l’uomo distaccato dai legami della terra e disponibile a Dio.
In questo ordine
di idee si comprende la beatitudine della povertà annunciata da Cristo. Essa
occupa il primo posto tra le beatitudini: Beati i poveri in spirito perché
di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3). I poveri in spirito sono coloro che,
interiormente distaccati dai beni della terra, sono convinti della propria
insufficienza e del bisogno di Dio e di conseguenza si aprono fiduciosi a lui.
Ad essi Gesù promette la ricchezza più preziosa: il regno di Dio.
Gesù propone una
grandissima valorizzazione della povertà materiale e spirituale nel contesto
del regno di Dio.
Le prime comunità
cristiane si sono sforzate di vivere l’ideale della povertà mediante il
distacco dai beni di questo mondo, l’accentuazione dello spirito comunitario e
l’organizzazione dell’aiuto ai poveri.
La povertà
evangelica trova il suo più alto valore nel dono di se stesso che il cristiano
fa a Dio e ai fratelli attraverso l’elargizione dei suoi beni e il dono della
sua persona. La povertà cristiana è perciò un lievito di fraternità nel mondo:
in una parola, essa è una condizione per amare Dio e i fratelli.
Il dolore in tutte
le sue manifestazioni costituisce uno dei problemi maggiori che hanno
angosciato e angosciano gli uomini. Ad esso cercano di dare una spiegazione le
filosofie e le religioni. Nella Bibbia la sofferenza viene trattata in modo
serio e ampio. L’AT ci offre delle soluzioni parziali di questo enigma umano,
mentre il NT propone la trasfigurazione del dolore in unione vitale e feconda
con la passione redentrice di Cristo.
L’oppressione
degli uomini, le guerre, l’esilio, le sventure e i tormenti non dovrebbero
esistere, perché l’uomo porta in sé un desiderio incoercibile di benessere, di
libertà, di pace e di salute.
In realtà però in
ogni tempo e in ogni condizione di vita, l’uomo è colpito da molte
tribolazioni. Giobbe confessa che l’uomo nato da donna ha una vita corta e
tormenti a sazietà (Gb 14,1). Le cause delle sofferenze sono le più disparate:
le malattie, la vecchiaia e la morte sono dei fenomeni connessi con la natura
fragile e limitata dell’uomo. Molte sventure sono procurate all’uomo dalle
potenze del male. Altre volte la causa dei dolori e delle ingiustizie è la
libera decisione dell’uomo che si oppone alla volontà di Dio, cioè il peccato.
È al peccato di Adamo e di Eva che
Tuttavia esiste
una fascia di dolore e di sventura che non dipende dalla responsabilità
dell’uomo; la morte colpisce all’improvviso nelle più svariate circostanze,
senza guardare in faccia a nessuno, buono o cattivo, giovane, vecchio o
bambino; le sofferenze degli innocenti restano inspiegabili. Però nessuno degli
agenti che direttamente sono la causa del dolore sono sottratti alla potenza e
alla provvidenza di Dio. Leggiamo queste parole di Dio nel profeta Isaia: Io
formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura, io, il
Signore, compio tutto questo (Is 45,7). E il
profeta Amos afferma con audacia: Avviene forse nella città una sventura che
non sia causata dal Signore? (Am 3,6). I profeti, i sapienti e i salmisti
d’Israele si sono premurati di trovare una risposta al problema del dolore
entrando progressivamente nel mistero della sua presenza nel mondo e nella vita
degli uomini. Per i sapienti la sofferenza è necessariamente connessa con i
limiti della natura umana: ci si deve rassegnare a vivere all’ombra di una
minaccia che è sempre incombente (Pr 31,6-7; Qo 9,7;
Sir 31,21-23). Il dolore può diventare un fattore positivo nelle mani di Dio,
che lo usa come strumento della sua giustizia.
I profeti scoprono
nella sofferenza un valore purificante, simile a quello del fuoco che libera il
metallo dalle scorie. Sta scritto nel libro del Qoèlet:
Accetta quanto ti capita, sii paziente tra le tue vicende dolorose, perché
nel fuoco si prova l’oro, e gli uomini graditi nel crogiuolo del dolore (Qo 2,4-6).
