AMORE CRISTIANO E SESSUALITÀ
(Pedron Lino)
Indice:
Introduzione
1 - Amore e
sessualità
2 - La novità
cristiana
3 - La
castità: opera di Dio, opera dell'uomo
4 - La
castità in contesto coniugale
5 - La castità
in contesto preconiugale
6 - La
castità in contesto non coniugale
Conclusione
Una dichiarazione
della Congregazione per la dottrina della fede su "Alcune questioni di etica sessuale" del 29 dicembre 1975 invita i
vescovi e anche noi preti ad "esprimere" l’insegnamento cristiano
riguardante la sessualità "in maniera adatta a illuminare le coscienze
dinanzi alle nuove situazioni, ad approfondirlo", ad "arricchirlo con
discernimento di ciò che può essere detto di vero e di utile circa il
significato e il valore della sessualità umana" (n. 13).
Vorrei rispondere
qui a tale invito, riprendendo questo tema che è intimamente connesso con le opzioni, spesso non formulate o implicite, che determinano
l’atteggiamento di ciascuno di fronte alla vita, all’amore e alla libertà.
Senza dubbio vi
sono altri settori nei quali oggi si gioca l’avvenire dell’umanità e s’impegna
la forza dell’amore che dovrebbe esserne il motore: la pace tra i popoli, la
libertà da salvaguardare, la giustizia economica e sociale, il rispetto della
vita... Preoccupazioni, queste, tanto vitali che la
riflessione cristiana non può trascurarle. Nondimeno,
prendendo lo spunto dal documento sopra citato, mi limiterò qui a due
obiettivi. In primo luogo, cercherò di dire ciò che l’amore cristiano deve
essere oggi per corrispondere sia alla vocazione umana, sia alle esigenze
evangeliche. In secondo luogo, proporrò alcune applicazioni particolari di questo ideale nel campo della sessualità.
Esperienze e
moralità
Non bisogna
nasconderlo: il dialogo tra coloro che hanno ricevuto
la missione di ricordare i principi fondamentali (Mt 28,19 ss.;
2Tm 4,2), ossia la gerarchia della Chiesa, e quelli che vorrebbero che la
morale sia edificata sulla base di una vita vissuta può essere delicato. Senza
giungere a ridurre la morale a un semplice conformismo
nei confronti dei costumi dominanti, essi insistono sul fatto che l’esperienza
contribuisce largamente a chiarire e a precisare le leggi morali.
Anche se l’attenzione al reale s’impone, quest’ultima
tuttavia non può dettarci le sue leggi. Si afferma spesso e volentieri che
l’esperienza vissuta è la prima fonte della morale. Che dire di questa affermazione? La formulazione si presta all’equivoco
perché potrebbe far credere che le norme morali non servono che a ratificare lo
stato presente dei costumi: "Se fanno così è sicuramente giusto".
Credo che nessuno voglia sostenere un tale conformismo.
La verità, però, è
che il problema morale non si pone mai se non nel confronto con scelte
concrete. È appunto in presenza di ostacoli o di
opzioni ben circostanziate che si prende coscienza sia della necessità di una
"bussola", sia delle direzioni da seguire.
Se molti oggi
contestano questo o quell’aspetto del
"vissuto" della nostra società dei consumi, è precisamente in nome
dei principi che sono come il motore delle nostre conversioni quotidiane. Ciò
che si può dire è che la vita morale, in quanto
vissuta, contiene già una presa di coscienza che precede in qualche modo la
riflessione teorica. La morale, come scienza delle norme, deve riflettere su
ciò che il senso morale avvertito offre come giudizi morali concreti.
Coscienza e
moralità
Nella stessa
linea, si sente spesso dire: "Non abbiamo bisogno di direttive morali;
ciascuno segua la sua coscienza". In questa espressione
c’è di vero che il comportamento morale è sempre il comportamento di una
persona concreta in una situazione particolare. Di qui il ruolo indispensabile
della coscienza personale. Ma bisogna pure sottolineare
che la coscienza, nella sua presa di posizione concreta, deve tener conto del
senso oggettivo della situazione nella quale si trova. Ciò suppone anche che
questa coscienza sia educata. Implica, per il cristiano, la necessità di una
formazione permanente che deriva dall’educazione iniziale e che deve essere
continuata per tutta la vita alla luce della parola di Dio e del magistero
della Chiesa, interprete autorizzato della tradizione morale.
Norme e moralità
Diciamo dunque fin
dall’inizio: l’esistenza cristiana non deve essere vista anzitutto come obbedienza
a un insieme di regole promulgate da Dio per
disciplinare i comportamenti. Il centro di gravità di un giudizio morale non
può ridursi alle categorie del "permesso" e del "proibito".
Il cuore della moralità è l’opzione fondamentale, che
dà alla nostra vita un senso e che, normalmente, ispira le nostre decisioni
particolari. La moralità cristiana si giudica anzitutto secondo che essa orienti la vita verso Gesù Cristo e il suo messaggio, oppure
scelga di allontanarsene. Ciò non significa affatto che gli atti particolari
non avrebbero alcuna importanza. Ma
questa è secondaria, non essendo questi atti che la manifestazione
dell’intenzione fondamentale che li ispira.
Morale
dell’Alleanza
Considerata nel
suo dinamismo essenziale, la morale cristiana è anzitutto una "morale
dell’Alleanza", alla quale il cristiano è chiamato ad aprirsi nella fede,
nella speranza e nella carità. Infatti è in Dio che
l’amore umano attinge la sua sorgente e il suo slancio vitale. È in lui che si
radica la promozione umana integrale.
In questa ottica, una norma morale non è una coercizione o una
proibizione, ma un aiuto per il cammino, una indicazione segnaletica
d’orientamento e, talvolta, la barriera che ci permetterà di evitare tragiche
cadute.
Ciò che si attende
dalla nostra Chiesa è che ci dia il desiderio di progredire. La morale consiste
nel vivere nel più alto di sé, nello scegliere il massimo di essere.
Venendo
al fondo di questa morale dell’Alleanza, non bisogna dunque rinchiudere la
moralità nel solo dilemma "peccato" o "non peccato". Essa è la chiamata alla progressione verso il bene, cioè, in definitiva, verso Dio.
In questa
prospettiva positiva e costruttiva, vorrei invitare
ciascun cristiano a prendere coscienza delle esigenze cristiane nel settore
delicato del comportamento sessuale. E, per
cominciare, credo che sia indispensabile chiarire anche il significato della
parola "amore", svelandone l’ambiguità nell’uso corrente.
Il termine
"amore"
La parola amore è
una delle più usate nel mondo contemporaneo: ci giunge incessantemente sulle
onde della radio o sugli schermi, nelle innumerevoli canzoni o nei films e nella letteratura.
Purtroppo sotto
questa parola magnifica si nascondono quelle che noi dobbiamo chiamare le
contraffazioni dell’istinto sessuale e della sua sovrana libertà.