In altri passi
biblici la sofferenza viene considerata come una correzione paterna inviata da
Dio; essa ha un potente valore educativo, perché è la correzione del migliore
dei padri. La sofferenza appare come una manifestazione della benevolenza
divina verso coloro che il Signore ama. Leggiamo nel libro dei proverbi: Non
disprezzare, figlio mio, la disciplina del Signore, e non ti infastidire per la
sua correzione, perché il Signore corregge colui che ama, come fa il padre con
il figlio prediletto (Pr 3,11-12).
Il dolore è una
prova di amore da parte di Dio ed è un mezzo di salvezza per l’uomo. Il libro
della Sapienza assicura a coloro che soffrono una vita felice dopo la morte: Per
una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati, e li ha
trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come
un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella
stoppia correranno qua e là (Sap 3,5-7).
Nel quarto carme
del servo di Jahvè leggiamo: Al Signore è piaciuto
prostrarlo con il dolore; poiché offriva se stesso in espiazione, vedrà una
discendenza longeva; la volontà del Signore si effettuerà per mezzo suo (Is 53,10).
Gesù fu sensibile
alla sofferenza umana, dimostrò compassione e tenerezza verso i malati, i
sofferenti e i bisognosi. Molti dei suoi miracoli furono compiuti per liberare
gli uomini dalle sofferenze e dalla malattia. Leggiamo nel vangelo secondo
Matteo: Gesù percorreva tutte le città e i villaggi insegnando e curando ogni
malattia e infermità. E vedendo le folle ne sentì compassione perché erano
stanche e abbattute come pecore senza pastore (Mt 9,35-36). Anche ai
discepoli inviati in missione temporanea nei villaggi della Palestina, Gesù
diede il potere di guarire le infermità. In questo modo Gesù mostrò che il
regno di Dio nella sua completa realizzazione esclude ogni dolore e sofferenza
umana.
Però Gesù non solo
ha lenito le sofferenze umane, ma ha voluto lui stesso provare il dolore fino all’estreme conseguenze. Nell’imminenza della sua passione
Gesù è turbato e prova un’angoscia mortale; nel Getsemani la tristezza e lo
scoramento lo assalgono in maniera intensissima; è tradito da un amico (Mt
26,49-50), è abbandonato dagli apostoli (Mt 26,56), è rinnegato da Pietro (Lc 22,54-62), oltraggiato dalla folla, dai soldati e dai
sommi sacerdoti. Ma proprio attraverso la passione e la morte accettate
liberamente e pazientemente, Gesù dà la suprema
testimonianza della sua obbedienza al Padre e dell’amore infinito per gli uomini
peccatori. Per mezzo della sofferenza e della croce si compie il mistero della
liberazione degli uomini, che mediante la fede in Cristo crocifisso e risorto
hanno nuovamente accesso al Padre che è nei cieli. Nel disegno di Dio esiste un
nesso inscindibile tra dolore e amore, tra sofferenza e glorificazione, tra
umiliazione e esaltazione. Il dolore umano, quando diventa manifestazione di
amore e di obbedienza, subisce un processo trasfigurante profondo ed
impegnativo.
In questo contesto
si può comprendere la beatitudine dell’afflizione: Beati gli afflitti perché
saranno consolati (Mt 5,4). Accettata in unione con Cristo crocifisso, la
sofferenza diventa sopportabile e dolce perché Cristo stesso diventa il nostro
conforto e la nostra consolazione.
Il credente è
chiamato a portare ogni giorno la sua croce e a seguire Gesù. Secondo la
dottrina dell’apostolo Paolo, le sofferenze e le tribolazioni della vita
presente sono un dono, una grazia divina, perché assimilano il credente a
Cristo stesso e lo inondano della gioia della vittoria che proviene dalla
risurrezione di Gesù. La sofferenza, sopportata con amore, prepara una gloria
eterna senza limiti, che supera ogni attesa e ogni intendimento umano: se
soffriamo con Cristo, regneremo con lui.
Secondo la
concezione cristiana, il dolore, in tutta la sua naturale crudeltà e amarezza,
può diventare con la grazia del Signore un poderoso
strumento d’amore, di grazia e di apostolato; può divenire sorgente di vita e
di gioia. San Paolo scrive ai Colossesi: Sono
lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello
che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è
La mitezza secondo
L’AT celebra con
molto fervore la mitezza di Dio che è più incline al perdono che al castigo;
anche quando punisce, Dio agisce con moderazione. I salmi soprattutto mettono
in rilievo l’immensa bontà di Dio.