Un saggio cinese,
interrogato un giorno su quello che avrebbe fatto se fosse stato il padrone del
mondo, rispose: "Ristabilirei il senso delle parole". Immenso
servizio, in effetti, da rendere all’umanità. Spetta a noi cristiani,
soprattutto, di non lasciare profanare la parola "amore", di
ristabilirne il senso e di non usarla se non per esprimere l’amore autentico. È
urgente ricollocare nel loro vero rispettivo posto "amore" e
"sessualità", in modo da non confonderli. Non è il caso qui di
entrare nei dettagli. Basti ricordare alcuni aspetti contrastanti che esistono
tra l’amore e l’impulso sessuale.
Contrasto
Senza dubbio non
si può dissociare l’istinto sessuale e l’amore al punto da fondare l’istinto
sull’animalità dell’uomo e l’amore sulla sua spiritualità. Ciò significherebbe
dimenticare che l’uomo è uno e che anche la sua animalità è impregnata di
spiritualità umana. Ma resta che l’istinto sessuale,
ancorché comporti una certa partecipazione, una certa comunione, mira al
possesso, alla captazione dell’altro.
L’amore, al
contrario, è fondato sul rispetto verso la persona altrui: il rispetto gli è
così essenziale come l’aria per i polmoni. "Io non potrei amarti tanto -
scriveva un poeta a sua moglie - se non nutrissi per te riverenza più di quanto
non t’amo".
L’amore non è mai
egoismo a due, né ricerca di sé attraverso l’altro. L’amore di per sé è oblativo, non possessivo. Ridurre l’amore a una ricerca di piacere vuol dire atrofizzarlo. Non è
anzitutto in nome delle esigenze della sua dottrina, ma in nome delle esigenze
dell’amore stesso che
Dissociazione
Amore e piacere
genitale sono distinti a tal punto che si trovano
separati in un certo numero di casi. Al livello inferiore, un tipo di
dissociazione si trova nello stravizio. La prostituzione, che è una
contraffazione dell’amore, dimostra da sola che la soddisfazione organica è una
cosa e che l’amore è un’altra.
In una relazione
su "La parte degli uomini nella prostituzione", il dott. René Biot scriveva con piena
esattezza: "Il problema sta nel sapere se la sessualità è, nell’uomo, una
forza identica a quella che spinge gli animali ad accoppiarsi, o se essa è
essenzialmente carica di un coefficiente spirituale che ne modifica la natura
radicalmente. Se la prima ipotesi è vera, niente vieti
che il maschio cerchi una compagna, or qui or là, e ne possa trovare ai
crocicchi delle strade o nelle case specializzate. Ma se, come noi con tutta la
nostra coscienza siamo persuasi, la sessualità umana è incorporata
necessariamente in un insieme molto più complesso, se
essa deve, per la natura stessa dell’essere umano, spiritualizzarsi in amore,
allora un atto sessuale compiuto da un uomo fuori dell’amore unico e definitivo,
consacrato nel matrimonio, non è soltanto una debolezza che degrada l’uomo
nella sua dignità morale, ma una caricatura della sessualità integrale. E sta
qui la malvagità intrinseca della prostituzione: è il fatto ch’essa
spinge l’uomo a perder di vista che le sue energie sessuali non devono mai
essere dissociate dal sentimento dell’amore; non diciamo però solamente
dell’attrazione (resteremmo infatti sul piano sensoriale), ma esprimiamo
fortemente il senso totale e senza pentimenti della parola amore. La prostituzione
concretizza e propone incessantemente la dissociazione
tra sessualità e amore".
Evoluzione dei
costumi
Mi pare tanto più
importante sottolineare questo contrasto in quanto
esso consente di situare meglio l’amore nella sua realtà universale. Tutto il
cristianesimo è incentrato sul dovere di amare, qualunque
sia la situazione propria di ciascuno.
Se l’amore non può
esprimersi legittimamente nella sua espressione genitale se non nel matrimonio
- e tale è l’affermazione costante della Chiesa - le altre forme di espressione dovranno essere diversificate secondo le
situazioni.
L’uomo è fatto per
amare e per essere amato: tutto il nostro essere vi tende e desidera
esprimerlo. L’espressione di questo amore sotto forma
genitale - completa o incompleta - non è valida e vera se non nel contesto
dell’amore coniugale. Ne parleremo più avanti. Al di fuori di questo quadro in
cui essa è ricca di vitalità, essa impoverisce l’uomo e distrugge la sua
capacità d’amare veramente. E questo è grave.
Una sana evoluzione
dei costumi ha sbloccato certi tabù e ha reso più naturali e vere le relazioni
tra uomini e donne. Tra un passato caratterizzato dal giansenismo e un presente
in cui troppo spesso tutte le dighe sono rotte c’è una misura e un equilibrio
da praticare. Ciò si potrà fare soltanto se gli atteggiamenti sono chiari e se
si farà distinzione, senza equivoci e senza compromessi, tra amore e genitalità.
Salvaguardare
l’amore
È di capitale
importanza che la parola amore e la realtà che essa abbraccia siano salvaguardate
nella loro purezza e nelle loro grandezze essenziali. I cristiani - in
particolare le nostre famiglie cristiane - che fanno l’esperienza di un amore
autentico, non devono tenere soltanto per se stessi il segreto di una gioia
scoperta nella fedeltà alla legge di Dio, che è la legge stessa dell’amore.
Spetta a loro, a
titolo speciale, reagire, mediante tutti i mezzi pubblici a loro disposizione,
al fine di risanare un’atmosfera moralmente contaminata e di preservare, per il
domani, le nuove generazioni. Ne va l’avvenire non solo delle coppie, ma della
società in genere, che è dilaniata nelle sue basi, poiché il tessuto
familiare si sfibra e diventa paludoso. Questo sforzo di raddrizzamento suppone
che i cristiani prendano sempre più coscienza di tutto ciò che esige il loro
cristianesimo e di quello che fa di un cristiano una creatura nuova, vivificata
dal Cristo, redentore e salvatore degli uomini.
2 -
La morale
cristiana riguardante la sfera sessuale non è che
un’applicazione del comportamento morale cristiano, così come esso è fondato
nella realtà battesimale, che deve distinguere per tutta la vita ogni
cristiano. Diciamo subito cos’è questa novità
cristiana.
La nostra
adesione vitale a Cristo
A chi chiede quale
sia l’originalità cristiana, non bisogna affrettarsi a rispondere citando
principi morali dei quali il discepolo di Cristo avrebbe il monopolio, ma
ricordando il rapporto del cristiano con Gesù Cristo, via ,
verità e vita. Talvolta i non-cristiani praticano meglio di noi il comandamento
del Signore: "Amatevi gli uni gli altri".
Per affermare ciò
che contraddistingue il tratto proprio di ciascun cristiano, nell’ordine dell’amore, bisogna leggere fino alla fine le parole di
Gesù: "Amatevi... come io ho amato voi" (Gv 13,34). Gesù si offre
come prototipo di amore. Il seguire questo modello dà
a tutta la nostra esistenza una dimensione nuova che,
riconosciuta nella sua esigenza, dovrebbe condurci a conversioni radicali.
Alla
domanda: "Che cosa aggiunge in più l’essere cristiano?" si può
rispondere: "In un certo qual modo, se si considerano le apparenze, non
apporta forse nulla di più".
"Invece - è stato scritto giustamente - essere credenti
cambia tutto. A prima vista queste due affermazioni sembrano
contraddittorie. Ma non facciamo la stessa
constatazione, per esempio, presso i fidanzati? Che
cosa cambia per questo ragazzo il fatto di essere fidanzato? È diventato, per
questo, più esperto nel suo mestiere? È diventato più intelligente?
Apparentemente nessun cambiamento di tale ordine è intervenuto a causa del suo
fidanzamento. E, tuttavia, essere fidanzato trasforma
in profondità l’esistenza di questo ragazzo, perché l’amore l’ha sconvolto o
piuttosto perché qualcuno, che egli ama e da cui è amato, è entrato nella sua
vita. Questa scoperta è formidabile: cambia tutta la sua esistenza. È questa,
pressappoco, l’esperienza che fa il cristiano credente. Che cosa cambia per me
il fatto di essere cristiano? Apparentemente nulla.
Sia io credente o incredulo, il mondo che mi circonda resterà
sempre lo stesso. E, tuttavia, il credere in Gesù
Cristo ha modificato tutta la mia vita. È stata una scoperta progressiva che
Dio si interessa di me e che la mia esistenza è
preziosa ai suoi occhi, poiché egli è venuto a condividere la nostra condizione
umana" (G. Ponteville).
Un nuovo stile
di vita
C’è dunque ragione
di parlare di una vita nuova. Ciò implica necessariamente nuove esigenze, un
invito a uno stile di vita e a un comportamento che
corrispondano a questa nuova nascita (cfr. Ef 4,1). È
impossibile esaurire in un insieme di regole tutto quello che comporta la
morale cristiana. Questa morale è dinamica perché ci impegna
sempre in nuovi compiti e ci pone davanti nuovi problemi. È l’amore di Gesù che
ci spinge ad andare fino all’estremità della terra. Non si possono dedurre dal
vangelo soluzioni "passepartout". Tuttavia, questa fede, questa
conversione del cuore susciteranno un nuovo dinamismo
morale e daranno a tutto il nostro agire una significazione d’altro ordine.
Il dinamismo dello
Spirito, senza escludere minimamente i doni naturali, è sempre immanente
nell’agire cristiano. L’arditezza di Pietro, il giorno di Pentecoste, la
sapienza irresistibile del diacono Stefano, la gioia dei discepoli, sono dei comportamenti umani; ma sono pure azioni profonde
dello Spirito. Alla luce della fede, questa simbiosi vitale diviene esperienza
di vita, segno di una Presenza.
3 -
Lo stile di vita,
che s’impone in tutti i campi nella logica della fede, si traduce, quando si
tratta di sessualità, con la messa in opera di una virtù indispensabile in ogni
stato di vita: la castità. La parola castità ha oggi una risonanza quasi
arcaica; si esita a usarla, tanto è screditata. Tuttavia questa virtù ha un ruolo indispensabile oggi come ieri.
Essa non è altro che il dominio di sé, che deve comandare l’istinto sessuale
per metterlo al servizio dell’amore autentico e per integrarlo, al suo posto,
nello sviluppo della persona umana. Il cristiano sa che questa
integrazione è difficile da realizzarsi e che lo squilibrio che regna
nella nostra natura ferita è particolarmente sensibile a questo livello. Già
san Paolo si lamentava di questa tensione avvertita in se stesso, tra quello
che desiderava fare e ciò che in lui vi si opponeva (cfr.
Rm 7,14-25).
La castità è una
virtù di equilibrio: essa è il frutto della grazia di
Dio e dello sforzo continuo dell’uomo alle prese con la sua debolezza e
fragilità. È una virtù progressiva: non si nasce casti, lo si
diventa, non meno che non si nasce caritatevoli o giusti.
È un’opera di
liberazione del meglio di se stessi al servizio
dell’amore vero. È una virtù che viene fuori, come il fiore dallo stelo, dal
nostro irradicamento battesimale in Cristo, mistero
di morte e di vita, che fa di noi dei figli e delle figlie di Dio. È una
risposta all’invito che già esprimeva papa san Leone Magno: "Cristiano,
riconosci la tua dignità e vivi di conseguenza".
L’uomo ferito
La dottrina del
peccato originale, che non possiamo negare, ci aiuta a comprendere l’esperienza
che l’uomo fa tutti i giorni, in sé e attorno a sé, dell’anarchia interna degli
istinti umani. Noi siamo, di fatto, in presenza di una
natura ferita e sempre vulnerabile; il disordine nel mondo, frutto di questa
anarchia, compare tutte le mattine sulle colonne dei nostri giornali. I nostri
istinti naturali devono essere dominati e incanalati, siano essi degli istinti
di violenza, di aggressività, di possesso, di
ingordigia, ecc. Una educazione si impone: l’istinto sessuale, particolarmente
tirannico, deve anch’esso essere educato, orientato, collocato nel suo posto,
sotto pena di squilibrare l’uomo e di compromettere la sua capacità di amare.
L’uomo deve
essere salvato da se stesso
Ma se il male è là, innegabile, se dobbiamo riconoscerci
feriti e peccatori, dobbiamo parimenti prendere coscienza della grazia
redentrice e salvatrice di Dio in Gesù Cristo.
La fede affina lo
sguardo e lo aiuta a scoprire le tracce del male in noi. Chesterton
ha detto un giorno, in quel suo modo paradossale, "che un santo è qualcuno
che sa di essere peccatori".
Se ne dubitassimo, basterebbe il Cristo in croce per comprendere
l’abisso del suo amore redentore in azione per tutti i tempi.
Gesù Salvatore
Viviamo in un
mondo in cui il termine Gesù Salvatore diventa sempre meno corrente. Per
sapersi e dirsi salvati bisogna sentirsi salvati da qualche cosa. Gesù è venuto
a salvarci da noi stessi, dal peccato, dalla morte e dalle potenze del male.
Tutto ciò è privo di senso per chi proclama la sufficienza dell’uomo e l’inesistenza
del peccato, e per chi relega le forze nascoste del male tra i miti.
Gesù, il cui nome
significa "Salvatore", non può essere riconosciuto come tale se si ignora da che cosa ci ha salvati.
Ho sentito da
qualcuno, che si diceva cristiano, esclamare: "Io rifiuto di essere
salvato, voglio essere liberato". Questo tale dimenticava che salvezza e
liberazione sono strettamente unite.