Quanto è grande
la tua bontà, Signore! La riservi per coloro che ti temono, ne ricolmi chi in
te si rifugia davanti agli occhi di tutti
(Sal 31,20); Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei
pieno di misericordia con chi ti invoca (Sal
86,5).
Dio governa
l’universo con soavità e tutti gli uomini sono invitati a gustare la sua divina
clemenza: Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l’uomo che in
lui si rifugia (Sal 34,9).
Le parole del
Signore, cioè la legge mosaica, sono dolci al palato dei fedeli: I giudizi
del Signore sono tutti fedeli e giusti, più preziosi dell’oro, di molto oro
fino, più dolci del miele e di un favo stillante (Sal
19,10-11).
Anche la sapienza
che viene dall’alto possiede la qualità della dolcezza: Mangia, figlio mio,
il miele, perché è buono e dolce sarà il favo al tuo palato. Sappi che tale è
la sapienza per te (Pr 24,13-14).
Gli uomini pii
dell’AT si distinguono per la loro mansuetudine. Di fronte alla prosperità dei
malvagi le anime pie rischiano di accalorarsi, di eccitarsi e di rivoltarsi
contro Dio. Il salmo 37 invece ci insegna: Non adirarti contro gli empi, non
invidiare i malfattori... Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui;
non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie. Desisti
dall’ira e deponi lo sdegno, non irritarti; faresti del male, poiché i malvagi
saranno sterminati, ma chi spera nel Signore possederà la terra... I miti
possederanno la terra e godranno di una grande pace.
Secondo il
salmista, i miti sono coloro che non si scandalizzano del benessere dei
peccatori e sperano in Dio stando in silenzio davanti a lui. I miti che evitano
il male e operano il bene osservando le leggi del Signore, sono chiamati giusti
e perfetti.
Come splendido
modello di dolcezza nell’AT è presentato Mosè. Nel libro dei Numeri si legge: Mosè
era molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra (Nm
12,3). Questo testo allude al fatto che Aronne e Maria, rispettivamente
fratello e sorella di Mosè, conducevano una campagna denigratoria contro il
fratello per scalzarne l’autorità. Di fronte a queste manovre Mosè rinunciò a
difendersi e rimise la sua causa nelle mani del Signore. Allora il Signore
intervenne. Convocati i colpevoli presso la tenda del convegno, Dio colpì Maria
con la lebbra. Mosè non si vendicò, ma pregò il Signore perché risparmiasse il
castigo alla sorella. La mitezza di Mosè è contrassegnata da una profonda
fiducia di Dio, da una calma sopportazione dell’offesa e dal perdono completo
che lo spinge a intervenire in favore della sorella punita.
Il futuro Messia,
il Cristo, si distinguerà per la sua mansuetudine.
Leggiamo nel libro
del profeta Zaccaria: Esulta grandemente, o figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio di
asina. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da
Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il
suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra (Zc 9,9-10). E nel libro del profeta Isaia si dice del
futuro Messia: Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la
sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma
smorta (Is 42,2-3).
Nell’AT la mitezza
è presentata come il distintivo della persona veramente religiosa in
opposizione all’atteggiamento del superbo e dell’arrogante, che confidando in
se stesso e nei mezzi umani, diffida di Dio e opprime i deboli e gli indifesi.
Il mite dipende totalmente da Dio, è spiritualmente povero e perciò benigno
verso gli uomini, specialmente verso i più deboli. I miti
sono gli uomini che piacciono a Dio, come leggiamo nel libro del profeta Isaia:
Così dice il Signore:... Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile
e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola (Is 66,1-2).
La suprema
manifestazione della mitezza ci è stata data nel NT da Gesù: in lui si sono
manifestati la bontà di Dio, nostro salvatore, e il suo amore per gli uomini
(Tt 3,4). Gesù compì la missione ricevuta dal Padre
nella debolezza e nell’umiltà. Ciò non significa che egli fosse apatico e
indifferente all’ipocrisia, alla durezza di cuore, agli
scandali e alle profanazioni religiose e morali.
Gesù scacciò i
trafficanti del tempio con zelo risoluto, si rattristò per la cecità e la
durezza di cuore dei suoi avversari e rivolse loro parole severe. Ma pur
smascherando la malvagità degli uomini, Gesù fu sempre il maestro mite e buono.