Salvando l’uomo,
attraverso la sua vita, morte e risurrezione, Gesù ha
gettato la base di tutte le liberazioni necessarie. La libertà cristiana che
trionfa su tutti gli asservimenti sessuali ci è stata
concessa anch’essa a grande prezzo. Bisogna dunque che noi entriamo in questa
corrente di grazia che ci libera perfino da noi stessi, ci riequilibra e,
attraverso
Alle sorgenti
della vita
Se Gesù resta sorgente di vita e di risurrezione, sta a
noi rimanere in stretta comunione con lui.
Il cristiano deve
accettare umilmente le leggi dell’ascesi cristiana, e se
Per rispondere
alle esigenze di Dio nel cammino delicato del dominio di sé, ciascuno ha
bisogno di un altro o di un gruppo che possa aiutarlo
e sostenerlo nel suo sforzo di progresso morale. Bisogna rallegrarsi nel vedere
moltiplicarsi gruppi che si aiutano a camminare insieme verso una preghiera più
autentica, come pure verso un arricchimento vicendevole nella vita cristiana,
coniugale e familiare.
Rottura
dell’Alleanza e riconciliazione
Un cristiano,
sotto pena di anemia spirituale, deve nutrirsi
regolarmente dell’eucaristia, come pure della Sacra Scrittura, che resta Parola
di vita, oggi come ieri. Deve purificarsi e lasciarsi guarire dal sacramento
della riconciliazione. In questo campo bisogna fare un vasto sforzo di
rinnovamento, che deve andare di pari passo con una coscienza nuova di ciò che
è il peccato. Questo, il peccato, non si comprende, nella sua verità, se non in
rapporto con l’Alleanza nella quale Dio vuol vederci impegnati. Un documento
dell’esperienza belga situava molto esattamente il peccato in questa
prospettiva: "Se ogni peccato è sempre fondamentalmente una rottura
dell’Alleanza, un rifiuto d’amore, esso si realizza concretamente in
comportamenti differenziati, in opposizione alle
diverse esigenze della comunione con Dio e con i fratelli. Questa opposizione, lo si comprende facilmente, varia di gravità secondo
l’importanza dei valori in causa e secondo che il rifiuto è più o meno radicale...
Non c’è dunque peccato in senso stretto se non nelle posizioni concrete e
"databili" per il male. Non si può ridurre la colpa alla sola
disposizione globale e di fondo, né concepirla come
una sorta di colore di fondo sulla tela, senza il puntinismo dei peccati
concreti. Nella valutazione della gravità dei peccati bisogna riconoscere
all’uomo questo terribile potere di disprezzare l’amore del suo Creatore,
trasgredendo scientemente e deliberatamente in materia grave le esigenze di
questo amore. Un tale atteggiamento non è sicuramente cosa banale e anonima.
Pretendere che questo atteggiamento sia impossibile
equivarrebbe, in definitiva, a non prendere sul serio né Dio né l’uomo". Lo sforzo per la padronanza di sé in materia sessuale come pure le
nostre mancanze lungo il cammino vanno collocati in questa prospettiva.
Quello che è in causa, in definitiva, è un’opzione più
o meno deliberata e cosciente per o contro l’amore autentico, per o contro la
nostra alleanza vissuta con Dio.
4 -
Equilibrio
Vorrei ora
mostrare come il dovere universale della castità si applichi nei diversi contesti di vita che ne differenziano l’applicazione. E,
anzitutto, nel contesto coniugale. L’amore coniugale
ha molteplici componenti da armonizzare e da
integrare, senza indebita sopravvalutazione di una dimensione a detrimento di
un’altra. Si è a lungo misconosciuta e svalutata la dimensione sessuale
dell’esistenza umana e la sua importanza nella crescita dell’amore. La
sessualità, intesa in senso largo, è ciò che in ogni uomo e in ogni donna
spinge ad entrare in relazione amorosa con un altro. Prima di essere una
capacità organica, la sessualità è "potere di relazione".
Questa dimensione
della personalità non si dispiega veramente se non grazie a qualità umane di
gran pregio: comprensione mutua, apertura, calore di accoglienza,
di compassione, di mutuo sostegno. Non riconoscere questo fatto significherebbe
deludere la speranza del Creatore nei confronti dell’uomo
Sembra che oggi ci
sia una tendenza a sopravvalutare la dimensione fisica della sessualità, a isolarla dal suo contesto umano globale e a darle una
priorità che non è la sua.
Se
così fosse, se ne falserebbe il significato, perché l’amore vero tra sposi
implica una relazione mutua vera e inglobante, una comunione d’anima, di
spirito, di cuore e di corpo.
L’amore vero vuole una partecipazione e una comunione di quanto vi è di più
profondo nella vita della coppia. Bisogna continuamente combattere il pericolo
di ripiegamento su di sé, della coesistenza di due
destini che camminano paralleli senza un vero incontro. Gli sposi hanno bisogno
di passare dalla coesistenza alla comunione per
rinnovare il loro amore.
L’unione fisica
non riceve tutta la sua significazione se non diviene espressione della
comunione spirituale dei coniugi.
Niente è più
fragile dell’armonia corporale, se non è sostenuta dalle tre dimensioni
dell’amore. La percentuale dei matrimoni infranti dal divorzio indica
sufficientemente che il pericolo è tutt’altro che immaginario.
È necessario
dunque ricollocare sempre meglio l’aspetto fisico nel quadro
di un’unione, in cui ciascuna persona sia riconosciuta e rispettata in
tutte le sue componenti.
Liberazione e
creatività
Per gli sposi la
castità è una virtù che libera la persona umana e la valorizza nel suo intimo
essere. La sessualità e le sue espressioni fisiche e genitali - bisogna
distinguere questi due aspetti - sono un bene per l’uomo e per la donna, in quanto sono al servizio della vita e dell’amore. Tale è
la dottrina della Chiesa. Come ricorda la "Dichiarazione della
Congregazione per la dottrina della fede su alcune questioni di
etica sessuale" (29 dicembre 1975), le relazioni sessuali
propriamente dette trovano, per il cristiano, la loro vera autenticità umana
nel quadro sacramentale del matrimonio religioso. Vissute nel contesto che è loro proprio, esse sono per la coppia una
gioia e una libertà che l’arricchiscono.
Sintesi di vita
La comunità
coniugale è chiamata a proporre al mondo un’immagine vivente della tenerezza e
della creatività divine. Perché ogni autentico amore è
"diffusivo di sé", creatore di novità. La generazione e
l’educazione dei figli è il compimento privilegiato di questa creatività. Là
dove questa possibilità manca, la creatività coniugale può trovare altre forme di espressione, rivelatrici anch’esse della prodigiosa
fecondità dell’amore divino.
Rivolgendosi
alle coppie, Paolo VI ha mirabilmente sintetizzato il senso ultimo del mutuo
dono realizzato dagli sposi, in questi termini: "Il dono non è una fusione. Ciascuna personalità rimane distinta e, lungi dal
dissolversi nel mutuo dono, si afferma e si affina, cresce durante tutta la
vita coniugale, secondo questa grande legge
dell’amore: darsi l’un l’altro per darsi insieme.
L’amore è, di
fatto, il cemento che dà la sua solidità a questa comunità di vita e lo slancio
che la trasporta verso una pienezza sempre più perfetta. Tutto l’essere vi
partecipa nelle profondità del suo mistero personale e delle sue componenti affettive, sensibili, carnali come pure spirituali,
fino a costituire sempre meglio questa immagine di Dio, che la coppia ha la
missione di incarnare sul filo dei giorni, tessendola con le sue gioie, come
con le sue prove, perché è vero che l’amore è più dell’amore. Non c’è alcun
amore coniugale che non sia, nella sua esaltazione,
slancio verso l’infinito e che non si voglia, nel suo slancio, totale, fedele,
esclusivo e fecondo (Humanae vitae, n.9). È in questa prospettiva che il desiderio trova la sua
piena significazione. Mezzo di espressione come di
conoscenza e di comunione, l’atto coniugale sostenta, fortifica l’amore e la
sua fecondità, conduce la coppia alla sua piena espansione: diviene, ad
immagine di Dio, sorgente di vita. Il cristiano lo sa: l’amore umano è buono
per la sua origine e se è, come tutto ciò che è nell’uomo, ferito e deformato
dal peccato, trova in Cristo la sua salvezza e la sua redenzione. Del resto,
non è la lezione di venti secoli di storia cristiana? Quante
coppie hanno trovato nella loro vita coniugale il cammino della santità in
questa comunità di vita che è la sola ad essere fondata su un sacramento?"
(Insegnamenti di Paolo VI p. 427. Allocuzione del 4 maggio 1970).
5 -
La dichiarazione
della Congregazione per la dottrina della fede, già sopra menzionata, ha
attirato l’attenzione sul fatto che le relazioni coniugali devono situarsi nel quadro del matrimonio sacramentale. Questo richiamo
della dottrina classica va contro i costumi che, purtroppo, stanno
degradandosi. Preoccupata di non permettere che si deteriorino
preziose ricchezze,
La sessualità
al servizio dell’amore
Diceva il
cardinale Marty, arcivescovo di Parigi: "La
sessualità umana è al servizio dell’amore: essa è un linguaggio tra due
persone; è un legame di comunicazione e di comunione... I gesti cardinali
dell’amore hanno un senso; sono carichi di impegno;
sono portatori di un avvenire comune; richiedono un’esistenza di rispetto, di
fedeltà e di gioia; esprimono l’accoglimento di una fecondità; sono aperti alla
vita donata; partecipano all’opera creatrice; sono un’alta espressione della
solidarietà che ognuno porta in sé per l’avvenire della comunità umana. Per questo tali gesti non hanno il loro vero senso e la loro
rettitudine morale se non nel matrimonio legittimo" (La documentation catholique, 4
aprile 1976, p. 334).
Sessualità e
comunità
La sessualità
umana deve sempre viversi in un contesto umano ed
ecclesiale in costruzione. Non può ignorare questo contesto,
sotto pena di affondare nell’individualismo e, di conseguenza, di compromettere
la sanità del corpo sociale stesso.
Si accenna qui al
ruolo delle istituzioni (il matrimonio come gesto socializzato), come supporti
e garanti dello sviluppo sia personale che collettivo.
Qui si apre un
largo campo di riflessione che si applica oggi a precisare i legami tra la
sessualità e "il politico". Bisognerebbe evitare che il campo della
sessualità cada in quel liberalismo cieco di cui si conoscono le tragiche
conseguenze a livello sia economico che sociale. Sarebbe per lo meno
paradossale che la sessualità - un campo in cui la
persona è così profondamente impegnata - sia presentata come il rifugio
dell’individualismo. Come se l’uomo non fosse essere sociale se non a intermittenza e secondo le proprie decisioni.
Una
dichiarazione dell’episcopato tedesco
In una importante dichiarazione dell’episcopato tedesco su
"La sessualità umana", i vescovi scrivevano: "Numerosi giovani
credono che fidanzamenti o precisi impegni autorizzino i rapporti sessuali
prima del matrimonio. Nella dottrina della Chiesa, per la quale l’unione
sessuale dell’uomo e della donna è legata al matrimonio, essi vedono sia il
vestigio sorpassato di una paura del sesso, sia l’oppressione della libertà
umana in una sfera intima. Per le relazioni sessuali intime, che essi praticano
come se fossero del tutto normali, essi si appellano
alla buona coscienza. Ma perché ci sia buona coscienza, occorre anche una informazione autentica. Una buona coscienza non potrebbe
accontentarsi del fatto che un numero più o meno grande di altre
persone, che si trovano nella stessa situazione, agiscono allo stesso modo.
Significherebbe mettersi troppo facilmente a rimorchio di tutti. Qual è dunque
la posizione giusta? Cos’è in armonia con la situazione della loro vita?
Ammettiamo, certamente, che un tal modo di agire si distingua profondamente
dalle relazioni sessuali impersonali e sbrigative, forma
caratteristica della licenziosità. Ciò non toglie che gravi motivi si oppongano a tale concezione. Come mostra
l’esperienza quotidiana, molti fidanzamenti e promesse d’amore non terminano
nel matrimonio. Praticando l’unione sessuale, gli amanti pongono il segno del
matrimonio senza il matrimonio. In più, contrariamente a quanto si sente dire
senza posa, non è possibile sperimentare un matrimonio futuro in relazioni
sessuali pre-coniugali. Il dono sessuale personale può essere soltanto completo, non può essere messo alla
prova. Infine, in questa unione sessuale anticipata,
si dimentica che l’amore di due esseri umani, per essere definitivamente
valido, deve essere concluso davanti a Dio e davanti agli uomini. Precisamente,
in questo campo molti vogliono godere di una felicità
personale, senza tener conto della forma di vita matrimoniale che è
determinante per
Una rete oggettiva
Non possiamo che
riprendere questo invito pressante e ripetere che per
noi anche l’aspirazione soggettiva ad entrare in una relazione interpersonale
con altri non basta a garantire la rettitudine morale dell’esercizio genitale
della sessualità. Non siamo noi che abbiamo inventato l’amore; esso ha il suo
ordine e le sue leggi.
Nessuna delle
dimensioni dell’amore umano sfugge all’esigenza di essere confrontata con i
principi che le danno il loro senso. Lungi dall’essere un semplice strumento di
piacere, il corpo umano è "luogo" di espressione
della persona e, per il cristiano, "tempio dello Spirito" (1Cor
6,19).
Siamo tutti
impegnati in una rete oggettiva di rapporti, di cui dobbiamo rispettare il
senso e le esigenze. Non si intaccano impunemente i
grandi simboli fondamentali che il Cristo ha elevato alla dignità di
"sacramenti", cioè di segni efficaci dell’incontro di Dio e
dell’uomo. Il dono mutuo dei corpi nell’amplesso coniugale rientra in questi.