Lui stesso presentò come sua caratteristica la mitezza e l’umiltà di cuore: Imparate
da me, che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29).
Matteo ama
sottolineare la discrezione e la bontà di Gesù anche in altre circostanze. Ne
citiamo una. Nel trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme prima della sua
passione, tutti gli evangelisti citano la profezia di Zaccaria: Gesù non avanza
su un cavallo che è animale da guerra, ma su un asino, che simboleggia la non
violenza, l’umiltà e la dolcezza.
Sullo sfondo
dell’AT e dell’esempio di Gesù si può comprendere il profondo significato della
beatitudine: Beati i miti, perché possederanno la terra, cioè godranno
l’eredità promessa da Dio, la beatitudine celeste nel suo regno.
I seguaci di Gesù
sono invitati a imitare la mansuetudine e dolcezza del loro maestro. L’apostolo
Paolo scrive ai Colossesi: Rivestitevi dunque,
come amati da Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di
umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi
scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri.
Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi
(Col 3,12-13). E nella lettera agli Efesini scrive: Vi esorto... a
comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni
umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di
conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace (Ef
4,1-3).
L’invito alla
mitezza ci viene anche dalla prima lettera di Pietro: Siate tutti concordi,
partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno,
misericordiosi, umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma,
al contrario rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per
avere in eredità la benedizione (1Pt 3,8-9).
Le grandi promesse
di Dio sono fatte ai miti: quelli che ora sono umili e indulgenti, alla fine
saranno i reggitori del mondo.
BEATI GLI AFFAMATI E GLI ASSETATI DI
GIUSTIZIA
Nel vangelo di
Matteo il termine giustizia designa una condotta conforme alla volontà
di Dio, in altre parole la santità, la perfezione cristiana. Vengono proclamati
beati coloro che hanno un vivissimo desiderio della santità: Beati quelli
che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati. Gesù ha detto: Se
la vostra giustizia (= santità) non supererà quella degli scribi e dei farisei,
non entrerete nel regno dei cieli (Mt 5,20). La norma suprema della morale
cristiana è la perfezione stessa del Padre: Siate voi dunque perfetti come è
perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48).
Gli atti esterni,
senza l’adesione del cuore, non sono sufficienti, perché la giustizia ha valore
solamente se compiuta con lo scopo di piacere a Dio e solamente a lui.
Il termine
giustizia è molto usato sia nell’AT che nel NT. Il termine può indicare sia un
attributo di Dio che un atteggiamento dell’uomo.
Dio si manifesta
giusto quando opera con misericordia e realizza le sue promesse di salvezza.
La giustizia
divina è un attributo per cui Dio agisce con bontà e misericordia verso gli
uomini peccatori, concedendo loro il perdono e la grazia che li trasforma in
figli di Dio ed eredi della beatitudine celeste e ciò in virtù dei meriti di
Cristo.
Un altro aspetto
della giustizia biblica è quello che si riferisce ai rapporti vicendevoli tra
gli uomini. Nell’AT durante l’epoca monarchica apparvero nella società
d’Israele le disuguaglianze sociali, cioè le differenze tra ricchi e poveri,
tra violenti e oppressi, tra padroni e schiavi. Questa situazione di
ingiustizia fu sentita in Israele come una rottura dell’originario ordine
voluto da Dio, come un contrasto col dono che il Signore aveva fatto al popolo,
liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto per condurlo in un paese prospero e
stabilire con lui l’alleanza. I profeti denunciarono con molto vigore la cupidità dei re, l’ingiustizia dei giudici, l’oppressione
dei miseri, il lusso dei ricchi (Am 5,7; 6,12; Is
5,7.23; Ger 22,13.15). Le feste religiose e i riti di
culto diventano un’abominazione per il Signore, se non sono in rapporto con la
pratica della giustizia e del diritto, cioè dell’onestà, della rettitudine,
dell’osservanza del giusto ordine sociale.
Il futuro messia è
preannunciato come un principe integro, che amministra la giustizia in favore
dei miseri e dei non abbienti (Is 9,6; Ger 23,5; Sal 72,1-3).
Al centro della
dottrina morale del NT si trova il precetto dell’amore del prossimo, che
presuppone l’esercizio della giustizia in rapporto con Dio e con i fratelli.
Nella comunità cristiana viene proclamata la totale uguaglianza dei credenti in
Cristo, per cui non ha più senso la distinzione tra ricco e povero, tra libero
e schiavo.