Progressione e
integrazione
Se l’amore coniugale è un amore reciproco che mira alla
comunione totale in tutte le sue dimensioni, è importante - se si vuole educare
all’amore - che i valori sessuali siano integrati, progressivamente, al loro
giusto posto.
È necessario che i
fidanzati siano coscienti che la progressione sessuale deve essere retta e
sostenuta da quella di tutte le altre che fanno crescere la persona.
No, il matrimonio
- istituzione pubblica che dà la sua dimensione comunitaria all’impegno dei fidanzati
- non è una pura formalità; non è accidentale per l’uomo essere sociale.
Il matrimonio è
l’affermazione pubblica della reciproca e completa assunzione di
corresponsabilità da parte dei fidanzati. Esso dà alla comunione delle persone
che si impegnano il suo riconoscimeto,
la sua conferma, il suo sostegno.
La questione da
porsi non sarà mai: fin dove si può giungere senza infrangere una legge? Ciò
significherebbe di nuovo ridurre l’incontro sessuale ad una attività
retta da leggi arbitrarie dipendenti dalle culture e dall’ambiente del tempo.
Non si tratta di ridurre la sfera di ciò che è permesso, ma di ampliare il
rispetto per la crescita dell’amore autentico e della qualità di vita. Tale è
l’esigenza o, per meglio dire, la vocazione cristiana in materia di sessualità
che
Un ideale
liberatore
"In mezzo a una società che troppo spesso banalizza e commercializza
il sesso,
Occorre ripeterlo:
la virtù della castità, che non si riduce per nulla al "buon uso" del
nostro corpo, non è sorpassata per nessuno. Essa rischia tuttavia di essere
gravemente compromessa nel clima culturale attuale.
L’educazione a una sana padronanza di sé rimane imperativa; essa non è,
per quanto se ne pensi, una diminuzione dell’uomo: è condizione essenziale del
suo sviluppo. Vissuta nell’amore, porta in sé una gioia molto
sana e profonda.
I giovani
fidanzati hanno il diritto che si proponga ad essi
chiaramente (tenendo conto delle conoscenze recentemente acquisite in materia
di sessualità) l’ideale della castità cristiana. La verità, ha detto il
Signore, è per se stessa liberatrice. Abbiamo bisogno, per vivere, più di
verità che di pane.
6 -
Esperienze
sessuali dei giovani
La tendenza attuale
a confondere amore e sessualità è uno dei gravi pericoli morali che minaccia la società, particolarmente i giovani, e dunque
l’avvenire. Non si compromette impunemente e prematuramente l’atto coniugale
senza recare danno a valori profondamente rispettabili: simili esperienze
rischiano di minare profondamente le riserve di idealità,
di generosità e di dedizione dei giovani. Un incontro sessuale, che non è
vissuto nel contesto di un impegno totale e di un
amore fedele, rassomiglia, a prima vista, a un atto d’amore, ma, di fatto, ne
differisce tanto quanto un fiore strappato differisce da un fiore vivente: il
fiore strappato può sembrare bello e pieno di vita, ma è condannato, si voglia
o no, ad appassire ben presto.
Ama e fa’ ciò
che vuoi
Qualcuno si
appella a questa bellissima frase di sant’Agostino per illudersi di avere il
lasciapassare per tutto ciò che gli fa comodo.
Rimessa nel suo contesto questa espressione non vuol dire che qualsiasi
amore autorizza qualsiasi comportamento. Essa indica, al contrario, che la
creatività cristiana non può radicarsi se non in un amore veramente evangelico.
La parola di sant’Agostino incita a verificare la qualità del nostro amore e ad
assicurarci se ciò che noi vogliamo è veramente l’espressione di questo
dinamismo fondamentale.
Non è la libertà
che noi troviamo al termine di queste esperienze, ma l’asservimento, la
regressione dello slancio vitale e delle sue forze per l’avvenire. Tutto ciò
che è ricerca del piacere genitale, al di fuori del piano e della volontà di
Dio per l’uomo, genera schiavitù: questa ricerca non è liberatrice se non si
situa nel quadro che Dio ha voluto per essa.
Masturbazione e
responsabilità
Al di fuori delle
"esperienze" di cui abbiamo parlato, c’è un’altra sfera in cui la
padronanza sulla sessualità deve esercitarsi: quella della pratica della
masturbazione. Sia che si tratti di masturbazione
individuale o reciproca,
E il testo continua enunziando un
principio che i consiglieri morali sperimentati conoscono bene, ma che ci
compiacciamo di veder ratificare così chiaramente: "Nel ministero
pastorale, per formarsi un giudizio adeguato nei casi concreti, sarà preso in
considerazione, nella sua totalità, il comportamento abituale delle persone,
non soltanto per ciò che riguarda la pratica della carità e della giustizia, ma
anche circa la preoccupazione di osservare il precetto particolare della
castità" (n.9).
Educazione
liberatrice
Il cardinale Suenens, nel suo libro "Amore e padronanza di
sé", parlando della masturbazione nella sua forma ossessionale, dice che
c’è probabilmente l’indicazione di un disordine che ha radici più profonde e
che esige un esame più approfondito. Scrive: "Spesso ‘un nodo psicologico’ crea
una tensione sessuale, da cui la vittima si libera con la masturbazione.
Sciogliendo questo nodo di ordine affettivo - una
frustrazione d’amore, un isolamento - si riuscirà molto di frequente a liberare
l’adolescente da se stesso e dall’infantilismo che la sua pratica rivela.
Un’educazione positiva, aperta largamente verso gli
altri, animata dalla carità e dal suo senso sociale, dall’allenamento alla
dedizione, faciliterà questa liberazione e disporrà l’anima nel modo migliore a
beneficiare pienamente del soccorso della preghiera e dei sacramenti, al quale
ogni cristiano deve fare appello".
Grandezza di
una vita
Ci sono numerose
persone nel mondo che per motivi diversi non vivono nello stato coniugale e non
rientrano pertanto nelle categorie di cui abbiamo finora parlato. È in questo contesto più largo che bisogna collocare anche quelli e
quelle che non sono sposati a causa del loro orientamento omosessuale. A tutte
le persone non sposate, per qualsiasi motivo, occorre dire che ogni vita può
rispondere pienamente alla vocazione cristiana d’amare,
obbligatoria per tutti, senza che la dimensione genitale vi sia
presente.
È falso credere
che l’amore sia legato di per sé all’esercizio della genitalità
e che la sua assenza sia una diminuzione e un impoverimento. L’amore autentico
può dispiegarsi magnificamente e in tutta pienezza nelle vite umane che accettano
di corrispondere alla loro vocazione, così come la si
deduce dal loro stato di vita. Ogni vita è grande quando il pensiero dominante
è per gli altri, quando si ama. Non deve succedere che un senso di frustrazione
e di vita fallita venga a infrangere lo slancio di un
ideale di servizio e d’amore.
La storia e la
vita quotidiana mostrano innumerevoli esempi di vite animate da grande amore,
per quanto ogni piacere sessuale-genitale ne sia escluso. L’esempio stesso di Gesù, che è l’incarnazione
dell’amore, ne è la più luminosa manifestazione.
Vogliamo parlare
ora di una rinuncia speciale dovuta ad un impegno religioso volontario: il
carisma del celibato. Vogliamo sottolinearne
contemporaneamente la grandezza e le esigenze.
Il carisma del
celibato
Non sarei completo
se, parlando di sessualità, non esprimessi il pensiero della Chiesa su quegli
uomini e donne che per rispondere all’appello di Dio e per una più grande libertà nel dono di se stessi hanno rinunciato alla
vita matrimoniale. Il celibato volontario, in vista di consacrarsi
esclusivamente corpo e anima al Signore e al suo servizio per il regno di Dio,
non si comprende se non riferendosi al misterioso invito del Signore che ha
detto:" Chi ha orecchi, intenda" (Mt 11,15).
All’origine di una
simile opzione c’è sempre, in una forma o in un’altra,
un dialogo interiore, simile a quello che il Maestro ebbe un giorno con Pietro
e Andrea, ai quali disse: "Seguitemi, vi farò pescatori di
uomini...". La risposta di Pietro e di Andrea è
senz’altro positiva: "Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono"
(Mt 4,19-20). Questa risposta non giudica nessun’altra
scelta: essa basta a se stessa, perché Dio le basta.
Una scommessa
per Dio
Come ogni altra
scelta di vita, quella del celibato consacrato suppone che sia riconosciuta e
accettata la capacità dell’uomo di impegnare il proprio avvenire. Indubbiamente
ci sono dei rischi in ogni promessa e nella fedeltà che essa richiede. Ma, non è forse una delle grandezze dell’uomo quella di
voler sfidare i rischi inserendoli nella trama di un progetto perseverante? L’opzione per il celibato consacrato rappresenta una scommessa
magnifica. Vissuta nella solidarietà ecclesiale, essa dovrebbe permettere di
gridare al mondo la priorità di Dio, l’importanza del Regno che viene e la
fecondità di certe rinunce.
Il celibato
consacrato è posto in discussione solamente da coloro che non
hanno potuto, o voluto, coglierne l’ispirazione profonda. Dobbiamo porlo
nella sua vera luce, ringraziare il Signore che suscita simili vocazioni per la
sua Chiesa e pregare con perseveranza perché numerosi giovani ascoltino
l’appello del Maestro e vi rispondano generosamente. Il celibato contiene una
ricchezza di grazia che
Valore e salvaguardia
Questo tesoro è
troppo prezioso perché non siamo particolarmente attenti a salguardarne
la fedeltà. Sapere che lo portiamo in vasi fragili significa essere realisti e
non comportarsi come se il paradiso terrestre fosse
sempre aperto e la debolezza umana inesistente. La fedeltà al celibato
consacrato - come del resto la fedeltà all’ideale cristiano della castità in
ogni stato di vita - esige il ricorso costante alla grazia e la vigilanza su di
sé con piena lucidità.
Il nostro tempo ha
reso le relazioni tra uomini e donne più semplici e più normali. Ciò comporta
dei vantaggi, ma anche dei rischi: facilita i comportamenti, ma richiede anche
una giusta misura di riservatezza.
La vocazione al
celibato per amore del Regno implica un dovere di fedeltà senza divisioni, che
ha la propria delicatezza e il proprio rigore. Per quanto non si possano
tracciare regole rigide, bisogna in questo campo essere radicali e non
accettare compromessi. È necessario che la purità d’intenzione si rifletta
nella trasparenza di ogni gesto e ispiri la prudenza
che è raccomandata e che non si può trascurare impunemente.
Sopravvalutare la
propria capacità di fedeltà a Dio e ai propri impegni, lasciarsi superare dalla
propria sensibilità o da quella degli altri, permettersi certe situazioni di
familiarità, significa mettersi in situazioni false che nuocciono alla vita
spirituale e conducono, se non si fa attenzione, a defezioni dolorose per tutta
la comunità cristiana.
Il celibato per amore
del Regno non acquista tutto il suo significato se non a condizione di essere
pienamente assunto e accettato in tutta la sua realtà da colui
che ne vuole essere il testimone.
Il celibato
sacerdotale, grazia per le famiglie
Il prete che vive
lealmente e gioiosamente il suo celibato sacerdotale
ha una grazia e una libertà unica per aiutare le coppie a costruire il loro
amore e a farlo sviluppare nella linea del vangelo. Le famiglie che lo
accolgono e che egli anima spiritualmente sono per lui un sostegno,
mostrandogli, mediante la loro stessa apertura al suo sacerdozio, quanto esse abbiano bisogno della Chiesa, sacramento di Gesù
Cristo, e quanto il suo sacrificio personale sia prezioso e fecondo per tutto
il popolo di Dio. La gioia e la pace che egli suscita, consolida e aiuta a
ristabilire, gli fa toccare con mano la fecondità spirituale del suo ministero.
Egli sperimenta, e
con lui le famiglie, quanto i sacramenti e i carismi vissuti nella Chiesa siano complementari e concorrano a edificare il Corpo del
Cristo e a riunire nell’unità il popolo di Dio.
Al termine di
queste pagine, vorrei indirizzarvi alcuni auguri.
Nei confronti
di Dio
Il primo è di
lasciarvi interpellare dalla parola di Dio, trasmessa dalla tradizione vivente,
e di non mettervi in stato di opposizione irritata, ma
di ascolto filiale nei confronti dello Spirito santo che anima
Se vogliamo vivere
la vita cristiana e conoscerne il prezzo e la gioia, dobbiamo lasciare che lo
Spirito santo dispieghi in noi tutte le sue
virtualità, tutte le sue ricchezze, tutti i suoi frutti.
Occorre
che ci lasciamo ispirare e condurre dalle parole di san Paolo: "Non
conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la
vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui
gradito e perfetto... La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore,
attaccatevi al bene; amatevi con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a
vicenda" (Rm 12,2.9-10).
Una vita cristiana
che si lascia guidare in tal modo dallo Spirito del Signore
gusterà i frutti promessi dalla sua presenza. Questi frutti da cui si conosce
l’albero, li enumera san Paolo. Si chiamano: "amore,
gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di
sé" (Gal 5,22).
Accogliendo con
tutte le sue esigenze "l’amore che lo Spirito riversa nei nostri
cuori", noi riceveremo una "forza d’amare" capace di trasformare
e di vivificare tutte le dimensioni dell’esistenza umana (cfr.