La giustizia nella
sacra scrittura designa dunque l’amoroso atteggiamento di Dio verso gli uomini
e l’appropriato atteggiamento degli uomini verso Dio e verso i propri fratelli.
Uno degli
attributi relativi a Dio più frequentemente ricorrenti nella Bibbia, è quello
di misericordioso, cioè disposto al perdono, alla comprensione, a
riprendere sempre di nuovo il suo dialogo d’amore con l’uomo.
Dio si rivela a
Mosè sul monte Sinai, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio
misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che
conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la
trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa
dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta
generazione (Es 34,6-7). Pur non rinunciando al
suo diritto di giudizio e di punizione per gli uomini che non ricambiano il suo
amore, la sua misericordia è infinitamente più grande: essa si estende fino a
mille generazioni mentre la sua collera arriva alla terza e, al massimo, alla
quarta generazione.
Moltissimi salmi
esaltano la bontà misericordiosa di Dio. Citiamo solamente il bellissimo salmo
103: Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli
non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci
tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il
cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo
temono; come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre
colpe. Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di
quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo
polvere (Sal 103,8-14).
La storia del
popolo d’Israele è la manifestazione della misericordia di Dio lungo i secoli.
Ora, la cosa
interessante è che Gesù nella beatitudine della misericordia, esige da noi che
abbiamo la stessa capacità di amare, di perdonare e di aiutare tutti quelli che
si trovano in necessità, come fa Dio. Anzi, c’è di più:
subordina addirittura la concessione della misericordia da parte di Dio alla
misericordia che noi sapremo donare agli altri: Beati i misericordiosi perché
troveranno misericordia.
Ma l’uomo come può
esercitare la misericordia verso gli altri?
Per trovare delle
indicazioni concrete sul modo di esercitare la misericordia verso gli altri
basta continuare la lettura del discorso della montagna.
Una prima indicazione
ci viene da quella esigenza di giustizia superiore a quella degli scribi
e dei farisei e che consiste nella legge dell’amore senza nessuna barriera né
di persone né di situazioni.
Un’altra
indicazione è quella della riconciliazione con il fratello, che avesse
qualcosa contro di noi: riconciliazione che dobbiamo realizzare prima di
andare a compiere la nostra offerta all’altare (Mt 5,23-24). Un’ulteriore
indicazione ci è data soprattutto nel dovere di amare i nemici come Dio li ama:
Avete inteso che fu detto: Amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico;
ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché
siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i
malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti...
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt
5,43-48).
Dio è
misericordioso non perché è indifferente al bene o al male, ma perché sa
compatire chi fa il male e attende con pazienza che si converta. Proprio per
questo Gesù ci insegna subito dopo a pregare così: Padre nostro... rimetti a
noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,9-12).
Dio diventa così il modello e la misura della nostra misericordia.
Non è facile per
nessuno essere misericordioso, non è facile per nessuno perdonare chi ci ha
offeso, chi ci ha fatto dei torti, chi ci ha ucciso barbaramente genitori o
figli: perciò abbiamo bisogno di chiedere nella preghiera al Padre
misericordioso la forza di fare misericordia.
Cristo, morendo
sulla croce, ha dato l’esempio più grande del perdono radicale ai suoi
crocifissori: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34).
La misericordia,
però, si manifesta in casi anche più ordinari e frequenti che non quello del
perdono dei nemici o dei grandi gesti eccezionali. È la normale convivenza con
gli altri che esige capacità d’amore, di benevolenza, di donazione, di
comprensione, di sacrificio. Basterebbe pensare alla tentazione costante in cui
ci troviamo di giudicare il prossimo, sostituendoci alla sua coscienza
per interpretare, a nostra misura, intenzioni segrete, fini, progetti, calcoli,
ecc., e tutto in luce negativa e di condanna senza appello.
È proprio questa
cattiveria del nostro spirito, che ci rende impietosi verso gli altri, che Gesù
intende condannare quando ci dice: Non giudicate, per non essere giudicati;
perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la
quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo
fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come
potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio,
mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo
occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza nell’occhio del tuo
fratello (Mt 7,1-5).
Dio si arrende a
noi, si adegua alla nostra capacità di amare e di perdonare. Perciò ogni nostro
gesto di benevolenza più che agli altri è fatto a noi, perché fa ricadere su di
noi la benevolenza del Padre: è facendo misericordia che ci meritiamo
misericordia!
Eloquente in
questo senso è la grandiosa descrizione del giudizio finale (Mt 25,31-46) in
cui il concetto di misericordia viene allargato a tutte le situazioni di
bisogno materiale e spirituale in cui venga a trovarsi il nostro prossimo.
Si può dire che il
cristiano è costantemente posto nella situazione di dover fare opere di
misericordia, nelle quali già ora incontra Cristo che gli ricambia amore e
benevolenza.
Anche nel più
piccolo dei fratelli è presente misteriosamente Cristo che continua ad aver
fame negli affamati e a soffrire in tutti quelli che soffrono. Cristo lo
incontriamo ad ogni passo, ad ogni uscio. La beatitudine sta
precisamente nell’accoglierlo e nel fargli misericordia. Solo così anche
noi otterremo misericordia perché anche noi ci troveremo sicuramente, almeno in
alcuni momenti, ad essere nella schiera dei più piccoli tra i fratelli
di Cristo; affamati, assetati, bisognosi di qualcosa, ammalati, soli, tanto soli. Se avremo visto il segno di Cristo nei
bisognosi, gli altri sapranno vederlo anche in noi: la misericordia che avremo
fatta ritornerà, moltiplicata, sopra di noi.
Beati i
misericordiosi perché otterranno misericordia: fra le beatitudini è la più consolante e quella di cui abbiamo
maggiormente bisogno. Però è anche la più faticosa perché esige forza d’animo,
spirito di amore, di donazione e di perdono, e il coraggio di farsi carico di
tutte le pene, le sofferenze, le umiliazioni dei fratelli, per portarle insieme
con loro.
È la beatitudine
che ci inonda continuamente dell’amore buono e misericordioso di Dio, ma che
non ci permette alcun momento di egoismo, di pigrizia e di disimpegno.
BEATI I
PURI DI CUORE
È da escludere
l’interpretazione più corrente che identifica la purezza di cuore con la
castità o, anche con il retto uso della sessualità: tutto questo può anche
rientrare nella beatitudine dei puri di cuore, a condizione però di
partire da altre e più larghe premesse, che riguardano tutto l’uomo nella sua
interiorità e anche nella sua esteriorità.
Chi sono dunque i
puri di cuore di cui parla il vangelo secondo Matteo?
Gli studiosi sono
d’accordo nel far risalire al salmo 24 l’espressione che stiamo commentando: Chi
salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani
innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del
suo prossimo. Otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe (Sal 24,3-6).
La purezza di cui
si parla qui è quella interiore che raggiunge in profondità le intenzioni delle
nostre azioni e le fanno essere conformi alla volontà di Dio: la purezza di
cuore è la santità autentica. Il cuore puro, innocente, non solo è libero dalla
colpa, ma anche dal fascino sempre ritornante della tentazione. E questo può
esserci dato come dono solamente da Dio. Infatti il
salmista prega così: Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno
spirito saldo (Sal 51,12).
Nella Bibbia, il
cuore è il centro della vita interiore, dove trovano sede e origine tutte le
forze e le funzioni psichiche e spirituali. Il cuore è soprattutto il vero
centro dell’uomo, a cui Dio si volge; qui è la radice della vita religiosa, che
determina l’atteggiamento morale. È il cuore che rende puro o impuro tutto
l’uomo.
Leggiamo nel
vangelo secondo Matteo queste parole di Gesù: Ciò che esce dalla bocca
proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono
i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le
prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le
cose che rendono immondo l’uomo (Mt 15,18-20). San Paolo scrive al vescovo
Tito: Tutto è puro per i puri; ma per i contaminati e gli infedeli nulla è
puro; sono contaminate la loro mente e la loro coscienza (Tt 1,15). Purezza di cuore quindi vuol dire purezza di
mente e di coscienza: avere la coscienza pulita.
Il cuore puro è la
coscienza innocente, limpida, trasparente, che riflette la luce del volto di
Dio, permeabile e docile al suo messaggio e ai suoi comandamenti.
Beati i puri di
cuore perché vedranno Dio. Quando
vedranno Dio?
Nel libro
dell’Esodo leggiamo queste parole di Dio rivolte a Mosè: Tu non potrai
vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo (Es 33,20). Quindi il testo di questa beatitudine si
riferisce principalmente alla gloria finale, al paradiso.