Rm 5,5). Questa accoglienza dello Spirito santo nessuno l’ha vissuta più profondamente di Maria, che
"lo Spirito santo ha coperto con la sua ombra" il giorno
dell’Annunciazione come il mattino della Pentecoste. Maria si offre a lui, in
uno slancio di disponibilità e di adesione totale,
corpo e anima. L’accoglimento della sua maternità spirituale nei nostri
confronti resta, anche per la nostra generazione, un segreto di purezza, di
freschezza, di giovinezza. Con la sua discreta e penetrante presenza essa
dissipa le tenebre in noi e attorno a noi.
Nei confronti
di noi stessi e degli altri
Il secondo augurio
è un invito ad accettare umilmente la nostra condizione umana, fatta di buona
volontà e di debolezza, di coraggio e di stanchezza, e di accettare, in tutta
verità, che il Signore sia anche per noi Salvatore e Redentore.
Il vangelo è il
lieto annuncio della verità, della grazia e del perdono.
Siano o no le
nostre colpe oggettivamente gravi, dobbiamo rileggere la storia del figlio
prodigo (Lc 15) non per seguirne le
peripezie, ma per intravedere prima di tutto quell’abisso di premura e
di bontà che caratterizza il padre. Ciò che gli interessa non è anzitutto la
confessione delle colpe di suo figlio: l’aveva già perdonato in anticipo. Il
padre è più commosso del figlio nella gioia della riconciliazione e della
festa.
Dobbiamo accettare
umilmente di lasciarci guarire da Gesù. Il vangelo ce lo
mostra in tanti luoghi mentre guarisce coloro che gli si avvicinano con fede.
"Una forza usciva da lui" per sanare ogni languore, ogni infermità e
ogni malattia. Questa forza resta sempre operante in mezzo a noi. Comunicare
con Gesù nell’eucaristia significa accogliere colui che
è la risurrezione e la vita per l’anima e per il corpo. Comunicare con lui
significa ricevere già il pegno e l’anticipazione di ciò che attendiamo
nella futura trasfigurazione dell’uomo totale.
In unione con i
nostri fratelli
Dobbiamo anche
accettare, umilmente, che non possiamo vivere il cristianesimo da soli e che
abbiamo bisogno dei nostri fratelli che camminano con noi sulla stessa strada. Nel combattimento interiore che si svolge in ogni uomo per crescere
e per restare fedele ai propri impegni più sacri, egli deve poter trovare un
appoggio sui suoi fratelli.
Il "guai a
chi è solo" (Qo 4,10) della Sacra Scrittura è
particolarmente vero in questa lotta per mantenere o sviluppare la padronanza
di sé.
Sappiamo che Dio,
il quale veglia su di noi come un Padre sui suoi figli, metterà sulla strada di
ciascuno la persona o il gruppo di persone che potrà dire a suo nome la parola
necessaria e salvatrice. "Il fratello aiutato dal fratello è una
roccaforte" ci dice
Nei confronti
del mondo
Infine, l’ultimo
augurio vorrebbe essere un invito a tutti per aiutare a salvare l’amore
autentico dalle sue contraffazioni, dalla minaccia mortale che incombe su
questo valore sacro per eccellenza.
Il coraggio
della contestazione
Bisogna che il
messaggio fondamentale della Dichiarazione, più volte citata
in questo scritto, sia ascoltato e applicato. Io sottoscrivo
pienamente le parole del cardinale Marty che vanno
direttamente all’essenziale: "Non prendiamo a pretesto i limiti di un
documento per soffocare la vera questione che esso pone: lasceremo che la
sessualità umana - dopo l’economia - sprofondi in un liberalismo immorale e
nella totale irresponsabilità? La nostra società sarà ancora capace
domani di vivere l’amore? Come mai essa giunge ad esprimere se non ciò che vi è
di oscuro, di ambiguo, di brutale, di venale? L’amore
è più grande. E le nuove generazioni non devono avere
che un desiderio: salvarlo dall’insignificanza. Sì, bisogna salvare l’amore. I
giovani, forse inconsapevolmente, hanno timore di fronte a
una vita senza amore, di fronte a una rottura drammatica tra la sessualità,
l’amore, il matrimonio e la prole. Essi accusano gli adulti di aver rinunciato
al loro dovere perché non hanno insegnato loro ad amare. Da parte mia, mi
appello all’esperienza di numerose famiglie. Sì, sono numerose quelle che
vivono l’amore. Esso è esigente. È sacro. Trova la sua gioia nella verità (cfr. 1Cor 13,6). Queste famiglie prendano la parola e la
proclamino con forza" (La documentation catholique, 4 aprile 1976, pag. 335).
Restaurare
l’amore autentico
Il cristiano, per
vocazione, è fermento nella pasta. Bisogna che noi, non soltanto viviamo le
esigenze dell’amore, ma che aiutiamo a restaurare l’amore autentico nel mondo.
L’avvilimento e la dissacrazione dell’amore sono due delle forme in cui si
manifesta più sensibilmente (insieme con l’odio, la violenza e la guerra)
l’azione di quelle potenze misteriose del male e del principe della menzogna:
il diavolo.
Le
famiglie cristiane che vivono le esigenze della loro fede e del loro amore
hanno il dovere di manifestarlo in maniera del tutto speciale, in privato e in
pubblico, e di cercare mediante atti concreti e concertati come reagire contro
la degradazione dei costumi.
Abbiamo il coraggio di andare contro corrente e di combattere tutto ciò che
avvilisce l’amore: tutte le forme di pornografia e di oscenità.
Difendiamo il
valore della vita nascente fin dalla sua origine. Difendiamo i valori morali
che stanno alla base di ogni civiltà. Spetta alle
famiglie cristiane ricordare al mondo che il Signore ha detto il vero quando
affermava: "Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero". Promessa che non esclude la sofferenza, ma che sbocca in una pace e
in una serenità che il mondo non conosce. Proclamiamo il vangelo
dell’amore vero! E non sorprendiamoci se questo cozza,
oggi come ieri, contro le opinioni o i comportamenti contrari. In quella
"società permissiva e decadente" che era l’impero romano fu
specialmente nel campo della castità che si manifestò il non-conformismo delle
prime comunità cristiane. Riconosciamo francamente che la sessualità è uno di
quei campi della vita morale in cui il vangelo è al tempo stesso più preciso,
più esigente e più misericordioso.
Possano i
cristiani scoprire sempre meglio che "la legge del Signore è gioia per il
cuore luce per gli occhi". Questa parola del Signore rimane vera, oggi
come ieri. Con il salmista possiamo e dobbiamo ripeterla con riconoscenza:
"La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del
Signore è verace, rende saggio il semplice. Gli ordini del Signore sono giusti,
fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli
occhi" (Sal 19,8-9).
Termino con queste
parole della Sacra Scrittura, domandando al Signore che ci benedica e che ci
faccia capire veramente, profondamente e praticamente,
che la sua legge rimane per sempre (per tutti e per ciascuno) sorgente di vita
e di speranza.