L’Apocalisse ci
descrive con toni esultanti la felicità dei salvati nella Gerusalemme del
cielo: Il trono di Dio e dell’Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo
adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte (Ap 22,3-4).
BEATI
GLI OPERATORI DI PACE
Le beatitudini si
indirizzano a persone che fanno qualcosa. Gli operatori di pace non sono semplicemente
individui sensibili alla miseria altrui, ma individui che fanno opere di
misericordia, che soccorrono fattivamente il prossimo. Gli operatori di pace
sono coloro che riportano l’unione e la concordia tra le persone disunite.
Per essere operatori
di pace bisogna prima di tutto essere pacifici, ossia pacificati con se stessi,
perché nessuno può dare ciò che non ha. Tuttavia questa beatitudine pone
l’accento sulla forza d’animo e sulla volontà di produrre la pace dove regnano
la tensione, la conflittualità, la rivalità, il sospetto e soprattutto la
guerra effettiva. Proprio perché pacifico, il discepolo di Cristo è un
operatore di pace, un seminatore dell’amore e della pace che ha nel cuore.
La pace perciò è
da intendere come frutto dell’amore e della concordia e non come imposizione di
ordine da parte di chi ha la forza o anche solo l’autorità.
È Cristo il più
grande operatore di pace. Leggiamo nella lettera agli Efesini: Egli (Cristo)
è la nostra pace, colui che ha fatto dei due (dei giudei e dei pagani) un
popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè
l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di
prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo
nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo
corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è
venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che
erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci,
gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito (Ef 2,14-18). E nella
lettera ai Colossesi: Piacque a Dio di far abitare
in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,
rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose
che stanno sulla terra e quelle nei cieli (Col 1,19-20).
È Cristo dunque il
più grande operatore di pace. Egli ha pagato questo compito cosmico con una
morte violenta.
Il segno più
plastico e più efficace della rappacificazione universale è perciò la croce che
fino a quel momento era stata solo il segno della violenza e della
sopraffazione. Su questa linea pacificatrice si muovono alcune
indicazioni del seguito del discorso della montagna, che ad alcuni sono
sembrate paradossali, se non addirittura assurde, ma non lo sono se vengono
confrontate con quanto Gesù ha effettivamente compiuto. Leggiamo nel vangelo
secondo Matteo: Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per
dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la
guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio
per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a
fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da
te un prestito non volgere le spalle (Mt 5,38-42).
Apparentemente
ci sembra di trovarci davanti a una capitolazione che potrebbe rendere anche
più arrogante l’avversario: in realtà è l’unico modo per dimostrare che la
violenza è un non senso e che l’amore, che solo genera la pace, è più
produttivo perché realizza addirittura il doppio di quanto il violento
potrebbe desiderare: la violenza pretende la tunica, l’amore dà spontaneamente
la tunica e aggiunge anche il mantello.
La violenza genera altra violenza; l’amore invece arresta la violenza e la
demolisce, facendone vedere l’assurdità e la sterile follia.
Perché gli
operatori di pace saranno chiamati figli di Dio?
Perché solo la
pace vera, quella lasciataci da Cristo (Gv 14,27), quella che nasce dal cuore,
è capace di creare l’autentica famiglia di Dio, dove tutti si sentono compresi
e amati come figli di Dio e fratelli tra loro.
L’ottava e
l’ultima beatitudine è ripetuta due volte. Prima nella solita forma di tutte le
altre, alla terza persona: Beati i perseguitati a causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,10). Successivamente in una forma
amplificata, con la seconda persona plurale, quasi ad interpellare direttamente
gli ascoltatori: Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e,
mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi
ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi (Mt
5,11-12).
A chi poteva aver
nutrito la strana illusione di potersene stare tranquillo dopo essere diventato
cristiano, Gesù dice che il segno più qualificante dell’essere cristiano è la
persecuzione. Tutto perciò viene messo di nuovo in movimento. E tutto questo
non deve ingenerare tristezza, ma gioia ed esultanza.
È l’esperienza che
hanno fatto gli apostoli, secondo il racconto degli Atti: Richiamati gli
apostoli, li fecero fustigare e ordinarono loro di non continuare a parlare nel
nome di Gesù; quindi li rimisero in libertà. Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del
nome di Gesù (At 5,40-41).
L’apostolo
Paolo scrive: Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle
necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono
debole, è allora che sono forte (2Cor 12,10).
Esaminiamo ora più
da vicino questa beatitudine. Ci sono tre cose fondamentali che la
caratterizzano e la mettono in singolare rapporto con le beatitudini
precedenti.
Prima di tutto
questo invito alla gioia, espresso con due verbi congiunti tra loro: Rallegratevi
ed esultate. Essi vogliono esprimere una gioia molto intensa. Ogni
beatitudine è una dichiarazione di felicità e dà vera gioia. Se il povero è
dichiarato beato, ciò gli deve procurare gioia. Se invece si rattristasse o
sopportasse di mal animo la sua situazione, non sarebbe per nulla beato. E così
si dica di tutte le altre beatitudini.
Allora perché solo
i perseguitati per causa della giustizia vengono invitati a godere
intensamente? Perché nel loro soffrire maturano una grande ricompensa nei
cieli: non solo la loro sofferenza non va perduta, ma ripagata abbondantemente
nella vita eterna.
Il vero cristiano
non ha alcun timore per le persecuzioni che possono raggiungerlo: invece di
spaventarsi riprende vigore, invece di intristirsi ne prova grande gioia. Per
questo, Gesù, pur preannunciando lotte e persecuzioni ai suoi apostoli, dirà
loro di non avere alcun timore: Non abbiate paura di quelli che uccidono il
corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha
il potere di far perire e l’anima e il corpo nella geenna. Due passeri non si
vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che
il Padre vostro lo voglia (Mt 10,28-29).
La seconda cosa
caratteristica di questa beatitudine è la sua esplicita motivazione cristologica:
non basta essere perseguitati, bisogna essere perseguitati a causa di Gesù.
Questo riferimento
a Cristo, perché la persecuzione e la sofferenza abbiano la ricompensa per la
vita eterna, è costante in tutta la tradizione del NT. L’apostolo Pietro
scrive: Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si
è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano.
Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi
perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed
esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo
Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. Nessuno di voi abbia
a soffrire come omicida, o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come
cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome (1Pt
4,12-16).
Nel
vangelo secondo Giovanni leggiamo queste parole di Gesù: Ricordatevi della
parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi;
se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo
vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato (Gv 15,20-21).
Anche san Giacomo
ricorda ai cristiani che le prove sofferte per la fede, devono essere motivo di
gioia e di esultanza, perché dilatano gli spazi della speranza e dell’amore: Considerate
perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni
sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E
la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza
mancare di nulla (Gc 1,2-4).
E ancora san
Pietro commenta meravigliosamente questa ottava beatitudine quando scrive: Perciò
siate ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie
prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che,
pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode,
gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza
averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia
indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la
salvezza delle anime (1Pt 1,6-9).
La terza
caratteristica di questa beatitudine è il richiamo dell’esempio dei profeti: Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi (Mt
5,12).
È un’ulteriore
motivazione che Gesù aggiunge per far accettare ai suoi discepoli questa ingrata
beatitudine. È una garanzia in più che Gesù fornisce ai suoi perché non si
smarriscano di fronte alla prova. I cristiani sono i profeti dei tempi nuovi e
quindi nessuna meraviglia se saranno trattati come quelli dei tempi antichi. È
quanto Gesù dice agli apostoli quando li manda in missione: Chi dunque mi
riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio
che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo
rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32-33).
Il profeta deve
gridare ad alta voce il suo annuncio, deve esporsi, fare una scelta esplicita
per Cristo: questo gli procurerà impopolarità, dileggio e persecuzione.
Rileggendola in
profondità, si vede chiaramente che l’ultima beatitudine non riguarda soltanto
alcuni momenti della storia della chiesa, né solo alcuni uomini particolari: al
contrario essa riguarda la vita normale del cristiano di ogni tempo e a ogni
latitudine.
Annunciare Cristo,
testimoniarlo nella propria vita, denunciare corruzione, vizi, tradimenti,
lassismo morale, ingiustizie, soprusi, violenze, resistendo, se necessario,
fino alla morte: tutto questo vuol dire essere profeti scomodi e perciò esposti
alla derisione, alla persecuzione e al terrorismo ideologico. Ma non per questo
dobbiamo lasciarci spaventare. Al contrario crediamo al comando e alla promessa
di Cristo: Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei
cieli.